L’Expression – 5/11 settembre 2008
Media francesi: una nuova inquisizione?
La libertà di espressione è uno dei principi costitutivi della Repubblica francese. In teoria. Perché le vicende di questi ultimi tempi tendono a rimettere in questione questo sacrosanto principio. Quando si tratta degli Arabi o della guerra in Palestina, i giornalisti francesi camminano sulle uova. Altrimenti, attenti ai processi!

Non si contano più i processi e le battaglie giuridiche tendenti a far tacere le voci dissenzienti. L’Islam sembra essere diventato l’avversario dichiarato dei media francesi. Solo per contrastare quello che Robert Redeker ha definito “islamizzazione degli spiriti”. Intanto è la fobia per gli Arabi e i Mussulmani che viene apertamente espressa nei giornali di Francia e di Navarra.

I sostenitori di Israele arrivano a soffocare, non senza una certa maestria, le voci che vorrebbero rimettere in discussione lo status quo mediatico. E non si contano più gli esempi.
Richard Labévière è stato brutalmente licenziato da Radio France Internationale (RFI), Da notare che è Christine Ockrent, la moglie del Ministro degli Affari Esteri francese, a dirigere il polo audiovisivo estero della Francia, senza che nessuno in tutta la Francia trovi niente da ridire.

Il giornalista di RFI è stato accusato “di non avere informato la direzione della Radio dell’intervista fatta al presidente siriano Bachar El Assad”. L’intervista incriminata è stata diffusa il 9 luglio da TV5 ed il 10 luglio da RFI. Prima dell’arrivo ufficiale di El Assad a Parigi, su invito di Sarkozy.

Labévière, che parla di una “orwellizzazione della stampa francese”, ha raccontato di un “clima di intimidazione nei confronti dei giornalisti che si discostano dal discorso ufficiale pro-israeliano, una messa in riga dei media pubblici e della stampa francese per imporre una lettura neo-conservatrice delle crisi del Vicino Oriente. Le prese di posizione filo-arabe giustificano oramai tutte le condanne a morte professionali”.

E questo giornalista non costituisce certo un caso isolato. Siné è stato cacciato da “Charlie Hebdo” per avere preso in giro il figlio di Sarkozy, e menzionato la sua supposta “conversione al giudaismo”.

Il giornalista Daniel Mermet di France Inter  è stato accusato di antisemitismo. E condannato per diffamazione dalla Corte di Appello di Parigi il 19 ottobre 2006. Il verdetto parla di “animosità personale del giornalista e della sua intenzione di nuocere”.

 

Il 27 maggio 2005 la Corte d’Appello di Versailles ha condannato per diffamazione razziale il giornale Le Monde ed i firmatari dell’articolo “Israele-Palestina: il cancro”, comparso nell’edizione del 4 giugno 2002. Gli autori sono tuttavia poco sospettabili di antisemitismo, trattandosi dei prestigiosi Edgar Morin  (un ebreo, tra l’altro!), Sami Nair e Danièle Sallenave. Alla fine la Corte di Cassazione ha respinto le accuse il 12 luglio 2006.

Ma la lista è ancora lunga. Citeremo soprattutto Charles Enderlin che viene accusato di aver montato di sana pianta le immagini dell’assassinio del bambino palestinese Mohamed Dorra da parte dell’esercito israeliano.

E’ come dire che un vero e proprio terrorismo intellettuale (e l’espressione non è forzata) infuria nell’ambito della stampa francese. Il fronte anti-arabo è molto bene organizzato. Ci sono avvocati pronti a infierire contro coloro che hanno le opinioni più private nei confronti di Israele. E se gli Israeliani hanno i loro uomini, i giornalisti più obiettivi rischiano la carriera in ogni momento. Senza nemmeno godere del sostegno del campo che sono accusati di difendere.  C’è da chiedersi se la difesa dell’onore della stampa non abbia loro portato sfortuna.
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Gilles-William Goldnadel, l’Avvocato del Diavolo
E’ stata messa a punto una strategia di persecuzione giudiziaria contro quelli che non difendono necessariamente lo Stato di Israele.  Una strategia perfezionata specialmente da avvocati come Gilles-William Goldnadel, che si definisce “ebreo da combattimento”.  Una lotta incessante contro quelli che difendono idee diverse dalle sue. Vale a dire quelli che fanno un discorso più  sfumato sulla realtà di Israele. 
 
Così l’animatore di France Inter, Daniel Mermet, è stato accusato di antisemitismo e gli è stato intentato un processo. Charles Enderlin, il corrispondente di France 2 in Israele, è incorso anche lui nei suoi fulmini. Così come Edgar Morin, Sami Nair, un intellettuale di origine araba che è stato consigliere di Jean-Pierre Chevènement.  Ma la lista non si ferma qui.  

Pascal Boniface, autore del saggio intitolato: “E’ permesso criticare Israele?” ha dovuto sopportare una vera e propria campagna denigratoria. Fino a quando il Partito Socialista francese non ha  deliberato la sua espulsione. L’affaire Siné è in parte dovuto a lui. Labévière, il giornalista di RFI licenziato per avere intervistato il presidente siriano, ha avuto anche lui a che fare con l’avvocato sionista. I suoi bersagli privilegiati sono gli ebri che non condividono le sue opinioni apertamente sioniste.
 
L’editore Eric Hazan ne sa qualche cosa, lui che ha osato pubblicare “L’Industria dell’Olocausto” dell’autore ebreo anti-sionista Norman Finkelstein.
Goldnadel, che è il difensore abituale dell’islamofoba italiana Oriana Fallaci, non si limita alle denunce in Tribunale. Egli è anche il presidente i Avocat sans frontières e il vice-presidente dell’Associazione Francia-Israele.
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