ProfileLe schede di ossin - 4 novembre 2021 - I nostri media mainstream hanno scrupolosamente evitato per interi decenni il minimo accenno al fatto che l'attacco alla Liberty potesse essere parte di un complotto più ampio per spodestare Nasser (nella foto, la USS Liberty bombardata)   

 

Unz Review, 18 ottobre 2021 (trad.ossin)
 
Pravda statunitense: l’attacco israeliano alla USS Liberty
Ron Unz
 
 
Occultare il deliberato attacco israeliano
 
Non sono certo di quando mi sia capitato di sentir parlare per la prima volta dell'incidente della USS Liberty, avvenuto nel 1967. Era certamente una storia drammatica: l'attacco contro una nave dell'intelligence statunitense, quasi indifesa, da parte delle forze aeree e navali israeliane alla fine della Guerra dei Sei Giorni, combattuta contro diversi Stati arabi. Oltre 200 militari statunitensi sono rimasti uccisi o feriti da mitragliatrici, razzi, napalm e siluri israeliani, e si è trattato della nostra più grande perdita di vite umane, dopo la Seconda Guerra mondiale. Solo una tremenda fortuna e l’eroismo dei militari statunitensi hanno impedito che la USS Liberty venisse affondata e tutti i marinai uccisi.
 
Il governo israeliano affermò subito che l'attacco era stato accidentale, conseguenza di un'identificazione errata e della confusione della guerra, ma nessuno dei sopravvissuti ha mai creduto a questa scusa, e nemmeno molti dei massimi leader politici e militari statunitensi, in particolare il Segretario di Stato Dean Rusk, il direttore della CIA Richard Helms, e numerosi alti ufficiali, compreso un successivo presidente dei capi di stato maggiore congiunti.
 
Sebbene una breve indagine ordinata dal presidente Lyndon Johnson abbia rapidamente fatto propria la versione israeliana, nel mezzo secolo successivo i sopravvissuti della Liberty hanno continuato a criticare quel verdetto ufficiale, considerandolo un insabbiamento. La loro profonda indignazione venne solo leggermente mitigata dall'ondata di medaglie distribuite dal nostro governo, oppresso dai sensi di colpa, e ciò fece sì che la USS Liberty sia stata forse la nave più decorata nella storia navale USA, almeno in riferimento ad un singolo scontro.
 
Quanto accadde quel giorno assomiglia alla trama di un film di Hollywood. Una prima incursione di jet privi di segni di identità colpì e distrusse tutte le ordinarie antenne di trasmissione della Liberty, e cercò anche di creare interferenze nelle frequenze di trasmissione, per impedire qualsiasi richiesta di aiuto. Poi intervenne una flottiglia di torpediniere a mitragliare le barche di salvataggio, per assicurarsi che non ci sarebbero stati sopravvissuti. Questi attacchi implacabili sono durati più di un'ora e hanno bucherellato tutta la nave, le cui murate e i ponti presentavano alla fine oltre 800 fori più grandi del pugno di un uomo, alcuni dei quali prodotti da 100 missili che erano larghi circa due metri, e un foro di oltre 12 metri al di sotto della linea di galleggiamento, prodotto da un siluro. Solo un miracolo ha tenuto a galla la nave.
 
Ma i marinai disperati sfidarono l’incessante fuoco nemico e riuscirono a installare una nuova antenna di trasmissione, che permise loro di inviare una richiesta urgente di aiuto. Il loro SOS fu alla fine ricevuto dalla nostra vicina Sesta Flotta, i cui comandanti ordinarono immediatamente due incursioni di caccia a reazione per salvare la Liberty e respingere gli assalitori, ma esse vennero fermate per ordine della più alta leadership politica statunitense, che decise di abbandonare la Liberty e il suo equipaggio al loro destino. Da ultimo, mentre due grandi elicotteri che trasportavano commandos israeliani, in assetto da guerra e dotati di armi d'assalto, si preparavano a raggiungere la Liberty, spazzar via ogni resistenza e affondarlo, il loro Quartier Generale, a quanto pare, scoprì che la nave era riuscita a segnalare l’accaduto alle altre forze militari statunitensi, dunque decise di interrompere l’attacco e ritirarsi. I primi aiuti giunsero finalmente diciassette ore dopo che erano stati sparati i primi colpi, quando due cacciatorpediniere raggiunsero la nave colpita, che stava ancora cercando disperatamente di rimanere a galla.
 
Questa storia combinava così tanti elementi di eccezionale eroismo militare, tradimento politico e successo contro ogni previsione che, se la Liberty fosse stata attaccata da qualsiasi nazione sulla terra diversa da Israele, i fatti dell'8 giugno 1967 avrebbero certamente ispirato grandi film, molti prodotti commerciali e perfino opere degne di una nomination per l'Oscar, nonché un numero incalcolabile di documentari televisivi. Una tale narrativa patriottica sarebbe stata una gradita consolazione di fronte al simultaneo disastro militare che il nostro paese stava affrontando in Vietnam. Ma i gravi misfatti dello Stato ebraico difficilmente vengono presi a spunto dalla nostra industria cinematografica, e la storia della Liberty venne presto dimenticata, tanto che oggi dubito che anche solo uno Statunitense su cento ne abbia mai sentito parlare.
 
Anche i nostri media sono rimasti quasi altrettanto silenziosi. All'indomani dell'attacco, c'è stata naturalmente una certa copertura da parte dei principali giornali e riviste, e si sono letti molti articoli che esprimevano un notevole scetticismo a proposito della affermazione israeliana di aver commesso un errore innocente. Ma l'amministrazione Johnson impose subito un giro di vite estremo, mettendo a tacere qualsiasi critica alla versione ufficiale.
 
Un ammiraglio statunitense incontrò i sopravvissuti a piccoli gruppi, comprese le molte dozzine ancora ricoverate in ospedale con gravi ferite, e lanciò minacce spaventose a quei giovani marinai terrorizzati, la maggior parte dei quali erano ancora adolescenti o ventenni. Se qualcuno di loro si fosse mai fatto sfuggire una sola parola su quello che era successo, anche alle loro madri, padri o mogli, per non parlare dei media, sarebbe stato immediatamente deferito alla Corte marziale e avrebbe finito la sua vita in prigione, "o peggio".
 
Tra giornalisti che incontravano enormi difficoltà a trovare testimoni oculari disposti a parlare, e un governo che dichiarava fermamente che l'attacco era stato uno sfortunato caso di "fuoco amico" accidentale, i giornali persero rapidamente interesse e la storia svanì dalle prime pagine. Il nostro governo, tuttavia, era ancora talmente preoccupato dalle braci roventi dell'incidente, che disperse i marinai sopravvissuti tra le varie navi della nostra marina, e sembra essersi particolarmente preoccupato di evitare che anche solo alcuni di essi si potessero ritrovare insieme, il che avrebbe fornito loro l'opportunità di discutere degli eventi a cui erano appena sopravvissuti.
 
Il decennio successivo degli anni '70 vide lo scoppiò dello scandalo Watergate, culminato con l'impeachment e le dimissioni di un presidente, e numerosi altri sordidi scandali governativi e casi di abuso di potere vennero alla luce negli anni che seguirono, erodendo notevolmente la fede popolare nell'onestà dei nostri governi.
 
Queste mutate circostanze hanno aperto uno spiraglio per James M. Ennes, Jr., uno dei giovani ufficiali della Liberty sopravvissuti, che ha sfidato le minacce di processi e prigione e ha rivelato al mondo ciò che era davvero accaduto. Lavorando a stretto contatto con molti dei suoi compagni sopravvissuti, ha impegnato anni interi a scrivere un’efficace ricostruzione degli avvenimenti, ed è stato presentato a un'importante casa editrice dal giornalista del New York Times Neil Sheehan, che aveva scritto uno dei primi resoconti dell'attacco. Il suo libro “Assault on the Liberty” è stato pubblicato nel 1979, aprendo la prima grande crepa nel muro di silenzio. L'ammiraglio Thomas Moorer, ex presidente del Joint Chiefs of Staff, ha contribuito con una prefazione a un'edizione successiva, e i fatti raccontati, e l'avvincente testimonianza oculare, hanno stabilito in modo quasi definitivo che l'attacco israeliano era stato del tutto intenzionale. Ci sono state un certo numero di prime recensioni e interviste favorevoli, che hanno portato a forti vendite iniziali e poi un'ulteriore copertura mediatica.
 
Ma i gruppi organizzati pro-Israele sono subito partiti al contrattacco con un’ampia campagna censoria, per impedire la vendita e la distribuzione del libro, e nel contempo hanno esercitato pressioni perché programmi televisivi influenti, come Good Morning America della ABC e Sixty Minutes della CBS, cancellassero le trasmissioni che avevano già programmato sul tema. I libri di successo possono vendere decine di migliaia di copie, ma i programmi televisivi popolari raggiungono decine di milioni di spettatori, quindi solo una scheggia del pubblico statunitense ha appreso la storia della Liberty. Tuttavia, coloro che erano politicamente consapevoli e interessati all'argomento ora avevano a disposizione una solida fonte di riferimento da citare e distribuire, e il libro ha anche favorito la creazione della Liberty Veterans Association, che ha iniziato a chiedere una riapertura del caso e un'indagine onesta su quello che era successo quel giorno.
 
 
Gli Israeliani hanno sempre affermato che la Liberty era stata attaccata perché scambiata per errore con una certa nave da guerra egiziana, e il rapporto ufficiale dell'indagine statunitense ha fatto propria tale versione dei fatti. Ma il libro di Ennes ha demolito questa ipotesi.
 
(*) Trattandosi della nave di sorveglianza elettronica più moderna degli Stati Uniti, la Liberty aveva un profilo assolutamente unico che lo differenziava da quello di qualsia altra nave, con la parte superiore coperta da un'enorme schiera di diverse antenne di comunicazione, inclusa anche un'antenna parabolica di quasi 10 metri, usata per far rimbalzare i segnali al largo della Luna. Per contro, la nave egiziana era un vecchio trasporto di cavalli decrepito molto più piccola, che si stava arrugginendo nel porto di Alessandria.
 
(*) Secondo i resoconti unanimi, le forze aeree e navali schierate contro la Liberty erano completamente prive di segni di identificazione, ciò che rendeva impossibile individuarne la nazionalità. Nessuna delle richieste di aiuto inviate menzionava l'identità degli aggressori, che le vittime hanno scoperto solo verso la fine dello scontro. Se le forze israeliane avessero voluto semplicemente colpire una presunta nave militare egiziana, perché si sarebbero presi la briga di nascondere la loro identità?
 
(*) Nonostante le ripetute affermazioni contrarie di parte israeliana, sulla Liberty sventolava una bandiera statunitense grande e ben visibile, e quando la prima venne abbattuta e distrutta all'inizio dell'attacco, una bandiera a stelle e strisce ancora più grande venne subito issata in sua sostituzione. Il nome della nave era scritto a grandi lettere inglesi sul lato, invece dell'arabo usato dalle navi egiziane. Il tempo limpido e luminoso quel giorno forniva una visibilità perfetta.
 
(*) Gli aerei di sorveglianza israeliani avevano ripetutamente sorvolato la Liberty per tutta quella mattina, a volte volando così basso che si potevano vedere i volti dei piloti, quindi la nave era stata facilmente identificata.
 
(*) Dal momento in cui l'attacco è iniziato, le operazioni di disturbo elettronico poste in atto dagli Israeliani hanno specificamente avuto di mira gli ordinari canali di comunicazione statunitensi, così dimostrando che gli aggressori conoscevano la nazionalità della nave che avevano preso di mira.
 
(*) Gli Israeliani hanno affermato che inizialmente avevano ritenuto che la Liberty fosse una nave da guerra, perché viaggiava ad un'alta velocità di quasi 30 nodi, ma la velocità della nave durante l'intero periodo era stata solo di 5 nodi, sei volte più lenta.
 
(*) L'attacco alla Liberty fu un'azione massiccia e coordinata, durata una o due ore, e, oltre alle ripetute incursioni di caccia a reazione, coinvolse tre torpediniere e un paio di grossi elicotteri carichi di commandos. L'attacco iniziale distrusse tutte le antenne di comunicazione per impedire alla nave di chiamare aiuto, e in seguito furono mitragliate tutte le scialuppe di salvataggio. L'obiettivo evidente era affondare la nave, senza lasciare sopravvissuti che potessero testimoniare su quanto accaduto.
 
(*) Dopo l'attacco, gli Israeliani si rifiutarono fermamente di ammettere qualsiasi grave errore da parte loro, e nessuno dei loro comandanti venne processato e nemmeno ammonito, essi attribuirono invece tutta la colpa dell'incidente agli Statunitensi. I trofei dell'attacco alla Liberty occupano ancora un posto d'onore nel museo della guerra di Israele. Il risarcimento economico è stato pagato solo ai sopravvissuti gravemente feriti, dopo una lunga battaglia nei tribunali statunitensi.
 
Confermare i fatti ma cercare un movente
 
All'epoca, gli Stati Uniti erano il principale sostenitore e alleato internazionale di Israele, quindi gli osservatori hanno sempre mostrato grandi perplessità nella individuazione del movente di questo attacco mortale e non provocato a una nave militare statunitense che navigava in acque internazionali, qualcosa che ha certamente costituito un grave crimine di guerra. Ennes non aveva una risposta chiara da fornire a questa domanda, e il suo libro, accuratamente fedele ai fatti, si chiudeva con un epilogo intitolato "Perché Israele ha attaccato?", nel quale venivano formulate alcune ipotesi. Si ipotizzava che gli Israeliani potrebbero aver temuto che l'apparecchiatura di sorveglianza elettronica della Liberty avesse rilevato i loro piani per invadere la Siria e conquistare le alture del Golan, nonostante il parere contrario degli USA, e in effetti l’invasione vi è effettivamente stata subito dopo aver messo il Liberty fuori combattimento. Essa venne ordinata dal ministro della Difesa israeliano Moshe Dayan, e un rapporto declassificato dell'intelligence della CIA in seguito affermò che Dayan aveva ordinato l'attacco alla Liberty nonostante l'opposizione di alcuni dei suoi generali. Questa spiegazione sembrava in qualche modo plausibile, ma tutt'altro che solida.
 
Lungo la scia tracciata dal libro di Ennes, altri autori si sono piano piano fatti avanti. Come piattaforma di sorveglianza elettronica, la Liberty operava sotto la NSA, un'organizzazione allora così segreta che i suoi dipendenti a volte scherzavano sul fatto che le iniziali stessero per "Nessuna agenzia del genere". Nel 1982, quei veli di mistero furono finalmente squarciati, quando il giornalista James Bamford pubblicò “The Puzzle Palace”, presentando la storia e le attività dell'agenzia, che presto divenne un bestseller nazionale e lo lanciò come uno dei principali autori statunitensi in materia di sicurezza nazionale.
 
Fin dall'inizio, la NSA era stata assolutamente certa che l'attacco israeliano alla Liberty fosse stato deliberato, e la morte o il grave ferimento di così tanti dei suoi tecnici delle comunicazioni e di altri dipendenti, insieme all’insabbiamento successivo, avevano irritato profondamente i vertici. Quindi il libro di Bamford includeva più di una dozzina di pagine sull'incidente del Liberty, rendendo pubbliche alcune delle prove in possesso dell'intelligence sulla intenzionalità dell’operazione israeliana.
 

Due anni dopo, nel 1984, lo scrittore di politica estera Stephen Green pubblicò un'analisi molto apprezzata delle relazioni israelo-statunitensi intitolata “Taking sides”, che ricevette elogi entusiastici dall'ex senatore William Fulbright, che aveva presieduto la commissione per gli affari esteri, dello studioso di diritto internazionale Richard Falk di Princeton, e dell'ex sottosegretario di Stato George Ball. Green dedicava il suo penultimo capitolo all'incidente della Liberty, riassumendo efficacemente i fatti in quelle 30 pagine, e approvando con forza la maggior parte delle conclusioni di Ennes, fornendo altresì ulteriori prove che l'attacco era stato deliberato, in parte fondandosi su documenti appena declassificati. Sottolineava anche che, se l'operazione fosse riuscita e la Liberty fosse stata affondata senza sopravvissuti, gli USA avrebbero quasi certamente incolpato l'Egitto, con importanti conseguenze geopolitiche. Dal momento che la sopravvivenza della nave è stata quasi un miracolo, questo potrebbe essere stato il movente principale.
 
 
Ero solo un bambino nel 1967, e non ho mai sentito una parola sull'attacco, né all'epoca né per molto tempo dopo. Anche quando il libro di Ennes è apparso una dozzina di anni dopo, non ricordo di aver visto nulla al riguardo, né sono venuto a conoscenza delle ricostruzioni operate nei volumi specializzati di Bamford e Green che seguirono presto. Ad un certo punto, penso di aver sentito vagamente qualcosa su una nave statunitense che era stata attaccata accidentalmente da Israele negli anni '60, ma non sapevo probabilmente nulla più di questo.
 
Nel 1991 la questione ha finalmente ottenuto una certa attenzione nazionale, all'indomani della vittoriosa guerra statunitense del Golfo contro Saddam Hussein, quando il presidente George HW Bush ha avuto una controversia col governo israeliano, a proposito dell'espansione dei loro insediamenti ebraici illegali nella Cisgiordania occupata e a Gaza.
 
A quel tempo, la rubrica Evans & Novak, dei conservatori Rowland Evans e Robert Novak, era tra le più ampiamente diffuse ed influenti negli Stati Uniti, pubblicata in molte centinaia di giornali, e Novak era onnipresente nei programmi televisivi settimanali di politica. La loro rubrica del 6 novembre 1991 lanciò una notizia bomba, rivelando che le trasmissioni radio dimostravano che i piloti israeliani erano pienamente consapevoli del fatto che stavano attaccando una nave statunitense e che, nonostante le loro frenetiche proteste, avevano ricevuto l’ordine di proseguire e affondare comunque la Liberty. Queste comunicazioni erano state intercettate e decifrate dal personale dell'intelligence presso la nostra ambasciata di Beirut, e le scioccanti trascrizioni erano state immediatamente fornite al nostro ambasciatore, Dwight Porter, un diplomatico molto stimato, che aveva alla fine rotto il silenzio autoimpostosi dopo 24 anni. Inoltre, i fatti venivano confermati anche da un ufficiale militare israeliano di origine statunitense, presente nel Quartier Generale dell'IDF (forze armata israeliane, ndt) quel giorno, e che ha affermato che tutti i comandanti erano sicuri che la nave attaccata fosse statunitense. Questa potrebbe essere stata la prima volta che ho appreso i veri dettagli dell'incidente del 1967, probabilmente seguendo una delle tante apparizioni televisive di Novak.
 
Alcuni giornalisti filo-israeliani, e i numerosi sostenitori dello Stato ebraico, lanciarono subito un feroce contrattacco, guidato dall'ex redattore esecutivo del New York Times, Abe Rosenthal, un fervente partigiano di Israele, che bollò la rubrica di Evans & Novak come faziosa, inaffidabile e fraudolenta. Quando ho letto le memorie di Novak l'anno scorso, ho appreso che gli amici di Israele hanno esercitato per anni pressioni sui giornali, perché la sua rubrica venisse chiusa, il che ne ha sostanzialmente limitato la diffusione col passare degli anni. I due editorialisti sono stati puniti per aver oltrepassato le linee rosse, la loro influenza successiva è diminuita, e si è dato in tal modo anche un potente messaggio di avvertimento agli altri giornalisti, che non si azzardassero a fare mai qualcosa di simile.
 
La storia della Liberty, e particolarmente i decenni successivi di battaglie politiche e mediatiche, divennero presto oggetto di ricerca accademica, e John E. Bourne se ne occupò nella sua tesi di dottorato in storia del 1993 alla NYU, pubblicando poi il lavoro con una piccola casa editrice due anni dopo, col il titolo “The USS Liberty: Dissenting History Vs. Official History”. L’analisi di Bourne sembra meticolosa e scrupolosamente equa: non ha aperto nuovi scenari, ma ha raccolto e sistemato una grande quantità di informazioni, parlando anche del sorprendente successo ottenuto dalla ricostruzione dei sopravvissuti del Liberty tra il pubblico, nonostante le maggiori risorse politiche e finanziarie dei loro forti contraddittori.
 
Un punto importante sottolineato da Bourne è che, mentre la versione degli eventi fornita dai membri dell'equipaggio della Liberty è rimasta coerente e quasi immutabile fin dal primo giorno, il governo israeliano e i suoi partigiani hanno diffuso numerose narrazioni contrarie, la maggior parte delle quali contraddittorie tra di loro, e non hanno in alcun modo tentato di renderle omogenee, limitandosi a ignorare le gravi discrepanze. Ciò si collega sicuramente al fatto che, se la verità dei fatti è una sola, le falsità inventate possono divergere e dar luogo ad un ampio ventaglio di ricostruzioni differenti.
 
 
Un paio di anni dopo, nel 1995, in prima pagina sul New York Times veniva pubblicata una storia apparentemente non correlata, che all’epoca ha sicuramente catturato la mia attenzione. Il nostro giornale nazionale di riferimento rivelò che, durante le guerre del 1956 e del 1967, l'esercito israeliano aveva brutalmente massacrato un gran numero di prigionieri di guerra egiziani, e le prove venivano da dettagliate ricerche effettuate da storici militari israeliani, da testimonianze oculari come quella di un generale israeliano in pensione, e dalla scoperta di fosse comuni nel deserto del Sinai.
 
Poi, nel 2001, James Bamford ha pubblicato “Body of Secrets”, un seguito molto più lungo e dettagliato della sua precedente storia della NSA, diventato anch’esso un bestseller nazionale. Questa volta l'autore ha dedicato uno dei suoi capitoli più lunghi, dal titolo “Sangue”, interamente alla storia della Liberty, fornendo molte nuove rivelazioni. Tra le altre cose, ha ipotizzato che si fosse deciso di distruggere la nave, in quanto la leadership israeliana temeva che la sua vasta attrezzatura di sorveglianza elettronica potesse aver registrato le prove degli agghiaccianti crimini di guerra che Israele aveva commesso lungo la costa vicina, compresa l'esecuzione di circa 1.000 prigionieri egiziani indifesi e civili locali, certamente una delle più grandi atrocità di questo tipo, commesse da qualsiasi esercito occidentale dopo la Seconda Guerra mondiale. E si tratterebbe di un ulteriore possibile motivo che spiegherebbe l’altrimenti inspiegabile attacco israeliano.
 
Il libro di Bamford svela anche qualcosa di ancora più importante. Dopo 35 anni di silenzio, la NSA ha rivelato che l'intero incidente della Liberty venne monitorato in tempo reale da un aereo-spia elettronico statunitense, che viaggiava ad alta quota e intercettava e traduceva rapidamente tutte le comunicazioni radio tra le forze israeliane attaccanti e i loro controllori di Tel Aviv, informazioni a lungo considerate "tra i segreti più profondi della NSA". Ciò ha contribuito a spiegare perché la dirigenza della NSA aveva sempre unanimemente sostenuto che l'attacco fosse deliberato e con l’obiettivo di non lasciare sopravvissuti.
 
Queste conversazioni intercettate degli aerei e delle torpediniere israeliane ripetevano più volte di aver visto la grande bandiera statunitense sventolare sul pennone della Liberty, con ciò sbugiardando decenni di smentite enfatiche. A Washington, DC, i vertici della NSA erano rimasti indignati da queste smentite, soprattutto quando si erano resi conto che l'amministrazione Johnson intendeva proteggere Israele da qualsiasi imbarazzo, e aveva persino preso in considerazione l'idea di affondare la Liberty dopo l'attacco per impedire ai giornalisti di fotografarne i gravi danni. In effetti, alla Liberty fu stranamente ordinato di navigare verso la lontana Malta, piuttosto che verso il molto più vicino porto di Creta, forse nella speranza che la nave sarebbe affondata a causa del grande squarcio nello scafo, eliminando in tal modo definitivamente ogni prova visiva.
 
Il libro di Bamford fornisce anche nuove informazioni sulle strane circostanze che hanno accompagnato il richiamo di due aerei da trasporto, inviati per salvare la Liberty durante l'attacco, un dettaglio che era sempre stato fonte di perplessità. L'ex ufficiale dell'intelligence della Liberty ha rivelato di essere stato successivamente informato dall'ammiraglio della portaerei della Sesta Flotta che il richiamo era stato ordinato, per telefono, direttamente dal Segretario alla Difesa Robert McNamara, e lo stesso presidente Lyndon Johnson sarebbe stato addirittura in linea per chiedere che l'ordine fosse stato eseguito e che la Liberty fosse abbandonata al suo destino.
 
Bamford ha anche notato che l'attacco brutale e non provocato di Israele alla nave statunitense non era affatto incoerente con altri comportamenti adottati da quel paese. Non solo gli Israeliani avevano massacrato contemporaneamente centinaia e centinaia di prigionieri di guerra egiziani ma, solo un giorno o due prima, una colonna di carri armati israeliani aveva attaccato un convoglio disarmato di forze di pace delle Nazioni Unite che battevano la loro bandiera blu, uccidendone brutalmente più di una dozzina, e aveva anche fatto esplodere la sede locale delle Nazioni Unite.
 
Il testo di Bamford si sviluppa in oltre 700 pagine, e la parte che tratta dell’incidente della Liberty ne occupa non meno del 10%, ma quel capitolo ha attirato una quota enormemente sproporzionata dell'interesse della stampa, e il New York Times vi ha dedicato molto spazio. Anche la recensione molto favorevole del Times è stata assai ampia, sebbene abbia ha posto fortemente in dubbio l’ipotesi che l’attacco potesse essere stato motivato dall’interesse di Israele a nascondere i suoi concomitanti crimini di guerra. Per quanto la maggior parte di tali recensioni siano state piuttosto elogiative, la notoriamente filo-israeliana New Republic lanciò un feroce attacco, scritto da uno storico israeliano di origine statunitense che aveva rinunciato alla sua cittadinanza statunitense per entrare al servizio del governo israeliano, ed essa, già all'epoca, non mi convinse affatto, ancor prima di leggere di recente l' efficace confutazione di Bamford.
 
Anche se ho letto il libro di Bamford solo un paio di anni fa, avevo in precedenza letto gli articoli del Times e molte delle altre recensioni, e l'insieme di tutto questo materiale aveva ulteriormente rafforzato la mia convinzione che l'attacco alla Liberty non fosse stato un incidente.
 
Rivelare l'insabbiamento degli USA dopo 40 anni
 
Fino a quel momento, i partigiani di Israele si erano collocati soprattutto sulla difensiva, enfatizzando il verdetto originale di incidente emesso dal comitato d'inchiesta ufficiale statunitense del 1967, e contemporaneamente cercando di oscurare i libri e gli articoli che lo mettevano in discussione. Sulla base dell'approfondita ricerca svolta da Bourne sui media, sembrerebbe che essi avessero probabilmente ritenuto che il silenzio fosse la migliore strategia da seguire. Il pezzo più lungo che promuoveva attivamente la teoria dell'attacco accidentale era stato un articolo di 6.000 parole, pubblicato nel numero di settembre 1984 di The Atlantic Monthly, evidentemente scritto in risposta ai libri di Ennes o Green. I due autori erano giornalisti israeliani che si affidavano quasi interamente a fonti israeliane, per lo più ufficiali, e il pezzo difficilmente avrebbe potuto influenzare il crescente numero di scettici.
 
Ma nel 2002, A. Jay Cristol, un giudice fallimentare ebreo della Florida, che aveva prestato servizio per quasi quattro decenni nelle nostre riserve navali, pubblicò “The Liberty Incident”, sostenendo che l'attacco era stato puramente accidentale. Nella prefazione, Cristol confessava le sue opinioni filo-israeliane, e di avere molti amici israeliani che lo avevano incoraggiato e aiutato nella stesura del libro, che aveva iniziato una quindicina di anni prima come tesi di master sull'educazione degli adulti.
 
Sebbene fortemente promosso dai numerosi partigiani israeliani, che hanno colto l'occasione per dichiarare a gran voce: "Caso chiuso", non ho mai sentito parlare del libro all'epoca, e sono rimasto abbastanza indifferente quando l'ho letto di recente, poiché sembra ignorare o respingere in gran parte la montagna di prove contrarie alla sua tesi dell'innocenza israeliana.
 
In effetti, la pubblicazione del libro di Cristol suscitò una reazione particolarmente importante. Una delle persone citate dall’autore come "uomo perbene", era il capitano in pensione Ward Boston, Jr., l'avvocato della Marina che aveva effettivamente scritto il rapporto ufficiale dell'inchiesta nel 1967. Dopo aver taciuto per quasi quattro decenni, Boston si indignò talmente per quanto era scritto nel libro di Cristol, che si fece avanti e firmò un affadivit legale, rivelando i veri retroscena dell'indagine originale.
 
Secondo Boston, sia lui che il suo superiore, l'ammiraglio Isaac C. Kidd, che presiedeva il comitato, erano assolutamente convinti all'epoca che Israele avesse deliberatamente attaccato la Liberty e assassinato i nostri marinai, ma i loro superiori politici e militari, compreso l'ammiraglio John S. McCain Jr., padre del defunto senatore, ordinarono loro di assolvere lo Stato ebraico da ogni colpa. Inoltre, i principali elementi del loro rapporto erano stati cancellati o modificati prima della consegna, in un ulteriore tentativo di nascondere le prove evidenti della colpevolezza di Israele. Considerando che, per oltre 35 anni, il rapporto di Boston era stato citato come il principale baluardo a sostegno dell'innocenza israeliana, la sua dichiarazione giurata, firmata il 9 gennaio 2004, ha costituito una dichiarazione contraria molto potente. Oltre a bollare Cristol come un impostore e un bugiardo, e a riferire che l'ammiraglio Kidd pensava che l'autore "deve essere un agente israeliano", la dichiarazione di Boston si chiudeva con la seguente frase:
 
Contrariamente alla disinformazione divulgata da Cristol e altri, è importante che il popolo statunitense sappia che è chiaro che Israele è responsabile dell'attacco deliberato ad una nave statunitense e dell'uccisione di marinai statunitensi, i cui compagni di bordo in lutto vivono da anni pienamente convinti di ciò.
 
Pochi anni dopo, un importante reportage del Chicago Tribune ha finalmente demolito gli ultimi frammenti del decennale insabbiamento. Scritto da un giornalista anziano del Tribune, che in precedenza aveva vinto un Premio Pulitzer al New York Times, e attingendo a dozzine di interviste e a una grande quantità di documenti ufficiali del governo recentemente declassificati dopo quattro decenni, l'articolo di 5.400 parole è stato probabilmente il pezzo più lungo scritto sull’incidente del Liberty mai apparso nei principali media statunitensi. Gran parte del materiale presentato era estremamente schiacciante, confermando pienamente elementi cruciali dei resoconti precedenti e dimostrando l'entità del conseguente insabbiamento.
 
Tony Hart, un ex operatore delle comunicazioni presso una stazione di ritrasmissione ricorda di aver ascoltato le parole del Segretario alla Difesa McNamara mentre ordinava personalmente il richiamo dei jet inviati per salvare la Liberty : "Il presidente [Lyndon] Johnson non andrà in guerra o metterà in imbarazzo un alleato degli USA solo per qualche marinaio”. Ciò confermava in modo indipendente il resoconto riportato da un ufficiale della Liberty alcuni anni prima nel libro di Bamford.
 
A parte McNamara, quasi tutti gli altri dirigenti dell'amministrazione Johnson condividevano la convinzione del massimo consigliere dell'intelligence, Clark Clifford, che fosse "inconcepibile" che l'attacco fosse stato sferrato a causa di un’errata identificazione. Il direttore della NSA, il tenente generale Marshall Carter, in seguito testimoniò segretamente al Congresso che l'attacco "non poteva che essere stato intenzionale", e numerosi altri ex alti funzionari della sicurezza nazionale hanno fornito dichiarazioni simili al Tribune, e tali dichiarazioni sono state finalmente rese pubbliche dopo quarant'anni.
 
Per decenni, un punto cruciale di polemica era stato se la Liberty battesse una bandiera statunitense che fosse visibile alle forze israeliane attaccanti. All'epoca, la corte d'inchiesta israeliana aveva fermamente dichiarato che "Durante il contatto, nessuna bandiera statunitense o di altra natura è apparsa sulla nave". Di recente, nel 2003, il Jerusalem Post ha intervistato il primo pilota israeliano ad attaccare, e ancora una volta ha dichiarato di avere sorvolato due volte la nave, rallentando e guardando attentamente, e "non c'era davvero nessuna bandiera".
 
Al contrario, i documenti declassificati della NSA affermano che tutti i membri dell'equipaggio sopravvissuti hanno uniformemente dichiarato che la loro nave batteva una grande bandiera, nel corso di tutta la durata dell’attacco, tranne per un breve intervallo quando, abbattuta la prima, era stata subito sostituita da un’altra più grande, lunga quasi 4 metri.
 
Le trascrizioni della NSA hanno confermato le affermazioni statunitensi e hanno dimostrato che gli Israeliani stavano mentendo. Come numerose fonti avevano affermato nel corso degli anni, le comunicazioni intercettate dei piloti israeliani erano state immediatamente tradotte in inglese, con le trascrizioni delle loro conversazioni trasmesse dalle macchine telescriventi dei nostri uffici di intelligence in tutto il mondo. Esse dimostrano oltre ogni dubbio che i piloti avevano riferito che la nave era statunitense e che era stato ordinato loro di affondarla ugualmente, e il contenuto di queste trascrizioni è stato anche confermato da interviste separate di specialisti dell'intelligence con sede in Nebraska, California e Creta, mentre molti altri ex funzionari statunitensi hanno confermato l'esistenza di quelle trascrizioni.
 
Cinque giorni dopo, l'ambasciatore israeliano avvertì segretamente il suo governo che gli Statunitensi avevano "prove chiare" che l'attacco era stato deliberato. Ma, secondo un ex funzionario della CIA, le trascrizioni "erano state nascoste, perché l'amministrazione non voleva mettere in imbarazzo gli Israeliani". Questo insabbiamento ufficiale è stato parzialmente evitato da alcuni scaltri funzionari dell'intelligence che hanno avuto la disponibilità di quelle trascrizioni, per scopi di addestramento ufficiale presso la scuola di intelligence dell'esercito degli Stati Uniti. W. Patrick Lang, che in seguito ha trascorso otto anni come capo dell'intelligence nel Medio Oriente per la DIA, ricorda vividamente di averle ascoltate durante i corsi, ed esse non lasciavano alcun dubbio che l'attacco israeliano era stato deliberato.
 
Sebbene alcuni nastri siano stati pubblicati, molti di coloro che furono addetti alla registrazione e alla traduzione delle comunicazioni concordano sul fatto che almeno due di quelli più importanti siano del tutto scomparsi, o almeno non siano stati ancora declassificati, e tale tesi trova conferma nelle lacune riscontrate nella numerazione di quelli che sono stati pubblicati.
 
John Crewdson The Chicago Tribune • 2 ottobre 2007 • 5.400 parole
 
 
Un paio di anni dopo, nel 2009, James Scott, un giovane giornalista pluripremiato e figlio di un sopravvissuto della Liberty, ha pubblicato “Attack on the Liberty”, un libro che sembrava destinato a diventare l'ultimo grande resoconto dell'incidente. Pubblicato da un prestigioso editore mainstream, il testo supera le 350 pagine, con copiose note e numerose fotografie. Quando l'ho letto sei o sette anni fa, non pensavo che aprisse strade molto nuove, ma il lavoro sembrava riassumere in modo molto efficace tutto il materiale principale raccolto in oltre quattro decenni di ricerca e dibattito, candidandosi ad essere il testo più completo sull'argomento.
 
Ora sono facilmente disponibili anche molte informazioni su Internet. Alison Weir gestisce If Americans Knew, un'organizzazione di attivisti che si occupano del conflitto israelo-palestinese, e una sezione del suo sito web fornisce un comodo archivio di numerosi documenti di origine primaria riguardanti l'incidente della USS Liberty. Anche un sito web dell'USS Liberty Memorial fornisce importante materiale.
 
 
Negli ultimi anni, il nostro Philip Giraldi, ex ufficiale della CIA, è diventato uno degli scrittori più assidui sulla storia della Liberty, producendo una mezza dozzina di articoli incentrati direttamente su quell'argomento:
 
Who will write the final chapter on Israel’s 1967 confrontation with the U.S. Navy?
Philip Giraldi • The American Conservative • 17 marzo 2011 • 1.600 parole
 
Forty-eight years is too long to wait for justice
Philip Giraldi • The Unz Review • 9 giungo 2015 • 1.200 parole
 
The power of the Israel Lobby
Philip Giraldi • The Unz Review • 14 giugno 2016 • 1.600 parole
 
The 50 year cover-up of a mass murder of U.S. servicemen orchestrated by Israel and its friends
Philip Giraldi • The Unz Review • 6 giugno 2017 • 1.600 parole
 
The American Legion finally calls for a congressional inquiry
Philip Giraldi • The Unz Review • 5 settembre 2017 • 2.300 parole
 
If the president loves to honor the military, start with the U.S.S. Liberty
Philip Giraldi • The Unz Review • 5 maggio 2020 • 2.300 parole
 
Il presidente Lyndon Johnson e un attacco pianificato all'Egitto?
 
Negli ultimi anni la mia comprensione di molti importanti eventi storici ha subito una trasformazione radicale, ma non nel caso dell’incidente della Liberty. Da quando ne ho sentito parlare per la prima volta quasi trent'anni fa, infatti, le mie originarie opinioni hanno solo trovato ulteriori conferme. Mi ero subito convinto che l'attacco fosse intenzionale, e che era stato seguito da un vergognoso insabbiamento statunitense, e i tre o quattro libri che alla fine ho letto sull'argomento hanno solo riempito alcuni spazi vuoti, confermandomi pienamente nelle mie convinzioni. L'unico mistero rimasto era il movente che aveva spinto Israele ad un'impresa così apparentemente avventata, e sembrava solo che occorresse scegliere tra le tre o quattro ipotesi plausibili che erano state avanzate in proposito. Non solo, quindi, consideravo l'argomento chiuso, ma credevo che fosse chiuso da almeno un decennio o due. E questa è stata la mia opinione fino a un mese fa.
 
La storia di un sanguinoso attacco israeliano contro l’esercito USA, e di un lungo e vergognoso insabbiamento, ha ovviamente dato la stura ad ogni sorta di ipotesi improbabili da parte di teorici del complotto, che hanno regolarmente esposto le idee più bizzarre nei thread di commento di qualsiasi articolo discutesse l'argomento. Un paio di anni fa, mi è capitato di dare uno sguardo a simili commenti, e ho letto di un complotto diabolico del presidente Johnson per organizzare a tradimento l'attacco alla sua stessa nave, come pretesto per iniziare la terza guerra mondiale, e tale teoria sembrava essere stata promossa da alcuni libri di recente pubblicazione.
 
All'inizio non ho prestato attenzione a simili sciocchezze, ma alla fine ho dato un'occhiata alla pagina Amazon di “Blood in the Water” di Joan Mellen, un autore a me completamente sconosciuto, e sono rimasto scioccato nello scoprire le lodi generose del Prof. Richard Falk di Princeton, eminente giurista internazionale. Pensando che la teoria potesse essere meno assurda di quanto sembrasse, ho cliccato un pulsante, l'ho comprato e ho tenuto in sospeso la mia incredulità durante i due giorni che mi ci sono voluti per leggere il testo.
 
Sfortunatamente, i contenuti erano quasi esattamente come avevo pensato inizialmente, pieni di speculazioni non plausibili, affermazioni ingiustificate ed enormi salti logici. Vi erano affermazioni prive di fondamento ripetute all'infinito, probabilmente nella speranza di costringere, alla fine, il lettore ad accettarle. E sebbene il testo fosse stato presumibilmente scritto da un professore di ruolo di inglese in una piccola università, l'editing era tra i peggiori di qualsiasi libro pubblicato professionalmente che mi fosse mai capitato di leggere, con la stessa frase, o anche lo stesso breve paragrafo, a volte duplicata in più pagine consecutive; difetti stilistici così gravi non hanno che accresciuto la mia diffidenza nei confronti del materiale sostanziale presentato. Il prof. Falk era uno stimato studioso, ma aveva anche superato gli ottant'anni quando il libro è stato pubblicato, e ho pensato che in realtà non avesse letto il testo se non in alcuni piccoli estratti, mentre la sua indignazione per mezzo secolo di ingiustizia governativa spiegava il suo apprezzamento per una denuncia di così scarsa qualità. Sentivo che avevo sprecato il mio tempo a leggerlo e mi convinsi più fermamente che mai che la storia della Liberty era oramai chiusa.
 
Poi, all'inizio di quest'anno, mi sono giunte voci su una teoria molto simile, ancora una volta avanzata da un autore a me totalmente sconosciuto, e presentata in un libro dal titolo particolarmente lugubre. Naturalmente ho respinto tali sciocchezze in base al principio "una volta morso, due volte prudente".
 
Tuttavia, un paio di mesi fa, mi è capitato di leggere un'opera di Michael Collins Piper, un ricercatore che stimo considerevolmente, ed essa conteneva un paio di riferimenti al libro in questione, che lodavano molto le sue "stupefacenti" conclusioni. Così l'ho cercato su Amazon, e ho scoperto che era stato pubblicato nel 2003. Un libro pubblicato 18 anni fa da una piccola casa editrice che lanciava accuse così forti, ma non aveva mai attirato l'attenzione né ottenuto recensioni, era difficilmente persuasivo. Ma, dal momento che avevo un po' di tempo a disposizione, ho ordinato una copia e pochi giorni dopo gli ho dato un'occhiata.
 
Non avevo mai sentito parlare di Peter Hounam, e un libro intitolato “Operazione Cyanide” che conteneva riferimenti deliranti alla Terza Guerra Mondiale nel sottotitolo ha certamente accresciuto i miei dubbi. Ma in copertina c’era un caloroso apprezzamento da parte dell'editore della BBC World Affairs, un tipo di persona che difficilmente sarebbe disposto a prestare il suo nome a un pazzo. Inoltre, stando al contenuto del risvolto di copertina, Hounam aveva trascorso trent'anni nel giornalismo tradizionale britannico, compreso un lungo periodo come giornalista investigativo capo al Sunday Times di Londra, quindi ovviamente possedeva credenziali serie.
 
Un po' di googling casuale ha confermato questi fatti e ha anche rivelato che nel 1987 Hounam aveva diretto la squadra del Sunday Times che ha rivelato l'enorme storia del programma di armi nucleari di Israele, con le prove fornite dal tecnico israeliano Mordechai Vanunu, poco prima di essere rapito dal Mossad, riportato in Israele, e condannato a vent'anni di carcere. Hounam aveva certamente un’esperienza molto più impressionante di quanto avessi inizialmente supposto.
 
Il libro è di lunghezza moderata, con circa 100.000 parole, ma scritto in modo abbastanza professionale. L'autore ha accuratamente distinto le prove solide e le caute speculazioni, soppesando anche la credibilità delle varie persone che aveva intervistato e del materiale utilizzato per supportare le sue conclusioni. Ha attinto alla maggior parte delle stesse fonti che già mi erano familiari, e anche ad altre che non conoscevo, spiegando con chiarezza come era giunto alle sue conclusioni e perché. Il testo complessivo mi ha colpito perché dotato proprio di quel tipo di solida fattura che ci si potrebbe aspettare da qualcuno che ha trascorso tre decenni nel giornalismo investigativo britannico, anche con incarichi di vertici.
 
Come Hounam spiega in prima pagina, egli era stato contattato nel 2000 da un produttore televisivo britannico, che gli aveva affidato un progetto mirante a scoprire la verità sull'attacco alla Liberty, un incidente allora del tutto sconosciuto. La sua ricerca si è protratta per i due anni successivi e ha richiesto anche alcuni viaggi negli Stati Uniti e in Israele per intervistare numerose figure chiave. Ne è venuto fuori un documentario della BBC della durata di un'ora, “Dead in the Water”, trasmesso dalla televisione britannica, e il libro che scrisse contemporaneamente sulla base dei dati che aveva raccolto.
 
Quando ho iniziato a leggere, le prime pagine dell'Introduzione hanno subito catturato la mia attenzione. Alla fine del 2002, a libro quasi completato, Hounam è stato contattato da Jim Nanjo, un pilota statunitense di 65 anni in pensione, che aveva una storia interessante da raccontare. A metà degli anni Sessanta egli aveva prestato servizio in uno squadrone di bombardieri nucleari strategici con sede in California, sempre in allerta per un possibile ordine di attaccare l'URSS in caso di guerra. In tre diverse occasioni, durante quel periodo, lui e gli altri piloti vennero spediti precipitosamente nelle loro cabine di pilotaggio, per una completa allerta di guerra piuttosto che per un’esercitazione, e lasciati seduti negli aerei per ore, in attesa del segnale per lanciare l’attacco nucleare. Ogni volta, sono venuti a conoscenza dell’evento che aveva attivato l'allarme rosso, solo dopo aver ricevuto l'ordine di sospensione ed essere rientrati alla loro base. Una volta era stato l’assassinio di JFK, un’altra il sequestro da parte della Corea del Nord della USS Pueblo, e la terza fu in occasione dell'attacco del 1967 alla Liberty .
 
Tutto ciò aveva perfettamente senso, ma quando Hounam controllò la cronologia riferita dal pilota, scoprì che lo squadrone era stato effettivamente messo in stato di allerta di guerra almeno un'ora prima che la Liberty venisse attaccata da Israele, un'incongruenza logica sorprendente, se confermata.
 
I ricordi possono facilmente fare degli scherzi dopo 35 anni, ma questa strana anomalia era solo una delle tante che Hounam riscontrò nel corso della sua indagine, e i fatti che a mano a mano scoprì orientavano verso una ricostruzione radicalmente diversa degli eventi storici. Sebbene più della metà del libro riportasse gli elementi consolidati della storia della Liberty che avevo già letto molte volte, il resto del materiale era per me del tutto nuovo, mai citato altrove.
 
Il presidente Johnson era un notorio accentratore, che monitorava personalmente il numero quotidiano di vittime nel Vietnam, come anche l'improvviso nuovo scoppio della guerra in Medio Oriente, e chiedeva sempre di essere informato immediatamente di qualsiasi sviluppo importante. Eppure, quando la nave spia USA più moderna, dotata di un equipaggio di quasi 300 persone, segnalò di essere stata attaccata mortalmente da forze nemiche sconosciute, sembra che il presidente non ne sia stato informato, almeno secondo i registri ufficiali della Casa Bianca. Sembrerebbe che abbia invece trascorso la mattinata a fare colazione e a chiacchierare di politica interna con vari senatori.
 
I documenti declassificati della CIA, della NSA e del Pentagono provano che i messaggi di allarme rosso vennero inviati quasi immediatamente alla Situation Room della Casa Bianca, e il protocollo militare statunitense prevede che qualsiasi messaggio flash che segnali un attacco ad una nave della marina statunitense debba essere immediatamente passato al presidente, anche se dorme. Eppure, secondo i registri ufficiali, Johnson, sveglio e vigile, non ha ricevuto alcun avviso fino a quasi due ore dopo, quando l’attacco alla Liberty era terminato. Inoltre, anche quando finalmente ne fu informato, sembra avere prestato assai scarsa attenzione al più grave attacco navale che il nostro Paese ha subito dopo la Seconda Guerra mondiale, concentrandosi invece su questioni politiche interne minori. Johnson ha fatto due chiamate al Segretario della Difesa Robert McNamara che, secondo i registri navali, ha ordinato pochi minuti dopo il richiamo degli aerei inviati per salvare la Liberty, e il Segretario di Stato Dean Rusk ha successivamente dichiarato che McNamara non avrebbe mai preso quella decisione senza prima discuterne con il suo presidente. Eppure, sulla base dei registri ufficiali, lo stesso Johnson non era ancora stato informato dell'avvenuto attacco.
 
In effetti, secondo i ricordi successivamente resi pubblici di Rusk e del massimo consigliere dell'intelligence Clark Clifford, durante la riunione mattutina nella Situation Room due ore dopo, i Sovietici erano ancora ritenuti responsabili dell'attacco, e i partecipanti avevano la sensazione che la guerra potesse essere già scoppiata. Sebbene l'identità israeliana degli aggressori fosse nota da più di un'ora, la maggior parte dei nostri massimi leader di governo sembrava ancora contemplare la terza guerra mondiale con l'URSS.
 
Hounam ritiene che queste numerose e evidenti discrepanze dimostrano che i registri ufficiali sono stati alterati in modo potenzialmente molto serio, forse con l'intento di dimostrare che il presidente Johnson aveva appreso dell'attacco e dei suoi dettagli cruciali solo molto tempo dopo. L'analisi di queste gravi discrepanze cronologiche che l’autore ha fatto mi sembra piuttosto meticolosa, occupando diverse pagine, e dovrebbe essere letta attentamente da chiunque sia interessato a questi eventi altamente sospetti e ad una documentazione che sembra essere stata falsata.
 
Hounam si è anche concentrato su diversi elementi inspiegabili presentati nei libri di Ennes e altri. Sembrano solide, anche se molto frammentarie, prove che il posizionamento della Liberty al largo delle coste egiziane facesse parte di un più ampio piano strategico statunitense, i cui dettagli ancora classificati rimangono per noi in gran parte oscuri. Il libro di Ennes accenna brevemente ad un sottomarino statunitense che aveva scortato segretamente la Liberty fino alle acque del Medio Oriente, ed era stato effettivamente presente durante l'intero attacco, e alcuni marinai ne avevano potuto vedere il periscopio. Sebbene un membro dell'equipaggio fosse a conoscenza dei dettagli riservati, si rifiutò di comunicarli ad Ennes. Secondo alcuni resoconti, il sottomarino avrebbe persino usato una fotocamera a periscopio per scattare fotografie dell'attacco, e varie persone hanno poi affermato di averle viste. Il nome ufficiale di quel progetto segreto era "Operazione Cyanide", e Hounam lo ha usato come titolo del suo libro. Un documento governativo ottenuto da Hounam fornisce indizi allettanti sul motivo per cui la Liberty è stata trasferita in quella zona, ma tutto il resto è ipotesi.
 
Ci sono anche altre strane anomalie. Un alto funzionario della NSA si era fortemente opposto all'invio della Liberty in una zona di guerra potenzialmente pericolosa, ma non era stato ascoltato, mentre la richiesta fatta dalla nave di una scorta di cacciatorpediniere dalla Sesta Flotta era stata sommariamente rifiutata. Il giorno prima dell'attacco, gli alti funzionari della NSA e del Pentagono avevano riconosciuto che la nave era in pericolo, e avevano perfino ricevuto un rapporto di intelligence della CIA, che annunciava l’attacco israeliano, e per tale motivo vennero spediti alcuni messaggi urgenti da Washington, che ordinavano al capitano di ritirarsi alla distanza di sicurezza di 100 miglia dalla costa; ma per un serie bizzarra e inesplicabile di ripetuti errori di comunicazione, nessuno di quei messaggi è mai stato ricevuto. Tutte queste decisioni ed errori apparentemente casuali hanno fatto sì che la Liberty si trovasse sola e indifesa in un luogo altamente vulnerabile, e che ci sia rimasta fino all'attacco israeliano.
 
Hounam ha anche delineato il più ampio contesto geopolitico degli eventi che ha descritto. Sebbene originariamente aperto a relazioni amichevoli con gli USA, al leader egiziano Gamal Nasser era stata negata l'assistenza statunitense promessa, a causa delle pressioni della nostra potente lobby israeliana, ed era stato quindi spinto tra le braccia dell'URSS, diventandone un alleato regionale chiave, armando le sue forze militari con armi sovietiche e persino permettendo ai bombardieri strategici sovietici con capacità nucleare di fare base sul suo territorio. Di conseguenza, Johnson divenne fortemente ostile nei confronti di Nasser, considerandolo come "un altro Castro" e cercando di rovesciare il suo regime. Questa è stata una delle ragioni principali per cui la sua amministrazione diede il via libera alla decisione di Israele di lanciare la Guerra dei Sei Giorni.
 
Nelle prime ore di quel conflitto, l'attacco a sorpresa di Israele distrussero a terra la maggior parte delle forze aeree egiziane e siriane, e queste perdite devastanti spinsero Nasser e altri leader arabi ad accusare pubblicamente l'esercito USA di essere entrato in guerra dalla parte di Israele, accuse quasi universalmente respinte come ridicole sia dai giornalisti dell'epoca che dagli storici successivi. Ma l'indagine dettagliata di Hounam ha scoperto prove considerevoli che le affermazioni di Nasser potrebbero essere state vere, almeno per quanto riguarda la ricognizione aerea e le comunicazioni elettroniche.
 
Secondo le dichiarazioni dell'ex aviatore statunitensi Greg Reight, lui e la sua unità di ricognizione fotografica aerea sono stati dispiegati segretamente in Israele, contribuendo all’attacco che determinò le perdite nemiche, e alla selezione dei bersagli successivi. Questi ricordi personali coincidono perfettamente coi dettagli precedentemente raccontati nel libro di Green quasi due decenni prima. Tutte queste affermazioni trovano ulteriore conferma nelle foto estremamente nitide degli aeroporti egiziani distrutti, successivamente divulgate da Israele e pubblicate su riviste statunitensi, dal momento che tutti gli esperti concordano sul fatto che l'aeronautica israeliana non possedeva le apparecchiature fotografiche capaci di produrre tale documentazione.
 
Un uomo d'affari di successo della Florida di nome Joe Sorrels ha fornito un resoconto molto dettagliato di come la sua unità di intelligence statunitense era stata infiltrata nella penisola del Sinai egiziana prima dell'inizio delle ostilità e aveva installato apparecchiature di monitoraggio elettronico e "spoofing", che potrebbero aver svolto un ruolo strategico cruciale nel consentire la schiacciante vittoria israeliana. È stato anche affermato che l'esperienza elettronica statunitense ha aiutato a individuare le lacune cruciali nelle difese radar degli aeroporti egiziani, ciò che ha permesso all'attacco a sorpresa di Israele di avere un simile successo.
 
Hounam ha anche ipotizzato il probabile motivo politico che potrebbero aver spinto Johnson a sostenere direttamente Israele. Nel 1967 la guerra del Vietnam stava andando male, con crescenti perdite statunitensi e nessuna vittoria in vista, e se questo pantano fosse continuato, la rielezione del presidente l'anno successivo avrebbe potuto diventare molto difficile. Ma se i Sovietici avessero subito un'umiliante battuta d'arresto in Medio Oriente, coi loro alleati egiziani e siriani schiacciati da Israele, e magari Nasser fosse stato rovesciato, quel successo avrebbe potuto compensare i problemi nel sud-est asiatico, dirottando l'attenzione dell'opinione pubblica verso sviluppi molto più positivi in una regione diversa. Inoltre, gli influenti gruppi ebraici che un tempo erano stati tra i più strenui sostenitori di Johnson erano diventati, negli ultimi tempi, i principali critici del perdurante conflitto in Vietnam; ma poiché erano intensamente pro-Israele, il successo in Medio Oriente avrebbe potuto riportarli all’ovile.
 
Ciò fornisce lo sfondo per una delle ipotesi più controverse di Hounam. Egli nota che nel 1964 Johnson aveva persuaso il Congresso ad approvare la Risoluzione del Golfo del Tonchino con un voto quasi unanime, autorizzando attacchi militari contro il Vietnam del Nord, giustificati da un presunto attacco al cacciatorpediniere statunitense che la maggior parte degli storici ora considera fittizio. Sebbene la conseguente guerra del Vietnam alla fine sia diventata altamente impopolare, gli attacchi aerei di "rappresaglia" di Johnson, appena tre mesi prima delle elezioni del 1964, avevano unificato il paese intorno a lui, e contribuito a garantire la sua ampia rielezione contro il senatore Barry Goldwater. E secondo Ephraim Evren, un importante diplomatico israeliano negli Stati Uniti, solo pochi giorni prima dello scoppio della Guerra dei Sei Giorni, Johnson lo incontrò in privato e sottolineò l'urgente necessità di "far approvare al Congresso un'altra risoluzione sul Tonchino", ma questa volta relativa al Medio Oriente. Una scusa per un intervento militare statunitense diretto e di successo per conto di Israele avrebbe ovviamente risolto molti dei problemi politici di Johnson, aumentando notevolmente le sue altrimenti difficili prospettive di rielezione l'anno successivo.
 
Dobbiamo sempre tenere a mente che solo un miracolo ha tenuto a galla la Liberty e che, se fosse stata affondata senza sopravvissuti come previsto, quasi nessuno nei media o nel governo avrebbe osato accusare Israele di un atto così irrazionale. Invece, come aveva suggerito per la prima volta Stephen Green nel 1984, sarebbero state molto probabilmente incolpate le forze egiziane, innescando imponenti richieste di ritorsioni statunitensi immediate, ma probabilmente su una scala molto più ampia rispetto all'attacco immaginario del Golfo del Tonchino, che non aveva causato danni.
 
In effetti, l'indagine dettagliata di Hounam ha scoperto prove evidenti che un potente attacco "di rappresaglia" statunitense contro l'Egitto era già stato messo in atto fin quasi nello stesso momento in cui la Liberty subiva il primo attacco. Paul Nes ha poi servito come incaricato d'affari presso l'ambasciata degli Stati Uniti al Cairo, e in un'intervista registrata ha ricordato di aver ricevuto un messaggio flash urgente che lo avvisava che la Liberty era stata attaccata, presumibilmente da aerei egiziani, e che i bombardieri di una portaerei statunitense erano già in viaggio per colpire il Cairo per rappresaglia. Con la prospettiva dello scoppio di una guerra statunitense-egiziana, Nes e i suoi subordinati iniziarono immediatamente a distruggere tutti i loro documenti importanti. Ma non molto tempo dopo, giunse un altro messaggio flash, che identificava gli aggressori come israeliani e diceva che l'attacco aereo era stato annullato. Secondo alcuni resoconti, gli aerei da guerra statunitensi si trovavano già a pochi minuti dalla capitale egiziana, quando sono stati richiamati.
 
Consideriamo la seguente circostanza: in un'intervista registrata, un ex alto diplomatico statunitense ha rivelato che, nel 1967, gli USA sono andati molto vicino, forse solo di qualche minuto, ad un attacco contro l'Egitto, quale rappresaglia per l’attacco alla Liberty. C’era da aspettarsi che una rivelazione di questa portata, proveniente da una fonte così credibile, avrebbe raggiunto la prima pagina del New York Times e di altri importanti giornali mondiali. E invece io non ne avevo mai sentito parlare negli ultimi 18 anni, e un po' di googling dimostra che non ha suscitato praticamente alcuna discussione da nessuna parte, tranne che nelle più marginali frange di Internet.
 
La maggior parte di questo materiale ha l’aria di essere molto solido e, sebbene l’interpretazione possa condurre a differenti esiti, penso che l'ipotesi avanzata da Hounam sia abbastanza plausibile. Egli ha ipotizzato che il presidente Johnson abbia contribuito a organizzare l'attacco alla Liberty, sperando di ottenere un risultato simile a quello prodotto dalla risoluzione per il Golfo del Tonchino, ma su scala molto più ampia, che gli avrebbe permesso di attaccare e cacciare Nasser per rappresaglia. Un attacco militare statunitense contro un così importante alleato sovietico regionale avrebbe certamente aumentato il rischio di un conflitto molto più ampio, quindi la nostra forza di bombardieri strategici era stata messa in piena allerta di guerra un'ora o più prima che si verificasse l'incidente della Liberty. Tuttavia, la Liberty e il suo equipaggio di testimoni oculari in qualche modo riuscirono a rimanere a galla ed a sopravvivere, e alla fine la notizia che i loro aggressori erano Israeliani piuttosto che Egiziani si è imposta ai nostri vertici politici e militari, quindi il piano ha dovuto essere abbandonato.
 
I nostri media mainstream hanno scrupolosamente evitato per interi decenni il minimo accenno al fatto che l'attacco alla Liberty potesse essere parte di un complotto più ampio per spodestare Nasser, e che probabilmente vi era coinvolto il presidente Johnson. Ma, come risulta dalle dichiarazioni sopra citate, molti di questi fatti sarebbero stati noti almeno alla cerchia di militari e agenti dei servizi segreti coinvolti nel progetto. Quindi non deve sorprenderci che pezzi di questa storia siano gradualmente trapelati, anche se spesso in modo confuso, impreciso e frammentario.
 
In effetti, la prima ricostruzione della vicenda nel senso di un attacco alla Liberty intenzionale, e non frutto di un incidente, si deve al giornalista indipendente Anthony Pearson che, nel 1976, pubblicò un paio di lunghi articoli su Penthouse, presumibilmente basati su fonti dell'intelligence britannica, e in seguito li incorporò nel suo libro del 1978 “Conspiracy of Silence”. Il suo resoconto mancava di qualsiasi riferimento, era scritto con la tecnica di un thrilling cospirativo, e conteneva una serie di errori evidenti, quindi era poco affidabile e dunque generalmente non convincente. Ma sembrava contenere anche una buona quantità di materiale che solo in seguito ha trovato conferma in ricerche più attendibili, a dimostrazione del fatto che Pearson aveva avuto accesso ad alcune fonti bene informate. E nel suo resoconto, Pearson affermava che l'attacco era stato parte di un piano statunitense molto più ampio per rovesciare Nasser, il che suggerisce che tali voci circolassero negli ambienti bazzicati dalle sue fonti.
 
La ricerca molto approfondita di Bourne ha ricordato che similari affermazioni sull’esistenza di un piano statunitense-israeliano per abbattere Nasser, del quale fu vittima la USS Liberty, erano apparse anche in due libri su questioni di intelligence pubblicati nel 1980, “The Israeli Secret Service” di Richard Deacon e “The Spymasters of Israel” di Stewart Steven. Anche tali libri non citano fonti e, siccome non hanno potuto attingere alla dettagliata ricostruzione di Ennes, contengono   numerosi errori di fatto. Ma sembra confermato che tali ipotesi, corrette o meno, erano piuttosto diffuse nei circoli dell'intelligence.
 
Un attacco nucleare contro l'Egitto?
 
Se ci si fermasse a questa specifica ipotesi storica avanzata nel libro relativamente breve di Hounam, ciò sarebbe di per sé sufficiente a farne un notevole pezzo di giornalismo investigativo, che potrebbe ribaltare decenni di ipotesi sull'incidente della Liberty, e addirittura denunciare uno dei casi più scioccanti di tradimento del governo della storia statunitense. Ma c’è qualcosa di più e, sebbene si tratti di fatti non provati oltre ogni dubbio, non dovrebbero comunque essere ignorati.
 
I ricordi possono facilmente svanire nel corso di oltre tre decenni, ma alcuni ricordi rimangono indelebili. Hounam fornisce una grande quantità di testimonianze che indicano che i bombardieri inviati a colpire l'Egitto come rappresaglia per il suo presunto attacco alla Liberty potrebbero essere stati armati con testate nucleari.
 
Mike Rattigan, un operatore di catapulta a bordo della USS America, ricorda che la sua nave venne messa in "Condition November", uno stato di massima allerta utilizzato solo in connessione con testate nucleari armate, e che le bombe speciali caricate sui bombardieri A-4 Skyhawk erano diverse da quelle che aveva visto in precedenza, e che erano anche scortati dalle guardie dei marine, un'altra situazione molto insolita. Sulla nave era diffusa la convinzione che stesse per essere lanciato un attacco nucleare. Per ovvie ragioni, la Marina aveva regole assolute che vietavano ai bombardieri armati di testate nucleari di atterrare su portaerei, e dopo che il volo venne ordinato e poi richiamato, gli aerei vennero tutti dirottati verso una base aerea di terra per essere scaricati, tornando solo dopo quattro o cinque giorni.
 
Quella base aerea ospitava 28 giornalisti di media britannici e statunitensi, e alcuni di essi conservano un nitido ricordo di quegli avvenimenti. Jay Goralski, un giornalista statunitense, ricorda solo che i bombardieri vennero lanciati in un attacco di rappresaglia contro obiettivi costieri e che poi furono richiamati e l’attacco interrotto "all'ultimo momento, poco prima che perdessero il contatto radio". Un giornalista dell'UPI di nome Harry Stathos ha visto un aereo armato con armi nucleari e gli venne detto dall'equipaggio di coperta che l'attacco era diretto al Cairo, anche se all'epoca aveva accettato di non divulgare nessuna di queste informazioni.
 
Il sopravvissuto della Liberty, Chuck Rowley, ha poi parlato con un pilota di portaerei che ha affermato di aver pilotato uno dei jet quel giorno, dicendo che aveva trasportato armi nucleari e gli era stato ordinato di sganciarle sul Cairo. Altri sopravvissuti della Liberty hanno sentito storie simili nel corso degli anni dal personale navale che ha descritto lo stato di allerta speciale di quel giorno, mentre le testate nucleari venivano armate e caricate sui bombardieri che si preparavano al lancio. Moe Shafer era stato trasferito sull'ammiraglia della Sesta Flotta per cure mediche ed ha affermato che l'ammiraglio comandante gli aveva detto che molti dei suoi bombardieri erano stati a tre minuti da un attacco nucleare contro Il Cairo, quando sono stati richiamati.
 
Joe Meadors, un altro ex membro dell'equipaggio della Liberty, in seguito apprese dal personale militare a Creta del loro stupore per il fatto di aver dovuto scaricare le testate nucleari armate dei bombardieri che erano state dirottati lì, invece di farli rientrare alla portaerei, e gli fu detto che gli aerei erano stati mandati a il Cairo come rappresaglia per la Liberty.
 
Tutte queste prove sono puramente circostanziali, e molte di esse equivalgono a dicerie, spesso riportate di seconda o terza mano da semplici militari piuttosto che da giornalisti o ricercatori qualificati. Ma sembra che ce ne siano parecchie. Hounam rimane in qualche modo agnostico sul fatto che il Cairo sia stato effettivamente preso di mira per un attacco nucleare come rappresaglia per la Liberty, ma non crede che la possibilità possa essere del tutto ignorata.
 
Dobbiamo anche tenere presente che un attacco nucleare contro il Cairo non avrebbe necessariamente significato la distruzione del centro urbano densamente popolato. L'autore osserva che uno squadrone di bombardieri strategici sovietici con capacità nucleare era basato in un aeroporto del Cairo occidentale, lontano dal centro urbano, e la loro presenza in Medio Oriente aveva suscitato grandi preoccupazioni statunitensi. Egli ipotizza che la loro distruzione in un attacco nucleare potrebbe essere stata vista come una dimostrazione molto potente della suprema potenza statunitense in tutta la regione, senza dover provocare le enormi quantità di vittime che avrebbe invece causato un bombardamento più vicino al centro della città. Certo, tutto questo è pura congettura, e fino a quando ulteriori documenti non saranno declassificati e resi disponibili, ci mancano i mezzi necessari per trarre conclusioni solide.
 
È ovvio che affermazioni straordinarie richiedono prove straordinarie, e mentre l'ipotesi che gli USA, nel 1967, siano stati molto vicini a lanciare un attacco nucleare contro l'Egitto di Nasser rientra certamente nella prima categoria, le prove che Hounam ha accumulato non soddisfano i requisiti della seconda. Tuttavia, mentre un mese fa avrei considerato una teoria del genere come una follia assolutamente assurda, che non meritava neanche un momento di riflessione, ora la considero una seria possibilità che vale la pena considerare.
 
 
Il blackout assoluto e totale che sembra aver immediatamente avvolto il notevole libro di Hounam non ha certo favorito il farsi avanti di nuove fonti, ma il documentario della BBC “Dead in the Water” è stato trasmesso e mandato in onda, diventando la prima e unica trattazione mediatica di carattere professionale di quell’ importante episodio storico.
 
Opportunamente, la maggior parte del filmato esponeva gli elementi di base della storia del Liberty, non trascurando altresì l’ipotesi che il movente dell'azione israeliana fosse stato quello di provocare un attacco statunitense contro l'Egitto, e persino avanzando la possibilità che potesse essere stato pianificato l'uso di armi nucleari. Tuttavia, qualsiasi ipotesi di un coinvolgimento del presidente Johnson nel complotto è rimasta sul pavimento della sala di montaggio, e forse questa era la decisione corretta da prendere. Il primo documentario serio su un evento storico altamente controverso, ma quasi ignorato, deve probabilmente limitarsi ad una informazione di base, senza sfidare eccessivamente il suo pubblico, fino a quel momento disinformato.
 
Sebbene il documentario non sia mai stato trasmesso dalla televisione statunitense, i diritti sono stati alla fine trasferiti alla Liberty Veterans Association, che per molti anni ha venduto la videocassetta. Una versione di qualità adeguata è ora disponibile su Youtube, così chi è interessato alla storia della Liberty può guardarlo e decidere da solo.
 
 
C'è anche un intrigante retroscena sia per il libro di Hounam, che per il documentario britannico che aveva spinto l’autore a interessarsi della vicenda. L'intero progetto sembra essere nato grazie agli sforzi di Richard Thompson, un ex ufficiale dell'intelligence statunitense, che in seguito divenne un uomo d'affari internazionale di grande successo. Per anni era stato un determinato sostenitore della causa della Liberty e dei suoi marinai sopravvissuti, e organizzò e finanziò il progetto del film, investendo un totale di $ 700.000 dei propri soldi per portarlo a compimento. Dopo che il documentario venne completato, i gruppi ebraici in Gran Bretagna si rivolsero al Tribunale per bloccarne la trasmissione, costringendo Thompson a spendere ulteriori $200.000 in spese legali per difendersi in giudizio e consentire la trasmissione. E sebbene il nome di Thompson non sia elencato sulla copertina del libro allegato, sembra aver svolto un ruolo importante in alcune delle ricerche e ha condiviso il copyright con Hounam.
 
Thompson ha regolarmente partecipato alle riunioni annuali dei sopravvissuti della Liberty, e in occasione della 40esima nel 2007, organizzò un incontro con Mark Glenn, un giornalista di American Free Press, un settimanale tabloid alternativo, noto per la sua disponibilità a coprire questioni controverse, comprese quelle che gettano una luce negativa su Israele. Thompson affermò di avere nuove importanti informazioni sul retroscena dell'incidente della Liberty, fatti che avrebbero consentito un ulteriore allargamento delle ricerche di Hounam, e promise di fornire il materiale a Glenn in una serie di interviste. Tuttavia, mentre tornava a casa da Washington la mattina seguente, Thompson morì in uno strano incidente: la sua auto oltrepassò il guardrail di separazione delle corsie autostradali e si andò a schiantare contro un albero. Sebbene avesse 76 anni, Thompson sembrava in perfetta salute e in precedenza aveva riferito di essere stato nel mirino di individui che sembravano collegati a Israele, quindi Glenn considerò sospetta la sua morte, e anche Michael Collins Piper, un noto ricercatore di cospirazioni. Maggiori informazioni sul passato di Thompson sono contenute in un necrologio abbastanza lungo apparso su Washington Report on Middle East Affairs, una pubblicazione in qualche modo dell’establishment critico verso Israele.
 
Questa morte forse sospetta non è stata l'unica associata alla vicenda della Liberty. Gli articoli di Anthony Pearson su Penthouse e il suo libro successivo erano stati i primi ad affermare che l'attacco israeliano fosse stato deliberato. Pochi anni dopo, l’autore denunciò di essere nel mirino del Mossad, e poco dopo morì, presumibilmente avvelenato. La ricerca di Bourne ha scoperto che un individuo piuttosto ambiguo, che a metà degli anni 1980 aveva inutilmente tentato numerose volte di raccogliere fondi per realizzare un film sulla Liberty, venne trovato ucciso nella sua casa di Pasadena nel 1988, anche se il movente dell'omicidio irrisolto potrebbe essere stato del tutto non connesso.
 
Mezzi, movente e opportunità
 
Gli aspetti particolarmente controversi delle ipotesi avanzate nel libro di Hounam del 2003 hanno probabilmente precluso qualsiasi discussione da parte della maggior parte degli altri autori che si sono occupati della Liberty, e questo è forse il motivo per cui non avevo saputo niente di quest’opera fino a poco tempo fa. Nel suo libro completo del 2009, Scott ha ringraziato Thompson per avergli fornito numerosi estratti del suo documentario “Dead in the Water”, ma né il nome di Thompson né quello di Hounam vengono in alcun modo citati nel testo, forse perché un tale riferimento avrebbe potuto allarmare il suo editore molto mainstream, Simon e Schuster. Il nome di Hounam non si trova nemmeno nel sito web di Alison Weir né in quello dell'organizzazione commemorativa USS Liberty. Anche alcune persone che avevano scritto diversi articoli sulla Liberty mi hanno confessato di non avere una conoscenza completa della ricerca pionieristica di Hounam.
 
Tuttavia, negli ultimi anni, questa situazione ha cominciato a cambiare. Il libro di Mellen del 2018 ha sviluppato una teoria abbastanza simile a quella che Hounam aveva formulato quindici anni prima, e lei ha fatto ad essa ripetuti riferimenti. Mentre ora rileggo il suo lavoro, tutti i gravi difetti che avevo notato in precedenza risultano ancora altrettanto evidenti, ma devo anche riconoscere che contiene una notevole quantità di informazioni utili aggiuntive, integrando Hounam.
 
L'anno precedente era stato il 50° anniversario dell'incidente della Liberty e il noto analista di cospirazioni Phillip F. Nelson lo ha celebrato pubblicando un libro molto più forte sull'incidente. L'autore ha pienamente riconosciuto che stava seguendo da vicino la pista tracciata da Hounam, il cui lavoro ha ripetutamente definito "seminale". “Remember the Liberty!” è stato scritto in associazione con molti dei sopravvissuti della Liberty e contiene una prefazione dell'ex analista della CIA Ray McGovern.
 
Nelson è un critico particolarmente severo di Lyndon Johnson, probabilmente meglio conosciuto per i suoi libri del 2010 e 2014 che dimostravano prove alla mano il coinvolgimento di LBJ nell'assassinio del suo predecessore John F. Kennedy, e in certi punti sembra non sufficientemente cauto nell’accettare alcune delle accuse meno solidamente dimostrate nel caso della Liberty. Ma l'autore fornisce una grande quantità di informazioni importanti sulla difficilissima situazione politica del presidente nel 1967, estendendo in modo persuasivo l'argomento di Hounam, secondo cui un nuovo evento simile all’incidente del Golfo del Tonchino in Medio Oriente e un'ampia vittoria militare statunitense avrebbero potuto essere cruciali per le prospettive di Johnson di rielezione nel 1968.
 
 
Nel corso delle tre generazioni succedute alla Seconda Guerra mondiale, gli Stati Uniti sono stati la principale superpotenza del mondo, con un apparato militare di un’ampiezza e una forza globali senza pari. Sebbene la Liberty fosse una nave dell'intelligence quasi indifesa che navigava in acque internazionali, la nostra potente Sesta Flotta era nelle vicinanze, quindi l'attacco mortale alla nave non fu solo un evidente crimine di guerra, ma anche un episodio molto strano, forse il più grave che le nostre forze hanno subito negli ultimi decenni, ma ancora oggi del tutto impunito.
 
Risolvere un mistero del genere di solito implica un'attenta considerazione di mezzi, moventi e opportunità. Non c'è dubbio che l'esercito israeliano abbia deliberatamente attaccato la nostra nave, ma le altre due gambe del treppiede lasciano sconcertati. I rischi che Israele ha corso nel suo attacco non provocato contro la nave del suo unico alleato sono stati enormi. E l'opportunità di affondare la Liberty si doveva solo ad una lunga e stranissima serie di presunti errori di comunicazione statunitensi. Ma se accettiamo il quadro proposto da Hounam, Nelson, Mellen e dai loro seguaci, e postuliamo il coinvolgimento segreto del presidente Lyndon Johnson, la soluzione dell’enigma appare immediatamente evidente.
 
Progettare di sacrificare qualche centinaio di vite statunitensi e rischiare la terza guerra mondiale per rafforzare le sue possibilità di rielezione aggiungerebbe ovviamente un segno molto nero alla reputazione del nostro 36° presidente. Ma, sulla base della mia vasta ricerca storica, non credo sia stato il primo leader statunitense ad aver seguito questo tipo di calcolo politico insensibile, sebbene tali decisioni siano state successivamente nascoste dalle generazioni successive di storici. In effetti, un paio di anni fa, sono giunto a conclusioni molto simili riguardo al principale architetto dell’intervento USA nella Seconda Guerra mondiale:
 
Durante gli anni '30, John T. Flynn fu uno dei giornalisti progressisti più influenti degli USA e, sebbene fosse stato all’inizio un forte sostenitore di Roosevelt e del suo New Deal, ne divenne gradualmente un acuto critico, concludendo che i vari schemi governativi di FDR non erano riusciti a risollevare l'economia statunitense. Poi nel 1937 un nuovo collasso economico riportò la disoccupazione agli stessi livelli di quando il presidente era entrato in carica per la prima volta, confermando Flynn nel suo severo verdetto. E come ho scritto l'anno scorso:
 
In effetti, Flynn sostiene che, alla fine del 1937, FDR adottò una politica estera aggressiva, volta a coinvolgere il paese in una grande guerra estera, principalmente perché credeva che questa fosse l'unica via d'uscita dal suo disperato stallo economico e politico, uno stratagemma non sconosciuto ai leader nazionali nel corso della storia. Nella sua rubrica del 5 gennaio 1938 sulla New Republic, Flynn avvertì i suoi lettori increduli della prospettiva incombente di un grande accumulo militare navale e di una guerra all'orizzonte, dopo che un alto consigliere di Roosevelt si era vantato privatamente con lui che una grande operazione di "keynesismo militare" e una grande guerra avrebbero curato il paese dai suoi problemi economici apparentemente insormontabili. A quel tempo, l’obiettivo sembrava una guerra con il Giappone, forse per interessi latinoamericani, ma lo sviluppo degli eventi in Europa persuase presto FDR che fomentare una guerra globale contro la Germania era la migliore linea d'azione. Memorie e altri documenti storici ottenuti da ricercatori successivi sembrano generalmente confermare le accuse di Flynn, e indicare che Roosevelt ordinò ai suoi diplomatici di esercitare un'enorme pressione sia sui governi britannico che su quello polacco, per evitare qualsiasi accordo negoziato con la Germania,
 
L'ultimo punto è importante poiché alle opinioni confidenziali di coloro che hanno personalmente preso parte a importanti eventi storici dovrebbe essere accordato un notevole peso probatorio. In un recente articolo, John Wear ha raccolto le numerose valutazioni contemporanee che hanno indicato FDR come una figura fondamentale nell'orchestrare la guerra mondiale con la sua costante pressione sulla leadership politica britannica, una politica che ha anche ammesso in privato e che avrebbe potuto portare al suo impeachment se rivelata. Tra le altre testimonianze, abbiamo le dichiarazioni degli ambasciatori di Polonia e Gran Bretagna a Washington e dell'ambasciatore statunitense a Londra, che hanno anche rivelato il parere concordante dello stesso Primo Ministro Chamberlain. In effetti, il sequestro e la pubblicazione, da parte dei Tedeschi, di documenti diplomatici segreti polacchi nel 1939 avevano già rivelato gran parte di queste informazioni, e William Henry Chamberlin ne confermò l'autenticità nel suo libro del 1950. Ma poiché i media mainstream non hanno mai riportato nessuna di queste informazioni, questi fatti rimangono poco conosciuti anche oggi.
 
Poscritto: Qualcuno ha portato alla mia attenzione un'eccezionale serie di documentari in quattro parti sulla storia della Liberty diretti da Matthew Skow che è stata pubblicata l'anno scorso, basata su ampie interviste con i membri dell'equipaggio sopravvissuti e con valori di produzione molto alti. La durata complessiva è di quasi cinque ore, con l'ultimo segmento incentrato principalmente sulle questioni controverse sollevate nel libro di Hounam. È disponibile per l'acquisto o il noleggio e lo consiglio vivamente.
 
A Four Episode Docuseries
Matthew Skow • TruHistory Films • 2000 • 4 ore 44 minuti
 
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