Le Journal Hebdomadaire 21-27 aprile 2007


Dieci chiavi di lettura per comprendere i Kamikaze

1) Chi sono?

La maggior parte sono giovani sfaccendati, marginali di una società che dimostra, nei loro confronti, un atteggiamento di rigetto sistematico.
Sono venuti dai quartieri periferici di Casablanca (Sidi Moumen a l’occorrenza), dove lo Stato è assente da diversi lustri. Il caso dei fratelli Maha (kamikaze di Boulevard Moulay, mentre Youssef  è cresciuto a Derb Soltane) aggiunge un carattere nuovo: possono non essere poveri all’estremo, ma hanno certamente in comune un passato di microcriminalità o di introversione psicologica che amplifica il loro isolamento sociale. Altra constatazione sconcertante: i fratelli Maha non sono affatto molto devoti e religiosi, e questo complica ancora di più il compito dei servizi di sicurezza che hanno maggiori difficoltà a delineare il loro profilo. Se molti di loro sono tra quelli che furono senza troppi complimenti sbattuti in galera nel dopo-maggio 2003 (dunque schedati dalla polizia), di altri non si è mai conosciuto un passato da militanti.


2) Quali sono le loro motivazioni?

Si tratta di “esecutori del terzo cerchio” secondo l’espressione coniata da specialisti di questo nuovo tipo di terrorismo insurrezionale, come Mohamed Darif.Essi sono ben lontani dall’avere padronanza della pianificazione dei loro progetti terroristi e ancora meno del loro orientamento ideologico. Fanno parte di cellule di base messe su da quadri intermedi, che hanno la responsabilità del loro coordinamento. Per questi “piccoli soldati della Jihad”, la motivazione principale è di iscrivere le loro esistenze in un ideale al quale non avrebbero mai potuto aspirare da soli. Un impegno morboso consente di rompere il loro isolamento sociale e psicologico. Sono (e questo è un punto nodale per capire l’ampiezza della minaccia) reclutati in tempi record e formati per servire come bombe umane. La velocità con cui sanno sparpagliarsi e riunirsi consente ai loro comandanti di premunirsi contro uno smantellamento totale della rete.


3) Come sono reclutati?

Oltre ai legami di vicinanza e a quelli familiari e sociali, è Internet lo strumento più efficace nelle mani dei reclutatori. Lo schermo consente di offrire un universo virtuale capace di sublimare l’integrazione dei futuri kamikaze, di fungere da catalizzatore per i loro deliri schizofrenici e di fornire loro codici di comportamento fino all’atto finale. Internet è capace di offrire anche dei nuovi punti di riferimento, idoli esaltati e dunque un’obbedienza assoluta. Pure i canali televisivi panarabi giocano un ruolo formativo considerevole, anche a causa del totale fallimento della televisione pubblica marocchina. Offrono un’alternativa di punti di vista a proposito dei dibattiti che agitano il mondo mussulmano, uno spazio di confronto tra le posizioni ufficiali dei regimi e le opinioni pubbliche. Questa novità fa sì che i futuri djihadisti si possano “fabbricare” rapidamente una coscienza politica, una specie di pret a penser completato da un indottrinamento più preciso e tecnico nell’intreccio di forum, siti, chat rooms su Internet, dove l’interattività permette al futuro reclutato di darsi una identità personale, di dare consistenza alla sua persona in un mondo virtuale abitato da suoi simili. Negli anni ’80 ci volevano mesi, addirittura anni, per sedurre, convincere, formare e utilizzare un djihadista in Afghanistan. Non poteva diventare operativo, se non dopo un soggiorno in un campo di addestramento. Oggi è diverso: i rudimenti del perfetto djihadista sono accessibili sul Net. Secondo la DST francese, si contavano nel 1997 non più di una quindicina di siti djiadisti, oggi sono quasi 4500.


4) Fanno parte di Al Qaida?

Se si considera che Al Qaida è oramai un porto franco al quale ci si può liberamente affiliare, la risposta è assolutamente positiva. Nello specifico caso delle operazioni marocchine, hanno agito cellule in sonno, attivate per l’occasione per rispondere alla forte pressione poliziesca. Tutto induce a credere che il Marocco non sia (o almeno non ancora) un teatro per le operazioni di Al Qaida, la quale concentra i suoi sforzi in Iraq, vero campo di battaglia contro il nemico nordamericano. Il Marocco, e più in generale il Maghreb, costituiscono per Al Qaida e le organizzazioni affiliate una straordinaria riserva di potenziali djihadisti per l’Iraq, tenuto conto della sua situazione demografica, delle grandi disparità sociali e della risonanza che ha la situazione irachena presso l’opinione pubblica maghrebina. Diverse filiere di reclutamento molto efficienti sono servite a  convogliare sul teatro delle operazioni irachene diverse centinaia di marocchini (o di origine marocchina) per operazioni suicide contro l’esercito nordamericano. La cellula di Raydi o dei fratelli Maha non sono altro, forse, che dei contingenti difensivi di retroguardia rispetto a queste filiere, con funzione solo di trasmissione di messaggi.



5) Quali sono i loro messaggi?

Il messaggio di Al Qaida avrebbe così una triplice portata: prima di tutto all’indirizzo delle autorità marocchine per segnalare che possono agire in Marocco dovunque e in qualsiasi momento, utilizzando candidati al sacrificio dal profilo insospettabile. E’ una reazione alla caccia di cui sono fatti oggetto e un avvertimento per quelli che vorrebbero ostacolare la loro volontà di reclutare marocchini per l’Iraq. Il secondo messaggio è per gli Stati Uniti, per metterli in guardia contro qualsiasi velleità di costringere le autorità marocchine ad essere più decisi nel frenare il flusso di candidati alla Jihad in Medio oriente. Infine, ed è forse il messaggio più originale, si rivolgono all’opinione pubblica marocchina per insistere sul fatto che la popolazione non costituisce un bersaglio, che loro individuano nei simboli dello Stato (polizia) e nei suoi alleati protettori, gli Stati Uniti. Questa posizione non meraviglia, perché è simile a quanto hanno già fatto in Arabia Saudita.


6) Ci sono dei legami con gli avvenimenti algerini?

Oltre la concomitanza degli avvenimenti, la recrudescenza degli attacchi terroristici in Algeria sotto la bandiera di “Al Qaida in Maghreb” dimostra il grande interesse dell’organizzazione per questa regione del mondo arabo.
Con l’Iraq come terra di Jihad, dove Al Qaida ha già simbolicamente eretto un califfato, il Maghreb costituisce il polo di maggiore reclutamento. Il mutamento di denominazione del GSPC algerino in sezione di Al Qaida per il Maghreb non è un semplice cambiamento di nome. Si tratta di molto più della sola testimonianza del coinvolgimento di Al Qaida in modo diretto e organizzato. La differenza col Marocco è solo nel livello di minore sofisticazione, perché in Algeria vi sono gruppi salafisti combattenti venuti fuori dalla guerra civile e addestrati alla guerriglia urbana. L’obiettivo dell’ex GSPC è duplice: reclutare come in Marocco più djihadisti ma anche continuare a perseguire il loro originario progetto di combattere il regime algerino. I legami tra i terroristi marocchini e i loro omologhi algerini sono diffusi sebbene le loro motivazioni e la loro operatività obbediscano a imperativi ancora molto diversi. Tuttavia non si può escludere che si possa assistere a breve ad un livellamento e ad una omogeneizzazione degli obiettivi.



7) Si tratta di un terrorismo residuale?

Le autorità marocchine hanno minimizzato la portata degli ultimi incidenti, avanzando la tesi di un gruppo di terroristi residuale e senza scampo dopo l’arresto del loro cervello (la cui identità non è stata ancora rivelata). In questo discorso sono però rivenibili delle contraddizioni. Il numero esatto di terroristi latitanti sconosciuto ai servizi di sicurezza, la scelta degli obiettivi che non sembra casuale, la volontà di tenere distinti questi avvenimenti dall’arresto di Saad Housseini (sospettato di essere coinvolto negli attentati di Casablanca del maggio 2003 e in quelli di Madrid) suggeriscono dubbi a proposito di questa tesi. La quantità impressionante di esplosivo scoperto in diversi nascondigli lascia pensare a un fenomeno meno sotto controllo e di scala più grande.


8) Gli Stati Uniti sono coinvolti?

Sono coinvolti perché hanno costituito uno degli obiettivi dei fratelli Maha, venuti a farsi esplodere davanti al consolato nordamericano di Casablanca e all’American Language Center. Il comunicato del Dipartimento di Stato secondo cui gli “obiettivi non erano chiari” lascia perplessi. Può essere interpretato come espressione della volontà degli USA di non fare emergere il dibattito sul loro coinvolgimento in Iraq e il suo probabile legame con la insorgenza del terrorismo in Marocco, e più generalmente nel Maghreb, intaccando ancor più la loro immagine agli occhi dell’opinione pubblica araba.



9) Quale è la reale influenza del religioso?

Il religioso è in secondo piano. Sembra segnare il passo, tanto la mobilitazione per l’Iraq trascende agli occhi dell’opinione pubblica marocchina la questione puramente religiosa. Certo, alcuni personaggi come Abdelfattah Raydi, il kamikaze del cybercaffé, erano conosciuti come profondamente salafisti-djihadisti. Essi però non rappresentano l’esempio tipico del kamikaze marocchino, prova ne sia il caso dei fratelli Mohamed e Omar Maha che non erano affatto radicali. Il neoterrorismo marocchino sarebbe alimentato più dalla concomitanza di diversi fattori: una fortissima esclusione sociale, una adesione totale ad un ideale pan-islamico e antiamericano divulgato via internet e attraverso certi canali satellitari, un substrato di violenza urbana. Il religioso serve a giustificare sotto il profilo morale una violenza orientata contro i rappresentanti di tutti i mali, le autorità all’occorrenza (polizia, servizi di sicurezza etc…) e i simboli del loro protettore nordamericano.


10) Perché le cinture di esplosivo?

Ci sarebbe una duplice spiegazione per l’uso di cinture di esplosivo. Prima di tutto, sul piano simbolico, è lo strumento identitario della lotta degli oppressi di fronte alle forze militari nemiche (Israele, Stati Uniti). Questo simbolo permette di dare senso politico all’azione terrorista propriamente detta. Gli appartiene poi anche il significato di martirio, perché si dà la morte mentre la si riceve. Inoltre perché quest’arma è assai semplice da fabbricare (su internet si può trovare il modo di impiego e tutto l’occorrente è disponibile sul mercato), da trasportare (si porta a tracolla o alla vita) e a fare scoppiare (è sufficiente un piccolo detonatore).

Le Journal Hebdomadaire (traduzione a cura di OSSIN)

 

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