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Terrorismo è solo l'azione del kamikaze che si fa esplodere o anche il bombardamento a tappeto di città e villaggi, o le rappresaglie contro i civili cui ci ha abituato la politica del governo israeliano? Perché è così difficile accordarsi su una definizione condivisa? L'articolo che segue (di Raffaele Morgoglione) racconta la storia di un tentativo non riuscito, in sede ONU, per l'opposzione degli USA e dei suoi alleati, per i quali la questione si risolve in modo molto semplice: terroristi sono solo i nemici degli Stati Uniti e di Israele.

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        Terrorismo, importanza politica di una definizione condivisa

 

di Raffaele Morgoglione

 

La capacità della comunità internazionale – e della sua massima istituzione: l’ONU - di porre in campo un’articolata ed efficace strategia di lotta al terrorismo, comunque rispettosa delle leggi e dei diritti umani universali, dipende anche dalla capacità degli stati membri di varare una convenzione internazionale di ampio respiro sulla materia. Ma prima, ed è un problema cruciale, il terrorismo deve essere definito. L’opposizione principale ad un siffatto percorso è venuta, com’è facile immaginare, dagli Stati Uniti, per i quali notoriamente il problema non esiste: è da considerarsi terrorista ogni Stato o organizzazione non statale definito tale dal presidente Bush!
Nel 2004 Kofi Annan, all’epoca segretario generale dell’ONU, ritenendo premature, per la manifesta contrarietà degli U.S.A., iniziative concrete per il varo di una siffatta convenzione, promosse comunque la costituzione di un panel (ossia di un gruppo di lavoro) ad alto livello, incaricato di delineare una strategia condivisa per incrementare la sicurezza nel mondo, in primo luogo nei confronti del terrorismo, nonchè di formulare una chiara definizione di questo fenomeno.
Il panel, composto da eminenti personalità rappresentative di vari paesi e di diversi punti di vista - tra cui l’americano Brent Scowcroft, ex consigliere per la sicurezza nazionale - concluse i suoi lavori verso la fine di quell’anno, producendo un interessante documento dal titolo: “A more secure world: our shared responsibility” (Un mondo più sicuro: le nostre comuni responsabilità, consultabile su
http://www.un.org/secureworld/ Vedi in proposito anche l’intervento di Kofi Annan su The Economist, 4 dic. 2004).
Il documento prospetta innanzi tutto la necessità di intervenire per rimuovere quelle situazioni che rappresentano la causa o almeno il terreno fertile per lo sviluppo del terrorismo: l’occupazione di territori altrui, ad esempio, (qui il nostro pensiero corre naturalmente alla Palestina e all’Iraq) o il collasso dello Stato in alcuni paesi, ma anche la povertà diffusa, la disoccupazione ed altri gravi malesseri sociali. Un intero capitolo del rapporto è poi dedicato al problema della definizione del terrorismo; la conclusione cui i membri del panel sono giunti all’unanimità è la seguente: è terrorismo ogni azione diretta a causare la morte o il ferimento di civili o di non combattenti, quando lo scopo di tale azione, per la sua natura o per il suo contesto, è quello di intimidire una popolazione ovvero di costringere un governo o un’organizzazione internazionale a porre in essere o ad omettere un qualche comportamento. Una definizione apparentemente banale, ma che comporta qualche conseguenza politicamente rilevante. Non sono gli strumenti usati - un suicida imbottito di esplosivo piuttosto che un modernissimo cacciabombardiere con le sue bombe e missili più o meno intelligenti – bensì sono gli scopi e i bersagli della violenza che individuano l’attività terroristica. Esiste accanto al terrorismo dei poveracci anche il terrorismo dei cosiddetti stati civili. E quest’ultimo ha fatto negli ultimi settantenni incomparabilmente più vittime. Significativamente il documento in esame considera indispensabile che una futura convenzione internazionale sul terrorismo riconosca nel preambolo della definizione del fenomeno che l’uso della forza da parte degli Stati nei confronti dei civili è regolato dalla convenzione di Ginevra e dagli altri analoghi strumenti di diritto internazionale e che la violenza contro i civili, oltre una certa soglia, comporta per gli autori la punibilità per crimini di guerra ovvero per crimini contro l’umanità. 
Il futuro inquilino della Casa Bianca, probabilmente un democratico (sia esso Obama o la Clinton) non potrà non apportare correzioni sostanziali alla strategia di contrasto al terrorismo inaugurata dalla precedente amministrazione. La war on terrorism di Bush, di cui è stato catastrofico emblema l’avventura irachena, è infatti costata troppo agli Stati uniti in termini di vite umane, di isolamento e discredito internazionali e, non ultimo, in termini di compressione dei diritti civili all’interno.
Nondimeno è da escludere che la futura amministrazione possa sottoscrivere una convenzione internazionale sul terrorismo che segua le linee guida delineate dal documento dell’ONU sopra esaminato: gli Stati Uniti, infatti, per inveterata consuetudine, rifuggono dall’aderire a qualsiasi accordo internazionale che minacci in qualche modo di porre limiti legali all’uso della loro forza militare o pretenda di poter giudicare i suoi uomini per eventuali crimini di guerra. Non a caso essi non hanno mai sottoscritto la Convenzione di Ginevra né il Patto di Roma, istitutivo della Corte penale internazionale. Non a caso hanno subito l’affronto, qualche anno fa, di essere esclusi, in quanto non giudicati credibili sotto questo profilo, dalla partecipazione alla commissione dell’ONU per la tutela dei diritti umani.

 

 

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I quindici componenti del panel:

 

-- Robert Badinter (France), Member of the French Senate and former Minister of Justice of France;
-- João Clemente Baena Soares (Brazil), former Secretary-General of the Organization of American States;
-- Gro Harlem Brundtland (Norway), former Prime Minister of Norway and former Director-General of the World Health Organization;
-- Mary Chinery-Hesse (Ghana), Vice-Chairman, National Development Planning Commission of Ghana and former Deputy Director-General, International Labour Organization;
-- Gareth Evans (Australia), President of the International Crisis Group and former Minister for Foreign Affairs of Australia;
-- David Hannay (United Kingdom), former Permanent Representative of the United Kingdom to the United Nations and United Kingdom Special Envoy to Cyprus;
-- Enrique Iglesias (Uruguay), President of the Inter-American Development Bank;
-- Amre Moussa (Egypt), Secretary-General of the League of Arab States;
-- Satish Nambiar (India), former Lt. General in the Indian Army and Force Commander of UNPROFOR;
-- Sadako Ogata (Japan), former United Nations High Commissioner for Refugees;
-- Yevgeny Primakov (Russia), former Prime Minister of the Russian Federation;
-- Qian Qichen (China), former Vice Prime Minister and Minister for Foreign Affairs of the People’s Republic of China;
-- Nafis Sadik (Pakistan), former Executive Director of the United Nations Population Fund;
-- Salim Ahmed Salim (United Republic of Tanzania), former Secretary-General of the Organization of African Unity; and
-- Brent Scowcroft (United States), former Lt. General in the United States Air Force and United States National Security Adviser.

 
 
 
  
 
 

   
     
  
 
 

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