Silenzi e scoppi

di Mustapha Hammouche

Quattro giorni dopo, resta difficile delineare l’impatto del duplice attentato omicida di Algeri. La disinvoltura con la quale i responsabili algerini rispondono al pericolo terrorista è indicativa di un grande fraintendimento: quando noi parliamo della nostra inquietudine, loro ci oppongono la loro legittimazione. “Questo tale attentato è il segno della disperazione dei gruppi terroristi, quell’altro è un gesto di…”ci dicono in sostanza. Il ministro dell’interno aveva già avuto modo di scoprire i ritardi con cui avevano registrato gli effetti della evoluzione “qaidista” del GSPC, quando ha dichiarato che niente cambia se il gruppo si faccia chiamare “GSPC, al-Qaida per il Maghreb islamico o… Kaddour Ben Ali”.

La società civile, cui è vietato di esternare i suoi sentimenti più spontanei, soffoca ogni reazione nell’intimità. Quando un microfono arriva a sollecitare la parola di un cittadino, è sempre per raccogliere un pezzo scelto di politichese: “Il popolo vuole la pace”; “Queste azioni non hanno niente a che vedere coi valori dell’Islam..”
Quando, negli anni ’90, sul piano della cultura politica era ancora permesso condannare il terrorismo islamista, ed anche sfidarlo, c’era ancora qualche isoletta di resistenza morale e politica. Allora era possibile esprimere riprovazione nei confronti dell’atto terrorista per quel che era: un crimine abietto. E magari criticare lo Stato per avere fallito il suo compito di dare sicurezza ai cittadini.
Oggi, l’atto terrorista non è più condannabile se non come azione contraria alla politica di riconciliazione nazionale. Non è permesso rimettere in discussione la strategia ufficiale, anche se ha fallito l’obiettivo che la legittima: la pace. I detrattori della sacra carta sono posti sullo stesso piano di chi mette le bombe, quello dei nemici della riconciliazione nazionale.
 Zerhouni ha bene riassunto questo punto di vista, addossando la responsabilità degli attentati di Algeri al concetto generico di “nemici della riconciliazione nazionale”. Tuttavia gli attentati terroristici non hanno aspettato l’ordinanza del 27 febbraio 2006. Non esistono i nemici della libertà, ci sono al loro posto i nemici di una scelta politica. E’ per questo che al monologo ufficiale e agli scoppi assassini non risponde altro che il mutismo tormentato ma fatalista della società civile. Ci si potrebbe infatti stupire del silenzioso ritiro degli Algerini di fronte all’orrore, mentre gli Spagnoli per esempio escono per strada, a milioni, al minimo assassinio dell’ETA.
E’ che qui le manifestazioni, a meno che non siano “di sostegno”, sono vietate da più di un decennio. I partiti accedono ai media pubblici in occasione delle scadenze elettorali; i sindacalisti rischiano la prigione per una chiamata allo sciopero; la società civile si è convertita al clientelismo politico; i giornali si esercitano nelle lodi per sfuggire alla repressione economica e giudiziaria. Questo oscuramento della società, che tende a sradicare ogni contestazione di ogni natura, mette il potere faccia a faccia solo con l’integralismo, violento o entrista.
L’approvazione referendaria che ci ha strappato dispensa il potere – lui crede – di fornire spiegazioni sulla sua incapacità a garantire la sicurezza nella sua strategia di riconciliazione.

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