Middle East Eye, 25 agosto 2017 (trad. ossin)
 
Economia saudita, perché Vision 2030 fallirà
Middle East Eye (*) 
 
Riyadh ha un piano per sottrarre il paese alla sua dipendenza dal petrolio, ma non può funzionare se non si affronteranno alcuni problemi fondamentali

 

 
 
E’ la storia di un paese – un paese costruito sul petrolio.
 
L’Arabia Saudita moderna ha un’economia che poggia su di un’unica risorsa, dopo la scoperta dell’oro nero nel 1938. I vari governi che si sono succeduti hanno fino ad oggi promosso dieci progetti di sviluppo, il primo nel 1970, l’ultimo nel 2015.
 
Loro unico obiettivo strategico? Giungere ad una diversificazione economica che consenta di porre fine alla eccessiva dipendenza del regno dal petrolio.
 
Tuttavia, almeno 9 di questi progetti non sono affatto riusciti a raggiungere tale obiettivo. Il regno non ha ancora costruito infrastrutture industriali importanti, oltre qualche installazione nel settore della petrolchimica, delle plastiche e della trasformazione alimentare.
 
I risultati dell’ultimo – e 10° - piano di sviluppo, il Piano nazionale di trasformazione (NTP), non sono ancora visibili. Si tratta di una visione a cinque anni, che costituisce la prima fase di Vision 2030, la strategia di diversificazione a lungo termine del governo saudita.
 
Ancora dipendenti dal petrolio
 
Vision 2030 stabilisce che il governo raggiungerà l’obiettivo vendendo beni del patrimonio pubblico e reinvestendo e aumentando i ricavi grazie a « nuovi » canali diversi dal petrolio. Ma non è vero: il valore di questi beni deriva ancora dall’economia dipendente dal petrolio.
 
A luglio 2017, il governo ha annunciato di voler vendere numerose partecipazioni di minoranza (fino al 49 %) nell’aeroporto Re Khaled, che asserisce di avere gestito 22,5 milioni di passeggeri nel 2016.
 
Ma questa circolazione di persone è solo il risultato dell’attività economica, conseguenza della spesa pubblica petrolifera-governativa – e un valore artificiale basato su un’economia temporanea fondata sul petrolio. Nonostante le affermazioni del governo, non si tratta di una diversificazione, ma di una capitalizzazione continua della stessa fonte.
 
Per gli investitori il futuro potrebbe essere fosco, soggetto alle fluttuazioni del prezzo del petrolio e alla capacità del governo di finanziare il suo budget. Queste non sono basi economiche solide sulle quali dei professionisti desidererebbero fondare le loro decisioni.
 
Riyadh  prevede anche di vendere parti di Aramco, il più grande produttore di petrolio al mondo, nell’ambito di uno sforzo « per raccogliere 200 miliardi di dollari nei prossimi anni ». Prevede un mondo in cui l’economia verde diventerà sempre più forza dominante e vuole preparare gli Arabi ad un pianeta post-energie fossili.
 
Col tempo, il governo intende creare il più grande fondo di investimento pubblico del mondo (PIF), con un capitale di 2 000 miliardi di dollari. Il governo vuole che questo fondo diventi il nuovo petrolio del paese, per investire questo denaro e produrre utili cosanti per finanziare i budget sempre crescenti basati sul consumo.
 
Tuttavia, la decisione di vendere aeroporti e, ancor di più, la compagnia petrolifera – l’unica fonte di reddito del paese – è una iniziativa importante che segna la sorte dell’Arabia Saudita. Essa dovrebbe essere dunque soggetta alla pubblica approvazione e va al di là dell’ambito di competenza di una sola persona, fosse pure il re o suo figlio.
 
Si potrebbe ottenere questo solo attraverso un pubblico dibattito pubblico, seguito da un referendum aperto. Ma l’Arabia Saudita manca della volontà politica e della capacità istituzionale per farlo. Essa è invece un paese caratterizzato da condizioni estreme in cui è il governo ad assumersi tutti i meriti o tutte le colpe.
 
Non deve essere così: il governo dovrebbe permettere la partecipazione del pubblico onde evitare scosse politiche.
 
C’è qualcuno che sa cosa stanno facendo ?
 
Un governo che si è sempre affidato al denaro facile proveniente dalle vendite di petrolio non è adeguatamente posizionato per guidare l’epoca del post-petrolio. Riyadh non dispone degli strumenti culturali per governare in un mondo diverso. La vendita del petrolio produce flussi costanti e rapidi di denaro, al contrario delle strategia di investimento, che è un meccanismo per creare denaro a lungo termine, ed è molto più difficile.
 
Il governo saudita ha un record di indisciplina quando si tratta di permettere agli investimenti di produrre dividendi. Quando il prezzo del petrolio è alto, i Sauditi investono abitualmente le loro eccedenze di tesoreria sui mercati internazionali. Quando cala, si affrettano a liquidare le loro posizioni.
 
Questo modo di fare non resiste alla prova del tempo, ciò che ha provocato un disastroso bilancio degli investimenti dei fondi pubblici nel corso dei decenni. Ciò è evidente se si consideri lo scarso apporto di questi investimenti al PIL nazionale.
 
Inoltre Vision 2030 precisa che i denari ricavati dalla vendita di proprietà pubbliche saranno reinvestiti per produrre « rendimenti elevati ». Ma i professionisti finanziari sanno bene che i programmi di investimento che promettono rendimenti elevati sono rischiosi, spesso perché soggetti a elevata volatilità o a fluttuazioni di valore.
 
Il governo e il popolo saudita sanno che cosa comportano simili decisioni?
 
Sappiamo già per esperienza che il governo saudita difetta di autodisciplina (o di ciò che i guru degli investimenti chiamano intelligenza emotiva). Si tratta di una caratteristica essenziale per un ritorno sugli investimenti da realizzare, indipendentemente dalle pressioni esercitate sui decisori, come nel caso di un calo dei prezzi del petrolio.
 
C’è da chiedersi poi se Riyadh abbia le capacità tecniche per prendere efficacemente le decisioni cruciali sul momento di uscire da un investimento e limitare le perdite, o attendere che i prezzi risalgano, se mai lo faranno.
 
Chi dovrà essere considerato responsabile di questo gioco di azzardo che mette in gioco l‘unico tesoro della nazione, la compagnia petrolifera saudita Aramco, in cambio di speranze? Le autorità non potrebbero pensare ad altre soluzioni per accumulare fondi da destinare agli investimenti finanziari, che non siano la vendita di Aramco o di altre società pubbliche? Perché le autorità considerano Vision 2030 come un santo Corano intoccabile e senza possibilità di correzione?
 
Ecco qualcuna delle domande poste dal pubblico saudita – come testimonia il dibattito sulle reti sociali – e alle quali il governo non risponde.
 
Troppo potere concentrato
 
Ma la monarchia saudita è un sistema di potere centralizzato, che non solo blocca i reali tentativi di dibattito, ma anche gli sforzi reali per creare una economia diversificata che dipenda dal capitale umano.
 
Prendete il sistema educativo saudita. In una economia mondializzata, vi sono competenze standard che ogni sistema educativo deve assicurare ai suoi diplomati. Per esempio in Irlanda, l’Expert Group on Future Skill Needs (EGFSN) individua un largo ventaglio di conoscenze che le future forze del lavoro devono garantire per trovare occupazione nelle economie moderne.
 
Sono le competenze fondamentali per potere ottenere un lavoro, soprattutto saper leggere e scrivere, saper fare di conto ed avere conoscenze di base nelle tecnologie dell’informazione e della comunicazione. Poi le capacità individuali come le attitudini comunicative. Infine vi sono competenze concettuali e di pensiero come la ricerca, l’analisi, la soluzione di problemi, la pianificazione, il pensiero critico e le capacità creative.
 
Invece il sistema educativo saudita non assicura le competenze più elementari dell’alfabetizzazione in arabo e del far di conto, nonostante il budget astronomico, che si eleva a più di 53 miliardi di dollari nel 2017.
 
E’ una cifra assurda, se si tenga conto dei risultati mediocri, come dimostra la generale incapacità a trovarsi un lavoro dei suoi diplomati. Come aveva segnalato un editorialista per Mideast Posts nel 2012 :
 
« Forse il problema più insidioso è che, dopo essere stati istruiti ad una visione ristretta, questi diplomati hanno la tendenza a guardare il mondo attraverso le lenti di questa visione ristretta… esso hanno un diploma, ma sono meno istruiti, nel senso che conoscono meno il mondo, l’umanità di quasi qualsiasi altro diplomato del mondo. Gli unici lavori che sono in grado di svolgere sono quelli creati artificialmente dal governo nel Comitato per la promozione della virtù e la prevenzione del vizio ».
 
Un rapporto dell’OCSE del 2016 ha rivelato che « la percentuale dei giovani in attesa di un master o un diploma equivalente è uno dei più bassi tra i paesi dell’OCSE e i partner economici i cui dati siano disponibili », classificando i Sauditi alla 37° posizione su 38.
 
Il problema non è neppure il numero limitato di diplomati. Mohammad I al-Hassan, vice-presidente per gli affari educativi e accademici dell’Università di re Saud, si chiedeva dieci anni fa: « Come mai, se molti del nostro staff sono laureati a Yale, a Harvard e a Stanford, non riescono a fare qualche scoperta? Non esiste un sistema di gestione e non spendiamo soldi per la ricerca, questo quindi non è un buon posto per promuovere l’originalità ».
 
Poche cose sono cambiate in seguito.
 
Le capacità analitiche sono per loro natura trasferibili e non richiedono specializzazioni in diritto o economia. Esse consentono di esaminare tutti gli ambiti dell’esistenza sociale e ciò permette a cittadini capaci di pensare in modo indipendente dalla propaganda di Stato. Ebbene, la famiglia regnante saudita teme l’emergere di un tale tipo di cittadini – e il sistema educativo è accuratamente concepito per impedire una simile emancipazione.
 
Invece l’educazione formale in Arabia Saudita è concepita per ottenere specifici risultati, e funziona come un’operazione di controllo delle menti,  con una importanza eccessiva accordata agli insegnamenti di obbedienza incondizionata ai governanti – fiqh ta-at wali al-amr). E’ un metodo di sistematico lavaggio del cervello lungo 12 anni, concepito per produrre deliberatamente cittadini inetti, incapaci di emanciparsi da quel che amano chiamare « il consenso della nazione » a obbedire incondizionatamente al re.
 
Ma per quanto il « consenso della nazione » sia un mito, gran parte dei Sauditi non riesce a consideralo tale per le ragioni che abbiamo detto. Esso resta l’idea, promossa dai canali di espressione governativi, soprattutto le prediche durante la preghiera del venerdì e le trasmissioni di televisioni religiose.
 
Questa mancanza di controllo sul governo e la concentrazione del potere non possono che ostacolare un vero sviluppo economico. Pensate all’industria della tecnologia e all’importanza di una costante innovazione per produrre nuovi prodotti e sviluppare nuovi mercati. E’ semplicemente irrealizzabile nel contesto saudita, le cui deficienze istituzionali impediscono ogni speranza di un’economia diversificata.
 
Dove vanno i soldi ?
 
Una delle cause principali di questo fallimento del governo è l’assenza di controlli. Per esempio nel 2014 l’Arabia Saudita ha annunciato quello che ha chiamato il progetto del re Abdallah per riformare il settore della pubblica istruzione; « un piano in quattro anni del valore di più di 80 miliardi di riyal sauditi (21,33 miliardi di dollari) per migliorare il settore educativo del paese… »
 
Poi Abdallah è morto nel gennaio 2015 e sul trono è salito un nuovo re. Il re Salman ha annunciato nuove strategie che sostituiscono quelle precedenti. Ma che cosa ne è stato del progetto annunciato solo un anno prima? O dell’imponente budget che era stato stanziato?
 
Il progetto era stato annunciato dal principe Khaled al-Faisal, il ministro dell’educazione dell’epoca, durante una conferenza stampa nel 2014, anche se il progetto era di fatto finanziato da miliardi di dollari presi dai bilanci dello Stato dal 2008 al 2015.
 
Nel corso della conferenza, Faisal aveva menzionato somme enormi per ciascun segmento del progetto – ma su quali basi si era giunti a queste cifre e chi avrebbe controllato come il denaro sarebbe stato speso non era chiaro.
 
In assenza di controlli efficaci e indipendenti, e col modo che il governo ha di mettere a tacere i difensori dei diritti, il modo in cui sono stati attribuiti gli appalti o come si siano raggiunte queste cifre è opaco.
 
Potrebbe chiarirlo Faisal, che attualmente è governatore della provincia di La Mecca. Ma nessuno ha il potere di chiedergliene conto: invece di far ciò gli hanno solo assegnato un altro posto, lasciando queste domande senza risposta.
 
Il ministero dell’Educazione, sotto la sua direzione, ha ricevuto enormi somme per la sedicente riforma del sistema di istruzione pubblica. Tuttavia il progetto non ha mai prodotto alcun risultato: nominandolo governatore di La Mecca, il governo gli ha effettivamente accordato l’immunità nei confronti di qualsiasi ripercussione potenziale.
 
Ci si potrebbe eventualmente rivolgersi alla commissione anticorruzione saudita, Nazaha, per verificare che cosa è successo. Essa dovrebbe essere indipendente sul piano finanziario e politico e non dovrebbe rendere conto se non ai rappresentanti del popolo. Ma è impotente, I suoi membri sono nominate dal governo e non hanno alcuna autorità chiara. Non può svolgere indagini e, senza una totale autonomia, alla fine non ha senso.
 
Invece essa serve solo a ingannare il pubblico facendogli credere che il governo combatte seriamente la corruzione. In realtà la commissione, così come è, è parte del problema.
 
Il piano del 2014 dovrebbe essere oggetto di controlli. I ministri coinvolti dovrebbero essere interrogati nel corso di audizioni pubbliche dai rappresentanti del popolo, piuttosto che dalle persone nominate dal governo, come il Consiglio della Shura.
 
In pratica gli insegnati e gli studenti non ne hanno molto beneficiato, molti dicono che i progetti educativi hanno penosamente fallito. Quando il ministro dell’Educazione, Ahmed Aleissa, ha tweettato il suo ringraziamento per l’interesse del governo all’istruzione, è stato solo canzonato e ingiuriato.
 
Il problema con le soluzioni provvisorie
 
L’Arabia saudita, a causa del suo sistema politico, ha preferito sempre ricorrere a quelle che considera le soluzioni facili.
 
Per esempio, il programma del Ministero del Lavoro, Nitaqat, obbliga il settore privato ad assumere i cittadini sauditi. Le imprese private affrontano gravi conseguenze se sottoimpiegano dei Sauditi, con un blocco efficace delle loro imprese e col ritiro della licenza.
 
E’ un esempio classico del fatto che il governo trasferisce la responsabilità dei suoi fallimenti alla società. L’inettitudine al lavoro degli studenti sauditi è una diretta conseguenza di un sistema di istruzione saudita inadeguato: si impedisce loro perfino di andare in scuole private internazionali che insegnano programmi occidentali, oltre a quelli arabi e islamici.
 
Tali scuole non costituiscono alcuna minaccia all’identità araba e islamica dell’Arabia Saudita perché insegnano argomenti associati: il problema, come percepito dalle autorità, è piuttosto politico, il timore che insegnino la capacità di un pensiero indipendente agli scolari.
 
Ne viene fuori un settore privato che paga il prezzo dell’incapacità di Riyadh a trovare un equilibrio tra il bisogno di manodopera qualificata per l’economia moderna e gli interessi politici centralizzati.
 
Succede allora che molte imprese assumano giovani sauditi in impieghi inesistenti, e li paghino per non fare niente. Alcuni si presentano solo alla fine di ciascun mese per ricevere la paga, e poi spariscono di nuovo.
 
Per riprendere proprio le parole di Mohammed ben Salman, le « soluzioni provvisorie » son il modo con cui il governo saudita esercita le sue attività.
 
L’ultima risorsa
 
Il Fondo di investimento pubblico saudita ha annunciato ad agosto 2017 il progetto di stazione balneare del Mar Rosso, una destinazione di vacanza internazionale sulla costa ovest della terra santa (sì, l’espressione è stata usata deliberatamente).
 
Una società conservatrice e tradizionale è stata informata che il suo governo intende creare un complesso turistico dove non si applichino le regole del paese – in particolare la segregazione sessuale e il codice d’abbigliamento « islamico » – a qualche centinaia di chilometri dai siti più sacri dell’islam.
 
Nella brochure, si afferma che il progetto creerà 35 000 posti di lavoro e porterà entrate annuali per 15 miliardi di riyal sauditi (4 miliardi di dollari). Però quanti soldi siano stati spesi per tale investimento non si dice da nessuna parte – e dunque non sarà possibile capire se il progetto costituisce un buon investimento.
 
In secondo luogo, questo progetto costituisce un problema etico e politico, con l’imposizione di valori alieni.
 
Non è il risultato di una evoluzione culturale naturale della società, ma una decisione reale che, da un giorno all’altro, si trasforma da un fanatismo religioso rigoroso. E’ un insulto per una parte importante della società saudita, che per decenni ha aderito alla propaganda religiosa ufficiale.
 
Parliamo del futuro dell’Arabia Saudita
 
Se ne può solo concludere che nessuna vera diversificazione economica è possibile nella forma attuale, e ancora meno un mondo post-petrolio. Il fatto che Riyadh non riesca a rendere meno centralizzato l’esercizio del suo potere è semplicemente incompatibile con questo obiettivo.
 
La corruzione gonfia eccessivamente il costo di tutti I progetti e si mangia tutti i profitti. La decentralizzazione politica e le iniziative di lotta contro la corruzione sono l’unica strada da percorrere se il nuovo governo di Mohammed ben Salman desidera realmente ottenere veri cambiamenti.
 
Ma un vero cambiamento è possibile solo con un sistema di istruzione di qualità e il riconoscimento della libertà di pensiero e di espressione. E il sistema di istruzione saudita, allo stato, accresce solo il tasso di disoccupazione del paese.
 
Deve essere sostituito da un sistema che offra razionalità e altre capacità analitiche e concettuali: altrimenti il governo dovrà fronteggiare grandi sfide nel futuro.
 
Inoltre il riconoscimento della libertà di pensiero e di espressione può, a lungo termine, creare un contesto favorevole a riforme liberali nel paese. Così si costruirebbe un quadro nel quale potrebbero prendere forma nuove idee, per la nascita di una società tollerante.
 
E’ interesse di tutti permettere un preventivo dibattito pubblico e di non prendere la società, come in questo caso, alla sprovvista.
 
 
 (*) Non divulghiamo l’identità dell’autore, che è evidentemente un Saudita che vibe nel suo paese, per non esporlo a rischi
 
 
 
 
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