ProfileLe schede di ossin, 9 dicembre 2021 - Quando un giornalista o uno studioso di talento sostiene tesi sgradite all'establishment, nella grande democrazia statunitense egli viene costretto al silenzio. Nessuno dei media mainstream parla più di lui, nessun editore accetta di pubblicare i suoi scritti, qualche volta finisce perfino in prigione (nella foto, tre dei più recenti epurati, Glenn Greenwald, Stephen Cohen e Julian Assange)   

 

Unw Review, 22 novembre 2021 (trad.ossin)
 
Pravda statunitense: giganti costretti al silenzio da ominicchi
Ron Unz
 
Tre dei più recenti epurati. Da sinistra: Glenn Greenwald, Stephen Cohen, Julian Assange
 
 
 
Glenn Greenwald e The Intercept
 
Quando alcuni anni fa impazzavano le rivelazioni sulla NSA, Glenn Greenwald era probabilmente considerato il giornalista più famoso del mondo, e la sua storia professionale sembrava uscita da un libro di fiabe della sinistra liberal.
 
Stanco di lavorare in un importante studio specializzato in diritto societario, fondò insieme ad altri un piccolo studio per la tutela della libertà di espressione, garantita dal Primo Emendamento, e avviò anche un blog personale che denunciava le violazioni delle libertà civili da parte dell'amministrazione Bush. I suoi brillanti commenti ottennero un tale successo, che egli venne assunto da Salon, la principale webzine di sinistra, e un paio di anni dopo venne reclutato dal liberal The Guardian, allora all'apice della sua fama internazionale. I suoi scritti assai mediatizzati sugli abusi governativi attirarono l'attenzione di Edward Snowden, il giovane informatore della NSA che gli ha offerto il servizio della sua vita, completo di risvolti degni di James Bond a Hong Kong, e che gli ha procurato fama mondiale e un Premio Pulitzer. Quando poi gli echi di quei riconoscimenti dell'establishment iniziarono ad affievolirsi, tornò in prima pagina come co-fondatore di una nuova organizzazione mediatica internazionale, mirante a garantire al pubblico un’informazione onesta, libera da qualsiasi condizionamento politico, un'impresa sostenuta da un impegno di $150 milioni di finanziamenti futuri da parte di un multimiliardario della Silicon Valley attento alle questioni dei diritti civili. Sembrava davvero una favola di Cenerentola completa di lieto fine, adatta a ispirare le future generazioni di giovani giornalisti liberal.
 
La storia, però, non è finita qui. I vecchi cartoni di Rocky & Bullwinkle della mia infanzia includevano sempre un seguito della favola, che raccontava in termini satirici quello che era probabilmente successo dopo che il sipario era calato, e nell'ultimo anno la traiettoria personale di Greenwald ha inaspettatamente deviato da quel percorso di successi. Alla fine del 2020, egli ha abbandonato con rabbia il rilevante impero mediatico anti-censura che aveva contribuito a creare, perché i suoi stessi articoli venivano censurati, scegliendo di tornare alle sue radici come blogger indipendente sulla nuova piattaforma Substack.
 
Per quanto posso dire, nessuna delle sue posizioni ideologiche era minimamente cambiata nell'ultimo decennio o più, ma quelle stesse opinioni che un tempo lo avevano consacrato come l'eroe conquistatore dei giornalisti liberal e di sinistra lo hanno improvvisamente reso sgradito e indesiderato a quegli stessi ambienti e, attualmente, la sua unica presenza nei media tradizionali si limita a qualche apparizione in Tucker Carlson Tonight, una trasmissione FoxNews bollata abitualmente come espressione di quella frangia di estrema destra che è ancora presente in televisione. Per almeno tre generazioni, i liberal statunitensi hanno considerato gli organismi di sicurezza nazionale - la CIA, la NSA e l'FBI – come i “cattivi” per antonomasia, e i sentimenti ostili verso queste agenzie hanno raggiunto l’apice solo pochi anni fa, quando Greenwald e Snowden rivelarono l’enorme ampiezza dello spionaggio illegale messo in atto dalla NSA. Eppure, attualmente, gli ex alti funzionari della CIA, della NSA e dell'FBI sono regolarmente presenti e vengono intervistati dai liberal CNN e MSNBC, mentre sono Greenwald e Snowden ad essere diventati assolutamente sgraditi. Quindi la favola si chiude col coraggioso cavaliere che uccide la bella principessa e sposa l'orribile drago, una conclusione piuttosto inaspettata.
 
 
Il punto di rottura, per Greenwald, arrivò con le elezioni del 2020. Durante le primarie democratiche, gli oligarchi politici dell'establishment liberal hanno dovuto confrontarsi con l’inaspettata forza di Bernie Sanders, e sono stati costretti a ricorrere disperatamente ad ogni possibile connivenza, pur di assicurare la vittoria dell’impopolare Joe Biden, accoppiato a Kamala Harris, una candidata così sgradevole che si era dovuta ritirare dalla corsa presidenziale molto prima della prima votazione nello Iowa. Questi arroganti sovrani democratici hanno poi scoperto con orrore che, sebbene Donald Trump fosse molto antipatico, i candidati che loro avevano scelto di persone lo erano altrettanto. Una narrativa mediatica estremamente disonesta, che faceva perno sulle questioni razziali, aveva provocato la più grande ondata di rivolte urbane e saccheggi che si fosse vista negli USA nell’arco di due generazioni, e mentre in 200 delle più grandi città si registravano gravi disordini, diversi tra i più importanti attivisti democratici rispondevano alle scene di caos e ai disordini, proclamando a voce alta che la soluzione era quella di “ridurre i fondi alla polizia”.
 
Così stando le cose, molti elettori cominciarono comprensibilmente a chiedersi se Trump, nonostante i disastri dei suoi quattro anni di presidenza, non fosse poi il minore dei mali. Quindi, per prevenire il pericolo di una sua ri-elezione, Big Media e Big Tech si accordarono per fare in modo che gli Statunitensi votassero nel “modo giusto”, imponendo la censura politica più estrema che si sia registrata in qualsiasi elezione moderna, ma anche così i loro sforzi sono quasi falliti.
 
Secondo i titoli apparsi sui media dopo le elezioni, Biden avrebbe vinto nel 2020 con un margine consistente, e le affermazioni di Trump a proposito del voto rubato sarebbero la prova finale della sua follia criminale, menzogne sfacciate che alla fine hanno spinto i suoi seguaci illusi a prendere d'assalto il Campidoglio il 6 gennaio.  Ma, come ho sottolineato pochi giorni dopo quell'evento, il conteggio ufficiale dei voti racconta una storia completamente diversa:
 
 
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Il presidente uscente Donald Trump ha perso Arizona, Georgia e Wisconsin con margini così ristretti che un’oscillazione di meno di 22.000 voti in quegli Stati cruciali lo avrebbe fatto rieleggere. Con un record di 158 milioni di voti espressi, ciò equivale a un margine di vittoria di circa lo 0,01%. Quindi, se solo un elettore statunitense su 7.000 avesse cambiato idea, Trump avrebbe potuto restare in carica altri quattro anni. Un elettore su 7.000.
 
Una vittoria così eccezionalmente risicata non ha molti precedenti nella storia statunitense moderna... Infatti, con la sola eccezione della famigerata decisione della Florida sui "conteggi lasciati appesi" nelle elezioni Bush-Gore del 2000, nessun candidato presidenziale statunitense in oltre 100 anni aveva perso con un ridotto margine di voti come Donald J. Trump...
 
Non molto tempo prima delle elezioni, il disco rigido di un laptop abbandonato di proprietà del figlio di Joe Biden, Hunter, ha rivelato un gigantesco schema di corruzione internazionale, che coinvolgeva forse lo stesso candidato. Ma questo enorme scandalo politico è stato completamente ignorato e tenuto nascosto, praticamente da tutti i principali media. E quando la storia è stata finalmente pubblicata sulle pagine del New York Post, il giornale più antico degli Stati Uniti, tutti i link all'articolo del Post e al suo sito web sono stati improvvisamente banditi da Twitter, Facebook e dagli altri social media, per garantire che gli elettori ne rimanessero all’oscuro fino al voto.
 
Il famoso giornalista internazionale Glenn Greenwald non era certo un partigiano di Trump, ma si è indignato per il fatto che i redattori di Intercept, la pubblicazione da 100 milioni di dollari che lui stesso aveva co-fondato, non gli avevano permesso di scrivere di quell'enorme scandalo mediatico, e si è dimesso con rabbia in segno protesta. In effetti, i giganti della tecnologia e dei media statunitense hanno formato un fronte unito, per rubare le elezioni e spingere in qualche modo la candidatura in difficoltà di Biden/Harris oltre il traguardo.
 
Lo scandalo della corruzione di Hunter Biden sembrava serio come più o meno qualsiasi altro nella storia delle elezioni presidenziali moderne, e il margine di vittoria ufficiale di Biden è stato solo dello 0,01%. Quindi, se agli elettori statunitensi fosse stato permesso di conoscere la verità, Trump avrebbe quasi certamente vinto le elezioni, molto probabilmente in una valanga di collegi elettorali. Alla luce di questi fatti, chiunque continui a negare che le elezioni siano state rubate a Trump è semplicemente ridicolo.
 
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Sebbene Greenwald sia stato sicuramente il giornalista liberal più importante ad essere censurato e cacciato dalla sua casa ideologica per essere rimasto fedele ai suoi principi di vecchia data, altre figure significative hanno condiviso la sua sorte. In occasione del tracollo finanziario di dieci anni fa, Matt Taibbi di Rolling Stone aveva attirato l'attenzione generale per la sua tagliente descrizione di Goldman Sachs come "un grande calamaro vampiro" e, quando era corrispondete dal Medio Oriente per il New York Times, Chris Hedges era diventato un eroe popolare per la sinistra, che apprezzava i suoi reportage incisivi sulla situazione dei Palestinesi, e i libri che ha scritto poi hanno ancor più consolidato la sua reputazione. Quando Greenwald se ne è andato sbattendo la porta dall'Intercept, entrambi questi due giornalisti hanno condannato per mezzora il rigido regime di autocensura che stava sempre più soffocando il mondo del giornalismo tradizionale statunitense, nel corso di una conversazione trasmessa dal canale RT della Russia, l'unica emittente che consente discussioni così schiette. E Taibbi, come Greenwald, si è creato una nuova casa sulla piattaforma Substack.
 
 
 
 
Avvicinandosi il primo anniversario della sua personale battaglia per la libertà editoriale, Greenwald ha pubblicato un articolo molto lungo e interessante che analizzava ciò che era accaduto, e raccontava anche i problemi che aveva dovuto affrontare nella sua stessa rivista.
 
Le sue difficoltà erano iniziate nel 2015 con l'ascesa di Donald Trump, un evento che ha provocato una reazione isterica nell'establishment dei partiti democratico e repubblicano, e che ha raggiunto il parossismo con l'inaspettata vittoria di Trump nel 2016 su Hillary Clinton.
 
Invece di chiedersi perché loro e le loro politiche fossero diventate così impopolari da poter essere battute da uno strano outsider che aveva speso enormemente in pubblicità, i leader Democratici si rannicchiarono in posizione fetale, giustificando il loro fallimento con la storia assurda che il presidente russo Vladimir Putin aveva organizzato l’elezione di Trump , riuscendo in qualche modo a battere la loro campagna presidenziale multimiliardaria con una spesa di poche migliaia di dollari di pubblicità su Facebook.
 
Solo individui senza senso della realtà o senza rispetto per sé stessi avrebbero potuto seriamente credere ad una simile assurdità, ma evidentemente erano in tanti ad essere così nel sistema mediatico e politico, di conseguenza questa storiella bizzarra del Russiagate ha finito col dominare i primi due anni della presidenza Trump, riducendo la politica statunitense a uno zimbello. Quei pochi giornalisti di spicco come Greenwald che si sono rifiutati di sostenere tali assurdità cospirative, e ne hanno sottolineato la totale mancanza di prove, sono stati sempre più ostracizzati come eretici, ed esclusi dalla maggior parte dei media mainstream.
 
Greenwald ha fornito un'analisi molto rivelatrice delle dinamiche interne alla sua stessa rivista, The Intercept, così generosamente finanziata dal suo donatore miliardario Pierre Omidyar. Ciascuno di noi ha un campo di interesse, nel quale dispone di solida competenza e conoscenze ma, cionostante, ignoriamo o conosciamo poco altri aspetti della realtà, e ciò ci espone al rischio di essere fuorviati. Ebbene, sebbene Omidyar avesse probabilmente una buona conoscenza personale della tecnologia, degli affari e degli investimenti, era politicamente poco attrezzato e si è fatto convincere dalla travolgente storiella della Russia che, attraverso il suo agente Trump, stava tramando per sovvertire le nostre libertà, proprio come il New York Times, il Washington Post e la CNN andavano proclamando a gran voce. Nel corso degli anni, ho avuto a che fare con persone molto capaci nel campo degli affari e della finanza e, nella maggior parte dei casi, mi sono reso conto che la loro raffinatezza politica non era molto maggiore di quella che potrebbe avere il tuo simpatico vicino di casa, quindi il resoconto di Greenwald mi pare molto convincente.
 
I politici astuti sono sempre alla ricerca di individui ricchi e dotati di spirito civico, ai quali contano di alleggerire il peso gravoso dei loro eccessivi conti bancari, e Omidyar divenne rapidamente uno dei principali finanziatori delle varie organizzazioni istituite per salvare il nostro paese dall'incombente occupazione russa, comprese quelle promosse dai neoconservatori di Bush, le cui politiche orribili avevano originariamente ispirato il giornalismo di Greenwald.
 
Gli osservatori esterni cominciarono a notare il paradosso di Greenwald che era diventato uno dei principali critici delle iniziative politiche del suo mecenate, e si chiesero per quanto ancora sarebbe stata tollerata quella che appariva una insubordinazione. Con enorme merito personale, Omidyar ha ripetutamente sottolineato che i giornalisti che sosteneva avevano l'assoluto diritto di prendere qualsiasi posizione desiderassero, anche se queste contraddicevano le sue convinzioni personali, e non ha mai lasciato intendere che Greenwald avrebbe dovuto porre un freno alla sua schiettezza.
 
Ma i giornalisti famosi con una reputazione mondiale sono disposti a correre rischi professionali che i loro colleghi meno talentuosi eviterebbero, e Greenwald ha usato espressioni molto meno gentili per descrivere il comportamento dei suoi colleghi di Intercept, in particolare dei dirigenti molto ben pagati e con molto potere. Dopo la partenza di Greenwald, il suo amico Max Blumenthal ha twittato la sua indignazione per gli stipendi ingiustificati dei beneficiati da Omidyar:
 
 
 
 
Sono tempi difficili per la professione giornalistica, con stipendi bassi e licenziamenti frequenti, ma finché i finanziamenti di Omidyar sono continuati, i dipendenti dell'Intercept hanno avuto lauti compensi, rimborsi spese generosi e totale sicurezza del lavoro, nonostante il numero assai scarso di lettori della loro poco interessante produzione. Pertanto, come ha spiegato Greenwald, tutto il loro lavoro era diretto ad un pubblico composto in realtà da una sola persona, Pierre Omidyar, che costituiva il dio del loro universo, e naturalmente hanno soddisfatto ogni sua capricciosa opinione, come dimostra il suo profilo Twitter. Dato che uno sciame di cortigiani e consulenti aveva convinto il miliardario che Trump e la Russia erano la peggior minaccia alle libertà statunitensi, i giornalisti e gli editori che ricevevano i suoi stipendi hanno avidamente prodotto una montagna di parole che dicevano esattamente la stessa cosa. Applicando un'altra delle metafore di Greenwald, si resero conto di essere stati abbastanza fortunati da vincere la lotteria di Omidyar e avevano paura di rischiare di perdere il biglietto vincente.
 
E sebbene sia stato troppo generoso per dirlo, penso che Greenwald debba aver capito che i suoi colleghi probabilmente lo consideravano una pericolosa minaccia alla sicurezza del loro lavoro. Egli era di gran lunga il giornalista più importante sul libro paga di Omidyar, e forse un giorno la sua tesi secondo cui il Russiagate era davvero una bufala ridicola si sarebbe dimostrata vera. Ma se l'ingenuo miliardario avesse a questo punto capito di essere stato ingannato, avrebbe potuto arrabbiarsi con le legioni dei suoi yes-men ben pagati che per anni lo avevano mantenuto in quell'inganno, e avrebbe forse chiuso il rubinetto delle loro generose sinecure.
 
 
Julian Assange e WikiLeaks
 
Greenwald è stato oscurato dalla maggior parte dell'establishment liberal tradizionale, ma in fin dei conti ha subito pochi danni. L’abbandono rabbioso di Intercept ha scatenato un frastuono mediatico e, dal momento in cui ha riacquistato la sua libertà editoriale su Substack, ha iniziato a produrre una serie di rubriche lunghe e straordinariamente incisive, tanto che nel giro di un paio di settimane ho letto più articoli a sua firma di quanto avessi fatto nei cinque o sei anni precedenti. Altri sembrano aver avuto la stessa reazione, e le sue entrate personali da abbonamenti a Substack hanno rapidamente superato il milione di dollari l'anno, un risultato che sicuramente ha suscitato un'enorme invidia da parte della moltitudine di giornalisti timorosi e mercenari, che si accontentano di sfornare chiacchiere sicure e inoffensive.
 
Ma mentre Greenwald è il giornalista forse più famoso del mondo, nella mia mente resta sempre associato all'editore più famoso del mondo, e quest'ultimo ha subito un destino molto peggiore. L'11 aprile 2019 la polizia britannica trascinava fisicamente Julian Assange, barba lunga arruffata, fuori dalla stanza dell'ambasciata ecuadoriana di Londra che era diventata il suo rifugio trasformato in prigione durante i sette anni precedenti.
 
Assange fondò il sito WikiLeaks nel 2006, consentendo alle persone scontente di fornire anonimamente informazioni riservate e imbarazzanti per governi e altri enti potenti, rendendo poi quei contenuti disponibili per i giornalisti e gli attivisti di tutto il mondo. Nel 2010, un analista dell'intelligence statunitense fornì un'enorme quantità di documenti e video sulla guerra in Iraq e in Afghanistan, che hanno portato il sito Web alla fama mondiale, e inflitto un’enorme sconfitta propagandistica al nostro sistema di sicurezza nazionale. Assange e la sua piccola banda di collaboratori volontari sono diventati immediatamente il mito dei liberal di sinistra negli Stati Uniti e in tutto il mondo, salutati come pionieri ed eroi del giornalismo. Un così forte sostegno pubblico ha in parte protetto Assange da ritorsioni immediate, ma i tirapiedi del nostro Deep State lo consideravano il loro nemico giurato, e cominciarono a cercare incessantemente vendetta.
 
Le accuse di cattiva condotta sessuale di Assange durante un viaggio in Svezia hanno portato, alla fine del 2010, al suo arresto in Gran Bretagna, e i suoi sostenitori sospettarono a giusta ragione che l'intera manovra fosse solo uno stratagemma per farlo estradare e farlo processare negli USA. Con questa prospettiva, Assange non ha rispettato la parola data con la cauzione, nel 2012, e ha cercato rifugio presso l'ambasciata ecuadoriana locale, il cui governo gli ha concesso asilo. Nel corso degli anni, Greenwald e numerosi altri hanno notato che la pubblicazione di documenti riservati da parte di Assange non era diversa dalle normali attività dei normali giornalisti e, nel 2013, il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti ha persino ammesso questo fatto, ma il nostro sistema di sicurezza nazionale ha comunque cercato di colpire lui per dare un esempio deterrente a tutti gli altri.
 
Il panorama politico è cambiato drasticamente nel 2016 quando WikiLeaks ha pubblicato un'enorme quantità di e-mail del Partito Democratico, comprese rivelazioni secondo cui la leadership del DNC (Democratic National Committee - Comitato Nazionale democratico) aveva collaborato con Hillary Clinton per screditare Bernie Sanders. Questo materiale confidenziale si è rivelato estremamente imbarazzante per la campagna di Clinton, essendo stato divulgato pochi mesi prima del voto di novembre, ed ha sicuramente contribuito alla sconvolgente vittoria di Trump. Di conseguenza, i partigiani democratici e l'establishment liberal hanno cominciato a considerare Assange come loro nemico.
 
A seguito delle rivelazioni, il DNC ha affermato che i suoi server erano stati violati da spie russe, che hanno poi fornito il materiale a WikiLeaks per aiutare Trump, e questo è diventato un pilastro importante della successiva storiella del Russiagate divulgata dai media. La CIA e altre agenzie di intelligence hanno confermato pubblicamente l'accusa di interferenza russa nella politica statunitense, un passo importante nella formazione di quella specie di alleanza politica tra Democratici, CIA, NSA e FBI, ostile sia a Trump che alla Russia.
 
Tuttavia, varie persone della redazione di WikiLeaks hanno suggerito una storia diversa. Non molto tempo dopo la prima divulgazione delle e-mail, Assange fece intendere che esse non erano pervenute da hacker stranieri, ma da un membro dello staff del DNC di nome Seth Rich, che sarà poi assassinato, e WikiLeaks ha anche offerto $ 20.000 per ottenere informazioni su quell'omicidio di strada irrisolto, avvenuto a Washington DC. Sebbene i media mainstream abbiano ferocemente bollato questa ipotesi come una ridicola "teoria del complotto", essa è stata ripresa da molti attivisti di destra e partigiani di Trump, e i dettagli del caso hanno riempito un'intera pagina Wikipedia di 10.000 parole intitolata "The Murder of Seth Rich", che comprende più di 150 link.
 
La questione è complessa e assai intricata, e io non ho nemmeno tentato di chiarirla. Ma l’accertata inconsistenza della storiella del Russiagate mi suggerisce che potrebbe esservi qualcosa di vero. Inoltre Craig Murray, un ex ambasciatore britannico e stretto collaboratore di WikiLeaks, mi sembra una persona generalmente affidabile e lui, nel 2016, ha affermato per conoscenza personale che i documenti del DNC erano stati trafugati da un informatore democratico arrabbiato, e non da agenti stranieri. L’anno scorso, lo stesso Murray ha ribadito la natura altamente sospetta dell'omicidio di Rich, e che anche l'FBI ha preso sul serio quella ipotesi.
 
Se vogliamo tener conto delle statistiche ed escludere le coincidenze improbabili, dobbiamo prendere atto che, in quell’anno, a Washington ci sono stati solo 135 omicidi, e le vittime provenivano quasi tutte dalle fasce impoverite di popolazione non bianca della città, o dal sottoproletariato criminale. In effetti, sebbene la città sia ancora pericolosa, non mi sorprenderebbe se, nel 2016, Rich fosse stato l'unico bianco della classe media, a Washington, ad essere stato casualmente ucciso mentre camminava innocentemente per le strade. Se a ciò si aggiunge il fatto che egli era un membro del DNC, e un sostenitore tecnicamente esperto di Sanders, e che è stato vittima di un omicidio di strada irrisolto, avvenuto poco dopo l’illecita divulgazione di documenti presenti nel suo ufficio, ebbene tutto questo solleva sicuramente grandi sospetti. Erano stati spesi miliardi di dollari per portare Hillary Clinton alla Casa Bianca, e la sua vittoria avrebbe significato molte migliaia di buoni posti di lavoro e occasioni per l’intero esercito dei suoi fedeli seguaci, oltre a oceani di potenziali bustarelle, quindi un movente c’era ed era forte. Come ho ipotizzato all'inizio di quest'anno:
 
 
Per inciso, immagino che Washington sia un posto dove è molto facile organizzare un omicidio, dato che fino alla forte gentrificazione realizzata nell'ultima dozzina di anni, era una delle capitali statunitensi dove avvenivano più omicidi di strada. Sembra perfettamente plausibile che qualche giovane membro dello staff del DNC si trovasse a cena da qualche parte, maledicendo all'infinito Seth Rich per aver tradito il suo partito e aver messo in pericolo l'elezione di Hillary, quando uno dei suoi amici ha detto che conosceva qualcuno che sarebbe stato disposto a "prendersi cura del problema" per mille dollari...
 
 
Dovrei anche citare le valutazioni di alcuni eminenti esperti di intelligence, le cui opinioni prendo sul serio. Ray McGovern ha lavorato per più di un quarto di secolo come analista della CIA, specializzato in Unione Sovietica e, alla fine degli anni 1980, presiedeva il National Intelligence Estimate, informando personalmente il presidente George HW Bush, mentre William Binney è stato un alto ufficiale dell'intelligence della NSA, ritiratosi nel 2001. Nel 2017 i due, supportati da dozzine di altri veterani professionisti dell'intelligence statunitense, hanno sollevato seri dubbi sul fatto che i documenti di WikiLeaks fossero stati trasferiti per mezzo di una chiavetta USB, piuttosto che scaricati da Internet, suggerendo l’ipotesi di una fuga di notizie, piuttosto che quella dell’hackeraggio al centro della storiella del Russiagate. Le loro affermazioni sono state contestate e le prove del software contestate, ma il fatto che risultati così sorprendenti da parte di questi esperti siano stati quasi totalmente ignorati dai nostri media mainstream dimostra un enorme pregiudizio da parte di questi ultimi.
 
La diffusione da parte di Assange di materiale rubato al Partito Democratico ha probabilmente favorito l’elezione di Trump nel novembre 2016, facendo infuriare liberal e democratici. Ma, solo pochi mesi dopo, la perdurante ostilità dell'apparato di sicurezza nazionale statunitense veniva ri-attivata dall’iniziativa presa da WikiLeaks di divulgare i documenti "Vault 7" della CIA, fornendo dettagli tecnici sulle sue capacità di pirataggio e sui suoi strumenti software per trattare smartphone, computer e altri dispositivi Internet. Si è trattato della più grande e dannosa fuga di notizie nella storia della CIA, e la sua leadership ha dichiarato pubblicamente WikiLeaks un servizio di intelligence ostile, e nel frattempo studiava piani segreti per rapire o assassinare Assange.
 
Sia gli esponenti del Partito Democratico, che i nostri servizi di intelligence esercitano una grande influenza sui media mainstream statunitensi e dunque, essendo diventati entrambi intensamente ostili alle attività di Assange, la rapida trasformazione della sua immagine pubblica da eroe a cattivo è stata quasi una naturale conseguenza. Molti degli stessi giornalisti o giornali che un tempo lo avevano adorato, o avevano addirittura collaborato con lui, hanno smesso di parlare di lui e della sua situazione difficile.
 
 
Il prof. Stephen Cohen e The Nation
 
La subitanea intensa ostilità nei confronti della Russia che ha travolto i circoli liberal durante la metà degli anni 2010 aveva in precedenza eroso la posizione di un'altra figura importante, un tempo collocata in alto nel firmamento della politica estera liberal.
 
Per decenni il prof. Stephen Cohen di Princeton e della New York University è stato considerato come uno dei principali studiosi della Russia negli USA, e certamente la figura più prominente nei circoli liberal di sinistra. Già negli anni 1970, la sua rubrica Sovieticus appariva regolarmente sulle pagine di The Nation, la principale rivista di opinione di sinistra e, durante l'era Gorbaciov e il conseguente crollo dell'URSS, l'ho visto spesso discutere coi suoi omologhi conservatori, su PBS Newshour, dei rapporti politici sovietico-statunitensi. Nel frattempo, i suoi numerosi libri accademici sulla storia sovietica e russa sono stati rispettosamente recensiti nei principali giornali d'élite. Non solo Cohen era evidentemente il maggior esperto di Russia all'interno della sinistra statunitense, ma era pressocché l’unico, in assenza di altri che potessero, anche solo da lontano, contendergli la posizione. Infine, il suo secondo matrimonio, nel 1988, con Katrina vanden Heuvel, editrice e redattrice capo di The Nation per quasi un quarto di secolo, ha certamente consolidato la sua grande influenza.
 
Cohen ha, per tutta la sua carriera, auspicato rapporti amichevoli tra Russia e USA. Ma, quando Victoria Nuland e altri neocon hanno guadagnato influenza durante l'ultima amministrazione Obama, essi hanno infranto quel sogno in un istante, orchestrando la violenta rivolta e il colpo di Stato dell'inizio del 2014 che ha sostituito il governo indipendente dell'Ucraina con un altro che può considerarsi quasi un fantoccio statunitense. Non solo queste novità hanno minacciato di portare la NATO al confine con la Russia, e ciò in assoluta violazione delle garanzie date a suo tempo a Gorbaciov, ma sembrava anche imminente la presa di controllo da parte dell'Occidente sulla Crimea prevalentemente russa, sede della più importante base navale russa, e solo l’immediata iniziativa di Putin sventò tale rischio, restituendo la penisola al suo paese attraverso l'annessione.
 
Sebbene i sentimenti anti-russi sembrassero essere diventati comuni a quasi tutto l'establishment politico e mediatico statunitense, nel maggio 2014 Cohen scrisse insieme alla moglie un articolo su The Nation, che denunciava l'improvviso scoppio di questa nuova Guerra Fredda contro la Russia. Pochi mesi dopo, il volo 17 della Malaysian Airlines veniva abbattuto sull'Ucraina orientale e, sebbene io e altri abbiamo sottolineato l'assoluta incertezza nella individuazione dei responsabili, praticamente tutti i nostri media hanno accusato le forze filo-russe, criticando duramente Cohen che aveva espresso seri dubbi. In effetti, la sua pagina di Wikipedia cataloga i numerosi attacchi che ha subito, e cita persino un articolo dal titolo Chronicle of Higher Education, in cui si afferma che i suoi scritti hanno indotto i redattori di The Nation a "ribellarsi apertamente contro l'inclinazione filo-russa della rivista". Questi giovani giornalisti liberal e di sinistra lo hanno criticato per aver continuato a sostenere politiche razionali nei confronti di una Russia il cui enorme arsenale nucleare potrebbe annientare il nostro paese. Dopo le elezioni del 2016, quasi tutti i democratici hanno abbracciato con entusiasmo la bufala del Russiagate, e l'ostilità nei confronti di oppositori come Cohen è diventata ancora più forte. Fatta eccezione per le sue regolari apparizioni settimanali nel programma radiofonico John Batchelor di New York, condotto da uno dei suoi ex studenti di Princeton, egli è stato praticamente escluso da tutti i media statunitensi.
 
Un esempio di come è stato trattato, possiamo vederlo in una lunga intervista rilasciata nel 2017 a Isaac Chotiner, per Slate. L'intervistatore esprime sbalordita incredulità per il fatto che Cohen non abbia accettato come tutti le affermazioni su Russia, Russiagate, Trump e Putin, tanto universalmente credute e promosse nei circoli liberal tradizionali, non riuscendo a capire che uno studioso con decenni di esperienza in quel paese e una capacità di leggere il russo poteva attingere da fonti di informazione non statunitensi.
 
Solo poche settimane prima, l'editorialista del Times, Jim Rutenberg, aveva pubblicato un lungo articolo sul suo giornale, descrivendo la sua visita a Mosca e il suo stupore per il fatto che i media presentassero una "verità alternativa" così diversa dalla sua convinzione che il governo siriano appoggiato dalla Russia avesse recentemente lanciato un attacco di gas velenosi contro il proprio popolo. Giorni prima dell’uscita di quell'articolo, noi avevamo pubblicato un articolo di 6.900 parole dell'eminente studioso di sicurezza nazionale Theodore A. Postol del MIT, che smentiva la verità di quel presunto attacco di gas siriano, ma poiché tali opinioni contrarie non sono mai penetrate nella bolla mediatica di Rutenberg, quest’ultimo ne era del tutto ignaro e, avendo iniziato la sua carriera giornalistica come cronista di pettegolezzi, in ogni caso forse non avrebbe notato la differenza. Così Chotiner ha letto Rutenberg e Rutenberg ha letto Chotiner, e il culto incestuoso dell’ignoranza che ne è conseguito non lasciava spazio alle opinioni dissenzienti di veri esperti come Cohen o Postol.
 
Nella sua intervista a Chotiner del 2017, Cohen sottolineava che la combinazione di un'incessante demonizzazione mediatica della Russia di Putin e la creazione di potenziali focolai militari in Siria e Ucraina stava producendo una situazione mondiale estremamente pericolosa, un avvertimento che ripeteva regolarmente nelle sue discussioni radiofoniche settimanali. In una delle ultime trasmissioni prima della sua morte per cancro l'anno scorso all'età di 81 anni, Cohen ha avvertito che il nostro attuale confronto con la Russia potrebbe essere ancora più pericoloso di quello che abbiamo affrontato al culmine della crisi missilistica cubana nel 1962, ma quasi nessuno dei nostri indifferenti media ha riconosciuto che le nostre politiche governative minacciano di scatenare una nuova guerra mondiale.
 
Sfortunatamente, le decisioni editoriali della rivista di Cohen possono aver notevolmente depotenziato l'impatto del suo importantissimo messaggio. Lo studioso sosteneva che i nostri media e le nostre scelte politiche stavano accentuando il terribile rischio di guerra con una Russia dotata di armi nucleari, tuttavia non ricordo alcuna cover story di The Nation che mettesse in evidenza quel pericolo e, sebbene il suo sito web ospitasse i suoi podcast settimanali e molto occasionalmente pubblicasse i suoi articoli, essi erano collocati in una posizione poco visibile, che ne riduceva l’occasione di lettura. Sebbene questa posizione difensiva possa essere stata una precauzione necessaria per rabbonire gli abbonati arrabbiati, l'ovvio risultato è stato quello di ridurre al minimo l’importanza del messaggio di Cohen. Perché i lettori di The Nation avrebbero dovuto prendere sul serio i suoi terribili avvertimenti sulla guerra globale se gli editori della rivista sembravano non farlo? In effetti, una volta che ho preso accordi alla fine del 2019 per iniziare a ripubblicare e presentare regolarmente le colonne e i programmi radiofonici di Cohen, essi hanno attirato molto più interesse e commenti di approvazione sul nostro sito Web, di quanto non lo avessero fatto sul loro, dimostrando gli enormi ostacoli ideologici che egli aveva dovuto affrontare in quella comunità.
 
Cohen potrebbe essere stato consapevole o meno della misteriosa somiglianza della sua situazione con quella che si era verificata, sempre su The Nation, all'epoca della sua nascita nel 1938. Dal 1900 alla metà degli anni '30, The Nation era stato di proprietà e curato da Oswald Garrison Villard, un nome ora quasi dimenticato, ma che fu una delle figure liberal di spicco dell'epoca, co-fondatore del NAACP e nipote del famoso abolizionista William Lloyd Garrison, e considerato anche come uno dei più importanti antimperialisti e antimilitaristi statunitensi. Suo padre era un immigrato tedesco e, quando egli criticò l’intervento degli USA nella Prima Guerra Mondiale, la sua rivista fu legalmente soppressa dalle dure leggi sulla censura in tempo di guerra, venendo temporaneamente bandita dalla posta degli Stati Uniti. Ma, verso la metà degli anni '20, la stragrande maggioranza, sia dell'élite che degli statunitensi medi, la pensava come lui, ritenendo che la sua opposizione alla nostra partecipazione alla Grande Guerra fosse stata giusta.
 
Sebbene alla fine abbia venduto The Nation nel 1935, in piena Grande Depressione, la rivista che aveva diretto per più di tre decenni ha continuato a ospitare un suo commento settimanale, che sosteneva fortemente le politiche del New Deal di FDR e criticava ferocemente Hitler e i nazisti. Ma, verso la fine degli anni '30, si allarmò all'idea che un'altra guerra mondiale potesse profilarsi all'orizzonte, coinvolgendo ancora una volta gli USA, e le sue opinioni contro la guerra iniziarono a divergere nettamente da quelle degli altri giornalisti. La conseguenza fu che la sua rubrica settimanale, dopo un decennio, venne soppressa nel 1940. Remare contro una corrente ideologica travolgente si era rivelato difficile per Villard alla fine degli anni '30, come lo è stato per Cohen tre generazioni dopo.
 
 
Sydney Schanberg, John McCain e i prigionieri di guerra del Vietnam
 
I terribili moniti di Cohen sulle politiche anti-russe degli USA hanno avuto poca risonanza nel dibattito pubblico, in parte perché i suoi articoli erano pubblicati in modo da ridurne la visibilità. Circa un decennio prima mi ero imbattuto in un esempio molto simile, che coinvolgeva sempre The Nation:
 
Come vincitore del Premio Pulitzer e di due premi George Polk, il compianto Sydney Schanberg (nella foto a destra) è stato ampiamente considerato come uno dei più grandi corrispondenti di guerra statunitensi del ventesimo secolo. Le sue imprese durante la nostra sfortunata guerra indocinese hanno ispirato il film vincitore dell'Oscar The Killing Fields, che probabilmente lo ha consacrato come il giornalista più famoso degli USA, dopo Woodward e Bernstein famosi per il Watergate. Egli è stato anche uno dei migliori editori del New York Times. Dieci anni fa, ha pubblicato la sua inchiesta più importante, che forniva una montagna di prove sul fatto che gli USA avevano deliberatamente abbandonato centinaia di prigionieri di guerra in Vietnam, accusando l'allora candidato alla presidenza John McCain di avere svolto un ruolo centrale nel successivo insabbiamento ufficiale di quel mostruoso tradimento. Il senatore dell'Arizona aveva barattato la sua reputazione di più noto degli ex prigionieri, con l’insabbiamento della storia di quei prigionieri abbandonati, permettendo all'establishment politico statunitense di evitare un serio imbarazzo. Di conseguenza, il senatore McCain si guadagnò le sontuose ricompense delle nostre generose élite al potere, proprio come suo padre, l'ammiraglio John S. McCain, Sr, aveva pilotato l'insabbiamento del deliberato attacco israeliano del 1967 alla USS Liberty, che uccise o ferì oltre 200 militari statunitensi.
 
In qualità di editore di The American Conservative, ho pubblicato lo straordinario pezzo di Schanberg come storia di copertina e, su diversi siti Web nel corso degli anni, esso è stato sicuramente letto molte centinaia di migliaia di volte, incluso un enorme picco in occasione della morte di McCain. Trovo quindi piuttosto difficile credere che i molti giornalisti che indagano sul passato di McCain possano non avere conosciuto questo materiale. Tuttavia, nessun accenno a questi fatti è stato fatto in nessuno degli articoli apparsi nei media importanti, come si può verificare cercando pagine web contenenti "McCain e Schanberg" datate intorno al momento della morte del senatore.
 
Sydney Schanberg • 25 maggio 2010 • 8.200 parole
 
Il notevole materiale prodotto da Schanberg ha certamente sollevato uno dei più grandi scandali statunitensi della seconda metà del ventesimo secolo ma, nonostante i suoi ripetuti sforzi, quasi tutti i nostri media hanno evitato di prendere in considerazione quelle informazioni. Come ha raccontato nel 2010:
 
 
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Negli ultimi anni, ho offerto le mie storie sui prigionieri di guerra ad una lunga lista di editori di importanti giornali, riviste e siti Web significativi, che pubblicano reportage originali. E, quando rifiutavano le mie offerte, li esortavo a realizzare essi stessi delle inchieste sui prigionieri di guerra.
 
Tra gli altri, mi sono rivolto al New York Times, al Washington Post, al Los Angeles Times, al New York magazine, a The Atlantic, a The New Yorker, ad Harper's, a Rolling Stone, Mother Jones, Vanity Fair, Salon, Slate, Talking Points Memo, ProPublica, Politico e altri. Per quanto ne so, nessuno ha tentato o prodotto un solo pezzo.
 
Le ragioni che mi hanno opposto erano solo scuse. Preferisco non fare i nomi degli editori, o rendere noti i loro messaggi di rifiuto, che potrebbero mettere in imbarazzo alcuni di loro. Non si tratta di una divergenza personale, ma professionale. Ho deciso invece di riassumere i loro commenti.
 
Alcuni hanno detto che non avevano abbastanza professionisti per avviare un simile lavoro. Altri hanno detto che la storia era "vecchia", anche se non abbiamo mai scoperto cosa sia successo ai prigionieri scomparsi. Ho sentito spesso che i giornalisti avevano paura, che la storia era troppo scottante per essere tenuta sotto controllo e avrebbe potuto avere troppe ripercussioni. I giornalisti si dovrebbero occupare di storie difficili e investigare sulle malefatte di persone importanti? Non è normale che ci possano essere contraccolpi?
 
Ho interpellato questi editori sulle montagne di prove concrete che attestano l'esistenza di uomini abbandonati. In particolare, ho chiesto loro cosa ne pensavano delle prove testimoniali, dei 1.600 avvistamenti dal vivo di prigionieri statunitensi dopo la guerra. Cosa pensavano? Che ciascuno di quei 1.600 testimoni abbia mentito o si sia sbagliato? Molti di questi testimoni vietnamiti sono stati interrogati da ufficiali dell'intelligence statunitense. Molti sono stati sottoposti a test rivelatori di mendacio. Li hanno superati. I rapporti degli interrogatori hanno giudicato "credibile" la maggior parte dei testimoni. Alcuni dei giornalisti che ho spinto ad interessarsi della storia, hanno poi riconosciuto che il loro giornale, la rivista o la rete televisiva avevano fatto un "buco". Ma ancora e ancora, la stragrande maggioranza ha tentennato e ha detto di avere "dubbi". Ma affrontare il problema non è il modo migliore per confermare o dissipare i dubbi?
 
Ripetevo tutta la gamma delle informazioni disponibili: intercettazioni ufficiali di prigionieri trasferiti da e verso i campi di lavoro in Laos, foto satellitari, conversazioni ascoltate da agenti dei servizi segreti all'interno della Casa Bianca, offerte di riscatto provenienti da Hanoi tramite terze parti, testimonianza giurata di tre segretari della difesa statunitensi che hanno prestato servizio durante la guerra del Vietnam che "gli uomini sono stati lasciati indietro". La stampa non era e non è interessata.
 
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Il senatore John McCain era una figura centrale nel POW Cover-Up, e la sua candidatura per i Repubblicani alla presidenza nel 2008 sembrava rendere impossibile per i media ignorare le notevoli scoperte di Schanberg, come ho spiegato nel mio articolo:
 
 
Negli ultimi giorni della campagna presidenziale del 2008, ho cliccato sul link ambiguo di un sito oscuro e mi sono imbattuto in un universo parallelo.
 
Durante i due anni che hanno preceduto la campagna elettorale, la narrativa dei media che ha accompagnato il senatore John McCain lo ha dipinto come un eroe senza macchia, disinteressatamente devoto ai suoi commilitoni. Migliaia di storie in televisione e sulla stampa hanno raccontato come egli fosse stato brutalmente torturato dai suoi rapitori nordvietnamiti, del suo fermo rifiuto di cedere e della sua successiva carriera politica segnata dall’impegno in favore dei suoi commilitoni veterani del Vietnam. Questa sceneggiatura si era imposta sulla scena nazionale per la prima volta durante la sua campagna del 2000, e si è poi sviluppata con ancora maggiore forza mentre cercava con successo la nomination repubblicana del 2008. Apparentemente accettata da tutti, questa storia divenne il fulcro della sua campagna. I sostenitori di McCain hanno detto che il suo eroismo era la migliore prova che egli possedeva il carattere necessario per affidargli la più alta carica degli Stati Uniti d'America, mentre i suoi detrattori si limitavano a cercare di cambiare argomento.
 
Dopo aver cliccato su quel link, ho conosciuto un John McCain molto diverso...
 
Tuttavia, ciò che ho trovato più notevole del saggio di Schanberg non sono state le sue affermazioni storiche esplosive, ma l'assoluto silenzio con cui sono state accolte dai media mainstream. Nel 2008, l'eroico passato di guerra e il patriottismo personale di John McCain sono stati al centro della sua campagna presidenziale, un obiettivo che è andato molto vicino a raggiungere. Ma quando uno dei giornalisti più eminenti degli USA ha pubblicato un reportage convincente secondo cui il candidato era stato invece una delle figure di spicco in un monumentale atto di tradimento nazionale, i nostri media non se ne sono accorti. I critici pubblici di McCain e i sostenitori del suo avversario democratico avrebbero approfittato con entusiasmo di qualsiasi diceria su pranzi privati del senatore con qualche lobbysta di imprese poco rispettabili, ma hanno ignorato le affermazioni documentate secondo egli cui aveva insabbiato l'uccisione di centinaia di prigionieri di guerra statunitensi.
 
 
Nonostante l'enorme rilevanza della campagna presidenziale del 2008, quasi tutti i media negli USA hanno ignorato il materiale esplosivo di Schanberg. Solo i giornalisti di The Nation, alla fine accettarono di riprendere la denuncia di Schanberg contro il candidato repubblicano, che già avevano preso di mira con ogni sorta di altra argomentazione. Tuttavia, una volta accettato, hanno poi esitato, rinviando ripetutamente la pubblicazione della storia, evidentemente timorosi delle polemiche che l'articolo avrebbe scatenato, mentre chiedevano che il testo fosse tagliato e tagliato di nuovo. Così, la storica denuncia di Schanberg è apparsa solo in forma gravemente mutilata, ridotta del 70% e pubblicata solo poche settimane prima del voto. Il pezzo è stato sepolto in un paio di pagine interne, mentre la versione del sito web era subissata da avvertimenti sulla possibilità di interpretazioni diverse.
 
Pubblicando il pezzo in dimensioni così ridotte e con tono sobrio, gli editori di The Nation facevano intendere che loro stessi dubitavano seriamente delle sue conclusioni, sollevando naturalmente la domanda sul perché qualcuno dei loro lettori dovesse reagire in modo diverso. Penso che un articolo così dirompente dovrebbe apparire come una storia di copertina di alto profilo oppure essere rifiutato a titolo definitivo. E per la cronaca, dovrei notare che l'editore esecutivo di The Nation, all'epoca, era quella stessa Betsy Reed che Greenwald e i suoi sostenitori avrebbero trattato con tanto disprezzo all'Intercept, una dozzina di anni dopo. La versione completa del lavoro di Schanberg è sopravvissuta solo perché Hamilton Fish la pubblicò separatamente sul suo sito web affiliato del Nation Institute, ed è lì che io l’ho letto, prima di ri-pubblicarlo.
 
 
Nicholas Wade e le origini del Covid
 
Una dozzina di anni dopo che Schanberg aveva incontrato ostacoli così enormi per  far pubblicare il suo importante lavoro, analoghe difficoltà hanno ostacolato anche uno dei suoi ex colleghi del Times, ma questa volta la storia si è conclusa in modo sorprendente.
 
Nicholas Wade è certamente uno dei giornalisti scientifici più illustri degli USA, avendo lavorato quarantacinque anni per Nature, Science e New York Times, svolgendo anche il ruolo di Science Editor del nostro quotidiano nazionale. È anche un autore pluripremiato, i cui numerosi libri hanno attirato elogi entusiastici.
 
Dopo aver lasciato il Times nel 2012, si è dedicato esclusivamente alla scrittura di saggi, ma lo scoppio dell'epidemia globale di Covid nel 2020 ha naturalmente attirato la sua attenzione e gradualmente è diventato scettico nei confronti della copertura mediatica che ne veniva data e che, in termini quasi unanimi, riteneva naturale il virus. Al contrario, la sua analisi delle fonti conosciute lo ha convinto che il virus – oramai già responsabile della morte di centinaia di migliaia di statunitensi e di milioni di persone in tutto il mondo - era stato probabilmente prodotto in un laboratorio. Infine, il 2 maggio 2021, ha pubblicato in silenzio il suo articolo di 11.000 parole sul sito web di blog Medium, privo di avalli o prestigiosi imprimatur, ed è stato ripubblicato un paio di giorni dopo dal sito web a basso traffico del Bulletin of Atomic Scientists :
 
Nicholas Wade • Medium • 2 maggio 2021 • 11.000 parole
 
Così ho descritto quanto accaduto dopo:
 
 
Nonostante l’esordio così infausto, e il tono cauto e sommesso del suo testo, le conseguenze furono sconvolgenti. Sebbene quasi tutti i fatti e le prove discusse da Wade fossero già state rese pubbliche l’anno passato, la sua attenta analisi e la sua notevole credibilità giornalistica hanno rapidamente operato una modifica nella percezione della vicenda. Il suo lungo articolo parte dall’osservazione che, dal febbraio 2020 in poi, un'enorme bolla ideologica era stata gonfiata dalla propaganda politica mascherata da scienza, una bolla che è stata poi mantenuta per una combinazione di codardia giornalistica e incompetenza. Il presidente Donald Trump aveva proclamato che il virus era artificiale, quindi i nostri media hanno insistito sul fatto che doveva essere naturale, anche se tutte le prove sembravano suggerire il contrario.
 
Le cateratte si aprirono presto e, nelle settimane successive, si scrisse sull’argomento molto di più di quanto fosse stato fatto durante i dodici mesi precedenti messi insieme. Per fare solo un esempio, Donald G. McNeil, Jr., il quarantacinquenne veterano del Times che aveva diretto la copertura Covid da parte del suo giornale, pubblicò un sorprendente mea culpa e abbracciò l'ipotesi della perdita di laboratorio, ammettendo che lui e altri Timesmen avevano in precedenza respinto l'idea come follia "di estrema destra", strettamente associata a "Pizzagate, Plandemic, Kung Flu, Q-Anon, Stop the Steal e l'invasione del Campidoglio del 6 gennaio".
 
 
Donald G. McNeil, Jr. • Medium • 17 maggio 2021 • 4.700 parole
 
La settimana successiva, Glenn Greenwald registrava il rapido sconvolgimento in corso nelle opinioni dei media e dell'establishment scientifico statunitense:
 
 
 
 
Il 26 maggio, la Casa Bianca ha annunciato che il presidente Joe Biden aveva ordinato alle agenzie di intelligence una relazione completa sulle vere origini della pandemia di Covid e, un paio di giorni più tardi, il Wall Street Journal titolava “Facebook revoca il bando ai post che affermano che il Covid-19 è stato creato dall'uomo". Quindi in meno di un mese un articolo autopubblicato aveva già cambiato ciò che quasi tre miliardi di persone in tutto il mondo potevano leggere e scrivere.
 
 
 
 
Un analista dei media ha successivamente descritto l'impatto impressionante che l'articolo di Wade stava avendo su altri giornalisti:
 
 
Importanti giornalisti di sinistra come Thomas Frank (Guardian, 6/1/21) e Jonathan Cook (6/1/21) hanno ammesso che l'articolo di Wade aveva "dinamitato" la loro "indifferenza" per quel dibattito, e Cook ha aggiunto che " ha fatto esplodere le porte che erano state tenute ben chiuse sull'ipotesi della perdita di laboratorio".
 
 
Considerando i milioni di morti e i prolungati periodi di chiusura delle attività, l'epidemia di Covid è probabilmente l'evento globale più importante dalla seconda guerra mondiale. Il lungo articolo di Wade non è stato certamente l'unica causa della radicale rivisitazione delle sue origini, ma ha catalizzato il processo, essendo ampiamente citato dagli opinion leader per spiegare il loro mutato punto di vista. Data l'importanza dell'argomento, l'entità del mutamento di opinione e la velocità con cui è avvenuta, non riesco a pensare a nessun altro articolo negli ultimi decenni che abbia avuto un impatto immediato maggiore sul mondo.
 
Ma c'è anche un retroscena significativo dietro la sua pubblicazione. In seguito ho appreso che durante il 2021, Wade aveva effettivamente presentato il suo pezzo a una vasta gamma di media diversi, appartenenti all’intero spettro ideologico, ma tutti lo avevano respinto, così che alla fine ha abbandonato ogni tentativo e ha semplicemente pubblicato ciò che aveva scritto sul sito web di Medium, dove pensava che sarebbe svanito senza lasciare traccia. Pertanto, gli ostacoli che ha dovuto affrontare erano abbastanza simili a quelli che Schanberg aveva incontrato un decennio prima con la sua importante analisi, ma questa volta gli eventi hanno seguito la trama a lieto fine di una sceneggiatura di Hollywood. A quanto pare gli articoli più significativi di illustri giornalisti sono a volte quelli che incontrano la maggiore resistenza da parte di editori timorosi e compiacenti.
 
 
Il tenente generale William Odom e la guerra in Iraq
 
La versione storpia dell'importante articolo di Schanberg apparve nell'edizione del 6 ottobre 2008 di The Nation, sepolta nelle ultime pagine. A quel tempo, non conoscevo bene né l'autore né le sue straordinarie scoperte ma, per coincidenza, proprio la settimana precedente avevo pubblicato il mio primo articolo dopo molti anni, una cover story su The American Conservative che rendeva omaggio a una persona la cui altrettanto feroce determinazione a dire la verità su questioni cruciali lo aveva confinato nella lista nera dei media mainstream.
 
Il mio vecchio amico Bill Odom, il generale a tre stelle che dirigeva la NSA per Ronald Reagan, è stato per anni una delle figure più rispettate in materia di sicurezza nazionale all'interno dell'establishment della costa orientale, essendo direttore di ricerca all’Hudson Institute e con un contratto anche all’Università di Yale. Quando tuttavia i neocon hanno preso il controllo dell'amministrazione Bush all'indomani degli attacchi dell'11 settembre e hanno spinto il nostro paese verso la sua disastrosa guerra in Iraq, la sua forte opposizione a quello sciagurato progetto lo confinò nella lista nera dei media, costringendolo a pubblicare le sue opinioni dissenzienti su un piccolo sito web, piuttosto che sulle pagine dei nostri giornali più influenti. Fu così che il nostro Paese fu spinto verso quel disastro di politica estera senza un adeguato dibattito pubblico:
 
 
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Il modo in cui è stata avviata la guerra in Iraq lo dimostra, e la rende certamente uno tra i conflitti militari più strani dei tempi moderni. Gli attacchi dell’11 settembre vennero immediatamente attribuiti agli islamisti radicali di al-Qaeda, il più acerrimo nemico del quale in Medio Oriente era sempre stato, in Iraq, il regime baathista laico di Saddam Hussein. Ciononostante, attraverso dichiarazioni pubbliche ingannevoli, false fughe di notizie e persino prove false come quelle “sull’uranio” fornito dal Niger, l'amministrazione Bush e i suoi alleati neoconservatori si servirono dei media compiacenti per convincere i nostri concittadini che le inesistenti armi di distruzione di massa irachene rappresentavano una minaccia mortale per la nazione, minaccia che avrebbe potuto essere neutralizzata solo con la guerra e l'invasione. Infatti, per diversi anni, i sondaggi nazionali hanno mostrato che una grande maggioranza di conservatori e repubblicani ha creduto davvero che Saddam fosse la mente degli attentati dell'11 settembre, e che la guerra in Iraq costituisse una punizione per tale fatto. Immaginate come sarebbe apparsa bizzarra la storia degli anni '40, se gli USA dopo Pearl Harbor avessero attaccato, per rappresaglia, la Cina piuttosto che il Giappone.
 
I fatti veri erano tuttavia, già dal 2001, facilmente leggibili da parte di chiunque vi avesse prestato attenzione, ma la maggior parte degli Statunitensi non lo fa, limitandosi a forgiare le proprie convinzioni sulla base di ciò che dicono i principali media, i quali quasi uniformemente appoggiavano la guerra contro l'Iraq. Sono state le teste parlanti in TV ad inventare la realtà. Giornalisti di spicco, sia liberal che conservatori, hanno pubblicato con entusiasmo le bugie e le distorsioni più ridicole trasmesse loro da fonti anonime, e hanno spinto il Congresso verso la guerra.
 
Il risultato fu quello che il mio defunto amico, tenente generale Bill Odom, definì giustamente il "più grande disastro strategico nella storia degli Stati Uniti". Le forze USA hanno subito decine di migliaia di morti e feriti inutili, mentre il nostro paese ha compiuto un enorme passo avanti verso la bancarotta. Il premio Nobel per l'economia Joseph Stiglitz e altri hanno stimato che, con gli interessi, il costo totale a lungo termine delle nostre due recenti guerre potrebbe raggiungere i $ 5 o $ 6 trilioni, circa $ 50.000 per ogni famiglia, per lo più ancora non pagati. Per altri versi, l'economista Edward Wolff ha calcolato che la Grande Recessione del 2008 e le sue conseguenze hanno ridotto il patrimonio netto personale della famiglia statunitense mediamente a $ 57.000 nel 2010, partendo da una cifra quasi doppia di tre anni prima. Queste cifre dimostrano che la classe media statunitense si trova adesso sull'orlo dell'insolvenza, ed una delle cause principali sono state le nostre guerre all'estero.
 
Ma nessuno dei responsabili ha poi subito gravi conseguenze, e la maggior parte di essi (politici importanti e giornalisti ben pagati) continuano ad essere oggi altrettanto importanti e ben pagati. Per la maggior parte degli statunitensi, la realtà è quella che raccontano gli organi di informazione, e poiché questi hanno ampiamente ignorato i fatti e le conseguenze negative delle nostre guerre negli ultimi anni, anche il popolo statunitense ha finito col dimenticarle. Recenti sondaggi mostrano che solo la metà dell'opinione pubblica oggi ritiene che la guerra in Iraq sia stata un errore.
 
James Bovard ha descritto la nostra società come una "democrazia da deficit di attenzione", e la velocità con cui gli eventi importanti vengono dimenticati, quando i media smettono di parlarne, potrebbe sorprendere George Orwell.
 
 
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E Odom è stato solo uno dei tanti che hanno subito quel destino, come ho notato un paio di anni fa :
 
 
Nel fervore patriottico seguito agli attacchi dell'11 settembre, pochi esponenti dei media nazionali hanno osato contestare i piani e le proposte dell'amministrazione Bush, con la rara eccezione dell'articolo di Paul Krugman sul Times; esprimere "sentimenti antipatriottici" può compromettere la carriera. Ciò era particolarmente vero per i media elettronici che, per la loro più ampia diffusione, sono soggetti a pressioni più estreme. Durante il 2002 e il 2003, era molto raro trovare un oppositore della guerra in Iraq da qualche parte nelle reti televisive o nelle nascenti alternative via cavo, e persino MSNBC, il meno popolare e il più liberal tra queste ultime, si impegnò ben presto in una forte repressione ideologica.
 
Per decenni, Phil Donahue è stato il pioniere del talk show televisivo diurno e, nel 2002, lo ha riportato in auge su MSNBC, ma all'inizio del 2003 il suo programma è stato cancellato, a causa – per quanto trapelato - della sua opposizione alla guerra incombente. Il conservatore Pat Buchanan e il liberale Bill Press, entrambi critici della guerra in Iraq, hanno animato una discussione di alto livello sulla stessa rete, nel corso della quale hanno incrociato le armi con gli esponenti filo-Bush, ma anche questa trasmissione è stata annullata per le stesse ragioni. Vedendo che i più famosi conduttori della rete via cavo e i programmi più quotati venivano così brutalmente censurati, i giornalisti di rango inferiore sicuramente ne hanno tratto delle lezioni, sul rischio di superare certe linee rosse ideologiche.
 
 
La grande purga statunitense degli anni '40
 
Sebbene Internet fosse solo agli inizi negli anni dopo l'11 settembre e non avesse un peso politico paragonabile a quella della televisione e dei giornali tradizionali, essa però esisteva, e le persone che erano state epurate a causa delle loro opinioni politiche potevano continuare a pubblicare i loro articoli, o almeno spiegare cosa era successo loro. Ma nelle generazioni precedenti non erano disponibili mezzi di comunicazione diretta così efficaci e le voci di dissenso sono semplicemente scomparse, e pochi esponenti dell’élite intellettuale si sono resi conto di quanto accadeva.
 
Anche gli statunitensi più informati non si sono probabilmente resi conto di alcune delle grandi epurazioni ideologiche della storia del ventesimo secolo del loro paese, in particolare quella dei primi anni '40 e della seconda guerra mondiale. Due decenni fa ho iniziato a costruire un sistema di contenuti digitalizzati che incorporava gli archivi quasi completi di molti dei nostri principali periodici degli ultimi 150 anni, e la portata di quegli eventi passati mi è diventata presto molto evidente, come ho descritto:
 
 
A volte mi immaginavo un po' come un serio giovane ricercatore sovietico degli anni 1970 che avesse iniziato a scavare nei file ammuffiti degli archivi del Cremlino a lungo dimenticati, e avesse fatto alcune scoperte sorprendenti. A quanto pare, Trotskij non era la famigerata spia e traditore nazista ritratto in tutti i libri di testo, ma era stato invece il braccio destro dello stesso santo Lenin durante i gloriosi giorni della grande Rivoluzione bolscevica, e anche dopo, per alcuni anni, era rimasto al vertice dell'élite del Partito. E chi erano queste altre figure - Zinoviev, Kamenev, Bukharin, Rykov – anch’essi in quei primi anni collocati ai vertici della gerarchia comunista? Nei corsi di storia, si era a malapena imbattuto in alcune menzioni di questi personaggi, che li dipingevano come agenti capitalisti minori che erano stati rapidamente smascherati e che avevano pagato con la vita il prezzo del loro tradimento. Come poteva il grande Lenin, essere stato così stupido da circondarsi quasi esclusivamente di traditori e spie?
 
Ma, a differenza dei loro omologhi stalinisti di un paio di anni prima, le vittime statunitensi scomparse intorno al 1940 non furono né fucilate né chiuse nei gulag, ma semplicemente escluse dai media mainstream che definiscono la nostra realtà, cancellati così dalla memoria, in modo tale che le generazioni future dimenticassero gradualmente la loro esistenza.
 
 
 
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Un esempio di spicco di un simile "scomparso" statunitense è il giornalista John T. Flynn, probabilmente oggi quasi sconosciuto, ma la cui fama un tempo era stata enorme. Come ho scritto l'anno scorso:
 
Quindi immagina la mia sorpresa nello scoprire che, nel corso di tutti gli anni 1930, Fynn era stato una delle voci liberal più influenti nella società statunitense, uno scrittore di economia e politica la cui fama potrebbe paragonarsi a quella odierna di Paul Krugman, sebbene molto incline ai pettegolezzi scandalosi. La sua rubrica settimanale su The New Republic ne aveva fatto una stella polare delle élite progressiste statunitensi, mentre le sue apparizioni regolari in Colliers, un settimanale illustrato a diffusione di massa che raggiungeva molti milioni di statunitensi, gli fornivano una piattaforma paragonabile a quella di un importante personaggio televisivo nel periodo di massimo splendore della TV.
 
In una certa misura, l'importanza di Flynn può essere oggettivamente quantificata. Qualche anno fa, mi è capitato di menzionare il suo nome ad una liberal colta e impegnata nata negli anni 1930 e, com’era prevedibile, le era completamente sconosciuto, ma si chiedeva se potesse essere stato un po' come Walter Lippmann, il famosissimo editorialista di quell'epoca. Quando ho controllato, ho visto che, tra le centinaia di periodici presenti nel mio sistema di archiviazione, c'erano solo 23 articoli di Lippmann degli anni 1930 e ben 489 di Flynn.
 
Un parallelo statunitense ancora maggiore con Taylor può essere lo storico Harry Elmer Barnes, una figura per me quasi sconosciuta, ma ai suoi tempi un accademico di grande influenza e statura:
 
Immagina il mio shock nello scoprire in seguito che Barnes era stato in realtà uno dei primi e più assidui collaboratori di Foreign Affairs, servendo come revisore principale di quella venerabile pubblicazione dalla sua fondazione dal 1922 in poi, mentre la sua fama come uno dei principali accademici liberal degli Stati Uniti trovava conferma nelle sue decine di apparizioni in The Nation e The New Republic lungo tutto quel decennio. A lui, infatti, viene attribuito un ruolo centrale nella “revisione” della storia della prima guerra mondiale, che aveva rimosso l'immagine fumettistica dell'indicibile malvagità tedesca, lasciata in eredità dalla disonesta propaganda bellica prodotta dai contrapposti governi britannico e statunitense. E la sua statura professionale è dimostrata dai suoi trentacinque o più libri, molti dei quali influenti volumi accademici, insieme ai suoi numerosi articoli su The American Historical Review, Political Science Quarterly e altre importanti riviste.
 
Qualche anno fa mi è capitato di menzionare Barnes a un eminente studioso accademico statunitense il cui interesse generale per le scienze politiche e la politica estera era abbastanza simile, eppure il suo nome non gli diceva niente. Alla fine degli anni 1930, Barnes era diventato uno dei principali critici dell’idea di un intervento USA nella Seconda Guerra Mondiale, e di conseguenza era "scomparso" permanentemente, escluso da tutti i principali media, mentre una grande catena di giornali veniva costretta a chiudere bruscamente la sua rubrica nazionale di lunga data nel maggio 1940.
 
Molti degli amici e alleati di Barnes furono vittima della stessa epurazione ideologica, che egli ha descritto nei suoi scritti, e che continuò dopo la fine della guerra:
 
Oltre una dozzina di anni dopo la sua scomparsa dai nostri media nazionali, Barnes è riuscito a pubblicare Perpetual War for Perpetual Peace, una lunga raccolta di saggi di studiosi e altri esperti che discutono le circostanze dell'ingresso degli USA nella Seconda Guerra Mondiale, prodotta e distribuita da un piccolo tipografo in Idaho. Il suo contributo è stato un saggio di 30.000 parole intitolato "Il revisionismo e il blackout storico" e ha discusso degli enormi ostacoli affrontati dai pensatori dissidenti di quel periodo.
 
Il libro stesso è stato dedicato alla memoria del suo amico, lo storico Charles A. Beard. Fin dai primi anni del 20 ° secolo, Beard si è classificato come una figura intellettuale della più grande statura e influenza, co-fondatore della New School di New York e presidente dell'American Historical Association e dell'American Political Science Association. Come principale sostenitore delle politiche economiche del New Deal, fu ampiamente apprezzato per le sue opinioni.
 
Tuttavia, quando si ribellò alla bellicosa politica estera di Roosevelt, gli editori gli chiusero i battenti e solo la sua amicizia personale con il capo della Yale University Press permise al suo volume critico del 1948 President Roosevelt and the Coming of the War, 1941 di essere stampato. La reputazione stellare di Beard sembra aver iniziato un rapido declino da quel momento in poi, tanto che nel 1968 lo storico Richard Hofstadter poteva scrivere: “Oggi la reputazione di Beard si erge come un'imponente rovina nel panorama della storiografia statunitense. Quella che una volta era la casa più grande della provincia è ora un rudere decrepito”. In effetti, l'"interpretazione economica della storia" di Beard, un tempo dominante, oggigiorno potrebbe quasi essere liquidata come promotrice di "pericolose teorie del complotto", e sospetto che pochi, tra i non storici, abbiano mai sentito parlare di lui.
 
Un altro importante contributo al volume di Barnes fu quello di William Henry Chamberlin, che per decenni era stato considerato uno dei principali giornalisti di politica estera statunitensi, con più di 15 libri al suo attivo, la maggior parte dei quali recensiti diffusamente e favorevolmente. Eppure America's Second Crusade, la sua analisi critica del 1950 sull'entrata degli USA nella Seconda Guerra Mondiale, non riuscì a trovare un editore mainstream, e quando apparve fu ampiamente ignorato dai recensori. Prima della sua pubblicazione, la sua firma era stata regolarmente pubblicata sulle nostre riviste nazionali più influenti come The Atlantic Monthly e Harpers. Ma poi i suoi scritti furono quasi interamente confinati a newsletter e periodici di piccola diffusione, che si rivolgevano a un pubblico ristretto di conservatori o libertari.
 
In questi giorni di Internet, chiunque può facilmente creare un sito Web per pubblicare le sue opinioni, rendendole così immediatamente disponibili a tutti nel mondo. I social media come Facebook e Twitter possono portare materiale interessante o controverso all'attenzione di milioni di persone solo con un paio di clic del mouse, ignorando completamente la necessità del supporto di intermediari istituzionali. È facile per noi dimenticare quanto sia stata estremamente impegnativa la diffusione delle idee dissenzienti ai tempi della stampa, della carta e dell'inchiostro, e capire che uno studioso espulso dal circuito editoriale-mediatico aveva bisogno di molti anni per riguadagnare un punto d'appoggio significativo per la divulgazione delle sue opere.
 
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In quel periodo, il pioniere dell’aviazione Charles Lindbergh era un eroe nazionale della più grande statura, regolarmente classificato tra gli uomini più ammirati negli USA e le sue posizioni contro la guerra godevano probabilmente dell'80% del sostegno popolare. Ma anche lui cadde in quell'epurazione politica:
 
 
Allarmati dalla crescente paura che gli USA potessero essere trascinati in un'altra guerra mondiale senza che gli elettori avessero avuto voce in capitolo, un gruppo di studenti di Giurisprudenza a Yale fondò un'organizzazione politica anti-interventista che chiamarono "The America First Committee", che crebbe in breve tempo fino a circa 800.000 aderenti, diventando la più grande organizzazione politica di base nella nostra storia nazionale. Numerosi personaggi pubblici di spicco si unirono ad essa sostenendola, con il presidente di Sears, Roebuck & Co (una catena di grandi magazzini, ndt) che fungeva da capo, e i suoi membri più giovani - inclusi i futuri presidenti John F. Kennedy e Gerald Ford - nonché altri notabili come Gore Vidal, Potter Stewart e Sargent Schriver. Flynn fu presidente della sezione di New York City e il principale portavoce pubblico dell'organizzazione era il famoso aviatore Charles Lindbergh, che per decenni era stato considerato come forse il più grande eroe nazionale degli USA.
 
Per tutto il 1941, enormi folle in tutto il paese parteciparono alle manifestazioni contro la guerra promosse da Lindbergh e dagli altri leader, e molti altri milioni di persone le seguivano attraverso le trasmissioni radiofoniche. Mahl dimostra che gli agenti britannici e i loro sostenitori statunitensi nel frattempo stavano proseguendo nelle loro operazioni segrete per contrastare questo sforzo, organizzando vari gruppi politici fantoccio che promuovevano il coinvolgimento militare statunitense, ricorrendo a mezzi legali, o anche illegalu, per contrastare i loro oppositori politici. Ebrei e organizzazioni ebraiche sembra abbiano giocato un ruolo enormemente sproporzionato in questa operazione.
 
Allo stesso tempo, l'amministrazione Roosevelt intensificava la sua guerra non dichiarata contro i sottomarini tedeschi e le altre forze navali nell'Atlantico, cercando senza successo di provocare un incidente che avrebbe trascinato il paese in guerra. FDR promosse anche una serie di bufale propagandistiche che dovevano terrorizzare gli statunitensi ingenui, come quando affermò di avere le prove che i Tedeschi – che pure non possedevano una grande flotta di superficie e la cui libertà di movimento era completamente ostacolata dal controllo inglese della Manica – progettavano concretamente di attraversare oltre duemila miglia dell'Oceano Atlantico per assumere il controllo dell'America Latina. Le prove citate erano quelle falsificate da agenti britannici.
 
Questi fatti, ora accertati definitivamente dopo decenni di studi, forniscono il necessario contesto al famoso e controverso discorso di Lindbergh ad una manifestazione di America First nel settembre 1941. In quella occasione, egli denunciò che tre gruppi in particolare stavano "spingendo questo paese verso la guerra [:] gli inglesi, gli ebrei e l'amministrazione Roosevelt”, scatenando così un'enorme tempesta di attacchi mediatici e denunce, comprese diffuse accuse di antisemitismo e simpatie naziste. Data la realtà della situazione politica, l'affermazione di Lindbergh costituiva una perfetta dimostrazione della famosa battuta di Michael Kinsley secondo cui "una gaffe è quando un politico dice la verità - una verità ovvia che non dovrebbe dire". Ma a cagione di tutto questo, la reputazione un tempo eroica di Lindbergh ha subito danni enormi e permanenti, e le campagne di diffamazione sono continuate per i restanti tre decenni della sua vita, e anche ben oltre. Sebbene non sia stato completamente epurato dalla vita pubblica, la sua posizione è radicalmente cambiata.
 
 
AJP Taylor e David Irving
 
 
Le controversie sull'intervento USA nella Seconda Guerra Mondiale hanno messo a tacere alcune delle nostre figure più influenti nel giornalismo, nel mondo accademico e nella politica, ma gli echi di quella Grande Purga sono continuati anche nelle generazioni successive.
 
Più di vent'anni dopo l'inizio di quel conflitto mondiale, il famoso storico di Oxford AJP Taylor pubblicò la sua opera classica del 1961 Origins of the Second World War. Come scrissi due anni fa :
 
 
La richiesta finale di Hitler, che il 95% della Danzica tedesca fosse restituita alla Germania proprio come desideravano i suoi abitanti, era assolutamente ragionevole, e solo un terribile errore diplomatico da parte degli Inglesi indusse i Polacchi a rifiutare la richiesta, provocando così la guerra. La diffusa affermazione successiva che Hitler avrebbe cercato di conquistare il mondo era totalmente assurda, e il leader tedesco ha effettivamente fatto ogni sforzo per evitare la guerra con la Gran Bretagna o la Francia. In effetti, era generalmente abbastanza amichevole con i Polacchi e aveva sperato di arruolare la Polonia come alleato tedesco contro la minaccia dell'Unione Sovietica di Stalin.
 
(...)
 
Il recente 70° anniversario dello scoppio del conflitto che ha consumato così tante decine di milioni di vite è stata la naturale occasione per la pubblicazione di numerosi articoli storici, e la discussione che ne è derivata mi ha indotto a tirar fuori la mia vecchia copia del volumetto di Taylor, che ho riletto per la prima volta dopo quasi quarant'anni. L'ho trovato altrettanto magistrale e persuasivo di come mi era apparso quando lo leggevo nella mia stanza del dormitorio del college, e i lusinghieri apprezzamenti riportati in copertina dimostravano che al suo apparire aveva ricevuto molti consensi. Il Washington Post aveva elogiato l'autore come "lo storico vivente più importante della Gran Bretagna", World Politics lo aveva definito "Potentemente argomentato, scritto brillantemente e sempre persuasivo", The New Statesman, la principale rivista di sinistra britannica, lo aveva descritto come "Un capolavoro: lucido, compassionevole, ben scritto" e l'augusto Times Literary Supplement lo aveva definito "semplice, devastante, superlativamente leggibile e profondamente inquietante". Come best-seller internazionale, è sicuramente l'opera più famosa di Taylor, e posso facilmente capire perché era ancora nella mia lista di letture obbligatorie, quasi due decenni dopo la sua pubblicazione originale.
 
Eppure, rivisitando lo studio pionieristico di Taylor, ho fatto una scoperta notevole. Nonostante tutte le vendite internazionali e il plauso della critica, le tesi contenute nel libro hanno presto suscitato una tremenda ostilità in alcuni ambienti. Le lezioni di Taylor a Oxford sono state enormemente popolari per un quarto di secolo ma, a causa di quell’ostilità, "lo storico vivente più importante della Gran Bretagna" venne sommariamente epurato dalla facoltà non molto tempo dopo. All'inizio del suo primo capitolo, Taylor chiarisce fino a che punto trovasse strano che, più di vent'anni dopo l'inizio della guerra più catastrofica del mondo, non fosse stata prodotta alcuna analisi seria delle cause immediate. Forse le ritorsioni che ha dovuto in seguito subire lo hanno poi aiutato a capirne le ragioni. 
 
 
Una generazione dopo, un destino molto più estremo è toccato ad uno dei connazionali di Taylor, specialista della stessa disciplina accademica. Forse ad eccezione di Arnold Toynbee, penso che David Irving sia probabilmente lo storico britannico di maggior successo internazionale degli ultimi cento anni, e le sue rivoluzionarie scoperte d'archivio costituiranno sicuramente un pilastro centrale della nostra futura comprensione della Seconda Guerra Mondiale, molto tempo dopo che quasi tutti i suoi contemporanei saranno stati dimenticati. Avendo letto ormai una dozzina dei suoi importanti volumi, posso certamente attestare la qualità del suo lavoro.
 
Ma i risultati della sua ricerca hanno sfidato l'ortodossia ufficiale anche molto più fortemente di quelli di Taylor e, mentre quest'ultimo è stato semplicemente epurato dopo un quarto di secolo di insegnamento a Oxford, Irving è stato denunciato, diffamato e inserito nella lista nera di tutti gli editori tradizionali, quindi alla fine è andato in bancarotta, ed è stato perfino sbattuto in prigione.
 
In effetti, Irving ha subito il destino di una doppia epurazione. Alla fine degli anni '90 i suoi implacabili nemici lo avevano bandito dai giornali d'élite e allontanato dagli editori di libri che un tempo lo avevano corteggiato, ma quando le sue avvincenti conferenze pubbliche iniziarono a guadagnargli un rinnovato seguito su Youtube, alcuni anni fa, anche i suoi video sono stati eliminati da Internet.
 
La conoscenza storica di Irving era considerata così minacciosa per le nostre élite al potere, che furono arruolate perfino bande di giovani teppisti violenti per interrompere i suoi discorsi pubblici, e il resoconto di un simile attacco a un ristorante privato a Chicago una dozzina di anni fa fu probabilmente il primo.  Prima non avevo mai sentito parlare di "antifa" dalla stampa.
 
A metà degli anni '80, Irving si trovava al tramonto di una carriera accademica di sei decenni, ma dozzine di ponderosi volumi storici costituiscono la sua eredità, e alcune delle sue importanti conferenze di trent'anni fa sono ancora disponibili per la visione su Bitchute:
 
 
La strategia del silenzio dinamico
 
La lunga lista di casi che ho trattato comprende molti dei nostri più illustri giornalisti, accademici e altri personaggi pubblici, e le ragioni per cui hanno ricevuto tale trattamento non sono difficili da capire.
 
Le persone ragionevoli non si lasciano condizionare dalle Autorità e, se le argomentazioni di tutte queste stimatissime persone fossero state deboli o fallaci, avrebbero potuto e dovuto essere efficacemente confutate. Ma il problema era che essi presentavano prove e analisi molto forti, e queste ultime, rese più credibili dal prestigio di chi le sosteneva, avrebbero potuto prevalere anche contro una moltitudine di contraddittori. Quindi non era il caso di confutare le loro argomentazioni in una discussione dall’esito incerto, ma occorreva farli "scomparire".
 
L'efficacia di tali tecniche di oscuramento varia considerevolmente con il mutare delle tecnologie di comunicazione e delle abitudini sociali. Per gran parte del secolo scorso, l'informazione popolare proveniva dalla radio, dalla televisione e dal cinema, oltre che da giornali, libri e riviste. La proprietà di questi mezzi di comunicazione era fortemente concentrata e l’apertura di un nuovo giornale o di una nuova emittente richiedeva enormi costi di capitale, cosicché la struttura dei media garantiva una serie di strozzature in grado di assicurare efficaci epurazioni ideologiche.
 
Il diffondersi di Internet, nel corso dell'ultima generazione, ha completamente trasformato questa struttura, distruggendo il potere di molti organi mediatici consolidati e consentendo agli individui di creare propri strumenti divulgativi con investimenti relativamente modesti. Con costi di capitale così notevolmente ridotti, personalità dotate di una propria credibilità e con cose importanti da dire sono in grado di avviare quasi da soli un'operazione mediatica significativa. Un anno dopo aver lasciato l'Intercept, Glenn Greenwald gode oggi probabilmente di una visibilità molto maggiore, attraverso i suoi articoli su Substack, di quella che hanno i media che ha abbandonato, nonostante tutti i loro dipendenti e un investimento di $ 100 milioni di finanziamento. Due o tre decenni fa, la sua situazione sarebbe stata completamente diversa.
 
Ma negli ultimi anni, nuovi controlli sono stati reintrodotti su Internet, un tempo incontrollata, attraverso l'ascesa di guardiani dominanti come Google, Facebook e Twitter, e la crescente volontà di questi monopoli aziendali di esercitare quel potere e mettere a tacere le voci di coloro che si allontanano troppo dalla linea accettabile.
 
Non pretendo di collocarmi nell'augusta schiera delle persone di cui ho parlato fin qui, ma anche io ho incontrato ostacoli simili. Pochi giorni dopo aver scritto il mio primo articolo, nell’aprile 2020, su alcuni fatti importanti e taciuti dell'epidemia di Covid, il nostro intero sito Web è stato improvvisamente bandito da Facebook e declassato da Google. Questo duro colpo ha drasticamente ridotto la divulgazione delle informazioni cruciali che ho tentato, nel corso di tutto l’anno scorso, di diffondere:
 
Ad esempio, nel 2017 Trump ha portato Robert Kadlec, che dagli anni 1990 era stato uno dei principali sostenitori della guerra biologica, negli USA. L'anno successivo, nel 2018, una misteriosa epidemia virale ha colpito l'industria avicola cinese e, nel 2019, un'altra misteriosa epidemia virale ha devastato l'industria della carne suina cinese...
 
Fin dai primi giorni, i principali collaboratori di Trump hanno considerato la Cina come l'avversario geopolitico più formidabile degli USA e hanno avviato una politica di scontro. Da gennaio ad agosto 2019, il dipartimento di Kadlec ha svolto l’esercitazione di simulazione “Crimson Contagion” (Contagio cremisi), avente ad oggetto l'ipotetica epidemia di una pericolosa malattia virale respiratoria in Cina che alla fine si diffonde negli Stati Uniti, e i partecipanti dovevano individuare le misure necessarie per controllarla. Nella sua qualità di grande esperto statunitense di guerra biologica, Kadlec aveva sottolineato l'efficacia unica delle armi biologiche fin dalla fine degli anni '90, e ha dimostrato una notevole preveggenza quando ha organizzato un’importante esercitazione di epidemia virale nel 2019, tanto straordinariamente simile a quella che sarebbe comparsa nel mondo reale solo pochi mesi dopo.
 
Con i principali collaboratori di Trump tanto innamorati della guerra biologica, ferocemente ostili alla Cina ed impegnati in simulazioni su larga scala, nel 2019, sulle conseguenze di una misteriosa epidemia virale in quel paese, sembra del tutto irragionevole ignorare completamente la possibilità che piani così estremamente sconsiderati possano essere stati discussi in privato ed eventualmente attuati, anche se probabilmente senza l'autorizzazione presidenziale.
 
Ma quando sono cominciate ad apparire evidenti le orribili conseguenze della nostra successiva inazione governativa, fonti all'interno delle nostre agenzie di intelligence hanno cercato di dimostrare che queste ultime non erano rimaste inattive. All'inizio di questo mese, una storia di ABC News ha citato quattro fonti governative separate per rivelare che, alla fine di novembre, una speciale unità di intelligence medica all'interno della nostra agenzia di intelligence di difesa aveva prodotto un rapporto che rivelava un'epidemia fuori controllo che si stava diffondendo nell'area di Wuhan in Cina, e ha distribuito quel documento a tutti i vertici del nostro governo, avvertendo che si dovevano prendere delle misure per proteggere le forze statunitensi con sede in Asia. Dopo che la storia è andata in onda, un portavoce del Pentagono ha negato ufficialmente l'esistenza di quel rapporto di novembre, mentre vari altri funzionari di alto livello del governo e dell'intelligence hanno rifiutato di commentare. Ma pochi giorni dopo, la televisione israeliana ha rivelato che, a novembre, l'intelligence statunitense aveva effettivamente condiviso un simile rapporto sull'epidemia di Wuhan con i suoi alleati NATO e israeliani, sembrando così confermare in modo indipendente la completa accuratezza della storia originale della ABC e delle sue varie fonti governative.
 
Sembra quindi che alcuni elementi della Defense Intelligence Agency fossero a conoscenza del micidiale scoppio virale di Wuhan più di un mese prima di qualsiasi funzionario del governo cinese stesso. A meno che le nostre agenzie di intelligence non siano pioniere della tecnologia della precognizione, penso che ciò potrebbe essere accaduto per lo stesso motivo per cui i piromani sono informati in anticipo dei futuri incendi.
 
Secondo diversi resoconti di vari media mainstream, entro “la seconda settimana di novembre” la nostra Defense Intelligence Agency stava già preparando un rapporto segreto che avvertiva di un focolaio di malattia “catastrofico” in corso a Wuhan. Ma in quel momento, forse non più di un paio di dozzine di persone erano state infettate in quella città di 11 milioni di abitanti, e solo una piccola parte di essi presentava sintomi gravi. Le implicazioni sono piuttosto ovvie. Inoltre:
 
Quando il coronavirus iniziò gradualmente a diffondersi oltre i confini della Cina, notai un’altra cosa che moltiplicò notevolmente i miei sospetti. La maggior parte dei primi casi si era verificata esattamente dove c’era da aspettarselo, nei paesi dell'Asia orientale che confinano con la Cina. Ma, alla fine di febbraio, il secondo epicentro dell’epidemia globale era diventato l'Iran. Ancora più sorprendentemente, i più colpiti in questo paese sono stati gli esponenti della sua élite politica, con un 10% pieno dell'intero Parlamento iraniano contagiato e almeno una dozzina dei suoi funzionari e politici, alcuni dei quali piuttosto anziani, morti a causa della malattia. In effetti, gli attivisti Neocon su Twitter hanno iniziato a segnalare con gioia che i loro acerrimi nemici iraniani stavano morendo come mosche.
 
Consideriamo le implicazioni di questi fatti. In tutto il mondo, le uniche élite politiche che hanno subito perdite umane significative sono state quelle iraniane, e sono morte in una fase molto precoce, prima ancora che si verificassero focolai significativi in qualsiasi altra parte del mondo oltre i confini della Cina. Quindi, abbiamo gli USA che assassinano il massimo comandante militare dell'Iran il 2 gennaio e poi, solo poche settimane dopo, gran parte della élite al potere in Iran viene infettata da un nuovo virus misterioso e mortale, con molti di loro che non sopravvivono. Un individuo razionale potrebbe forse considerare questo come una semplice coincidenza?
 
 
 
 
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