Oumma, 16 novembre 2019 (trad.ossin)
 
El pueblo desarmado serà siempre vencido
Bruno Guigue
 
La Repubblica spagnola credeva alla democrazia parlamentare, e Franco ha instaurato la dittatura. Salvador Allende credeva alla democrazia parlamentare, e abbiamo avuto Pinochet. Evo Morales credeva alla democrazia parlamentare, e un colpo di Stato l’ha destituito. Esempi tra i tanti di una legge della Storia: di fronte ai lupi, non farsi mai agnelli. Come le esperienze precedenti, quella di Morales non era esente da errori, ma era promettente. Nessun governo latino-americano, in epoca recente, aveva mai ottenuto simili risultati: forte crescita, redistribuzione delle ricchezze, riduzione spettacolare della povertà. La Bolivia è oggi il paese dell’America Latina che ha il minor numero di analfabeti, dopo Cuba e il Venezuela. Ebbene, sono proprio queste conquiste sociali, realizzate coi proventi della nazionalizzazione delle compagnie del gas, che hanno deciso della sorte di Evo Morales. Un presidente indigeno che lavora per gli umili, ecco lo scandalo cui bisognava porre termine. Assetata di vendetta, la borghesia boliviana è riuscita a interrompere un’esperienza progressista sostenuta dalle fasce popolari.
 
Il presidente Evo Morales
 
Questo provvisorio trionfo della reazione suscita evidentemente importanti domande. Come è stato possibile che il governo legittimo del paese abbia potuto subire, in tutta impunità, l’incendio delle abitazioni dei suoi ministri? Come è stato possibile che il presidente eletto di questo Stato sovrano sia stato costretto a lasciare il paese, visibilmente sotto minaccia? Purtroppo la risposta salta agli occhi: questa umiliazione del potere legittimo da parte di bande faziose è stato possibile perché esso era disarmato. I capi della polizia e dell’esercito boliviano, debitamente formati alla Scholl of the Americas, hanno tradito il presidente socialista. Hanno avallato il colpo di Stato perpetrato dalla senatrice di un piccolo partito di estrema destra che si è autoproclamata presidente, brandendo una Bibbia di dieci chili dinanzi ad un’Assemblea senza quorum! Il legittimo presidente, Evo Morales, ha preferito l’esilio allo spargimento di sangue, ed è una scelta rispettabile. Ma non ci esime da una riflessione su come vada esercitato il potere quando si intenda cambiare la società.
 
Il contrasto col Venezuela è evidente. Tentato a Caracas, il medesimo scenario è fallito miseramente. Nonostante la crisi economica che colpisce il paese, l’esercito venezuelano ha resistito alle minacce e ai tentativi di corruzione senza precedenti provenienti da Washington. Questa fedeltà dell’apparato militare alla Repubblica bolivariana è il muro che essa erige contro le minacce imperialiste. Ma non è frutto del caso: militare esperto, Chavez ha fatto di tutto per guadagnarsi il consenso dell’esercito, e Maduro ha compreso la lezione. Il patriottismo anti-imperialista è il cemento ideologico della rivoluzione bolivariana. Sostenuta da una milizia popolare di un milione di attivisti, questa forza armata educata ai valori progressisti protegge la Repubblica. E’ per questo che la borghesia infeudata a Washington ha tentato di assassinare Maduro, dopo aver tentato di rovesciarlo con un putsch granghignolesco.
 
Per realizzare i propri obiettivi politici, diceva Machiavelli, bisogna essere insieme «volpe e leone», fare uso della forza e dell’astuzia, a seconda delle circostanze. Ma, per fare uso della forza, bisogna prima che se ne abbia. Per quanto positiva possa essere per la maggioranza della popolazione, una politica progressista suscita sempre l’odio implacabile dei possidenti. Questo odio di classe, autentica triste passione dei privilegiati aggrappati alle loro prebende, non si esaurirà mai. Bisogna saperlo, e dotarsi dei mezzi per impedirgli di nuocere. Nelle condizioni reali della lotta politica, quel che determina il risultato finale non è la purezza delle intenzioni, ma sono i rapporti di forza. Di fronte alla coalizione della borghesia locale con l’imperialismo, i progressisti non hanno scelta: bisogna che prendano le armi, sperando che non ci sia bisogno di servirsene, contando su una modesta propensione dell’avversario al suicidio eroico. Per ottenere questo effetto dissuasivo, occorre avere migliaia di volontari armati di tutto punto, e pronti a difendere la rivoluzione a costo della vita.
 
E’ senza dubbio un effetto collaterale della passione della sinistra contemporanea per le elezioni, ma sembra che si sia dimenticata la lezione di Mao: «il potere nasce dalla canna del fucile». L’ingenuità dinanzi alla crudeltà del mondo porta raramente al successo, e il disarmo unilaterale è un modo di immolarsi volontariamente. La coscienza, di per sé, ripudia la violenza, ma questa nobile attitudine presenta l’inconveniente di ridurre considerevolmente la speranza di vita. Se si vuole inscrivere la propria azione nei fatti, e restare in vita per raggiungere i propri obiettivi, è meglio rinunciare alla «visione morale del mondo», come diceva Hegel, e guardare in faccia la realtà. Il pacifismo dissuade raramente la bestia feroce, e non c’è bestia più feroce di questa bestia umana che è la classe dominante scalzata dalla sua base materiale, travolta dalla paura di perdere i suoi privilegi, e pronta a tutto pur di evitare di essere giudicata dal Tribunale della Storia.
 
Senza armi, il popolo sarà sempre sconfitto, e non è un caso che le uniche esperienze rivoluzionarie che hanno portato ad un’effettiva trasformazione della società abbiano aggiunto allo strumento politico quello militare. Si può sempre discutere della natura e dei limiti di questa trasformazione. Ma se la Rivoluzione francese ha mobilitato i soldati dell’Anno II, se Toussaint Louverture, che ha diretto la prima insurrezione vittoriosa di schiavi neri delle colonie, è stato prima di tutto un generale della Rivoluzione, se la Rivoluzione russa ha creato l’Armata Rossa, che ha battuto i Bianchi appoggiati da 14 nazioni imperialiste, e poi le orde hitleriane dopo uno scontro titanico, se la Rivoluzione cinese deve il suo successo nel 1949 alle vittorie militari di Zhu De oltre che alle idee di Mao, se la Repubblica socialista del Vietnam ha alla fine battuto l’apparato militare degli Stati Uniti, se il socialismo cubano deve la sopravvivenza alla vittoria inaugurale contro l’imperialismo riportata nel 1961 alla Baia dei Porci, è perché vi è una costante verificata dall’esperienza storica: le armi, sì. O la sconfitta.
 
Se solo si potesse evitare, sarebbe bello farlo. Ma il campo avverso ci lascia questa scelta? Quelli che, a Washington, sabotano l’economia dei paesi in via di sviluppo che cercano di emanciparsi dalla tutela occidentale, che infliggono loro embarghi devastanti, finanziano bande di faziosi, manipolano oppositori fantoccio, importano caos e terrore, queste bestie feroci lasciano qualche scelta alle loro vittime? Se Cuba socialista non si fosse murata nella difesa intransigente delle conquiste rivoluzionarie, se Castro non avesse ucciso sul nascere qualsiasi velleità di opposizione manipolata dalla CIA, il popolo cubano avrebbe oggi il miglior sistema sanitario e il migliore sistema scolastico dell’America Latina? In realtà, la via elettorale scelta dai partiti progressisti fa onore, ma si scontra con le contraddizioni della democrazia formale. E’ ingenuo credere che si possa trasformare la società ottenendo una maggioranza parlamentare. Perché, nelle condizioni obiettive che sono quelle di una società capitalista, la partita non è leale.
 
Si sa bene che la borghesia controlla l’economia e i media, ma si pensa che si riuscirà a convincere il popolo a schierarsi col socialismo. Si scommette allora sulla dedizione dei militanti per controbilanciare l’influenza dei ricchi che posseggono i mezzi di informazione e corrompono interi settori della società per consolidare il proprio dominio. Ma è possibile citare un solo luogo in cui tale scenario idilliaco si sia realizzato? Questo nobile approccio si basa su una fiducia ingenua sull’obiettività del gioco democratico nei paesi capitalisti. Questa favoletta sta alla politica come il romanticismo all’acqua di rosa sta alla letteratura. Perché, per strappare il potere alla classe dominante, bisogna prima accettare di essere minoranza, poi allargare la propria base sociale annodando alleanze, infine battere il ferro finché è caldo. La competizione elettorale è uno degli strumenti della conquista del potere, ma non è il solo. E armare le classi popolari, per un movimento realmente progressista, non costituisce una opzione tra le altre, è una condizione di sopravvivenza.
 
La costituzione di questa forza armata popolare non serve a niente, però, se non si colpiscono subito le fonti dell’alienazione: i mass media. Pare che la maggior parte dei media boliviani appartenga ancora alla borghesia coloniale. E’ come giocare a carte accettano di dare tutti gli atout all’avversario! Ebbene, porre la questione della proprietà dei mezzi di informazione, è porre la questione della proprietà dei mezzi di produzione, giacché i media sono esattamente i mezzi di produzione dell’informazione. Per rovesciare i rapporti di forza e garantire il successo della trasformazione sociale, non può tralasciarsi di strappare i mezzi di produzione, compresi quelli di produzione dell’informazione, dalle mani della classe dominante. Se non si riesce a toccare questo punto di svolta, il fallimento è certo. «Lo Stato, diceva Gramsci, è l’egemonia corazzata della coercizione», vale a dire l’egemonia dominante che si appoggia alla forza militare e viceversa. E’ altrettanto vero per uno Stato popolare, la cui conquista da parte delle forze progressiste mira a trasformare la società a vantaggio degli umili.
 
 
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