Note sulla Mauritania


Il 6 agosto 2008 un colpo di stato militare ha rovesciato il governo costituzionale (democraticamente eletto nel marzo del 2007), presieduto da Sidi Ould Cheikabdallahi.  Anche le elezioni del marzo 2007 erano state indette da un Giunta militare, che aveva preso il potere attraverso un precedente colpo di stato. Ma, ciononostante, esse sono state davvero democratiche e trasparenti, secondo il giudizio che ne hanno dato diverse organizzazioni internazionali.
A differenza di quanto fece il capo della precedente giunta militare, che lasciò spazio al libero gioco delle forze democratiche, l’attuale capo di stato, il generale Mohamed Ould Abdelaziz, si presenta candidato alle elezioni del prossimo 6 giugno. Per questo motivo si è dimesso dalla carica di presidente dell’Alto Consiglio di Stato (HCE, l’organismo che ha esautorato le funzioni del Parlamento), seguendo, a quanto pare, il consiglio di Bernard Kouchner, ministro francese degli esteri, che gli aveva appunto raccomandato di dimettersi almeno quarantacinque giorni prima degli scrutini.

Ed effettivamente, in questa crisi, Parigi sembra fare il doppio gioco, o quanto meno mantenere una posizione ambigua (fatta condividere, durante il semestre di presidenza francese, a tutta l’Unione Europea). Secondo Nicolas Sarkozy, infatti, l’obiettivo dovrebbe essere quello di far rientrare i militari nelle caserme, piuttosto che di “ristabilire l’ordine costituzionale”. Una posizione che si fonda su di una serie di false premesse, come quella enunciata dallo stesso Sarkozy nel corso di una visita di stato in Niger: “Quando il presidente democraticamente eletto è stato deposto, nessun parlamentare ha protestato e non ci sono state manifestazioni di piazza”. Affermazione smentita dal Presidente dell’Assemblea Nazionale mauritana, Messaoud Ould Belkheir, che ha ricordato come, fin dal giorno successivo al colpo di stato, si sia formato in Parlamento un ampio fronte di opposizione. E smentita altresì dalle manifestazioni che si susseguono a Nouakchott, alcune delle quali sfociate in scontri con la Guardia Nazionale, che presidia le strade in tenuta antisommossa.
Il 1° maggio, in occasione della festa del lavoro, circa 10.000 persone hanno sfilato per le vie della città, la maggior parte brandendo cartelli contro il colpo di stato.

I gruppi di opposizione, riuniti nel Front National de défense de la démocratie (FNDD), e parte del principale partito di opposizione, il Rassemblement des forces démocratiques (RFD), diretto da Ahmed Ould Daddah, hanno deciso di boicottare le elezioni. Tra di loro, anche molte forze della società civile e le più importanti associazioni per i diritti umani, oltre ad alcune centrali sindacali.
La scelta del boicottaggio fonda le sue ragioni soprattutto sulla inutilità del processo elettorale, in presenza di un Presidente della Repubblica e di un Parlamento che sono stati legittimamente eletti e che sono ancora, dal punto di vista costituzionale, investiti di tutte le loro funzioni. Le elezioni del prossimo 6 giugno servirebbero dunque solo a legittimare la prova di forza dei militari.

La Giunta mauritana, apparentemente isolata sul piano internazionale, conta tuttavia sull’amicizia (o almeno sulla non inimicizia) di alcuni paesi importanti per l’area.
La Francia, come si è visto, ma anche la Tunisia, il cui presidente, Zine El-Abidine Ben Ali, non ha condannato il colpo di Stato, ma anche Mouammar Kadhafi, la “guida” libica. Recatosi il 9 marzo a Nouakchott, come mediatore incaricato dall’Unione africana, che aveva condannato il colpo di stato e preteso, sotto minaccia sanzioni, la reintegrazione del presidente costituzionale, Kadhafi sembra avere immediatamente sposato la causa dei putschisti, annunciando che “il dossier della Mauritania è chiuso”, e ciò sulla base di un sofisma geniale: “Giacché i militari rifiutano di reintegrare il presidente deposto, quest’ultimo deve accettare il fatto compiuto”.

Altro paese “amico” è il Marocco, del quale si era detto che avesse addirittura fomentato o aiutato il colpo di Stato, per ottenere l’appoggio della Mauritania nei negoziati in corso con il Fronte Polisario, a proposito della questione del Sahara Occidentale. D’altra parte il capo della Giunta militare, Mohamed Ould Abdelaziz, ha compiuto i suoi studi in una scuola militare marocchina e conta diversi ottimi amici tra gli alti gradi dell’esercito marocchino, inoltre la tribù che ha assunto il potere con il colpo di stato proviene dal nord del paese e, dunque, mantiene profondi legami col Marocco.
Secondo l’opinione di un “attaché” dell’Ambasciata degli Stati Uniti, con il quale abbiamo conversato informalmente della questione, il Marocco non sarebbe implicato nella preparazione del colpo di Stato, ma certo non potrebbe non guardare con simpatia alla presenza, ai vertici dello stato mauritano, di un fedele amico.

L’Algeria è l’unico paese dell’area ad avere condannato senza appello il colpo di Stato e critici sono anche i rapporti della Giunta militare con gli Stati Uniti.
La crisi è esplosa in seguito allo scoop di un reporter dell’ANI (una agenzia di stampa mauritana), Mamouni Ould Moctar, che ha pubblicato una intervista con il presidente del RFD, il principale partito di opposizione, Ahmed Ould Daddah, nel corso della quale quest’ultimo avrebbe dichiarato di aver ricevuto dall’Ambasciata degli Stati Uniti a Nouakchott la proposta di un aiuto finanziario. La notizia ha provocato le aspre proteste della Giunta militare, che ha accusato gli USA di ingerenza negli affari interni della Mauritania.
Daddah ha tuttavia immediatamente smentito, accusando il giornalista di avere lavorato di fantasia. E in conseguenza di ciò, il 4 maggio, nel corso di una marcia di protesta contro il putsch, indetta dal FNDD/RFD, il giornalista Mamouni Ould Moktar è stato aggredito e malmenato da alcuni militanti antiputschisti, mentre tentava di scattare delle foto.
Ha smentito anche l’Ambasciata degli Stati Uniti che, in un comunicato stampa del 4 maggio, ha ribadito che “La posizione degli Stati Uniti favorevole al ristabilimento dell’ordine costituzionale e delle libertà democratiche in Mauritania si è mantenuta chiara e coerente dal colpo di stato del 6 agosto 2008. In ossequio alle leggi varate dal Congresso degli Stati Uniti, il governo nordamericano è tenuto a porre fine ad ogni aiuto non umanitario in caso di colpo di stato militare contro un potere democraticamente eletto.  Il governo nord americano ha imposto sanzioni sui visti di ingresso nei confronti dei membri dell’Alto Consiglio di Stato e le autorità amministrative insediatasi dopo il colpo di stato. Sanzioni che si applicano anche ad altre personalità che abbiano sostenuto o beneficiato del colpo di stato. E’ in corso di esame la possibilità di adottare delle sanzioni finanziarie dirette contro tutte queste personalità.
Il Governo degli Stati Uniti continua a collaborare strettamente con i partner diplomatici e le organizzazioni internazionali – particolarmente l’Unione Africana – per ricercare una soluzione consensuale alla crisi politica attuale. L’ambasciata ha mantenuto ampi contatti con tutte le parti politiche, la società civile ed altre influenti personalità mauritane per seguire gli aspetti politici, sociali ed economici della crisi…”
Dopo aver ribadito l’impegno a favorire la reintegrazione del presidente eletto e degli organi costituzionali esautorati dal colpo di stato ed aver espresso scetticismo sulla idoneità delle elezioni del prossimo giugno a soddisfare “le esigenze mauritane e internazionali di un ritorno all’ordine democratico”, il comunicato prosegue: “L’Ambasciata degli Stati Uniti in Mauritania continua a fornire un sostegno morale e politico al presidente democraticamente eletto, ai partiti politici, ai sindacati ed alla società civile che opera per il ritorno alla democrazia. Gli Stati Uniti forniscono un appoggio tecnico limitato, per il tramite di ONG nazionali ed internazionali, a queste organizzazioni (partiti politici, sindacati, autorità locali, gruppi comunitari e società civile) che lavorano per il ristabilimento della democrazia. L’Ambasciata degli Stati Uniti in Mauritania non fornisce e non ha mai fornito sostegni finanziari diretti ai partiti politici ed alle organizzazioni sindacali e non ha ricevuto alcuna richiesta del genere da essi”.   


In ultimo va segnalato che le esasperate contraddizioni che caratterizzano la Mauritania hanno fatto sì che questa operazione tentata dalla Giunta militare per legittimare il colpo di mano attraverso le elezioni del prossimo giugno abbia comunque prodotto un fatto storico. Per la prima volta un nero è diventato presidente della Repubblica, sia pure ad interim. Le dimissioni di Mohamed Ould Abdelaziz hanno infatti  comportato l’assunzione alla carica di presidente della repubblica, fino alle elezioni, del Presidente del Senato, Ba Mamadou Mbaré, un nero appunto.
 

La schiavitù

Nella sede di SOS ESCLAVE, abbiamo incontrato alcuni ex schiavi.
Il primo si chiama Abdou ould Messoud, di 44 anni. Ci ha raccontato subito che, nel 2007, il suo maitre ha picchiato sua madre e l’ha buttata fuori dalla casa in cui abitava. Motivo: si era rifiutata di votare per la lista elettorale sostenuta dal padrone. La madre si è rivolta alla Gendarmeria, ma senza alcun esito. Il suo padrone si chiama Boruon Ould Chedal.
Abbiamo poi parlato con Ahmed ould Hderd, un ex schiavo di 61 anni. I suoi ex padroni sono Mouhamed ould Hadramy e Mouhamed ould Sonleymane.
Infine Mbarek ould Mahmoud, nato nel 1964 schiavo della famiglia Hel Bou Ahmed, e Abde Yemba, detto Moctar ould Hmad

Dai colloqui con loro, e da quelli con gli esponenti di SOS ESCLAVE, abbiamo compreso che la schiavitù in Mauritania è un’ fenomeno assai complesso. Essa è comune a tutte le comunità del Sahel, siano esse arabe o nere, e dunque è presente anche tra i neri. Ma qui assume caratteri diversi, che rendono il fenomeno più simile a quello delle “caste”. Gli schiavi delle comunità nere hanno il diritto di sposarsi senza dover chiedere il permesso al padrone, ed hanno dunque una propria famiglia, un lavoro ed un salario.
Nelle comunità arabo-berbere, invece, la schiavitù assume caratteri razziali: nella quasi totalità dei casi, infatti, gli schiavi sono neri ed il maitre è arabo-berbero.
Tale schiavitù comporta l’assenza di ogni personalità giuridica ed ha origine con la nascita, nel senso che il figlio della schiava appartiene al padrone, come ogni altro frutto dei suoi possedimenti (capretti, vitelli, pulcini, frutti degli alberi).
L’assenza di personalità giuridica rende impossibile per lo schiavo di avere proprietà. Alla sua morte tutto ciò che “possedeva” passa al maitre e non ai figli. Tutto ciò ha comportato rilevanti problemi di applicazione della legge, di abolizione della schiavitù del 1981, cui non ha fatto seguito alcun regolamento di attuazione che risolvesse i problemi anagrafici e di intestazione dei beni posseduti di fatto. Peraltro la legge del 1981 prevede (incredibilmente) la possibilità per il padrone di ottenere un indennizzo economico per la perdita dello schiavo.
La schiavitù è principalmente di tre tipi: agricola, domestica, sessuale. Suo carattere indefettibile è la prestazione di lavoro non remunerato.
Gli Haratine sono gli schiavi affrancati, per lo più non a causa di un gesto di generosità del padrone, ma a causa dell’impoverimento generale della società mauritana, che ha colpito anche i maitre. Essi conservano, di fatto, una posizione di subalternità nei confronti degli ex padroni, cui devono lavoro gratuito e varie forme di assistenza.

La legge n. 2007/048 del 3 settembre 2007 che “criminalizza la schiavitù e reprime le pratiche schiaviste” non ha risolto il problema.
A parte alcune ambiguità, il problema maggiore contro il quale essa si è arenata è il radicamento profondo della schiavitù nel contesto culturale mauritano. Lo schiavo è per lo più totalmente analfabeta ed è stato allevato, fin da piccolo, all’idea di dover servire il padrone per guadagnarsi il paradiso. Uno schiavo che voglia essere un bravo mussulmano deve sottomettersi al padrone ed accettare di lavorare senza essere remunerato, subire senza ribellarsi pene corporali, privazione di libertà e divieto di matrimonio, sottrazione di beni e stupro.
Abbiamo intervistato uno schiavo che ci ha detto: “Così sono nato e così voglio morire. La vera libertà è quella del paradiso”. Un altro, che alla fine ha trovato la forza di liberarsi, ci ha parlato delle fortissime pressioni subite dalla madre che lo voleva sottomesso al padrone.
Oltre al dato culturale, la sopravvivenza della schiavitù è dovuta anche al fatto che quasi tutta l’élite (ministri, giudici, alti gradi dell’esercito, religiosi) sono padroni di schiavi o appartengono a famiglie che posseggono schiavi.  Il fenomeno non è solo rurale: nella città di Nouakchott, quasi tutto il lavoro domestico è svolto da schiavi.


Secondo gli esponenti delle ONG che abbiamo potuto incontrare sarebbe necessario un lavoro di “volgarizzazione” della legge del 2007 che criminalizza la schiavitù. Essi rimproverano alla Giunta militare di avere bloccato le missioni che erano state avviate per diffondere, soprattutto all’interno del paese e nelle zone più arretrate, la conoscenza di questa nuova legge. Tale lavoro di volgarizzazione andrebbe svolto, attraverso l’ausilio di video, attori che interpretino degli sketch ed interpreti di rap.

Incontri e contatti

Abbiamo incontrato, oltre a Biram Abeid, l’esponente di SOS ESCLAVE che ha partecipato alla nostra Conferenza di Napoli, “Diritti umani e società civile nel Maghreb”, anche diversi altri esponenti della società civile mauritana:

Abdoul Aziz Niane, 1° vicepresidente di SOS Escalve

Boubacar Ould Mouhamed, segretario generale di SOS ESCLAVE

Mamadou Moctar Saar, presidente del Forum che coordina tutte le associazioni della società civile mauritana

Aminetou Mint Moctar, presidente dell’Associazione Femmes chefs de famille

Amadou Sall, presidente della Rete di organizzazioni della Società civile, per la promozione della cittadinanza.

Sidi Med Med Lemine, giornalista



Incontri istituzionali

Siamo stati ricevuti dal Commissario per i Diritti dell’Uomo, per l’azione umanitaria e per la Società civile della Giunta militare, Mohamed Lemine Ould Dada..
Abbiamo parlato della schiavitù in Mauritania. “Esiste – ci ha detto – è inutile negarlo. D’altra parte nella Costituzione mauritana manca una solenne proclamazione di eguaglianza tra tutti gli uomini, e i governi che si sono succeduti dopo l’indipendenza hanno fatto molto poco per risolvere il problema, alcuni hanno addirittura tenuto comportamenti che possono facilmente definirsi di complicità”.
La coscienza di questo problema – ha proseguito – è un’acquisizione recente . Paradossalmente è stata la siccità a spingere verso questa presa di coscienza. L’impoverimento dei padroni, infatti, e la desertificazione delle terre hanno indotto un formidabile processo di urbanizzazione (Nouakchott è passata in pochi anni dai 60.000 abitanti degli anni 1960 al milione circa di oggi), e questo è stato un elemento dinamico della liberazione. In città i figli degli schiavi sono andati a scuola, la radio e la televisione hanno fatto il resto.
Ha detto ancora che la schiavitù non esiste più a livello normativo, ma resiste nella mentalità, nello spirito. In un paese nel quale il 90% dell’economia è informale, la schiavitù non sembra qualcosa di innaturale.
Osserviamo con piacere la correttezza e l’approfondimento della sua analisi, anche se manca ogni riferimento al fatto che buona parte della classe dirigente del paese è composta da padroni di schiavi o da appartenenti a famiglie proprietarie di schiavi. E ciò non può non costituire uno degli ostacoli principali allo sradicamento del fenomeno.
Abbiamo comunque posto al Commissario la domanda se sia vero che la Giunta militare abbia interrotto le missioni avviate per la divulgazione della legge del 2007. Ci ha risposto che queste missioni si sono rivelate sostanzialmente inutili e sono servite solo a giustificare cospicui finanziamenti per le ONG. Ha ribadito di essersi impegnato in un più serio lavoro per il sostegno degli ex schiavi, attraverso progetti di sviluppo strutturale ad essi destinati (apertura di pozzi, sostegno economico). Abbiamo obiettato che l’assistenza agli ex schiavi è importante, ma che, per diventare ex schiavi, occorre prima conoscere la legge…
Il tempo però è scaduto e il commissario ci ha congedato con un bell’aneddoto personale.
Quando era bambino, pargoletto di una famiglia proprietaria di schiavi, a lui era proibito tutto: non poteva mai giocare, mai andare al mare, mai arrampicarsi sugli alberi, ma sempre doveva studiare. Guardava con invidia ad un suo coetaneo schiavo, che invece non andava a scuola e, ancora troppo piccolo per lavorare, passava il tempo a giocare e divertirsi. Pensava che quella del piccolo schiavo fosse la libertà. Col tempo ha capito che la libertà è altra cosa.


Più formale l’incontro con il Ministro della Giustizia, Bal Ahmedou Tidjane Bal.
E’ un avvocato ( e non un politico, ci ha tenuto a precisare) ed ha parlato come un avvocato. Ha espresso molti apprezzamenti per il lavoro delle associazioni della società civile, per il loro impegno contro la schiavitù, e ha ricordato che il suo primo processo importante ha riguardato proprio un caso di schiavitù.
Gli abbiamo domandato se l’apparato dello Stato, i magistrati in primo luogo, applichino lealmente la legge del 2007 di criminalizzazione della schiavitù o vi oppongano resistenze culturali o di casta. Ha replicato che non dispone ancora di dati o studi che consentano una risposta.
Gli abbiamo chiesto il permesso di visitare la prigione di Nouakchott e ci ha risposto che… certo, avremmo senz’altro potuto chiedere il permesso al competente Procuratore Generale. A noi è sembrato un rifiuto.

Molto più interessante è stata la visita alla elkebba (bidonville) El Mina, un luogo dove vivono schiavi ed ex schiavi. Si tratta di un insieme disordinato di casette di legno, prive di servizi igienici, raggruppate su di una spianata polverosa,dove esseri umani e capre convivono.
Mentre fotografavamo un gruppo di bambini, che sembravano deliziati della nostra presenza e che si mettevano in posa per farsi riprendere, un maitre Marabou li ha richiamati e loro sono spariti di colpo. Più tardi, siamo stati minacciati da due maitre che pretendevano fosse vietato prendere foto.

 

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