Mondialisation.ca,  17 maggio 2013 (trad. ossin)



Bengasi e l’aggravamento della crisi del governo Obama
Bill Van Auken


Le polemiche insorte a proposito dell’attacco di al-Qaida, l’anno scorso, contro le  sedi diplomatiche USA e della CIA a Bengasi, in Libia, si è riaccesa con l’aggravarsi della crisi politica del governo Obama.

Ma, perfino mentre il contrasto tra la Casa Bianca e i suoi avversari repubblicani diventa più animato, la vera posta in gioco dell’attacco dell’11 settembre 2012, che è costata la vita all’ambasciatore USA, Christopher Stevens, e a tre altri Statunitensi, resta però ancora nascosta.


Alcuni Repubblicani sono arrivati a suggerire che la gestione governativa della vicenda Bengasi potrebbe essere un motivo di impeachment per il presidente democratico. L’impressione generale è che Obama, invischiato anche nelle polemiche sulle intercettazioni alla agenzia Associated Press e sulla persecuzione da parte del fisco (Internal Revenue Service, IRS) di gruppi politicamente all’opposizione, abbia molti problemi che gli vengono dalla politica anti-democratica e militarista, praticata all’insaputa del popolo statunitense.


Come al solito, questi argomenti sono trattati dai media statunitensi in modo disonesto e deliberatamente ingannevole.


I media hanno in gran parte ridotto la vicenda ad un passaggio di minore importanza della politica elettorale, in particolare si sono limitati ad interrogarsi sulla possibilità che la Casa Bianca, per parare un possibile attacco repubblicano alla vigilia delle elezioni del 2012, fosse in qualche modo coinvolta nella correzione dei “punti di discussione” preparati per l’ambasciatrice USA di allora all’ONU, Susan Rice, che ha fornito la prima informativa pubblica sull’attacco mortale a Bengasi.


Questa tesi, che è stata avanzata dai Repubblicani, fa pensare che la Casa Bianca fosse determinata a impedire che la verità su Bengasi potesse interferire col progetto di Obama di far valere in campagna elettorale i supposti successi della “guerra contro il terrorismo”, e più in particolare l’assassinio di Osama bin Laden. Per fare ciò, il governo ha falsamente rappresentato l’assalto di Bengasi come una manifestazione anti-statunitense spontanea di Libici indignati per un video anti-mussulmano prodotto negli Stati Uniti e diffuso in internet.


Un centinaio di pagine di e-mail, pubblicate dalla Casa Bianca mercoledì per tentare di spegnere le polemiche, mostrano che la CIA, il Dipartimento di Stato, il Pentagono, lo FBI, il Consiglio nazionale di sicurezza e la Casa Bianca sono intervenuti tutti per modificare gli appunti di Rice, e che il Dipartimento ha esercitato la massima pressione perché fossero eliminati i riferimenti ad Al Qaida e alle milizie islamiste libiche che figuravano nella versione originale.


Tutte queste manovre suggeriscono che la posta in gioco era molto più importante del semplice fatto di voler privare i Repubblicani di un’occasione per gettare un’ombra sul bilancio di Obama e che le attuali polemiche sono semplicemente frutto di una strategia repubblicana per silurare la candidatura anticipata di Hillary Clinton alla presidenza nel 2016.


Il motivo principale (che l’amministrazione Obama aveva) di nascondere l’identità degli assalitori delle istallazioni statunitensi a Bengasi trae origine nelle complesse relazioni che Washington ha allacciato con le forze che questo attacco hanno realizzato. Né la Casa Bianca democratica, né la maggioranza repubblicana del Congresso hanno alcun interesse ad approfondire questa questione.


Già da più di un decennio Washington, tanto sotto Bush che sotto Obama, ha cercato di giustificare i suoi interventi militari all’estero e i suoi attacchi contro i diritti democratici all’interno, in nome di una guerra mondiale senza fine contro il terrorismo, e più precisamente una sedicente lotta per eliminare Al-Qaida.


La realtà è tuttavia che gli Stati Uniti e le loro agenzie di informazione intrattengono da molto tempo con queste stesse forze una relazione ben più complessa di quanto non voglia ammettere chiunque nel governo USA.


Vi sono dei legami che risalgono alla fondazione di Al Qaida quale complemento degli sforzi messi in atto dalla CIA di fomentare e finanziare, alla fine degli anni 1970, una insurrezione islamista contro il governo afghano che era sostenuto dall’Unione Sovietica. Prima di ciò, la intelligence statunitense considerava da molto tempo le organizzazioni islamiste reazionarie del Medio oriente, dell’Iran e dell’Indonesia come agenti utili in queste regioni per lottare contro le influenze socialiste e nazionaliste di sinistra.


Ci viene sempre ripetuto che l’11 settembre 2001 “ha cambiato tutto”; ma non ha completamente cambiato questa relazione che si era strettamente legata agli attacchi terroristici di quel giorno.


Nel suo intervento in Libia, Washington ha utilizzato dei combattenti legati a Al Qaida come una forza intermedia sul campo nella guerra per abbattere il regime secolare del colonnello Muammar Gheddafi, armandoli, fornendo loro consiglieri, utilizzandoli per completare l’opera della campagna di bombardamenti massiccia degli Stati Uniti e della NATO..


Christopher Stevens era chiaramente l’uomo chiave di questa relazione, avendo studiato con cura i nemici islamisti di Gheddafi prima che fosse avviata la guerra per cambiare il regime. Era stato inviato a Bengasi nell’aprile 2011 e qui coordinava l’armamento, il finanziamento e la formazione dei sedicenti ribelli, elementi che in precedenza erano stati definiti dagli Stati Uniti come terroristi e che erano stati, in alcuni casi, rapiti, imprigionati e torturati dalla CIA.


Nell’ottobre 2011, l’intervento imperialista in Libia coronerà il suo successo con il linciaggio e l’uccisione di Gheddafi, dopo la sua caduta nelle mani delle forze sostenute dagli Stati Uniti.


Una delle ragioni per cui la vicenda di Bengasi continua a turbare le acque politiche a Washington è che la medesima strategia è attualmente impiegata, su scala ancora più ampia, in Siria, dove una volta di più alcune milizie, ancora più pericolose legate ad Al Qaida, sono impiegate come la forza combattente più importante nella guerra per abbattere Bachar al-Assad. Come in Libia, l’obiettivo è di rafforzare l’egemonia degli Stati Uniti sulla regione ricca di petrolio, a spese dei rivali del capitalismo USA, soprattutto la Russia e la Cina. Inoltre, il mutamento del regime a Damasco è voluto anche perché è un modo di preparare una guerra ancora più ampia contro l’Iran.


Con l’intervento siriano che sta per impantanarsi, il fiasco (in italiano nel testo, ndt) di Bengasi è un campanello di allarme circa le ricompense potenziali in caso di successo di queste imprese. Vi sono manifestamente delle profonde divisioni  in seno all’apparato dello Stato USA a proposito di questa politica.


La spiegazione più plausibile dei sanguinosi avvenimenti di Bengasi del settembre scorso è che le relazioni stabilite con Al Qaida nel Maghreb islamico si siano complicate dopo la caduta di Gheddafi, forse perché gli islamisti credevano che le promesse USA non era state rispettate e che essi non erano stati debitamente ricompensati per i servizi resi. Con l’assassinio di Stevens, che era l’inviato statunitense presso la “rivoluzione libica”, essi hanno trasmesso un messaggio forte a Washington.


Questo tipo di “ritorno di fiamma” ha una lunga e terribile tradizione negli interventi mondiali dell’imperialismo USA. L’11 settembre 2001, quelli che sono stati accusati dell’attentato erano stati in precedenza acclamati da Washington come “combattenti per la libertà” ed erano stati sostenuti nella guerra contro l’Unione Sovietica in Afghanistan.


E anche prima, il sostegno accordato dal governo Kennedy ai “gusanos” cubani (espatriati dopo la rivoluzione, ndt) durante l’invasione fallita della Baia dei Porci nel 1961 a Cuba aveva prodotto l’insediamento negli Stati Uniti di una colonia di terroristi di estrema destra, convinti di essere le vittime di una politica del doppio gioco. Queste perniciose relazioni hanno indubbiamente giocato un ruolo nella fine brutale dello stesso governo Kennedy.


In ultima analisi, gli sforzi concentrici del governo Obama, del Dipartimento di Stato e delle diverse agenzie di inteelligence per evitare di menzionare Al Qaida nel rapporto sugli attacchi di Bengasi miravano nascondere le relazioni segrete durevoli che esistono con questa rete terrorista e il fatto che una volta di più esse hanno creato delle crisi esplosive, delle quali le popolazioni del Medio oriente e potenzialmente anche degli Stati Uniti sono le vittime innocenti.  

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