Il manifesto 13 aprile 2007


L'Africa di al Qaida


Giampaolo Calchi Novati

 

Benché tutte le formazioni che si richiamano all'islam politico si muovano in un orizzonte internazionale, perché la fede o l'ideologia di riferimento è universale e transnazionali sono i luoghi in cui si svolgono l'educazione e l'indottrinamento, i piani operativi e i finanziamenti, la fenomenologia del fondamentalismo islamico nel Maghreb ha origine essenzialmente nelle società locali. L'apparizione di un movimento che si autodefinisce al-Qaeda nella terra del Maghreb è una prima stonatura e un motivo di ulteriore disturbo. E' probabile infatti che i collegamenti dei gruppi militarizzati di Marocco e Algeria con una rete a più vasto raggio, fuori contesto, possano rendere più complicate sia le operazioni di prevenzione e repressione che le politiche di inserimento.
In Algeria, dopo tutto, è stato tentato l'esperimento più compiuto, peraltro finito in tragedia, di formalizzare e legalizzare un partito islamista. La normalizzazione avviata dal presidente Bouteflika, e racchiusa nella strategia detta di «concordia nazionale», scarta lo «sradicamento» che era propugnato a suo tempo dagli oltranzisti e ambisce ad andare al di là di un'impostazione puramente «securitaria». In Marocco, dove la dinastia è circondata da un'aura di misticismo che esaurisce in parte la carica integralista, il Partito islamico della giustizia e dello sviluppo (Pjd) non ha nessun rapporto con chi è impegnato nell'azione terroristica ed evita qualsiasi atto che possa suonare come una frattura, ma guadagna sempre più consensi nelle elezioni sebbene abbia adottato una specie di autorestrizione non presentando candidati in tutte le circoscrizioni.
Anche se gli avvenimenti del Medio Oriente o del Corno sono lontani, e per certi aspetti sono esorcizzati affinché non siano troppo invadenti, l'onda d'urto che ne deriva raggiunge anche il Maghreb. Nella crisi del Golfo del 1990-91, il Fis (Fronte islamico della salvezza), che all'inizio era stato più che prudente sull'atto di forza compiuto da Saddam contro il Kuwait per non urtare la suscettibilità dell'Arabia Saudita, suo principale elemosiniere, dovette venire allo scoperto allorché si rese conto del rancore con cui le masse algerine e maghrebine in generale reagivano all'offensiva degli Usa e degli europei. L'Iraq aveva commesso un sopruso ma l'Occidente aveva tollerato, di fatto senza obiezioni, l'occupazione israeliana della Palestina in corso dal 1967. Le successive guerre in Afghanistan e di nuovo in Iraq hanno colpito l'opinione pubblica soprattutto per la volontà di dominio e lo strapotere tecnico-militare di cui danno prova le potenze occidentali quando si tratta di paesi arabi o islamici. Le vicende dell'Afghanistan hanno lasciato una traccia dolorosa nel terrorismo algerino: gli irriducibili erano reduci dalla guerra dei gruppi tribali contro il governo di Kabul allora sostenuto dai sovietici ed erano noti come «afghani».
Nel caso della Libia, la mossa più clamorosa della politica di riavvicinamento all'Occidente di Gheddafi non ha preso spunto dalle questioni del fondamentalismo o del terrorismo ma piuttosto da quella della proliferazione delle armi di distruzione di massa, ma sempre con riguardo al Medio Oriente. Si era nel clima inquinato dalle accuse rivelatesi false di Stati Uniti e Gran Bretagna sugli ordigni in possesso dell'Iraq. Il 19 dicembre 2003 il ministro degli Esteri libico annunciò, con un'enfasi sospetta, che il governo di Tripoli aveva deciso di procedere alla distruzione sotto controllo internazionale del programma per costruire armi atomiche, biologiche e chimiche.
Con forme e implicazioni diverse da paese a paese, l'islam politico è una presenza fissa nella transizione verso il pluralismo e la democrazia rappresentativa. L'islam e in generale la religione non aveva avuto una grande rilevanza nel processo di emancipazione dal colonialismo e nel consolidamento degli stati indipendenti. Tuttavia, come hanno dimostrato le ricerche sociologiche in Algeria, il senso di appartenenza alla nazione musulmana ha avuto sicuramente più presa nella coscienza di ciascuno, a livello personale, che nell'ideologia e nel linguaggio del movimento nazionale. Con il tempo, l'affermazione dell'islamismo è diventato il modo d'essere della protesta di chi si sente escluso dal potere ed è il segnale di una crisi che coinvolge tutto lo stato.
Alla base dei risentimenti c'è anche il mezzo fallimento del partenariato euro-mediterraneo su cui i governi del Maghreb avevano puntato in via prioritaria. L'impegno per il co-sviluppo, la cooperazione e l'integrazione è svanito nel nulla in un'emergenza che non tutti percepiscono allo stesso modo. Molta irritazione provoca in particolare la chiusura delle frontiere europee all'emigrazione creando una scissione fra due mondi che le élites e le popolazioni sono state sempre abituate a pensare come comunicanti.

 

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