Mappemonde.mgm, gennaio 2009 (trad. ossin)
 
Grande Medio Oriente – Greater Middle East. Il luogo di un momento
Vincent Capdepuy
 
 
“L’iniziativa per il Grande Medio Oriente” (Greater Middle East Initiative), lanciata dal governo di George W. Bush all’inizio del 2004, ha suscitato molte discussioni, soprattutto per l’espressione, Greater Middle East, “questo ampio insieme i cui contorni sono stati arbitrariamente definiti dagli Stati Uniti non ha, per contro, altro denominatore comune se non l’eterogeneità di un Medio Oriente e di un’Africa del Nord che la storia e la geografia hanno sia tracciato che spezzato” (Marti, 2004). Per Bichara Khader (2004), la “nozione di GMO (Grande Medio Oriente) è una nozione geografica vaga che non riconosce l’identità araba e l’annacqua in un insieme geopolitico dove si giustappongono storie e culture differenti”. Ebbene lo studio geo-storico della nozione di “Grande Medio Oriente” sollecita l’urgenza di capire se si tratti davvero di una nozione geografica precisa, una suddivisione spaziale fondata su criteri chiaramente definiti, o soltanto di un appellativo di circostanza.
 
 
In opposizione alla nozione di “momento del luogo”, che “designa l’arco temporale più o meno preciso nel quale un luogo incarna una situazione di portata generale, al di là di quanto esso stesso rappresenti in sé” (Equipe MIT, 2005), parleremo qui di “Luogo di un momento” , un luogo che incarna una situazione la cui portata non oltrepassa un lasso di tempo più o meno definito.
 
Una nozione già relativamente antica
Per cominciare occorre rilevare che questo appellativo, contrariamente a quanto si è scritto spesso, non è stato inventato dal governo Bush. L’espressione Grater Middle East, dove greater resta un aggettivo comparativo, è comparsa sia pure episodicamente fin dagli anni 1950 e ha cominciato ad essere usata in modo più frequente nelle analisi strategiche statunitensi dalla fine degli anni 1970. Diversi avvenimenti hanno posto in primo piano questo spazio abbastanza vasto che circonda il Golfo Persico: la rivoluzione marxista del 1974 in Etiopia, seguita da un periodo di disordini nella regione, specialmente nel 1978; la caduta dello Scia di Persia nel gennaio 1979; la breve guerra di frontiera nel marzo successivo tra lo Yemen del Nord e lo Yemen del Sud; poi l’intervento sovietico in Afghanistan in dicembre. Occorre aggiungere a questi fatti il conflitto israelo-palestinese, in corso dal 1948, e il conflitto libanese scoppiato nel 1975. Già il 20 dicembre 1978, mentre si moltiplicano i disordini in Iran, questo spazio viene definito da Zbigniew Brzezinski, allora consigliere per la sicurezza nazionale, come “arco di crisi” (arc of crisis). L’espressione prende rapidamente piede, talvolta con delle varianti: “la mezzaluna di crisi” (copertina del Time, 15 gennaio 1979), il “Triangolo che si divide” (the crumbling triangle) (The New York Times, 11 gennaio 1979). Si tratta, in quel preciso momento, di uno spazio congiunturale la cui unità resta la priorità, di fronte agli avvenimenti descritti e al timore di una avanzata sovietica che avrebbe potuto minacciare la regione petrolifera del Golfo Persico.
 
In effetti, dopo la ritirata britannica “a est di Suez”, da Aden nel 1967 e dagli Emirati del Golfo nel 1971, nessuna potenza occidentale è direttamente presente nella regione. La strategia statunitense detta dei “due pilastri” (Two Pillars), che si fondava sull’alleanza con l’Arabia Saudita e con l’Iran, era stata completamente rimessa in discussione dalla Rivoluzione Islamica del 1979, che aveva provocato il riposizionamento strategico degli Stati Uniti nella regione.
 
Nel 1979 Paul Wolfowitz, segretario aggiunto alla difesa con delega ai programmi regionali, attira l’attenzione sulla necessità di rafforzare la difesa delle risorse petrolifere del Golfo Persico in un documento non ancora declassificato, ma conosciuto dalla stampa fin dal 1980 (Burt, 1980) Capabilities for Limited Contingencies in the Persan Gulf. “Noi e i nostri principali alleati industrializzati abbiamo un interesse vitale crescente nella regione del Golfo Persico perché noi abbiamo bisogno del petrolio del Golfo Persico e perché gli avvenimenti del Golfo Persico influiscono sul conflitto arabo-israeliano. L’importanza del petrolio del Golfo Persico non rischia facilmente di essere esagerato” (citato da Salomon, 2007). Denuncia inoltre il rischio di un controllo della regione da parte dell’URSS, che avrebbe così minacciato direttamente la NATO. Ed è la stessa analisi proposta da Alfred Wohlstetter (1981), maitre à penser di molti neoconservatori, secondo cui gli Europei sottovalutavano la minaccia che pesa sull’approvvigionamento del petrolio per tutto l’occidente e raccomandava dunque l’invio di forze militari statunitensi nella regione del Golfo per fronteggiare ogni possibile minaccia.
 
Di fatto, nel gennaio 1981, nel suo discorso dell’Unione, il presidente Carter esprime la nuova posizione del governo USA: “Qualsiasi tentativo di una forza straniera di assumere il controllo della regione del Golfo Persico sarà considerata come una aggressione contro gli interessi vitali degli Stati Uniti, e una simile aggressione sarà respinta con tutti i mezzi necessari, compresi quelli militari”. Per gli osservatori dell’epoca, la “dottrina Carter” marca una rottura brutale con la strategia precedente di sostegno senza intervento diretto, enunciata dal presidente Nixon nel luglio 1969 a Guam e riaffermata nel suo discorso dell’unione del gennaio 1970.
 
Nel quadro di questo riposizionamento strategico, l’espressione Greater Middle East comincia ad essere utilizzata per indicare questo spazio, ma in concorrenza con altre espressioni, ciò che viene considerato come sintomo di confusione dal Washington Post. “La carenza di esperienza e di precisione degli Stati Uniti a proposito di questa regione è talmente grande che vi è una incertezza permanente sul modo di nominarla: il Medio oriente, il gran Medio Oriente, l’Oceano Indiano, la zona del Golfo Persico dell’asia di sud-ovest. Tutto è stato tentato” (Oberdorfler, 1980). Per confermare ulteriormente questa denunciata confusione, si potrebbe d’altronde ricordare che il nome ufficiale del dipartimento del Pentagono con la delega per i paesi dell’Africa del Nord e del Medio Oriente, seguendo la struttura del Quai d’Orsay, è Bureau of Near Eastem Affairs.
 
Il 1° marzo 1981 una forza militare permanente viene dispiegata nel Golfo: la Rapid Deployment Joint Task Force. Ed è proprio in questa occasione che, in un rapporto della Rand Corporation, si trova la prima cartografia del Gran Medio Oriente (Davis, 1982). Il 1° gennaio 1983 la Rapid Deployment Joint Task Force cede il posto ad un vero e proprio centro di comando, l’United States Central Command (USCENTCOM) che, come indica il suo nome, “copre la parte centrale del mondo sita tra il Comando europeo e il Comando asiatico”. La zona coperta, a cavallo tra l’Asia e l’Africa, corrisponde alla “mezzaluna di crisi” in precedenza evocata. Si tratta di uno spazio strategico centrato sulle riserve petrolifere del Golfo Persico. La minaccia principale veniva allora dall’Unione Sovietica e, secondariamente, dall’Iran, per cui si giustifica il sostegno USA all’Iraq nella guerra tra i due paesi del 1980-1988.
 
L’area strategica in questione sembra così definirsi più per il suo centro che per i suoi confini. Si tratta in primo luogo di controllare gli spazi marittimi lungo cui transitano le petroliere e che permettono alle forze navali statunitensi di muoversi o anche di intervenire: il nord-ovest dell’Oceano Indiano, il Golfo Persico e il Mar Rosso. Tutti i paesi rivieraschi sono quindi inclusi, dalla Somalia all’Afghanistan. Solo l’inclusione del Kenya può sorprendere. La visione di Washington agli inizi degli anni 1980 ricorda molto le discussioni strategiche dell’inizio del XX° secolo, quando il teorico statunitense del Sea Power, Alfred T. Mahan, aveva raccomandato il controllo dell’oceano indiano per avere il dominio di una zona il cui centro era l’Iran: “Il Medio Oriente, se posso usare un termine non usato in precedenza, avrà un giorno bisogno della sua isola di Malta, oltre che del suo stretto di Gibilterra, ma ciò non vuol dire però che l’uno o l’altro dovranno trovarsi nel Golfo Persico. La forza navale ha il vantaggio della mobilità, quindi non è costretta a presidiare sempre i luoghi da controllare, ma ha bisogno di avere in ogni campo di operazione delle basi di riarmo, di rifornimento e, se necessario, di protezione. La Marina britannica dovrebbe avere la possibilità di concentrare le sue forze, se l’occasione si presenta, nei dintorni di Aden, dell’India e del Golfo Persico” (Mahan, 1902)
 
[The Middle East, if I may adopt a term which I have not seen, will some day need its Malta, as well as its Gibraltar; it does not follow that either will be in the Persian Gulf. Naval force has the quality of mobility which carries with it the privilege of temporary absences; but it needs to find on every scene of operation established bases of refit, of supply, and in case of disaster, of security. The British Navy should have the facility to concentrate in force if occasion arise, about Aden, India, and the Persian Gulf.]
 
Gli anni 1990: l’estensione del Medio Oriente all’Asia Centrale
La fine della Guerra Fredda nel 1989-1991, modificando il quadro internazionale, precipita talune evoluzioni avviate negli anni 1970. Queste mutazioni si operano dapprima sul piano geopolitico con l’accesso all’indipendenza delle Repubbliche sovietiche dell’Asia centrale. Nel 1991 l’Uzbekistan, il Kirghizistan, il Tajikistan, il Turkmenistan e il Kazakistan si rendono indipendenti da un’URSS che implode e che finisce con lo sparire. La cosa viene rapidamente presa considerazione dagli strateghi statunitensi che non tardano a collegare questa zona al Medio Oriente. Il Turkmenistan non è forse limitrofo dell’Iran? Questa estensione della nozione viene rivelata dall’uso corrente, nel corso degli anni 1990, dell’espressione appunto di Grande Medio Oriente, come lo attesta la creazione nel 1994, da parte di Zalmay Khalilzad, del Greater Middle East Studies Center della Rand Corporation. Questa estensione trova un riconoscimento nel 2000 con l’estensione dell’area di responsabilità dell’USCENTCOM alle cinque ex repubbliche dell’Asia centrale.
 
Da quel momento si pone una questione: che cosa unisce questa entità geografica? Nel 1995, nell’analisi strategica dell’Institute for National Strategic Studies (Binnendjik, Clawson, 1995), un capitolo viene dedicato al Greater Middle East. La zona analizzata si estende “da Marrakech al Bangladesh”. Si tratta evidentemente di un ritaglio assai ampio e gli autori hanno piena consapevolezza della sua eterogeneità. “Il venir meno dei vincoli della Guerra fredda ha incoraggiato la frammentazione del Medio Oriente in sottogruppi regionali, tendenza che va intensificandosi. Il Maghreb, il Levante, gli Stati del Golfo Persico, l’Asia del sud, il Caucaso e l’Asia Centrale seguiranno probabilmente dei percorsi divergenti”. Tuttavia, secondo gli autori, sul piano della sicurezza internazionale, il Grande Medio Oriente ha in comune il rischio di destabilizzazione. Con la fine della Guerra fredda, la dissuasione imposta in precedenza dalle Grandi Potenze è venuta meno e taluni paesi hanno la tentazione di garantire da se stessi la propria sicurezza, soprattutto attraverso l’acquisizione di armi di distruzione di massa o di armi biologiche e chimiche. Per essi, la proliferazione di missili suolo-suolo nella regione in occasione dei recenti conflitti rappresenta già un rischio importante da fronteggiare attraverso l’auspicato sviluppo di missili balistici a lunga portata. L’altro fattore di destabilizzazione è legato allo sviluppo dell’islamismo. “Al momento il risveglio dell’islam non ha dato luogo ad un movimento monolitico regionale, si va solo sviluppando una cooperazione transfrontaliera tra individui e gruppi”, soprattutto col ritorno a casa dei mussulmani che hanno combattuto in Afghanistan contro l’URSS. In questo contesto mutevole, il rischio maggiore per gli Stati Uniti è di vedere emergere una potenza regionale nemica che riesca ad avere il dominio in una delle sottoregioni del Grande Medio Oriente, soprattutto il Golfo Persico, dove l’Iraq o l’Iran potrebbero minacciare direttamente gli interessi statunitensi. Di qui la messa in discussione, agli inizi degli anni 1990, della precedente politica che consisteva nel giocare la carta dell’Iraq contro l’Iran, adottando la nuova politica del “dual containment”, contro entrambi i paesi. Nel 1995, la V° flotta USA viene ricostituita, il quartiere generale viene installato nel Bahrein.
 
Quanto poi alla questione del terrorismo islamico, la minaccia è più diffusa. Gli Statunitensi lo considerano come qualcosa di paragonabile al comunismo? Secondo Olivier Roy (2002), la risposta è negativa. Certamente la questione si è posta nel 1992 in occasione della vittoria del Fronte Islamico di Salvezza alle elezioni algerine del 1991, ma per molti commentatori statunitensi l’annullamento delle elezioni fu un errore. Bisognava lasciar vivere la democrazia; la vittoria degli islamisti sarebbe stata solo un male passeggero (Fullet, 1992; Ignatius, 1992; The New York Times, 1992). Il “pericolo verde” (Hadar, 1993) è solo una paura strumentalizzata negli Stati Uniti da taluni gruppi che sostengono una strategia USA imperialista e da taluni governi stranieri interessati all’aiuto USA, “chiamando l’impero”, per riprendere la formula di Ghassan Salamé (1996). In realtà, dopo la fine della Guerra Fredda, gli Stati Uniti non hanno più avuto una “grande strategia”. Lacuna che i neoconservatori hanno tentato nel frattempo di colmare. Nel 2000, le idee sviluppatesi in una ventina di anni vengono riprese nel rapporto Rebuilding America’s Defenses; Strategies, Forces and Resources for a New Century, pubblicato dal think tank neoconservatore “Project for the New American Century, del quale fanno parte Paul Wolfowitz, Zalmay Khalilzad, Richard Cheney e altri ancora che, a partire dal 2001, occuperanno posti importanti nel governo Bush. Ma l’islamismo non viene mai designato come il “nemico”. Quel che si teme è la crescita di potenza di un paese “nemico”, vale a dire ostile cioè agli interessi statunitensi e più generalmente occidentali, la proliferazione delle armi di distruzione di massa e, solo infine, lo sviluppo del terrorismo.
 
In definitiva l’inclusione dell’Asia Centrale nel Medio Oriente si fonda quindi su due elementi: da una parte, la paura che l’indipendenza di queste ex repubbliche sovietiche potesse favorire la diffusione delle armi dell’ex URSS, specialmente di vettori nucleari e, dall’altra, che i legami di questi paesi col mondo mussulmano potessero condurre a talune collusioni. Bisognerebbe aggiungervi un terzo, permanente dagli anni 1970, quello dell’approvvigionamento petrolifero. L’indipendenza delle Repubbliche sovietiche dell’Asia centrale mise a disposizione del mondo nuovi giacimenti e nuove rotte per sfruttarli. Un progetto di oleodotto che avrebbe dovuto consentire di trasportare il petrolio del Turkmenistan, attraverso l’Afghanistan, venne ufficialmente varato nel 1995, con la partecipazione di una compagnia statunitense, Unocal. Oramai però la compagnia è sparita e il progetto abortito.
 
Gli anni 2000: l’estensione del Medio Oriente alla totalità del mondo arabo?
I fatti dell’11 settembre 2001 mutano la gerarchia dei rischi ponendo in evidenza la forza del terrorismo islamista. Comincia allora la “guerra mondiale contro il terrorismo”. A questo punto, la pubblicazione nel 2002, da parte del programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo (PNUD), di un rapporto sullo sviluppo umano nei paesi arabi fece scalpore per il bilancio catastrofico che delineava. L’editorialista del New York Times scrisse: “Se volete comprendere l’ambiente che ha prodotto il bin ladismo, e che ancora lo produrrà se nulla cambierà, allora leggete questo rapporto” (Friedman, 2002). Nel mese di dicembre 2002, il segretario di Stato Colin Powel annuncia la creazione di una “Iniziativa di partenariato con il Medio Oriente”, Middle East Partnership Initiative, con l’obiettivo una riforma politica, economica, educativa e sociale in una trentina di paesi dell’Africa del Nord e dell’Asia del Sud-ovest. “L’Iniziativa per il Grande Medio Oriente” viene illustrata al pubblico il 13 febbraio 2004 dal quotidiano arabo, con sede a Londra, Al-Hayat, che pubblica un documento di lavoro distribuito da Washington agli sherpa dei dirigenti del G8, in vista del summit fissato dall’8 al 10 giugno a Sea Island (Stati Uniti). Il progetto si colloca all’incrocio tra la logica della lotta contro il terrorismo e quella per lo sviluppo. Si trattava di ovviare ai tre “deficit” evidenziati dal rapporto del PNUD: il deficit di libertà, il deficit di formazione e il deficit di emancipazione delle donne - “Finché la fascia di individui economicamente e politicamente esclusi continuerà a crescere, saremo testimoni di un aggravarsi dell’estremismo, del terrorismo, del crimine internazionale e delle migrazioni illegali”. La politica USA si riallaccia così, almeno in parte, alla sociologia dello sviluppo degli anni 1960, che vedeva nell’emergere di una nuova classe media il principale fattore di cambiamento sociale in Medio Oriente (Rougier, 2005).
 
Ma la reazione nei paesi arabi è immediata e assai ostile (1). Una delle prime critiche, e delle più virulente, è quella dell’egiziano Nader Fergani, principale redattore del Rapporto sullo sviluppo umano nei paesi arabi. Urtato dall’uso fattone dal governo Bush, il 19 febbraio 2004 pubblica un articolo su Al-Hayat, nel quale denuncia “la mentalità arrogante dell’attuale amministrazione USA nei confronti del resto del mondo, che la spinge ad agire come se potesse disporre della sorte degli Stati e dei popoli” (Fergani, 2004), Lamenta anche l’estensione ad una vasta area geografica, sicuramente unita dalla medesima religione, ma con differenze rilevanti, dei risultati di una inchiesta che riguardava solo i paesi arabi. Respinge infine con determinazione il progetto USA, perché imposto dall’esterno senza aver consultato gli stessi paesi arabi.
 
Critiche analogamente vivissime da parte dell’Egitto e dell’Arabia Saudita, paesi che pure vengono considerati fedeli alleati degli Stati Uniti. Le cancellerie arabe vedono nella “Iniziativa per un Grande Medio Oriente” una volontà di potenza statunitense sul mondo arabo e l’ostinazione a non prendere in considerazione il conflitto arabo-israeliano. Un summit speciale della Lega Araba venne organizzato a Tunisi il 22 e il 23 maggio 2004, ma non produsse alcun risultato.
 
Durante una conferenza tenuta all’Università Cattolica di Louvain, Bichara Khader (2004) effettuò una analisi comparativa dell’espressione “Grande Medio Oriente” con tutte le altre espressioni utilizzate nelle iniziative diplomatiche occidentali dalla fine del XIX° secolo: Vicino Oriente, Medio Oriente, MENAN (Middle East and North Africa), Sud-Est mediterraneo, Asia dell’Ovest, Africa del Nord, Mediterraneo Occidentale. Secondo lui, tutte queste espressioni “corrispondono a imperativi legati alla sicurezza o ad obiettivi di natura economica” e “si fondano sull’occultamento della matrice identitaria araba del sottosistema regionale che si tenta di riformare, sia triturandolo in altrettanti coriandoli territoriali sconnessi tra loro, sia diluendolo in uno spazio dilatato dove l’identità araba resta semplicemente relegata ad un carattere di reliquia o ad un tratto insignificante”.
 
Tre grandi temi sono stati posti in evidenza da Sami Baroudi (2006), tra tutte le critiche rivolte agli Stati Uniti dalla grande maggioranza degli intellettuali arabi: 1) gli Stati Uniti non si trovano nella posizione di poter dispensare lezioni di democrazia al mondo nella misura in cui il loro stesso sistema politico e la loro politica internazionale non sono certo esenti da difetti; 2) la politica estera statunitense è ispirata da interessi (egemonia, protezione di Israele, controllo del petrolio del Medio Oriente); 3) la retorica democratica è una cortina fumogena per mascherare dei piani di dominazione del mondo arabo e del mondo mussulmano. La contraddizione tra il contenuto del progetto e i comportamenti degli Stati Uniti, in relazione al problema palestinese o alla loro politica in Iraq, dopo Abou Ghraib, è un tema ricorrente condiviso dalle tre principali correnti politiche del mondo arabo: islamista, nazionalista e liberale. Il progetto USA ha posto molti intellettuali arabi liberali di fronte ad un dilemma: come opporsi alle spinte statunitensi di democratizzazione dei paesi arabi, pur auspicando questa evoluzione interna e un sostegno esterno (Rougier, 2005).
 
L’ampiezza della reazione dei paesi arabi in rapporto agli altri paesi a priori coinvolti dalla “Iniziativa per un Grande Medio Oriente” è rivelatrice del reale peso conferito al mondo arabo nel progetto. Ma si tratta solo di una ridefinizione; dal punto di vista USA, i paesi dell’Africa del Nord sono considerati da lungo tempo come una estensione del Medio Oriente. Se si guardi da dove provengono gran parte delle critiche alla “Iniziativa per un Grande Medio Oriente”, si constata che esse si condensano in gran parte nell’area mediterranea, dal Marocco alla Turchia. Viene da pensare che discendano dal rifiuto ad essere associati al cuore conflittuale del Medio Oriente, alla “mezzaluna della crisi” (Daalder e altri, 2006).
 
Per contro, i paesi dell’Asia centrale non vengono più considerati come parte del Gran Medio Oriente, forse per attenuare l’invasione degli Stati Uniti nella zona di influenza russa?
 
Conclusione
Alla fine, nel corso del summit del G8 nel giugno 2004, per iniziativa degli Stati Uniti, le maggiori potenze industriali del mondo hanno adottato un piano multilaterale di riforme e sviluppo in favore di questa regione: “L’Iniziativa per il Medio Oriente allargato e l’Africa del Nord” (Broader Middle East and North Africa Initiative, bmena.state.gov) (Laurens, 2005; Sharp,2005). L’espressione Greater Middle East è sparita. Peraltro, fin dal 2002, il Greater Middle East Studies Center della Rand Corporation aveva lasciato il posto al Center for Middle East Public Policy.
 
Di fatto, in termini generali, è l’espressione Middle East che viene utilizzata, semplicemente perché è più corta, ma con una estensione geografica più o meno ampia. L’area geografica che si evoca non corrisponde né al mondo arabo né a quello mussulmano. E’ uno spazio che può estendersi dal Marocco all’Afghanistan, ma che non si caratterizza per una propria identità, sia l’islam come religione o l’islam come civiltà. Non vi è corrispondenza biunivoca né col mondo arabo né col mondo mussulmano. E’ uno spazio che si struttura intorno ad un centro nevralgico, il cuore del Medio Oriente, e che viene considerato come il principale teatro delle operazioni nella lotta contro le reti del jihad internazionale, anche se esse si estendono oltre i limiti del Medio Oriente, in Europa, nell’Africa subsahariana e nell’Asia del sud-est, e oltre ancora, attraverso l’intermediazione delle varie diaspore (Rabasa e altri, 2007).
 
L’idea dell’emergere di uno spazio che unisca il mondo arabo, “dal Golfo all’Oceano” (per riprendere la formula di Nasser), e il cuore del mondo mussulmano, “dal Nilo al fiume Oxus” (Hodgson, 1974) non appartiene agli strateghi USA. Nel 1976 il generale francese George Buis già scriveva: “E’ così che da venti anni sta nascendo un mondo dall’arco sud del Mediterraneo all’Afghanistan. Non ci si inganni, i dissidi e anche le guerre tra i paesi di questo mondo non sono segni di eterne e fatali divisioni, ma il risultato del non voler riconoscere delle frontiere e dei ritmi di vita ereditati dai colonialisti protettori, mandatari ed altro. Dal Sahara Occidentale al Pashtunistan, passando per Israele, il Libano, il Kuwait e Chott el Arab, sempre i punti caldi nascono da una distorsione tra il vecchio fondo comune e differenze indotte dall’esterno (..) Il sud-est dell’Asia, il Vicino Oriente, l’ovest dell’Oceano Indiano, il Mediterraneo formano oramai un unico teatro di operazioni, dunque un’entità politica (…)”. Come si vede la posta strategia è sufficiente a dare unità a questo amplissimi spazio. Questi autori non sentono alcun bisogno di prendere in considerazione una qualche identità, araba o mussulmana.
 
Ma la stessa espressione di Grater Middle East non merita tutta l’importanza che le viene accordata. La sua utilizzazione alla fine degli anni 1970, poi il suo riapparire nel corso degli anni 1990 e degli anni 2000 sono solo il segno che in quei momenti si è realizzato un cambiamento geopolitico e geostrategico. Agli inizi degli anni 1980, la nozione di Greater Middle East, centrata sul Golfo Persico e più ampiamente sul nord-ovest dell’Oceano Indiano, appariva come una ripresa della nozione di Middle East così come l’aveva pensata Alfred Mahan. Agli inizi degli anni 1990, essa si estende alle Repubbliche dell’Asia centrale diventate indipendenti dopo il crollo dell’URSS. Nel 2004, l’utilizzazione dell’espressione di Greater Middle East mostra il ri-centrarsi dell’analisi strategica statunitense sui paesi arabi comprendendo, nella sua interezza, lo spazio mussulmano mediterraneo. Non è per nulla strano che, nel marzo 2004, il Libano e la Siria vengano trasferiti dall’area di competenza del Comando Europeo (EUCOM) a quella del Comando Centrale (CENTCOM).
 
Contrariamente a quanto talvolta si è ritenuto, l’espressione Greater Middle East non ha alcuna pretesa di ipostatizzare una qualsiasi identità, di essenzializzare un determinato spazio del globo. E’ quanto ha scritto Oliveir Roy quando ha presentato il programma del “Grande medio oriente” come un progetto ideologico e una politica di sviluppo che “faceva il contrario dello scontro di civiltà di Huntington” (Roy 2007). L’espressione Greater Middle East, come quella di “Grande Medio Oriente”, lascia sussistere un dubbio nella misura in cui esso possa essere inteso contemporaneamente come una pretesa territoriale, secondo l’esempio della “Grande Serbia” (Greater Serbia), come una volontà di potenza, secondo l’esempio della “Grande Europa” (Greater Europe), o semplicemente come l’idea di un “Medio Oriente allargato”. Di fatto, in concorrenza con l’espressione di Greater Middle East, si ritrovano quelle di Broader Middle East e di Wider Middle East (p.e. Emerson, Tocci 2003; Chubin, Hoffman, Rosenau 2004); ed è esattamente in questo senso che si deve intendere, come un concetto “espansivo”. La questione se il Grande Medio Oriente esista o no, alla fine è solo aggiuntiva. L’espressione Greater Middle East è quasi passata di moda. Se si prendono come riferimento gli articoli del New York Times, essa è stata usata venticinque volte nel 2004 e nove volte dopo, l’ultima occasione risalendo al 2007. E’ quella di broader Middle East, senza maiuscola all’aggettivo, quella che oggi sembra la più ricorrente.
 
Ci si potrebbe anche spingere più lontano affermando che, considerare la “Iniziativa per un Grande Medio Oriente” come una volontà politica statunitense di elevare questa vasta area geografica al rango di uno spazio politico organizzato, sarebbe senz’altro un grave contro-senso. Se “l’Iniziativa” è stata portatrice di un progetto di sostegno allo sviluppo economico e sociale della regione, ciò è accaduto soprattutto per contenere la contestazione e il risentimento che avrebbe potuto produrre e facilitare la strutturazione politica di uno spazio che gli Stati Uniti intendono ben lasciare in uno stato di assoluta mancanza di potenza.
 
 
 
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Note
 
1. Si può trovare una visione di insieme delle reazioni della stampa del “Grande Medio Oriente”, oltre che della stampa europea, alla data dell’11 marzo 2004, sul sito statunitense GlobalSecurity.org
 
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