Tripoli, bel suol d’amore…


Nessuno li ha presi sul serio nel mondo, e i toni si sono alla fine smorzati. Ma il cuore guerriero d’Italia ha vibrato per qualche giorno al suono delle virili dichiarazioni del ministro della difesa, Roberta Pinotti, e del ministro degli affari esteri, Filippo Gentiloni, che si dicevano pronti alla guerra in Libia.

Lo stesso Matteo Renzi, ancora imbufalito per essere stato totalmente escluso dai dossier europei più scottanti, deve avere pensato che era arrivato il momento di togliersi gli schiaffi di faccia. Specialmente quelli di un’Alta Rappresentante italiana per la politica estera europea, Federica Mogherini, scelta da lui stesso  e alla quale lasciano fare solo le conferenze stampa, tendola invece a casa come una brava bambina quando in ballo ci sono le cose che contano davvero. Deve aver sognato, Renzi, di potersi sedere un giorno allo stesso "tavolo della pace" addirittura con Obama... altro che Hollande, Merkel e Putin a Minsk !

La scusa per un nostro intervento militare? L’arrivo di Daech (o ISIS) in Libia, ma si tratta di una bufala, perché in realtà non è arrivato proprio nessuno: si tratta solo di milizie già presenti sul terreno, che hanno giurato fedeltà al “Califfato” e adottato le sue bandiere. E poi il timore di ondate di rifugiati sulle nostre coste, che è anche una bufala, perché ne arriverebbero ben di più se l’Occidente intervenisse in forza in Libia, con una guerra che non potrebbe durare meno di quella dell’Afghanistan.

Dietro il rullar dei tamburi, in realtà c’è un intenso lavoro di lobbie varie. Specialmente quelle militari, che hanno bisogno di aprire un nuovo fronte di guerra per accrescere il proprio ruolo e giustificare le ingenti spese militari (vedi F35). Pare esserci un gran movimento della fondazione ICSA del senatore Marco Minniti, attualmente sottosegretario con delega ai servizi di informazione e freneticamente in viaggio in questi giorni tra Roma, Il Cairo e Algeri. La fondazione è presieduta, dal giugno del 2013, dal generale Tricarico, ex consigliere militare di D’Alema, Amato e Berlusconi, con esperienza di guerra nei Balcani.

C'è indubbiamente anche l’ENI, che ha consistenti interessi in Libia, ma forse anche Impregilo, Finmeccanica e molte altre imprese italiane.

Ma per fortuna, dicevamo, nessuno li ha presi sul serio: il Consiglio di Sicurezza dell’ONU ha optato per la soluzione negoziata e l’Egitto, più bravo di noi, ha scippato all’Italia il ruolo di primo attore.

Certo il problema del "che fare?" in Libia esiste davvero. Ma non può essere certamente una riedizione della storia del 2011, quando il presidente Giorgio Napolitano forzò il titubante Silvio Berlusconi ad accodarsi alla disatrosa missione bellica di Sarkozy e Hillary Clinton, quella che è alla radice di gran parte dei mali attuali. Una elementare conoscenza del "terreno", della miriade di tribù in lotta l'una contro l'altra e dell'assenza pressocché totale di un governo che rappresenti davvero il paese, consiglia un lungo lavoro di ricucitura e mediazione, non certo un intervento militare di dubbio successo e gravido di imprevedibili conseguenze. Per essere seri, si dovrebbe cominciare da un mea culpa da parte dei responsabili occidentali, e magari dalle scuse da presentare alla popolazione libica, per le indicibili sofferenze causate un'intervento criminale che ne ha distrutto lo Stato e le infrastrutture civili, rigettando il paese in un passato tribale.

Pubblichiamo un resoconto apparso sulla stampa algerina (El Watan). Più sotto la celebre canzone “Tripoli, bel suol d’amore”, tragicamente ridicola come la pruderie guerresca di questo governo (ossin)

 






El Watan, 16 febbraio 2015 (trad. ossin)


Verso una nuova guerra di Libia

Nacera Benali


Ufficialmente, l’Italia sarebbe pronta a mandare dei soldati in Libia “per contrastare l’avanzata dei terroristi dell’ISIS”. Si tratterebbe di un intervento terrestre, che i dirigenti italiani vorrebbero “coordinare con gli alleati europei e i paesi vicini della Libia”

E’ stato il ministro degli affari esteri, Paolo Gentiloni, che ha affermato, nel corso di un’intervista televisiva, che il suo paese non poteva restare passivo di fronte all’avanzata degli uomini armati dell’ISIS. “L’Italia sostiene la mediazione dell’ONU ma, in caso di insuccesso, occorrerà porsi il problema e, con l’ONU, fare qualcosa di più”.

In modo più esplicito, il capo della diplomazia italiana ha aggiunto: “L’Italia è pronta, nel quadro della legalità internazionale, a combattere (…) Noi non possiamo accettare che, a qualche ora di navigazione da noi, vi possa essere un terrorismo attivo”. L’argomento della “vicinanza” dello scontro bellico è debole in sé. Se solo si rammenti che i terroristi armati in Algeria sono stati attivi per dieci anni, a qualche chilometro soltanto dalle coste italiane, ma Roma non ha mai mostrato di preoccuparsene oltre misura.

Questa inattesa dichiarazione è valsa all’Italia una minaccia diretta da parte dell’ISIS che, dalla sua radio di propaganda Al Bayan, che trasmette da Mosul, ha tacciato la penisola di “paese di crociati”.

Ed è stata la ministra della difesa, Roberta Pinotti, che ha rincarato la dose, ieri, dalle pagine del quotidiano romano, Il Messaggero, confermando l’intenzione del suo governo: “L’Italia è pronta a guidare in Libia una coalizione di paesi della regione, europei e dell’Africa del Nord, per fermare l’avanzata del califfato, che è giunta a 350 km dalle nostre coste”.

“Se in Afghanistan abbiamo inviato fino a 5.000 soldati, in un paese come la Libia, che ci riguarda molto più da vicino e dove il rischio di peggioramento della situazione è assai più importante per l’Italia, la nostra missione potrà essere significativa e consistente, anche in termini di uomini (…) Sono mesi che ne parliamo, oggi questo intervento è diventato urgente”.


Semaforo verde da Washington

Con un tweet diffuso ieri a mezzogiorno, la signora Pinotti ha ancora una volta fatto capire che l’Italia è pronta “a fare la sua parte nel quadro di una missione dell’ONU. Per il momento, sostiene lo sforzo diplomatico”. Queste dichiarazioni ufficiali hanno suscitato reazioni anche nella classe politica italiana; i partiti dell’opposizione hanno chiesto al ministro degli affari esteri di presentarsi in Parlamento e fornire chiarimenti su questa questione cruciale, cosa che farà giovedì prossimo. E’ vero che l’Italia teme l’arrivo di molti rifugiati sulle sue coste, soprattutto adesso che ha posto termine al programma Mare Nostrum, per ragioni di risparmio (ieri si segnalavano 12 imbarcazioni al largo della Libia, in viaggio verso l’Europa).

Ed è confermato che essa ha interessi economici importantissimi in Libia (il gruppo energetico ENI ha fatto grossi investimenti) ed è riuscita a produrre, in questa situazione instabile, fino a 180.000 barili di petrolio al giorno, trasportati in Sicilia attraverso il gasdotto Green stream.

Ma l’Italia non possiede però il peso diplomatico di una potenza europea che potrebbe decidere, unilateralmente, di mandare migliaia di soldati in un paese in preda al caos, che è inoltre anche una sua ex colonia.

Governata da uomini politici apertamente filo statunitensi e filo israeliani, la penisola non è in grado di prendere l’iniziativa di una guerra di terra in Libia, senza avere ricevuto preventivamente carta bianca dagli USA e dai paesi vicini.

E’per questo che Gentiloni si è recato ad Algeri, due settimane fa, anche se non vi erano apparentemente ragioni diplomatiche ed economiche? Che cosa gli hanno detto i responsabili algerini? Hanno dato la loro benedizione ad un intervento armato terrestre delicato, a pochi passi dalla frontiera est dell’Algeria?









Tripoli, bel suol d'amore...



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