ProfileCrisi siriana, settembre 2016 - Quasi un anno dopo l'intervento russo in Siria, la situazione è molto migliorata per le forze governative. Ma la guerra non è ancora vinta e la situazione può riservare ancora "soprese" (nella foto, una unità dell'esercito governativo)

 

Cf2R (Centre Français de Recherche sur le Renseignement), 1 settembre 2016 (trad. ossin)
 
Siria : Il punto della situazione
Alain Rodier
 
Quasi un anno dopo l’intervento russo in Siria, la situazione è molto migliorata per le forze governative. Infatti, dall’inizio del 2015, esse erano sottoposte ad una pressione fortissima da parte del Fronte al Nusra – e dei vari movimenti affiliati più o meno segretamente ad Al Qaeda «canale storico» - e del gruppo Stato Islamico (Daesh). Il maggior successo dopo l’arrivo dei Russi è stata la riconquista, nella primavera del 2016, della mitica città di Palmira. Nel nord-ovest del paese, la situazione era catastrofica per le forze governative siriane nella regione di Aleppo e nel feudo alauita di Laodicea, lungo la costa del Mediterraneo. Essa si è progressivamente rovesciata e l’iniziativa è passata nuovamente dalla parte delle forze governative. Combattimenti accaniti proseguono però in queste regioni e l’esito di essi resta incerto. Lo stesso accade nella regione di Damasco e in particolare nel quartiere di La Ghouta, posto a est della capitale
 
Una unità dell'esercito governativo
 
Ma la guerra non è ancora vinta. Due brigate sono ancora accerchiate da Daesh a Deir ez- Zor – il piccolo Dien Biên Phu siriano – nell’est del paese, e combattimenti dall’esito assai incerto proseguono tra Homs e Hama, nella zona centrale, nonché nella regione di Deraa, a sud-ovest, vicino al Golan. Il maggiore problema tattico sta nel fatto che tutte le parti sono disperatamente a corto di effettivi e nessuno è in grado di lanciare un attacco decisivo.
 
Lo spinoso problema curdo
 
Gli Statunitensi, che penavano a mettere insieme dei gruppi ribelli «moderati» siriani che combattessero contro il governo di Damasco, hanno alla fine deciso, nel 2015, di considerare Daesh come il nemico principale, più di Bachar el-Assad e Al Qaeda «canale storico». Hanno avuto l’idea di appoggiare una coalizione battezzata «Forze democratiche siriane» (FDS). In effetti, durante la battaglia di Kobane (settembre 2014 - giugno 2015), i Curdi delle Unità di protezione del popolo (YPG) – il ramo armato del Partito dell’unione democratica (PYD) vicino al PKK – erano riusciti ad ottenere rinforzi da alcune tribù arabe e da qualche Siriaco residenti nella regione. La presenza di questi non Curdi in seno alle FDS era fortemente minoritaria ma aveva una portata simbolica importante, soprattutto nei confronti della Turchia. Gli Statunitensi decisero di appoggiare le FDS a condizione che la parola «curdo» non comparisse! Le FDS hanno potuto in questo modo cogliere dei successi militari sul terreno, grazie all’appoggio aereo fornito da Washington. Per rafforzarle ulteriormente, sono state loro fornite molte armi e equipaggiamento, oltre ad addestramento da parte di elementi delle Forze speciali Usa e, verosimilmente, un’azione di coordinamento dei lanci aria-suolo.
 
L’ultima importante vittoria in ordine di tempo è stata la presa di Manbij, il 12 agosto 2016. Questo importante crocevia logistico permetteva a Daesh di assicurare una parte dell’approvvigionamento di Raqqa, la «capitale» del proto Stato islamico, proveniente dalla Turchia. Va sottolineato che le forze di Daesh si sono ritirate da Manbij, dopo avere concluso un accordo con le FDS che consentiva loro di ritirarsi nella città di Jarablus, quaranta chilometri più a nord. I duemila «ostaggi» utilizzati come scudi umani erano soprattutto composti da simpatizzanti e membri della famiglie di Daesh. Qualcosa di simile era già avvenuto a Palmira nel marzo 2016, quando lo Stato islamico aveva abbandonato la città per ritirarsi a Raqqa.
 
Non appena liberata Manbij, Ankara ha preteso che gli elementi curdi delle FDS che avevano partecipato all’offensiva si ritirassero a est dell’Eufrate, lasciando sul posto solo i loro «partner» arabi. I Turchi hanno affermato che era quanto avevano in precedenza concordato con gli USA.
 
Di fatto, gli USA contano sulle FDS perché si spingano a sud e conquistino Raqqa, la cui caduta avrebbe un significato simbolico fortissimo. Ma gli obiettivi perseguiti dai dirigenti curdi sono diversi, anche se raccontano agli Statunitensi quello che questi ultimi vogliono sentire, allo scopo di continuare a beneficiare del loro appoggio militare e logistico. L’intento dei Curdi, dopo la presa di Manbij, è di proseguire verso Al-Bab, a ovest, per raggiungere poi il cantone di Efrin e procedere alla riunificazione del Rojava, il Kurdistan siriano. Per far ciò, le FDS hanno creato uno stato maggiore per la città di Al-Bab, che sarà incaricato dell’amministrazione della città dopo la sua conquista, metodo già impiegato per Manbij. Ma le popolazioni della regione di Al-Bab sono in maggioranza arabe sunnite. Quale sarà la loro reazione se le FDS raggiungessero i sobborghi della città? Finiranno per difendere Daesh, considerato come un «bastione» contro i Curdi o saranno contenti di essere liberati dal giogo di questi jihadisti estremisti, molti dei quali sono stranieri?
 
Washington sembra non voler vedere che i Curdi siriani sognano di creare una «zona autonoma» a somiglianza di quella che già esiste nel nord dell’Iraq dal 1991, lungo la frontiera turca. Essa comprenderebbe, da est a ovest, i cantoni di Djézireh e quelli di Kobane ed Efrin. Non c’è però da dubitare che i Curdi, col loro Movimento per una società democratica (Tevgera Civaka Demokratîk‎, TEV-DEM) - l'organo politico che amministra il Rojava – sperino un giorno di accedere alla completa indipendenza. E il movimento più importante, il PYD, è marxista-leninista. E’ cugino assai prossimo del PKK (Partito dei lavoratori del Kurdistan). Per uno strano scherzo della Storia, mentre sono stati gli islamisti radicali ad aiutare Washington a sconfiggere il comunismo, in Siria accade l’inverso. Ancora una volta gli Statunitensi si ritrovano in una posizione delicata, non riuscendo a controllare pienamente le FDS. E’ difficile da ammettere questo nuovo rovescio nella loro guerra per procura (Proxy War). Ma è improbabile che Washington cessi di spalleggiare le FDS, ritenute le uniche capaci di combattere in Siria. Gli Statunitensi respingono ostinatamente qualsiasi confusione tra il PKK e il PYD, perfino quando Massoud Barzani afferma al giornale Al Monitor, nel marzo 2016 : «qualsiasi aiuto fornito al PYD significa aiutare il PKK». Tuttavia, il 24 agosto, le forze del PYD, su pressione di Washington che non voleva offendere Ankara, hanno annunciato che si sarebbero ritirate a est dell’Eufrate, ma che le FDS sarebbero rimaste sulle loro posizioni. Ma le promesse impegnano solo quelli che ci credono !
 
In effetti Erdogan era assolutamente furioso. Per riprendere l’iniziativa, ha deciso di lanciare una vasta operazione militare “Scudo dell’Eufrate”, in alleanza con i movimenti “ribelli” dell’Esercito Siriano Libero (ESL), del Failaq Al-Sham (La Legione del Levante), del Ahrar Al-Sham (Movimento islamico degli uomini liberi del Levante) e del Jabhat Al-Sham (Fronte del Levante), considerati islamisti «moderati». Queste formazioni, particolarmente attive nella regione di Aleppo, dispongono anche di retrovie in Turchia. L’operazione è stata realizzata direttamente dalla coalizione. Ha consentito di riprendere la città di Jarablus a Daesh in meno di ventiquattro ore, giacché i militanti di Daesh hanno ripiegato senza combattere su Al-Bab, a sud-ovet. Questa vittoria senza battaglia è stata comunque un duro colpo per lo Stato Islamico, che ha perso il suo principale punto d’appoggio lungo la frontiera turca, soprattutto dopo la caduta di Manbij. Ma prima di ogni altra cosa, essa permette ad Ankara di bloccare la costituzione di un Rojava indipendente, impedendogli di impossessarsi di questa località vitale, cosa che invece era nei progetti delle FDS che avevano anche creato uno stato maggiore che avrebbe dovuto amministrare la città dopo la liberazione. D'altronde l’artiglieria turca ha, non solo bombardato a tappeto le posizioni di Daesh intorno a Jarablus, ma anche quelle delle FDS nelle vicinanze di Manbij, avvisando in anticipo gli Statunitensi per evitare di ammazzare per errore qualche consigliere USA. Il progetto più globale della Turchia è di occupare la zona di frontiera, da Jarablus a est, a Maréa posta a 70 chilometri più a ovest. Se il disegno fosse coronato da successo, Ankara creerebbe in tal modo una zona interdetta al governo di Damasco e occuperebbe Dabiq, che si trova tra queste due località. E’ utile ricordare che, nella dottrina di Daesh, è proprio in questa città che dovrà svolgersi lo scontro finale tra le potenze del «bene» - che il Califfato pretende di rappresentare – e le potenze del male...
 
I Curdi cominciano ad attaccare le forze governative
 
I Curdi hanno un problema nel cantone est del Rojava (Djézireh). La città di Hassaké, che conta circa 300.000 abitanti (rifugiati compresi), e la regione che si stende a nord fino a Kamechiyé (alla frontiera turca) hanno una popolazione composta per metà di arabi e per metà di curdi. Nel 2012, Bachar el-Assad, che era alle prese con quel che diventerà una vera e propria insurrezione, si era visto costretto a scelte tattiche, non essendo in grado di gestire tutta la situazione. Ritirò quindi le sue forze dalle regioni curde del nord, a eccezione della zona Hassaké-Kamechiyé. In cambio i Curdi non hanno mai attaccato le forze siriane lealiste, limitandosi a difendersi dagli attacchi lanciati dai “ribelli” islamici, e l’episodio più noto è stata la battaglia di Kobane.
 
Ma a partire da aprile 2016, si sono cominciati a registrare degli scontri nella regione di Hassaké, tra le forze lealiste siriane – tuttora presenti nell’area – e le Assayeh (forze di polizia) curde. Sembra che siano state queste ultime, in una logica di controllo del territorio, a prendere di mira le guarnigioni delle forze lealiste, perché se la filassero più a sud. Da una parte e dall’altra vi sono state provocazioni, «arresti» - in concreto prese di ostaggi – e scontri sanguinosi per liberare questi ultimi. I bombardamenti aerei registrati il 17 e 18 agosto sono un gesto di avvertimento lanciato da Damasco in direzione dei Curdi per riaffermare che il governo non ha alcuna intenzione di abbandonare la regione di Hassaké-Kamechiyé e che, quindi, le popolazioni arabe che la abitano non saranno costrette a fuggire in vista della pulizia etnica che si annuncia. Damasco ricorda anche, in questa occasione, che essa non ha intenzione di accettare la divisione del paese e dunque una «indipendenza» di fatto del Rojava. Il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan si è apertamente rallegrato di questi scontri, trovandovi finalmente qualche merito per il governo siriano. Parallelamente Daesh lanciava una vigorosa offensiva a sud di Hassaké, conquistando numerosi villaggi controllati dalle FDS.
 
Anche se non troppo enfatizzati, questi incidenti presentano grossi rischi per le FDS. Questa formazione era infatti una coalizione di forze curde, arabe e siriache. Sembra che, dopo i combattimenti ad Hassaké, si sia consumata una rottura tra le componenti, almeno in questa zona. Gli arabi che militavano nelle FDS tendono oramai ad arruolarsi nelle milizie filo-governative delle Forze di difesa nazionale (FDN). Di conseguenza le FDS rischiano di ridiventare una formazione quasi unicamente composta da Curdi, che si sentono traditi da Washington dopo la vicenda del ritiro da Manbij. La finzione di questa «alleanza nazionale» sostenuta da Washington si è dissolta e la liberazione di Raqqa, che doveva essere realizzata dalle FDS, è rinviata! Ciò rischia di creare anche confusione nelle forze curde che si battono contro i ribelli di ogni tendenza a nord di Aleppo e nei quartiere cheikh Maqsoud della città. Che cosa potrà succedere con le forze governative che sono schierate contro gli stessi avversari? Mosca, al momento, di sforza di fare da mediatore tra le diverse fazioni, interessata come è a che le forze lealiste siriane e i Curdi continuino la loro lotta comune contro i “ribelli”.
 
Il prolungamento del problema curdo in Iraq
 
Il presidente Erdoğan appoggia Massoud Barzani, presidente del Partito Democratico del Kurdistan (PDK) e del governo regionale del Kurdistan iracheno, perché la situazione che ha ereditato nel 2003 lo costringe ad agire in tal senso. Non lo fa certo a cuor leggero. Questa regione è auto-amministrata dalla fine della prima guerra del Golfo del 1991. Inoltre essa è ricca di pozzi petroliferi e il suo unico sbocco attuale è in Turchia, che ricava molti vantaggi dal passaggio del greggio. Qui non si tratta di traffici, ma di commercio perfettamente legale, salvo il fatto che il governo iracheno freme di rabbia vedendosi scappare questa manna.
 
Il PKK è presente nell’Iraq del nord attraverso il suo ramo locale, il Partito della soluzione democratica del Kurdistan (PÇDK). Il PKK ha insediato da molto tempo il suo stato maggiore lungo i fianchi del monte Qandil, nei pressi della frontiera iraniana. D'altronde l’aviazione turca bombarda abbastanza regolarmente questa zona, soprattutto in occasione di attacchi o di attentati nel sud anatolico. Si tratta di una misura di ritorsione che è diventata un classico. Sul piano tattico questi bombardamenti non producono alcun risultato significativo, in quanto gli attivisti curdi sono disseminati in numerosi campi protetti. Da notare che gli Iraniani fanno lo stesso, di tempo in tempo, come “punizione” per atti di terrorismo attribuiti al Partito per una vita libera in Kurdistan (PJAK), la branca iraniana del PKK. Trovandosi più vicino, si limitano a effettuare dei tiri di artiglieria inefficaci quanto i bombardamenti turchi. L’obiettivo è dimostrare alle popolazioni che il loro governo reagisce con "fermezza".
 
Le relazioni tra Barzani e il PKK sono complicate. In teoria egli chiede al movimento separatista turco-curdo di evacuare la regione, certamente per farsi bello con Ankara. Di fatto, la regione del monte Qandil è piuttosto controllata – nella misura in cui il controllo di queste zone montagnose di difficilissimo accesso vuol dire qualcosa – dall’Unione patriottica del Kurdistan (UPK) di Jalal Talabani, che è il concorrente storico di Barzani[1]. L'UPK è peraltro più l’alleato dell’Iran che della Turchia. Un tempo, l'UPK era anche alleato col PKK, soprattutto per una comune ostilità col PDK, tra il 1994 e il 1996. In seguito vi sono stati degli accordi e l'UPK controlla un terzo del Kurdistan iracheno. Menzioniamo anche il GORRAN (Movimento per il cambiamento), un partito di opposizione politica guidato da Naschirwan Mustapha.
 
E Al-Qaeda «canale storico» in tutto questo?
 
Il 28 luglio 2016, il Fronte Al-Nusra annunciava la rottura del suo rapporto di fedeltà ad Al Qaeda «canale storico» e prendeva il nuovo nome di Jabhat Fatah Al-Sham (Il Fronte della conquista della Siria). Il suo leader, Hamed Hussein al-Charaa' - alias Abou Mohamed Al-Jolani -  dichiarava che nessuna operazione sarebbe stata realizzata sotto la bandiera del Fronte Al-Nusra e che la nuova organizzazione non aveva alcun rapporto con qualsivoglia entità straniera. La scissione veniva immediatamente accettata da Al Qaeda centrale, per la voce del suo numero due, Abdullah Muhammad Rajab Abd Al-Rahman - alias Ahmad Hasan Abou Al-Khayr Al-Masri -, e poi del dottor Ayman Al-Zawahiri in persona. Il primo affermava che era stata data consegna ai leader del Fronte Al-Nusra di «andare avanti nella direzione della protezione degli interessi dell’islam, dei mussulmani e del jihad» e il secondo che «la fraternità dell’islam è superiore a qualsivoglia legame organizzativo». Questa strategia veniva ufficialmente ripresa da ideologi giordani vicini a Al Qaeda «canale storico», lo sceicco Abou Mohamed Al-Maqdisi e Abou Qoutada.
 
E’ del tutto evidente che questa rottura sia solo di facciata e che persegua l’obiettivo di consentire alla nuova formazione Jabhat Fatah Al-Sham (JFS) di potersi alleare con gli altri movimenti ribelli senza esporre questi ultimi ai fulmini russi e perfino degli USA. D'altronde, il 22 agosto, Ahrar Al-Sham annunciava la fusione con il JFS. Altre seguiranno. Né gli Statunitensi né i Russi sembrano però tanto ingenui, ma devono tener conto del fatto che l’Arabia Saudita, il Qatar e la Turchia vogliono approfittare della novità per cominciare a sostenere alla luce del sole tutti i movimenti ribelli islamisti radicali, siano o meno alleati col JFS, cosa che facevano già prima ma in modo più discreto. Come era prevedibile, molti movimenti ribelli si sono rallegrati di questa nuova piega degli avvenimenti, soprattutto lo sceicco Abdallah Al-Muhasini, l'autorità religiosa di Jaish Al-Fatah[2], coalizione che controlla la provincia di Idlib e che è particolarmente attiva nella regione di Aleppo, ha applaudito ad essa.
 
Non a caso, dopo l’annuncio dell’accerchiamento dei quartieri est di Aleppo da parte delle forze governative, avendo queste ultime assunto il controllo della strada di Castello, è stata lanciata la «grande battaglia di Aleppo» (Malahem), avviata il 31 luglio simultaneamente a sud e a nord della città, e la situazione si è rovesciata. Il JFS è protagonista di questa offensiva che impegna anche L’Esercito della conquista e Ansar al-Islam[3]. Tuttavia mentre scriviamo queste note la situazione resta ancora incerta.
 
Conclusioni
 
Cosa succederà è difficile da prevedere, ma è verosimile che il conflitto si impantani, giacché nessuna via di uscita si intravvede a breve o medio termine.
 
Il governo di Damasco continuerà ad essere sostenuto dai Russi, dagli Iraniani, da Hezbollah libanese, e dalle milizie sciite irachene e afghane. Sul piano operativo, i Russi effettuano i loro attacchi da ovest, a partire dalla base siriana di Hmeimim. Riceveranno in autunno il rinforzo dell’incrociatore portaerei Amiral Kouznetsov. I bombardieri a largo raggio Tupolev-22M3 e Sukhoi-34 vengono invece da est (base di Mozdok), sorvolando l'Iran e poi l'Iraq (con il consenso di Teheran e di Bagdad). Utilizzano la base aera del martire Nozheh d'Hamedan per rifornirsi di carburante[4]. Di tempo in tempo, vengono lanciati dei missili da crociera, o da bombardieri strategici, o da navi operanti nel mar Caspio o che incrociano nel Mediterraneo. Questi tiri sono più una dimostrazione di forza destinata agli Occidentali che di efficace tattica reale. L'interesse di Mosca è duplice: occupare di nuovo il primo piano sulla scena internazionale in generale, e in Medio Oriente in particolare; tenere sotto controllo la minaccia islamica radicale, impedendole di raggiungere il Caucaso.
 
Gli obiettivi statunitensi sono meno chiari e, in ogni caso, la politica internazionale sarà riveduta dopo l’elezione del nuovo presidente degli Stati Uniti. Molti osservatori scommettono sull’elezione di Hillary Clinton, che si orienterà probabilmente per un peggioramento delle relazioni con la Russia e l’Iran.
 
Anche l’evoluzione della politica turca dopo il mancato colpo di Stato del 14 luglio peserà molto nel contesto regionale. Il presidente Erdoğan, capace di effettuare virate politiche a 180° senza alcuna esitazione, ha riannodato i rapporti con la Russia, l’Iran e Israele. Sembra anche ritornato più conciliante col governo di Bachar el-Assad. Per contro, continua ad essere ossessivamente determinato ad impedire a qualsiasi costo la costituzione di una entità curda indipendente lungo la frontiera del paese e a proseguire la lotta contro il PKK. La guerra contro Daesh è solo secondaria e di circostanza. L'offensiva “Scudo dell’Eufrate”, lanciata il 24 agosto, non era tanto destinata a cacciare Daesh da Jarablus, quanto ad impedire che fossero i Curdi ad occuparla.
 
Come altre volte è accaduto, sono ancora possibili in Siria delle «sorprese» che, seppure di carattere non «strategico» - in quanto i belligeranti non dispongono dei mezzi necessari e sufficienti -, possono avere una grande importanza «tattica». Va seguita in particolare l’evoluzione della coalizione dei movimenti ribelli che hanno conquistato Jarablus con l’aiuto diretto di Ankara. Potranno costituire per gli Statunitensi una alternativa alle FDS o un complemento?
 
Note: 
 
    [1] Tuttavia, quando è stato necessario, il PKK è intervenuto in soccorso dei peshmerga contro Daesh, e il loro intervento è stato il benvenuto.
    [2] L'Esercito della conquista, una vasta coalizione ribelle che comprende il JFS, il partito islamico del Turkestan e il Anjab Al-Cham.
    [3] Questo movimento ha un passato comune con Daesh, ma alcuni dei suoi membri se ne sono allontanati quando venne creato il califfato.
    [4] Ciò consente loro di portare un maggior numero di munizioni e di restare più a lungo in zona. Questi apparecchi non potrebbero attualmente essere utilizzati a pieno regime a Hmeimim in quanto la pista è troppo corta. Sono in corso lavori di prolungamento.
 
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