Voltairenet, 24 dicembre 2019 (trad.ossin)
 
Jihadismo: organizzazione o ideologia?
Thierry Meyssan
 
L’espansione dei Fratelli Musulmani in Occidente e in alcuni Paesi arabi non deve occultare la crisi che ha investito la Confraternita in molti altri paesi. Quest’organizzazione politica segreta, che propaganda una falsa immagine dell’islam, controlla l’insieme del movimento jihadista. Legata ai servizi segreti britannici dalla fine della seconda guerra mondiale, la Confraternita si è legata anche a Israele dal 1977. In un editoriale pubblicato da Al-Watan, Thierry Meyssan dimostra come Benjamin Netanyahu, promotore di una visione politica del giudaismo, dica contemporaneamente due cose diverse, a seconda dei suoi interlocutori
 
 
Un articolo pubblicato dal settimanale conservatore britannico The Spectator è stato re-twittato sia dal ministro degli Esteri degli Emirati Arabi Uniti, sia dal primo ministro israeliano. Entrambi vi hanno visto il riconoscimento dei propri sforzi, che pure sono molto diversi tra loro.
 
The Spectator constata che attualmente la religione ebraica ha diritto di cittadinanza in diversi Stati arabi dove era prima bandita. Secondo il settimanale, questo risultato nasce dal ripudio dell’ideologia dei Fratelli Musulmani, dopo il fallimento delle primavere arabe. La rivista colloca tale novità in stretta correlazione con la più ampia crisi religiosa che ha investito la fede islamica nei paesi arabi: nel giugno scorso un sondaggio del Baromètre Arabe, che ha intervistato 25 mila arabi in 12 Paesi, ha rilevato che il numero di persone che si dichiarano «non religiose» è passato dall’8 al 13%; e raggiunge il 18 tra i giovani di meno di 30 anni.
 
Secondo Abdullah bin Zayed Al Nahyan l’accettazione del giudaismo è frutto della politica intrapresa dagli Emirati: il regno si è dotato di un ministero della Tolleranza, che organizza ogni genere d’iniziative finalizzate ad una migliore conoscenza, comprensione e accettazione delle altre religioni. Ciò facendo, gli Emirati si mantengono fedeli alle tradizioni del loro popolo di pescatori e commercianti, proiettati verso l’India e le sue molteplici religioni. Per questa ragione hanno ingaggiato una lotta senza quartiere contro i Fratelli Mussulmani, che li ha riavvicinati alla Siria, dove hanno da poco riaperto l’ambasciata.
 
Ma Benjamin Netanyahu non la vede allo stesso modo. Secondo lui, l’accettazione del giudaismo equivale all’accettazione d’Israele, che per sua volontà è diventato, con il voto della Knesset, «Stato degli ebrei». Questa legge discriminatoria è invisa a gran parte dell’opinione pubblica israeliana, comprese ovviamente le minoranze musulmane, druse, e cristiane. Avigdor Lieberman ha impedito la formazione di una maggioranza parlamentare, opponendosi alla presenza nel governo di partiti religiosi. Da un anno gli elettori israeliani sono divisi: da un lato quelli che si definiscono «ebrei» e si riconoscono in Benjamin Netanyahu; dall’altro quelli che si definiscono «israeliani» e che sono schierati con Benny Ganz.
 
È difficile dimenticare che Israele ha aiutato Al Qaeda a partire dal 1977, rifornendola di armi in Afghanistan, e successivamente Daesh, dopo la sua trasformazione nel 2014. Allo stesso modo Israele ha favorito la nascita di Hamas, ramo palestinese dei Fratelli Musulmani, in funzione di contrasto al laico Fatah di Yasser Arafat. Al contrario gli Emirati Arabi Uniti, dopo aver seguito l’esempio saudita, hanno cessato ogni contatto con la Confraternita fin dal 2016, l’anno in cui è stato istituito il loro Ministero della Tolleranza – quindi prima del discorso del presidente Donald Trump a Riad contro la creazione di Stati jihadisti. In precedenza avevano sostenuto gli jihadisti in Siria e mantenuto fino al 2017 legami con il partito dei Fratelli Musulmani yemenita. Attualmente hanno completamente cambiato rotta. Lo hanno fatto da soli, non su pressione della Casa Bianca.
 
The Spectator confonde l’azione degli Emirati contro i Fratelli Musulmani per la pace, e quella di Benjamin Netanyahu per il controllo del Medio Oriente allargato e del Sahel, con la complicità dei Fratelli Musulmani. In tal modo seppellisce un po’ troppo frettolosamente la causa palestinese. Non riesce nemmeno ad accorgersi che gli Emirati si sono aperti ad altre religioni, in particolare al cristianesimo, come ha dimostrato la visita di papa Francesco dello scorso febbraio. E non riesce nemmeno a distinguere tra la lotta alla Confraternita in quanto organizzazione (che attualmente fanno i Sauditi) e quella che è contemporaneamente contro l’organizzazione e la sua ideologia (oggi perseguita dagli Emirati).
 
 
 
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