Oggi non sono piú i poveri che lottano contro la Mondializzazione
Non sono più i poveri del mondo a lottare contro la mondializzazione. Dopo che molti, tra i paesi emergenti, hanno saputo trarre profitto dalla forzata apertura dei mercati, oggi ad avversarla sono soprattutto i popoli (e le élites) dei paesi ricchi. Un articolo di Afrique Asie tradotto in italiano a cura Ossin.


(Seattle 1999)

Afrique Asie, novembre 2008


Mondializzazione


Cantori della mondializzazione, fino a quando serviva generosamente i loro interessi, i paesi del Nord scoprono che i suoi effetti negativi possono toccare in pieno le loro società. Proprio come i paesi più poveri…


di Hakim Ben Hammouda, con Augusta Conchiglia, Mary Johnson e Valentin Mbougueng


Si fa fatica a crederci. E tuttavia è la realtà: alcuni paesi ricchi temono oggi la mondializzazione! Proprio come i paesi poveri! Almeno per come si era presentata fino ad allora. Che cosa non si è scritto infatti da diversi anni, dagli anni ’80, sui rischi della mondializzazione e le sue conseguenze per il Sud! Ma occorre dare atto che alcuni paesi hanno saputo trarre profitto dall’apertura imposta dei mercati, per acquisire spazi nell’economia mondiale e diventare attori imprescindibili nel commercio mondiale, addirittura potenze economiche in divenire. La Cina, sicuramente, oggi terza economia mondiale dopo gli Stati Uniti e il Giappone, ma anche molti altri paesi che hanno tratto vantaggi dal loro inserimento nel mercato mondiale, attirato le delocalizzazioni e sviluppato un’industria capace di aggiungere plusvalore alle loro esportazioni. E che, in tale modo, sono diventati concorrenti temibili delle potenze economiche tradizionali. L’apertura dei mercati non ha arrecato vantaggi a tutti. I paesi più poveri non hanno potuto generalmente saltare sul treno in corsa, in mancanza di investimenti sufficienti nei settori produttivi, di controllo sui prezzi delle materie prime che costituiscono la loro unica rendita, e del conseguente peggioramento dei tassi di scambio. La loro marginalizzazione, con diverse gradazioni, e l’allargarsi del fossato che li divide dai paesi ricchi, ma anche dalle economie emergenti, è stato alla base del movimento antimondialista che si è sviluppato negli anni ’90 e che ha fatto dei grandi eventi internazionali, come i summit del G8, le riunioni della Banca Mondiale, del Fondo monetario internazionale (FMI) e dell’Organizzazione mondiale del commercio (OMC), importanti momenti di mobilitazione contro la mondializzazione neoliberale. Il movimento antimondialista ha anch’esso promosso una serie di summit che sono cominciati a Porto Alegre, in Brasile, per proseguire un po’ dappertutto nel mondo, con lo scopo di cercare di attuare una mondializzazione più preoccupata delle ragioni dei più poveri.


Cambiamento radicale

Questo approccio tuttavia è sul punto di cambiare in modo radicale di fronte al fenomeno dei paesi emergenti ed il timore degli effetti nefasti della mondializzazione ha letteralmente cambiato di campo. Jean-Claude Pichet, del quotidiano svizzero Le Temps, ha meglio di tutti espresso queste nuove paure in un editoriale dal titolo: “La mondializzazione di fronte ai venti contrari”. “Ironicamente – ha scritto – è proprio nel momento in cui gli altermondialisti tacciono, che l’economia globalizzata affronta la sua sfida più difficile degli ultimi dieci anni”. Eric Le Boucher, editorialista del quotidiano francese Le Monde, fa eco a queste inquietudini. Molti governi dei paesi sviluppati, scrive, “a rimorchio delle loro opinioni pubbliche, hanno cambiato avviso a proposito della mondializzazione. Ritengono che essa sia diventata un fattore negativo per l’America come per l’Europa. Il gioco non è più vincente, ma a somma zero. I vantaggi per l’Asia ed il mondo emergente sono a danno dell’Occidente”. E sottolinea per battere il chiodo: “Ascoltate il non detto di queste opinioni pubbliche del Nord: (Gli Asiatici) si sono presi i nostri posti di lavoro nel tessile e nei settori a bassa qualificazione. Poi hanno cominciato a pompare tutto il petrolio ed a comprare tutto il grano della terra. Quello che noi perdevamo in salari e posti di lavoro, lo recuperavamo come consumatori, grazie ai prezzi bassi delle magliette e dei televisori. Ma adesso è finita: l’alto prezzo della benzina, del pane e del resto ci fa perdere anche come consumatori. Dagli a questa mondializzazione!”
Joelle Kuntz aveva già affrontato la questione su di una tribuna di Temps: “Il protezionismo che sonnecchia in noi”. “Tutto sembra spingere i paesi del Nord, più che a perseguire l’apertura dei mercati che ha loro garantito tanti profitti, a mettervi piuttosto un freno, da quando i paesi emergenti hanno cominciato a trovarvi i loro vantaggi. Questo Sud che era un’opportunità, diventa adesso per loro un concorrente”.
C’è nella mondializzazione come un malessere… Tutto a un tratto una parte delle opinioni pubbliche ed i governi dei paesi sviluppati sono meno convinti della sua necessità. Come se la ricerca sfrenata di apertura e di globalità non fosse più di attualità a partire dal momento in cui sono stati raggiunti dai suoi effetti negativi.
Il movimento di mobilitazione contro la mondializzazione non si limita all’Europa, è anche tema dominante delle campagne elettorali di oltre Atlantico. I candidati alle presidenziali nordamericane si sono distinti per gli attacchi contro la mondializzazione e le critiche agli accordi di libero scambio. L’ex segretario di Stato Henry Kissinger è intervenuto con un articolo importante sul quotidiano Herald Tribune intitolato “Globalization and its discontents” (La Globalizzazione e i suoi scontenti), nel quale mette l’accento sulla crescita dei nazionalismi che rimettono in causa il processo di mondializzazione. Per ridurre lo scarto tra i vantaggi economici e le percezioni politiche negative della mondializzazione, avanza una serie di proposte. L’ex segretario al Tesoro di Bill Clinton, Lawrence Summers, ha anche lui dato un contributo, dedicando una serie di interventi sul Financial Times alla comprensione delle ragioni del malessere ed alla ricerca dei modi migliori per creare un nuovo consenso intorno alla mondializzazione.


Consenso incrinato

Ma questo consenso si è incrinato nei paesi sviluppati. L’inquietudine colpisce oramai tutte le loro popolazione (non solo i più poveri) e riguarda l’impatto della mondializzazione sulle loro condizioni di vita – soprattutto sui posti di lavoro – la povertà e le disuguaglianze. L’epoca nella quale i ricchi erano persuasi che era dalla loro parte è oramai dietro le spalle. Ha lasciato il posto ad un epoca di angosce ed interrogativi. I politici ed i loro consiglieri, gli economisti patentati dovranno rispondere a numerose domande: come è stato possibile questa passaggio dalla fiducia ad un quasi rigetto della mondializzazione? Perché le opinioni pubbliche non vi credono più e sono convinte che essa non risponda ai loro bisogni? Perché sono convinte che essa favorisca i paesi del Sud? Perché hanno deciso di opporsi e di non accordare più la loro fiducia agli uomini che la difendono e continuano ad esaltarla? Gli elementi della risposta a tali domande devono necessariamente collocarsi nel contesto attuale caratterizzato da una grave crisi economica globale dopo lo scoppio della bolla dei subprimes negli Stati Uniti, che ha trascinato con sé una grande instabilità monetaria, dei prezzi delle materie prime e del petrolio, e più recentemente dei prodotti agricoli. Questo grigio contesto economico globale è caratterizzato da una nuova crescita delle economie del Sud. Queste formano oggi delle vere potenze economiche e finanziarie che non cessano di fare concorrenza alle potenze economiche tradizionali. Il ricordo di questo contesto ci consentirà di comprendere meglio questo contraccolpo e lo sgretolarsi del consenso intorno alla mondializzazione tra i ricchi.

 

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