Fabio Di Celmo, el muchacho del Copacabana

di Nicola Quatrano



(da "Cuba o della mela marcia", Napoli 2003)

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Settembre è mese di tragici anniversari.
Tutti ricordano, naturalmente, l’11 settembre 2001 di New York, anche i morti nel mondo globalizzato contano in modo diverso e, per loro, si è mobilitato l’intero apparato mediatico, dedicando pagine e pagine alla celebrazione delle vittime e ai discorsi d’ occasione che i ministri dei temporali di tutto il mondo hanno pronunciato in un tripudio di tromboni, auspicando democrazia con la tovaglia sulla mani e le mani sui coglioni. La retorica e l’ipocrisia non fanno bene a quei poveretti che hanno avuto in sorte non solo d’essere uccise dalla criminale spietatezza dei loro assassini, ma d’essere poi usate da apparati e personaggi le cui mani grondano sangue. D’essere diventate la scusa e l’occasione di guerre scellerate, a onta di quel NOT IN MY NAME inutilmente gridato da molti dei loro familiari.
Meglio ricordarle in pena e silenzio, lontani dalle celebrazioni ufficiali. Vite spezzate, private del diritto alla possibilità, nostri fratelli, anche loro martiri della IV guerra mondiale, la guerra dei ricchi contro i poveri.
 Ma quella di Manhattan non è l’unica tragedia che ha insanguinato questo mese mite e doloroso: il 17, in Libano, migliaia di persone (poche le autorità) hanno manifestato la loro rabbia ancora viva per la strage di Sabra e Chatila, perpetrata nel 1982 dalle milizie libanesi di destra sotto lo sguardo complice delle forze armate israeliane al comando di Ariel Sharon.
Il tempo non ha cancellato nulla in quel che resta dei campi. Fuori la vita continua, tra l’ambasciata del Kuwait e il lusso incongruo della nuova città sportiva la gente si intrufola veloce tra i negozi, i banchi di frutta, di cd, di articoli nuovi e di seconda mano, tra auto e scooter... Ma dentro, nei campi ripuliti dagli sversamenti di immondizia, si resta tormentati dal ricordo dei bambini sgozzati o impalati, aggrovigliati ai ventri di donne squarciati insieme ai loro feti, di teste e gambe e braccia tagliate con l’accetta, di cadaveri fatti a pezzi... fino alla nausea.
C’è ancora qualcuno che ha trovato il tempo di commemorare l’11 settembre 1973 di Santiago del Cile, il golpe di Pinochet, il primo e più sanguinario esperimento sociale del neoliberalismo. Quest’anno ne ricorre il trentennale e le ultime parole pronunciate da Salvador Allende dovrebbero essere care a tutti coloro che difendono la democrazia liberale : “(...) Que lo sepan, que lo oigan, que se lo graben profundamente: dejaré La Moneda cuando cumpla el mandato que el pueblo me diera, defenderé esta revolución chilena y defenderé el Gobierno porque es el mandato que el pueblo me ha entregado. No tengo otra alternativa. Sólo acribillándome a balazos podrán impedir la voluntad que es hacer cumplir el programa del pueblo (...)”  Ma gli Stati Uniti difendono la democrazia solo quando possono comprarsela, così Allende fu costretto a suicidarsi per non cadere vivo nelle mani dei torturatori. Esecutori: Augusto Pinochet e la sua giunta militare. Mandanti e finanziatori: Henry Kissinger e l’amministrazione repubblicana degli Stati Uniti.
Il 17 settembre nello stadio di Santiago del Cile, tra le migliaia di altri torturati e trucidati,  venne ucciso anche Victor Hara, cantautore colpevole di aver dato voce, con le sue canzoni, al popolo cileno. I militari gli tagliarono le dita di fronte alla folla e, prima di sparargli, lo schernirono perfino, gettandogli addosso la sua chitarra e sfidandolo a suonare.

 


C’è un altro anniversario da commemorare nel mese del nostro scontento. Pochissimi se lo ricordano perché riguarda un avvenimento soffocato dal silenzio e la disinformazione che i media riservano a tutto quanto riguarda Cuba. 
E’ il 4 settembre 1997 e, a dispetto della bella giornata di sole, una bomba squarcia l’aria nei pressi dell’hotel Copacabana di La Havana. Un imprenditore italiano di 32 anni si trova per caso nell’atrio dell’albergo, saluta i suoi amici Enrico Gallo e Francesca Argeli, in procinto di ripartire per l’Italia dopo una vacanza nell’isola. Lo scoppio è improvviso e deflagrante, i vetri in frantumi, il terrore, la confusione... l’imprenditore resta ferito gravemente. A nulla vale il trasporto alla clinica central Cira Garcia, vi giunge morto. Si chiama Fabio Di Celmo, un giovane italiano vittima del terrorismo, che i cubani chiameranno per sempre “el muchacho del Copacabana”.
Nello stesso giorno altri ordigni scoppiano davanti agli hotel Chateau e Triton, il 6 settembre una bomba devasta la Bodeguita del medio, lo storico caffè dove Hemingwai amava prendere il suo mojito (per il daiquiri preferiva la Floridita).
Fabio Di Celmo era spesso a Cuba per motivi di lavoro, seguiva il padre Giustino negli affari dell’azienda import-export di famiglia. Importava stoffe, stoviglie, coperte, tessili per hotel, merce preziosa nella Cuba strangolata dall’embargo statunitense. Chi volesse conoscerlo, può visitare il sito
www.fabiodicelmo.cu  e troverà notizie su di lui, la sua famiglia, l’orrendo attentato che lo assassinò. Prima, però, conviene scorrere la galleria delle sue fotografie, ascoltando la bellissima canzone “Lejos de Genova” interpretata da Maria Elena Pena con accompagnamento al piano di Frank Fernàandez. E’ il modo migliore, tra queste immagini ordinarie, di capire l’uomo e il crimine orrendo di cui è stato vittima.
Fabio era un giovane dalle passioni semplici e generose, lo si capisce dalle immagini, mentre sorride mitemente, mentre gioca allegro con un bambino. Amava il gioco del calcio, che aveva praticato con soddisfazione da ragazzo, e adorava i bambini. Anche per questo era innamorato di Cuba: “mio figlio mi confidò – racconta il padre – di voler lottare per questo paese che, nonostante l’embargo, garantisce cibo e istruzione ai suoi bambini…diceva sempre: qui i bambini studiano, il trattamento sanitario è gratuito e nessuno muore di fame…”. Voleva lottare per l’unico paese dell’America Latina che non costringe i bambini a lavorare e a mendicare, per l’unico paese del mondo che non sfrutta i suoi bambini con il lavoro, il sesso, o anche solo come consumatori. E l’unico modo che sapeva era di offrire a Cuba il suo lavoro e la sua esperienza di imprenditore. Ma così facendo, egli si è reso colpevole agli occhi della mafia cubana di Miami, colpevole di aver contribuito coi suoi sforzi a rompere il blocco economico imposto dagli USA a Cuba.
 

 

Fabio Di Celmo nacque il 1 giugno 1965 a Genova. Suo padre, Giustino, e la madre, Ora Bassi, vi erano da poco ritornati dopo aver vissuto per qualche anno in Argentina, dove erano nati i loro primi due figli, Tiziana e Livio. Italiano, dunque, italianissima vittima del terrorismo. Ma non risulta che il suo paese gli abbia tributato omaggi o lo abbia in qualche modo ricordato. Non lo ha fatto il governo italiano, così prodigo di proclami contro il terrorismo, quando non è di marca statunitense, non lo hanno fatto i comuni di Genova – dove è nato – e di Salerno – da dove proviene la famiglia -, né i governatori della Liguria e della Campania. Antonio Bassolino è stato pronto a cancellare il suo viaggio a Cuba alla notizia delle esecuzioni contro i tre dirottatori di un traghetto, ma non ha mai chiesto giustizia per l’assassinio del giovane connazionale.
Eppure sono noti i mandanti e gli esecutori. Qualche giorno dopo i fatti, venne fermato a Cuba un individuo identificato col passaporto come Raul Ernesto Cruz Leon, di nazionalità salvadoregna, entrato a Cuba come turista il 31 agosto, proveniente dal Guatemala. Nelle sue dichiarazioni, il fermato ha riconosciuto di aver introdotto nel paese l’esplosivo C-4 e di essere stato l’autore materiale degli attentati del 4 settembre. Le dichiarazioni di Cruz Leon hanno confermato che mandante dell’attentato era Luis Posada Carriles, al servizio della Fondazione cubano-americana di Miami.
“Dalle indagini – informa la nota ufficiale del Ministero degli interni cubano – si è potuto stabilire che la persona identificata come Raul Ernesto Cruz Leon è un agente mercenario reclutato all’estero, addestrato, rifornito e pagato per la realizzazione di queste azioni. Per ogni bomba avrebbe ricevuto un pagamento di 4.500 dollari. E’ stato istruito nel Salvador, dove gli sono stati dati i mezzi necessari, la lista dei possibili obiettivi, i biglietti e il denaro per le spese.” Cruz Leon è stato addestrato come paracadutista e tiratore in una scuola militare della Georgia, e ha seguito un corso sugli esplosivi con istruttori statunitensi.
Dietro di lui la lunga mano della Fondazione cubano-americana diretta, allora, dal boss Jorge Mas Canosa. La potentissima FNCA, della quale è interessante conoscere la storia.

 

Quando nel gennaio del 1981 Ronald Reagan si insediò alla Casa Bianca, restituì alla C.I.A. quel ruolo internazionale che il Congresso le aveva sottratto a metà degli anni ’70 e, come disegno strategico della politica verso l’America Latina, accolse il cd. Documento di Santa Fe, in pieno accordo con George Bush padre, allora vice-presidente ed ex capo della C.I.A. e William Casey, neodirettore dell’Agenzia. Il disegno strategico era chiaro: agli Stati Uniti, che stavano cercando di neutralizzare il governo popolare sandinista, era indispensabile neutralizzare quello cubano, accusato di essere il principale sostegno del Nicaragua. Ma l’amministrazione U.S.A. era anche preoccupata per la perdita di prestigio della controrivoluzione cubana, le cui fila erano zeppe di terroristi e assassini, si pensò quindi alla possibilità di creare una lobby nel Congresso nordamericano, per rendere politicamente più accettabile l’applicazione di una politica più aggressiva verso Cuba.
Richard Allen, un veterano della C.I.A., consigliere della sicurezza nazionale di Reagan, si incaricò di selezionare un piccolo gruppo di milionari di origine cubana per dare vita al piano. Singolare “coincidenza” vuole che i quattordici primi selezionati  avessero tutti fatto parte della C.I.A.. Tra loro, il banchiere Raul Masvidal, ex brigatista, e Carlos Salmàn, legato al partito repubblicano e intimo della famiglia Bush. Il primo presidente esecutivo del gruppo fu Frank Calzòn, ex dirigente delle organizzazioni terroristiche Abdala e Fronte di liberazione nazionale di Cuba. Nonostante fosse inquisito per riciclaggio di dollari, alla direzione della FNCA venne inserito  anche Luis Botifoll, presidente della Repubblic National Bank. Jorge Mas Canosa divenne immediatamente, su richiesta di Allen, presidente del consiglio di amministrazione. Così iniziò la FNCA. Oggi è un vero mostro che non paga imposte; ha più di cento direttori, tutti ricchissimi, tutti di estrema destra, che versano ogni anno tra 5.000 e 50.000 dollari.
Controllata direttamente dalla C.I.A., vicinissima al partito repubblicano e in ottime relazioni con la famiglia Bush, la FNCA ha firmato, per le mani di Luis Posada Carriles e Orlando Bosh, alcuni dei peggiori atti di terrorismo contro Cuba. Oltre all’assassinio di Fabio Di Celmo, il più sanguinoso fu quello contro un aereo della Cubana de Aviacion, esploso nell’ottobre del 1976 al largo delle isole Barbados, per il quale Luis Posada Carriles e Orlando Bosh vennero imprigionati in Venezuela.
Per poco, perché Orlando Bosh fu subito liberato e tornò a Miami, senza minimamente preoccuparsi del mandato di arresto che l’FBI aveva emesso contro di lui. A ben ragione, perché anche in Florida, dopo soli due giorni di prigione, venne posto in libertà vigilata. Così il New York Times: “In nome della lotta contro il terrorismo, gli Stati Uniti hanno inviato i loro aerei a bombardare la Libia e un esercito per invadere Panama. Ora l’amministrazione Bush lascia in libertà uno dei terroristi più famosi del continente. E perché? La sola ragione evidente è quella di attirarsi le simpatie del sud della Florida”, ovvero della mafia cubana di Miami.

 

Luis Posada Carriles restò prigioniero in Venezuela fino al 1985, quando riuscì misteriosamente ad evadere. Nel 1994, mentre era ricercato dalle autorità di Cuba, del Venezuela e degli Stati Uniti, egli pubblcò a Miami un libro di memorie, “Los caminos del guerrero”, nel quale riconosceva che la sua evasione era stata realizzata dalla FNCA e di essere poi riparato nel Salvador, dove si è impegnato attivamente nel lavoro segreto di appoggio alla Contra del Nicaragua. Qualche anno dopo, in una intervista rilasciata al New York Times, Posada ha riconosciuto che le Autorità U.S.A. hanno mantenuto nei suoi confronti, durante la maggior parte della sua carriera, un’attitudine di benevola negligenza, così consentendogli di restare libero e attivo.
Lo ritroviamo oggi in carecere a Panama, accusato dell’esplosione dell’aereo di linea cubano e di aver attentato alla vita di Fidel Castro. Il 3 settembre è iniziata l’udienza preliminare e, al momento in cui scriviamo queste note, si moltiplicano i timori ch’egli possa essere liberato, o addirittura scagionato, nonostante egli stesso abbia più volte rivendicato la sua responsabilità nell’ondata di attentati contro Cuba.
 

Città di La Havana, ore 20.00 del giorno 5 settembre 1997. Innanzi al magistrato procedente compare, in qualità di testimone, Giustino Di Celmo, nato a Salerno (Italia) il 23 dicembre 1920. Di professione commerciante, numero passaporto 71212205A, domiciliato in La Havana nell’Hotel Copacabana, sito in calle Primera, Miramar.
Viene avvertito dell’obbligo che gli deriva dalla legge di dire la verità e dichiara di comprendere e parlare perfettamente la lingua spagnola, senza bisogno di interprete o traduttore.
Riferisce inoltre che da cinque anni visita Cuba ogni due mesi circa, perché lui e il suo figlio appena deceduto, Fabio Di Celmo, intrattengono relazioni commerciali col Ministero del commercio interno del nostro paese. Inoltre lui e suo figlio organizzano, senza scopo di lucro, campagne pubblicitarie in Italia, per incoraggiare il turismo verso Cuba.
Segnala che, alle 9 del 4 corrente, lui e suo figlio avevano un impegno di lavoro a Viconsa, nella Havana Vieja, però, resisi conto di essere in ritardo, decisero di rientrare al Copacabana e suo figlio si mise in contatto telefonico con due giovani italiani, suoi amici fin dall’infanzia, che si trovavano in luna di miele a Cuba. I cui nomi sono Enrico Gallo e Francesca Argeli, che proprio suo figlio aveva convinto a venire a Cuba per l’occasione. I tre giovani si accordarono per incontrarsi al bar dell’hotel, dove avrebbero deciso dove fare insieme colazione in modo rapido, dal momento che alle 3 del pomeriggio i due sposi dovevano ripartire per l’Italia.
Manifesta che, fino a mezzogiorno, suo figlio è stato in sua compagnia nella sua camera, quindi è sceso per recarsi all’appuntamento con gli amici. Ch’egli avvertì subito dopo un’esplosione  e fu informato che, in conseguenza di essa, suo figlio era stato gravemente ferito al collo e trasportato alla Clinica Central Cira Garcia. Che gli amici del figlio, per quanto apparentemente illesi, furono anche loro immediatamente ricoverati nel medesimo centro medico per accertamenti. Ch’ egli subito si diresse al Cira Garcia e, al suo arrivo, seppe che il figlio era morto, dopo atroci sofferenze.
Dichiara inoltre che è stato molto ben assistito dai cubani, sia dai medici, che dai lavoratori dell’albergo, che dai suoi corrispondenti d’affari. Che ha ricevuto la visita del signor Corrado Bray, addetto consolare d’Italia a Cuba e che molte persone del suo paese gli hanno telefonato, compreso l’ambasciatore d’Italia a Cuba.
Riferisce che è in procinto di giungere a Cuba, proveniente dal Canadà, un altro suo figlio, di nome Livio Di Celmo, che si incaricherà della traslazione della salma, incombenza cui egli non si sente di attendere, per la grave emozione subita.
Segnala che attribuisce la responsabilità di questi atti agli U.S.A. e alla mafia di Miami e a tutti i loro seguaci che mirano a sovvertire la Revoluciòn cubana a qualsiasi prezzo, anche a costo di altri atti terroristici criminali come quello che ha causato la morte del figlio. Ch’egli, da veterano della seconda guerra mondiale e da partigiano contro il fascismo, è un progressista che desidera la pace per Cuba e che per questo ha aiutato, nei limiti delle sua possibilità, il nostro paese e continuerà a farlo.
Per ultimo, aggiunge che è chiara la finalità di queste azioni: distruggere le potenzialità dell’industria turistica cubana, via via crescenti, e scoraggiare i flussi turistici verso Cuba, specialmente di cittadini italiani.

 


 



Lejos de Genova
Canzone dedicata a Fabio, interpretata da Maria Elena Pena. Parole e musica di Manuel Argudín.

 

Lejos de Génova Y al sur del horizonte
Sin sospecharlo sin esperarlo
Lanzò su flecha envenenada el viento norte
Con el oficio, de su misiòn fatal
Lejos del suelo donde diste el primer paso
La muerte absurda te alzò en sus brazos
Arrebatàndote el suspiro y la sonrisa
Brutal y urgente
Ciega de prisa
Duerme,
sobre el jardìn donde reposa la razòn
de tantas cosas que te salvan de perderte
bajo las ruinas polvorientas de un final
sin màs historia y sin màs gloria
que una flor en la pared.
Vuelve, con el azul de tu sonrisa a caminr
Burlando el odio mensajero de una suerte
Que te llevò pero non pudo sepultar la maravilla
De una semilla en busca de un rayo de luz, vital,
Lejos de Génova
Y al sur del horizonte sin sospecharlo, sin esperarlo
Lanzò su flecha envenenada el viento norte
Y sin saberlo,
te hizo guardiàn del sol.

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