Le cri des peuples, 2 maggio 2021 (trad.ossin) 
 
Estremisti israeliani al grido di “morte agli Arabi” tentano di cacciare i Palestinesi dai loro luoghi santi. Ma nessun media occidentale lo racconta
Robert Inlakesh (°)
 
Coloni estremisti israeliani, al grido di « Morte agli Arabi », hanno tentato ad Al-Quds (Gerusalemme) di scacciare i Palestinesi dalla città, ma hanno invece provocato una sollevazione nazionale e una crisi politica per il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu
 
Il cartello di questa suprematista israeliana dice: "Ucciderli tutti"
 
Polizia e manifestanti israeliani si affrontano alla porta di Damasco dopo l’abbattimento delle barriere che impedivano l’accesso alla piazza principale, che è stata per una settimana teatro di scontri nella parte vecchia di Al-Quds (Gerusalemme). 25 aprile 2021
 
Tutto è cominciato, in modo assolutamente imprevisto, nella serata del 22, quando centinaia di militanti del gruppo di estrema destra israeliano Lehava hanno tentato di scacciare i Palestinesi e hanno preso d’assalto le loro proprietà ad Al-Quds (Gerusalemme). I Palestinesi di tutti i territori occupati e della stessa Israele sono scesi in piazza per respingere gli attacchi dei coloni e dei politici israeliani che li incoraggiavano.
 
 
Tuttavia, la stampa occidentale ha ampiamente deformato e decontestualizzato gli eventi. Le azioni dei coloni estremisti hanno infatti agito solo da catalizzatore per quella che viene adesso chiamata da alcuni gruppi palestinesi la « Intifada del Ramadan », non ne sono state la causa determinante.
 
 
Fin dall’inizio del mese di Ramadan, due settimane fa, Israele ha imposto restrizioni ai Palestinesi che intendevano entrare nel terzo sito più sacro per i Musulmani, il complesso della moschea di Al-Aqsa. Il primo giorno di Ramadan, le forze israeliane sono entrate nel complesso di Al-Aqsa e hanno tagliato la corrente elettrica agli altoparlanti, impedendo la chiamata dei musulmani alla preghiera, perché gli Israeliani ebrei radunati nei pressi del vicino muro occidentale non fossero disturbati mentre officiavano un servizio commemorativo. Tale azione è stata definita dal portavoce di Hamas, Hazem Qassem, come « un’aggressione razzista contro i luoghi santi ed una violazione della libertà di culto ».
 
Israele ha anche collocato delle barriere davanti all’ingresso della porta di Damasco, nel « quartiere arabo » della parte vecchia di Al-Quds (Gerusalemme) ed ha impedito ai Palestinesi di partecipare alle preghiere notturne nella moschea di Al-Aqsa. Queste misure hanno provocato scontri con le forze di polizia israeliana per tutta la durata del mese di Ramadan. Quindi, giovedì, quando Lehava è intervenuta coi suoi scagnozzi, un numeroso gruppo di Palestinesi ha deciso di affrontare i suprematisti israeliani ed è stato attaccato dalla polizia. La repressione ha provocato 450 feriti in soli due giorni, secondo fonti mediatiche locali.
 
 
 
 
Crisi politica in Israele
 
Come sottolinea il giornale israeliano Ha’aretz, i due pesi e le due misure utilizzati dalla polizia israeliana sono state del tutto evidenti: venerdì, il ministro israeliano per la Sicurezza pubblica ha condannato solo la violenza palestinese, ignorando del tutto quella commessa dagli Israeliani.
 
I militanti di Lehava si sono adesso ringalluzziti, come se dietro di loro ci fosse il governo israeliano. Tanto più che il capo della fazione di estrema destra Otzma Yehudit (« Potere ebraico ») all’interno del partito religioso sionista, Itamar Ben-Gvir, è stato eletto alla Knesset. Ben-Gvir è l’avvocato del dirigente e fondatore di Lehava, Bentzi Gopstein.
 
A lungo gli estremisti religiosi di estrema destra sono rimasti fuori dalla Knesset, ma adesso il Primo Ministro Benjamin Netanyahu, che deve vedersela con accuse di corruzione e con un grave impasse politico che non gli consente di formare un governo, cerca l’appoggio di questi gruppi.
 
 
Temendo forse una nuova escalation delle manifestazioni palestinesi ad Al-Quds (Gerusalemme) e in Cisgiordania, e lanci di razzi da Gaza, il Primo Ministro ha fatto appello alla calma. Ma questo invito non è stato inteso dal capo del Partito religioso sionista, Bezalel Smotrich, che ha dichiarato: « E’ venuto forse il momento di sostituire Netanyahu », rispondendo a quel che ha considerato come un tradimento degli ebrei.
 
 
Per riuscire a formare un governo di coalizione dopo un ennesimo convulso appuntamento elettorale, Netanyahu ha bisogno del Partito sionista religioso, e ciò significa che non può troppo spingersi nei suoi tentativi di ridurre le tensioni coi Palestinesi. Se perdesse l’appoggio dei gruppi di estrema destra, il Presidente israeliano Reuven Rivlin potrebbe affidare al blocco anti-Netanyahu l’incarico di formare un governo. Ma la cosa sembra al momento poco probabile, perché ciò richiederebbe che i partiti arabi stringano un’alleanza con l’estrema destra.
 
 
Ciò significa che, a causa dell’unitaria sollevazione palestinese, Netanyahu si trova di fronte ad un ultimatum: puntare su una escalation della tensione o abbandonare gli alleati del Partito religioso sionista e rischiare che Israele debba celebrare elezioni legislative per la quinta volta in soli due anni.
 
 
Una terza Intifada ?
 
Per la prima volta, forse, dalla fine della seconda Intifada del 2005, i Palestinesi di Gerusalemme est, della Cisgiordania e della Striscia di Gaza si levano uniti contro Israele, in maniera trasversale ed in modo significativo.
 
La questione palestinese è stata per troppo tempo trascurata nel dibattito politico israeliano in quanto, salvo in occasione di lanci sporadici di razzi dalla Striscia di Gaza illegalmente mantenuta in stato di assedio, gli Israeliani non prestano troppa attenzione ai Palestinesi. La situazione è rapidamente mutata, però, e quasi dall’oggi al domani.
 
 
I manifestanti palestinesi hanno improvvisamente dato scacco al sistema politico israeliano, e adesso la sorte del governo israeliano potrebbe dipendere esclusivamente dal modo in cui le autorità israeliane reagiranno.
 
Ho parlato col giornalista freelance palestinese Wafa A Al-Udaini, della Striscia di Gaza, e col fotoreporter Hamde Abu Rahmah, della Cisgiordania, che mi hanno descritto il sentimento attuale come una rinascita della causa nazionale. Ciò che entrambi avvertono è che si stia costruendo qualcosa di grande.
 
 
C’è anche da capire se il Presidente dell’Autorità palestinese, Mahmoud Abbas, vorrà rinviare sine die le prime elezioni palestinesi in 15 anni, a cagione del fatto che Israele non intende permettere ai Palestinesi di Gerusalemme est di votare. Se le elezioni saranno annullate (cosa probabile in quanto il Fatah di Abbas teme di perderle a vantaggio di Hamas), le tensioni potrebbero crescere ancora, giacché Israele sarà accusata di venir meno ai suoi impegni e di bloccare la democrazia palestinese.
 
 
Mentre le manifestazioni proseguono ogni sera e Israele ragiona su quel che le conviene fare, è importante capire che questa sollevazione non è una semplice reazione alle provocazioni di coloni estremisti. Proprio come avvenne nel 1987, quando cominciò la prima Intifada, un solo avvenimento ha fatto da denotatore per la rabbia accumulata da tutto un popolo che soffre sotto l’occupazione.
 
L’espandersi delle colonie, la demolizione della case palestinesi, le difficoltà incontrate sotto l’occupazione militare, l’assedio di Gaza e le discriminazioni continue ad Al-Quds (Gerusalemme), che mirano ad espropriare circa 2100 Palestinesi nei soli quartieri di Silwan e Sheikh Jarrah quest’anno, hanno portato alla situazione attuale.
 
 
Le azioni dei manifestanti hanno riportato la questione palestinese in primo piano agli occhi del governo israeliano. La palla è adesso nel campo di Israele e, a seconda di come sceglierà di reagire, i Palestinesi agiranno.
 
(*) Robert Inlakesh è un analista politico, giornalista e regista di documentari che vive attualmente a Londra. Ha vissuto nei Territori palestinesi occupati, dove ha realizzato molti reportage, e lavora attualmente per Quds News e Press TV. Ha realizzato il documentario « Il Colpo del Secolo : la catastrofe annunciata di Trump in Palestina-Israele ».
 
 
 
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