VITA E MORTE DI UNA MILITANTE LESBICA AFRICANA: FANNY ANN

 

La notte di mercoledì 29 settembre 2004, Fanny Ann Eddy, militante lesbica della Sierra Leone, è stata uccisa nei locali della SILLAGA, l’associazione che aveva fondato e che dirigeva. Gli aggressori si sono introdotti negli uffici dove la donna si trovava da sola a lavorare e l’hanno strozzata.
In un primo momento si era diffusa la notizia che fosse stata violentata e questo aveva anche fatto pensare che la morte fosse da imputarsi alla sua militanza in favore dei diritti di gay e lesbiche. Successivamente l’ipotesi è stata smentita e, inoltre, la scomparsa del computer, di un generatore di elettricità e del suo telefono mobile hanno suggerito che possa invece essersi trattato solo di una banale e tragica rapina.
Fanny Ann si batteva da molti anni per la difesa dei diritti degli omosessuali. Malgrado il machismo e l’omofobia diffusissimi in Sierra leone, si era ugualmente esposta con grande coraggio, nel suo paese e all’estero. Ha partecipato infatti ai lavori della Commissione dei diritti dell’uomo delle Nazioni Unite e a quelli dell’UNCHR a Givevra ed è stata presente in maniera attiva durante l'All Africa Human Rights Symposium, a Johannesburg.



INTERVENTO DI FANNY ANN NEL 2004 DINANZI LA COMMISSIONE DIRITTI UMANI DELL’ONU

Mi chiamo Fanny Ann Eddy e rappresento MADRE, sono anche membro dell’associazione lesbiche e gay della Sierra Leone.
Vorrei potervi dire che noi siamo un gruppo vulnerabile e a rischio, non solo nel mio amato paese, la Sierra Leone, ma in tutta l’Africa. Io mi occupo della comunità lesbica, gay, bisessuale e trasgener, un argomento che la maggior parte della classe dirigente africana preferisce evitare. Infatti molti di loro non vogliono nemmeno riconoscere che esistiamo e questo provoca molte disastrose conseguenze per noi.
Noi esistiamo, ma in ragione del rifiuto della nostra esistenza, siamo costretti a vivere nella paura continua: paura della polizia e dei funzionari che hanno il diritto di arrestarci e sbatterci in prigione per la sola ragione del nostro orientamento sessuale. Recentemente un giovane gay è stato arrestato a Freetown per essersi travestito da donna. E’ rimasto detenuto per una settimana intera senza che gli fosse stata elevata alcuna imputazione. Io ho potuto personalmente discuterne con le autorità per ottenerne la liberazione, tuttavia la maggior parte di quelli come lui possono essere mantenuti indefinitamente in stato di detenzione, perché ci sono davvero poche persone in grado di farsi ascoltare dalle autorità.
Noi viviamo nella paura che le nostre famiglie ci rinneghino, perché è frequente per noi essere cacciati di casa quando la nostra diversità diventa notoria. Tra le persone scacciate di casa a cagione del loro orientamento sessuale, molti sono giovani senza nessun luogo dove andare. Così diventano senza fissa dimora, senza denaro per mangiare e senza lavoro e finiscono col prostituirsi per sopravvivere.
Viviamo nella paura all’interno della nostra comunità, dove siamo oggetto della pressione e della violenza dei vicini o di altri. Le autorità non puniscono le aggressioni omofobe, qualcuno addirittura incoraggia i comportamenti discriminatori e violenti nei nostri confronti.
Quando i leaders africani prendono a pretesto la cultura, la tradizione, la religione e le norme ataviche per negare la nostra esistenza, trasmettono un messaggio di tolleranza verso la discriminazione, la violenza e l’indegnità globale.
Questa condanna produce effetti disastrosi anche nella lotta al VIH/Sida. Secondo una recente ricerca edita nel 2003 dall’associazione lesbiche e gay della Sierra Leone in collaborazione con un istituto medico del paese, il 90% degli uomini che hanno rapporti sessuali con uomini, ne hanno anche con le donne, mogli o amiche. Di essi, l’85% hanno dichiarato di non usare il preservativo, nessuno ha fornito loro delle informazioni circa la trasmissione sessuale del VIH. E’ evidente che molti uomini si sposano non per loro desiderio, ma solo perché è quello che la società si aspetta da loro. Questa esigenza della società li spinge a rischiare la libertà e la vita in ragione del loro orientamento sessuale. Il silenzio che li circonda, il rifiuto della società di riconoscere le differenze li pone in pericolo, ma pone altresì in pericolo le loro mogli e amiche.


Tuttavia, nonostante tutte le difficoltà che dobbiamo affrontare, sono sicura che il riconoscimento, da parte della Commissione, della dignità e del rispetto dovuti alle lesbiche e ai gay può condurre ad un maggiore rispetto per i nostri diritti umani.
Come ha dimostrato la lotta di liberazione in Africa del Sud, dove oggi la Costituzione vieta ogni discriminazione basata sull’orientamento sessuale, il rispetto dei diritti umani può trasformare la società. Può spingere la gente a comprendere che siamo tutti esseri umani e che tutti abbiamo diritto al rispetto e alla dignità.
Il silenzio crea la vulnerabilità. Voi, componenti della Commissione sui diritti dell’uomo, potete rompere questo silenzio. Voi potete riconoscere che noi esistiamo, in tutta l’Africa e in ogni continente, e che ogni giorno si commettono violazioni dei diritti dell’uomo fondate sull’identità sessuale di orientamento o genere. Voi potete aiutarci a combattere queste violazioni e a realizzare i nostri pieni diritti e le nostre libertà, in ogni società, ivi compresa la Sierra Leone, il paese che amo.

 

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