Antiwar, 9 febbraio 2015 (trad. ossin)


Disertori in Ucraina e guerrafondai negli USA

Justin Raimondo


Quando gli ufficiali dell’esercito ucraino sono giunti al villaggio di Velikaya Znamenska per dire agli uomini di prepararsi alla mobilitazione, non si aspettavano quello che sarebbe accaduto. Mentre un ufficiale parlava, una donna si è impossessata del microfono e gli ha detto: “Siamo stufi di questa guerra. I nostri figli e i nostri mariti non andranno da nessuna parte!” Ha continuato poi con un discorso infiammato, denunciando la guerra e i responsabili del colpo di Stato di Kiev, mentre la folla acclamava.

Quel che ha fatto, in Ucraina attualmente è considerato un crimine: non è stata arrestata solo perché la gente del villaggio non l’avrebbe consentito. Ma nella Transcarpazia ucraina, Ruslav Kotsaba, un noto giornalista che lavora per l’emittente ucraina Channel 112, è stato arrestato con le accuse di tradimento e spionaggio, per avere girato un video nel quale dichiarava: “Preferisco marcire in prigione tre o cinque anni, piuttosto che andare nell’Est a uccidere i fratelli ucraini. Questa fabbrica di paura deve cessare”. Kostaba rischia fino a ventidue anni di prigione, la pena massima edittale per i reati che gli sono stati contestati.


 

L’arresto di Kotsaba è una disperata risposta del governo ucraino che tenta di frenare la crescita del movimento contro la guerra e la mobilitazione, che minaccia la speranza di Kiev di riconquistare le province ribelli dell’Est. Lo specifico crimine di Kotsaba, secondo la procura, è stato di descrivere il conflitto più come una guerra civile che come una “invasione” russa. E’ un punto che le autorità non possono tollerare: lo stesso che i media occidentali ripetono senza posa – secondo cui la ribellione interna, che pure gode di un grande consenso nel paese, è in realtà un “complotto” russo per destabilizzare l’Ucraina e ricostituire il Patto di Varsavia – ed è attualmente in Ucraina una verità avente forza di legge. Chiunque dica il contrario può essere arrestato.

Pure passibili di arresto, e anche peggio, sono le migliaia di uomini che fuggono dal paese per non essere coscritti. In un post su Facebook, che è stato immediatamente soppresso, il ministro della difesa Stepan Poltorak scriveva: “Secondo fonti non ufficiali, gli hotel e i motel delle regioni di frontiera della Romania sono pieni di ucraini renitenti alla leva”. Il presidente Petro Poroshenko, l’oligarca Re del cioccolato, prepara un decreto che prevede restrizioni alla possibilità di viaggi all’estero per coloro che sono in età di mobilitazione – vale a dire tutti tra i 25 e i 69 anni. Gli Ucraini sono già prigionieri nel loro stesso paese – ma non incassano senza dire niente.

La renitenza all’arruolamento tocca livelli senza precedenti: solo il 6% dei chiamati si è offerto come volontario. Ciò ha costretto le autorità di Kiev ad andare a bussare di porta in porta – ed hanno incontrato sul loro cammino o paesani infuriati, contrari alla mobilitazione, o città fantasma, abbandonate da tutti. Nella regione della Transcarpazia, nell’Ovest ucraino, villaggi interi si sono svuotati e gli abitanti sono fuggiti in Russia, attendendo la fine della guerra – o la caduta del regime di Kiev, a seconda di quello che arriva prima. “Questo può sembrare paradossale – spiega l’ufficiale responsabile del reclutamento in Transcarpazia – ma dalla regione di Ternopyl, nell’Ucraina dell’Ovest, la gente è scappata in Russia per sfuggire alla coscrizione”. Il frenetico regime ucraino ipotizza adesso di arruolare le donne che abbiano più di 20 anni.

La mobilitazione di Poroshenko si deve, non solo ai numerosi rovesci nell’Est – le truppe ucraine sono state respinte su tutti i fronti da ribelli fortemente motivati a difendere le loro città e i loro villaggi – ma anche perché migliaia di soldati disertano, gettano le armi e fuggono in Russia. Per tutta risposta, il Parlamento ucraino ha votato una legge che autorizza i comandanti locali a fucilare i disertori sul posto.

Con la guerra di Poroshenko che assomiglia a un immenso disastro (si potrebbe facilmente rovesciare il suo regime messo lì dalla UE e dagli USA), il partito della guerra negli Stati Uniti accresce la pressione perché Washington fornisca armi a Kiev. Il senatore John McCain – ovviamente – guida la carica, ma in prima linea ci sono anche dei politici liberal, con importanti ricercatori della Brooking Institution, che recentemente hanno chiesto l’invio di armi pesanti. Ciò ha provocato la risposta di un ricercatore dissidente di Brooking, l’ex funzionario del Dipartimento di Stato Jeremy Shapiro, che sostiene che il conflitto ucraino è una guerra civile che non può avere una soluzione militare e che è più che suscettibile di provocare uno scontro pericoloso con la Russia.   

L’amministrazione Obama è messa in forte pressione dallo stesso partito del presidente per armare l’esercito ucraino, ma gli alleati europei degli USA sono contrari al prolungamento di questa guerra, soprattutto adesso che la loro marionetta di pezza Poroshenko sta diventando sempre più impopolare. Con manifestazioni che si svolgono un po’ dovunque nell’Ucraina dell’Ovest, la Germania di Angela Merkel si colloca su una chiara posizione di opposizione all’escalation della guerra. Lo ha detto chiaramente alla recente conferenza di Monaco, dove Merkel ha preso la parola tornando dai suoi pourparler con il presidente russo Vladimir Putin e il presidente francese François Hollande. Nel frattempo, da lontano, McCain diceva ai giornalisti: “Se avessimo fornito armi agli Ucraini, essi non avrebbero avuto bisogno di usare bombe a grappolo”. Non per niente lo chiamano “Mad John” (John il pazzo).

Gli Stati Uniti addestrano i militari del regime di Kiev, e già abbiamo degli stivali statunitensi sul terreno, per la pretesa ragione di difendere il primato della legge. Ciò che questo praticamente significa, è che noi aiutiamo un governo che ha dichiarato guerra al suo proprio popolo e che si prepara a colpire i dissidenti, accusando gli oppositori politici di “tradimento”, vietando i partiti politici e inviando truppe ultra nazionaliste contro chiunque osi contestare.  Finché il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti continuerà a fare gli occhi dolci ai dissidenti russi, che profanano le chiese ortodosse e mostrano i seni davanti alle telecamere occidentali, non sentirete menzionare il nome di Ruslan Kotsaba tanto spesso come quello di Marie Harf. Per quanto ne so, il Global Post è l’unico media occidentale che si è accorto della sua esistenza – e non ho trovato una sola menzione in inglese del suo arresto.

L’Ucraina è una trappola che potrebbe facilmente scatenare la Terza Guerra Mondiale – e le provocazioni statunitensi ce l’avvicinano giorno dopo giorno. La crisi è cominciata con la campagna di Washington per il mutamento di regime che è succeduto al rovesciamento violento del presidente eletto Victor Yanucovich, che aveva vinto grazie alla criminale incompetenza e alla disonestà pura e semplice del suo predecessore sostenuto dagli Stati Uniti, Victor Yushchenko. La sedicente Rivoluzione arancione ha portato al caos economico, alla corruzione endemica e alla nascita di tendenze violentemente nazionaliste, culminate con la crescita dei neo nazisti accettati, che oggi siedono nel Parlamento ucraino. E il punto di fascismo culminante è quello cui oggi assistiamo con la banda che governa attualmente a Kiev.

Tutto ciò è stato fatto in nome della necessità di ficcare un dito negli occhi di Vladimir Putin, il cui peccato più grande è stato quello di assestare un gran calcio nel sedere di oligarchi ladri e di opporsi alla pretesa di egemonia mondiale degli Stati Uniti. L’obiettivo ultimo di Washington è un mutamento di regime al Cremlino, per installarvi di nuovo una marionetta del genere di Eltsin che, quando Washington gli dice “Salta”, chiede: “Da quale altezza?”

Che i leader USA siano pronti a correre il rischio di una Terza Guerra Mondiale per raggiungere i loro obiettivi dimostra la follia pura che caratterizza oggi la politica estera statunitense. L’ultimo documento ufficiale USA sulla “strategia di sicurezza nazionale” colloca la nuova guerra fredda al centro della visione diplomatico-militare di Washington – un accenno talmente mostruosamente fuori luogo che è difficile credere sia serio. Però è meglio crederci: è quello che dovremo attenderci da una futura amministrazione democratica, se vi sarà, con Hillary Clinton che porterà la slavofobia del marito – vi ricordate della “guerra del Kosovo”? – a inusitati vertici di insensatezza.

Gli Stati Uniti non devono interferire nella guerra civile in Ucraina, né hanno alcun interesse legittimo di sicurezza nella questione di chi amministri la Crimea – che è stata russa fin dal tempo di Caterina la Grande. L’idea che dobbiamo scontrarci con la Russia su questa questione è un pericoloso non senso - malauguratamente, è esattamente il genere di non senso al quale i politici di entrambi i partiti fanno fatica a resistere.

Ci sono anche dei sedicenti libertari che non possono resistere alla tentazione di tornare alla Guerra Fredda, soprattutto la fazione più vicina alla NATO, loquace e ben piazzata, degli Studenti per la Libertà (SFL), che ha denunciato Ron Paul per le sue pretese dichiarazioni filo Putin (vale a dire non interventiste) a proposito dell’Ucraina. Ron sarà presente alla loro prossima conferenza internazionale, insieme a diversi dei più influenti sostenitori della NATO: speriamo che regali loro un buon intervento, per quanto una sculacciata sarebbe forse più appropriata a questi ragazzini chiassosi. Questi ragazzi che parlano per non dire niente affermano che “si possono bene sviluppare argomenti convincenti a favore dell’una o dell’altra delle posizioni in politica estera, la mondialista e la non interventista”, ma che “Ron Paul ha superato ogni limite”. Sono loro ad avere superato i limiti: nessun libertario può difendere una politica estera mondialista – perché la conquista del globo, si sa, è un fatto dello Stato.

Evidentemente, adesso che l’Ucraina – dove SFL ha tenuto una conferenza – getta in prigione i disertori e mette a tacere ogni dissidenza, non abbiamo inteso una sola parola da parte di questi guerrieri freddi adolescenti. Essi parlano tanto di libertà, ma non quando parlarne può provocare delle noie.

Il pericolo principale per la libertà e la pace non si trova al Cremlino, a Pechino o in Corea del Nord – ma giusto lì, negli Stati Uniti d’America, nell’epicentro mondiale del male, chiamato anche Washington D.C. Dire questo, per i nostri libertari internazionalisti, non è che volgare antiamericanismo. I padri fondatori di questo paese devono rivoltarsi nella tomba quando gli usurpatori di Washington infangano la reputazione degli Stati Uniti spargendo sangue innocente in tutto il mondo e, ciò facendo, profanano la Costituzione. Il vero amore per la patria è quello di chi si oppone a questi mostri che seminano il caos sulla terra e distruggono le nostre libertà – e non quello di accettare i loro ragionamenti che giustificano guerre di aggressione senza fine.

 

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