Pellegrinaggio tradizionale dei popoli Rom nell’occasione della festa di Santa Sara

 

“Figli del Vento”, prede del Mistral…

 

In viaggio con i Rom, una carovana di pace in Camargue

 

Gianmarco Pisa


 

Può fare un certo effetto riconoscere, con i tempi che corrono, che i Rom siano capaci non solo di “depredare appartamenti” e “rubare bambini”, ma anche di grandi momenti di aggregazione e di cultura. Oppure che una parte consistente di questi sia perfettamente integrata ed “urbanizzata” alle nostre porte di casa, in altri comuni italiani o in Francia e Spagna e sia, per giunta, cristiana e cattolica. Oppure ancora che possano catalizzare l’attenzione di tanti, curiosi e studiosi, turisti e ricercatori, meno per fatti legati alla cronaca che per un evento culturale, civile e religioso insieme, tradizionalmente negletto dai media italiani ma di estrema rilevanza per altri Paesi europei e soprattutto capace di trasformare per tre giorni un’intera provincia nel Sud della Francia.
Il pellegrinaggio dei Rom europei alla volta di Les Saintes Marie de la Mer, cittadina di 2.800 anime della Camargue, nel parco naturale della foce del Rodano, tra paludi e piantagioni di riso, distese solcate da butteri e cavalli o spiagge a perdita d’occhio spazzate dal Mistral, è un evento unico nel suo genere e di estremo interesse culturale. Si svolge a cavallo della festività della santa patrona dei Rom, Sara “la Nera”, che questi ultimi si recano a salutare nella chiesa, risalente al XII secolo ed in puro stile romanico, dedicata alle sante Maria Salomè e Maria Jacobè, nel cuore della cittadina francese, a cavallo tra il 23 ed il 25 del mese di maggio.
Inutile dire che la circostanza della festa costituisce un’evenienza poco più che occasionale per altri punti di vista: è piuttosto la circostanza dell’incontro, del ritrovarsi e del condividere, per le diverse comunità dei “figli del vento” ed è, al tempo stesso, lo spunto per una “osservazione partecipante” di contesti e semantiche, usi e costumi delle popolazioni Rom d’Europa. Non a caso, sono state proprio queste le finalità che ci hanno portato, antropologi e operatori di pace, a seguire la scia della carovana, ricongiungendoci, sul Rodano, alle comunità in pellegrinaggio, raccogliendo spunti e testimonianze, registrando immagini e filmati e, in definitiva, sforzandoci di comprendere le ragioni della loro originalità culturale ed i motivi, ad essa non disgiunti, dell’ostilità di cui così spesso sono circondati.
Il progetto degli “Operatori di Pace – Campania” ha avuto ad oggetto una ricerca-azione socio-antropologica sull’universo Rom (testimoniata sin dalla denominazione del progetto, l’acronimo S.A.R.A.: Social and Anthropological Roma-focused Action-research). La forma della ricerca-azione è quella che ha meglio permesso di coniugare motivazioni e finalità: da un lato le ragioni di chi intende comprendere le scaturigini dell’odio affioranti lungo le faglie della diffidenza e dell’incomprensione, dell’ostilità e del pregiudizio, che ciclicamente ritornano, riconsegnandoci scene che avevamo creduto appartenenti ad un passato da libri di storia; dall’altro l’ambizione di valorizzare un universo così complesso e sfuggente, ma al tempo stesso estremamente ricco e stimolante, venato di carature sincretiche e di impasti pagano - religiosi, per farne terreno di ri-composizione e dialogo all’insegna delle due parole-chiave, “reciprocità” e “inter-cultura”.


 

I Rom, categoria della discriminazione
Come ogni intrapresa complessa, anche questa allude ad un orizzonte generale e si “situa” in un contesto contingente. Al primo fa capo il carattere stesso della festa di S. Sara, nella sua funzione “connotativa” e “denotativa” insieme: essa caratterizza l’universo folklorico Rom e ne denota la fisionomia antropologico-culturale di popolo che, come quello ebraico, è stato alternativamente testimone e vittima di alcune delle tragedie più spaventose della storia, ha patito il devastante disegno genocida nazista (con oltre 400.000 Rom sterminati nei campi di concentramento in quello che è passato alla memoria collettiva come “porajmos”, “sterminio rom”) e non ha altro Stato che non sia il “mondo” e ciascun Paese in cui siano riconosciuti come cittadini, in pienezza di dignità e diritti. Come amano ripetere: i Rom sono l’unico popolo al mondo che non ha mai mosso guerra, solo e sempre subito le guerre degli altri, ultime, in ordine di tempo, quelle nei Balcani, dove a decine di migliaia sono stati, di volta in volta, sequestrati ed espulsi, sfollati ed uccisi, ora di “intralcio” alle operazioni militari (come nella guerra di Bosnia) ora perché “collaborazionisti” del serbo “oppressore” (come nella più recente guerra del Kosovo).
E’ proprio sotto questo versante che i Rom sono, da sempre, sebbene mai riconosciuti come tali, una sorta di “coscienza critica” dell’Europa: una “cartina di tornasole” della qualità della convivenza civile nelle nostre comunità. D’altra parte, non è necessario andare troppo lontano in cerca di guerre e devastazioni, o immaginare scenari esotici di “pulizia etnica” e di “sfollamenti coatti”, se proprio in questi giorni tutti i riflettori della comunità internazionale sono puntati sull’Italia, anzi, sul nostro “cortile di casa”: Ponticelli, alle porte di Napoli. Opportunamente, sono intervenute le missioni di monitoraggio internazionale e l’attivazione delle realtà più conseguenti di società civile a denunciare che gli sfollamenti coatti, la devastazione a suon di molotov e la messa a ferro e fuoco (letteralmente) per 26 ore consecutive dei campi Rom alle porte del capoluogo partenopeo, non meritavano altro nome che quello con cui si sono designate alcune delle pagine peggiori della storia europea del XIX e del XX secolo: “pogrom”.
Una recente iniziativa, che merita di essere segnalata, si è tenuta proprio a Napoli lo scorso 29 maggio con il titolo “A forza di essere vento: parola ai Rom”, con lo scopo di raccogliere contributi di discussione e riflessione, ma anche di contro-informazione e denuncia sulla spaventosa situazione, in termini di condizioni di esistenza e protezione dei diritti umani, cui sono costrette le comunità Rom nei contesti metropolitani del nostro Paese (ci ricordiamo ancora di quanto occorso qualche mese fa nel campo Rom di Opera, alle porte di Milano? o delle condizioni impressionanti cui sono costretti a vivere i Rom nelle baraccopoli delle periferie degradate di Roma?). Una rete di sigle (tra cui Opera Nomadi, Assopace, Manitese, ARCI, 3 Febbraio e gli “Operatori di Pace – Campania” stessi) a significare un no e un si: un no alla deriva sicuritaria che ritiene la questione Rom “la” emergenza di questo Paese e, in quanto tale, da “disciplinare” a suon di espulsioni coatte e decretazione repressiva; e un si alla logica del dialogo, del confronto, cioè, in chiave inter-culturale, con ciò che fa paura troppo spesso solo perché non lo si conosce o non lo si comprende.


 

L’Italia e le violazioni ai danni dei Rom
Rom come emergenza e Rom come opportunità: se una “situazione” di contesto può essere ricondotta a monte della partecipazione al pellegrinaggio di S. Sara è certamente quella della lacerazione dello spirito di comunità e della degradazione del senso civico che ha determinato i pogrom recenti e spinto gli osservatori internazionali a mettere il nostro Paese, per la seconda volta dopo i fatti di Genova 2001, sul banco degli “osservati speciali” per violazioni dei diritti umani. Lo ha fatto Amnesty International, nel suo recente Rapporto sulla situazione internazionale dei diritti umani, che tra le sei ragioni di “rischio” per l’Italia di non-completa osservanza degli standard internazionali sulla tutela dei diritti civili, ha individuato proprio le condizioni dei Rom e la discriminazione cui questi sono sottoposti. Lo ha fatto la delegazione ufficiale della Commissione Europea, che, di rientro da una missione di indagine sulla situazione dei campi Rom di Napoli, ha denunciato lo stato di inumanità e degrado cui sono costrette a vivere le popolazioni “nomadi”, criticando la condotta delle autorità italiane e, al tempo stesso, sollecitando una discussione in sede euro-parlamentare. Lo ha fatto, infine, lo European Roma Rights Center (ERRC) con una nota ufficiale di biasimo contro l’Italia ed una segnalazione al Governo italiano a ripristinare una situazione “di diritto” in merito al trattamento delle popolazioni Rom nel Paese.
Una recente rassegna stampa curata, sempre a Napoli, dal Polo anti-discriminazione, ha poi messo in luce anche le responsabilità specifiche degli organi di informazione, che, in alcuni casi, non solo non hanno saputo monitorare l’evoluzione della situazione “sul campo” e stigmatizzare condotte sociali violente, ma hanno finito addirittura, rincorrendo gli umori anziché ricercando le ragioni, per alimentare quella spirale ritorsiva, dando credito a testimonianze spacciate per notizie senza verificare né fonti né riscontri, come nel presunto (ancora tutto da accertare) caso del “rapimento” di una bambina ad opera di una giovane Rom, evento al quale è stata ricondotta la miccia che ha fatto esplodere la tensione nel quartiere partenopeo.


 

L’adattamento ai contesti di destinazione
Come sempre, la questione dell’informazione è anche questione di formazione: non si può far circolare una registrazione corretta dei fatti se non si conosce l’argomento oggetto d’indagine. La tesi vale, peraltro, anche nelle fattispecie più circoscritte del “lavoro di pace” e del “monitoraggio dei diritti umani”, nel senso che ogni operazione di “costruzione della fiducia” (confidence building) e di relazione “inter-culturale” difficilmente può compiere passi significativi senza una adeguata e tempestiva ricognizione del contesto culturale entro cui l’evento si colloca ed una mirata e rigorosa analisi dei soggetti sociali interpreti di quel determinato fenomeno.
Se il patrimonio socio-culturale dei Rom si presta a letture diversificate e contraddittorie, ciò è dovuto, in effetti, ad una combinazione di motivi: alcuni “intrinseci”, come la difficoltà, avvertita dai Rom stessi, a risalire ad un proprio universo culturale stabile “di riferimento” (il che, in assenza di tradizione scritta ed in virtù del carattere nomadico dei primi insediamenti, non è difficile da comprendere); altri “estrinseci”, come nelle forme dell’adattamento ai contesti di destinazione, aspetto decisivo soprattutto sul profilo religioso e materiale, i Rom assumendo nella maggior parte dei casi la religione del Paese in cui vivono ed esercitando i mestieri derivanti dalle tradizioni comunitarie di provenienza e, anche in questo caso, dalle condizioni materiali offerte dal contesto di approdo.
Questi due aspetti, significativi anche per focalizzare la questione della protezione dei diritti delle comunità Rom, sono emersi con particolare evidenza nell’occasione della ricerca-azione condotta in Camargue. Infatti, i Rom che prendono parte al tradizionale pellegrinaggio di S. Sara (sebbene Sara non sia mai stata canonizzata dalla Chiesa Cattolica) sono per la maggior parte Rom cattolici o cristiani delle varie confessioni, discendenti secondo tradizione dalle antiche popolazioni nomadi che, al fine di ottenere un lasciapassare attraverso i Paesi europei, abbandonarono le loro originarie credenze di ispirazione cristiano-manichea e giurarono fedeltà a papa Clemente V, il quale accordò loro il diritto di transito e siglò la cosiddetta “bolla d’oro”.
Presso queste comunità, come loro rappresentanti ci hanno ripetuto nella tre giorni francese, il culto della “santa nera”, associato a quello delle “due Marie” sopra ricordate, è più una scaturigine tradizionale che un dettame religioso e lo dimostra anche la particolarità della liturgia, del rituale e della processione, sia quella dedicata alla Santa sia quella in onore delle “due Marie”, in cui si mescolano elementi cultuali e pagani ed in cui forte è la presenza di una spiccata componente sincretica. 


 

Il pellegrinaggio tradizionale di S. Sara
Il pellegrinaggio di S. Sara è attivo da sempre tra le pratiche culturali delle popolazioni Rom europee, eppure è stato ritualizzato solo a partire dalla metà del XIX secolo e, infine, “codificato” (in un vero processo di commistione e di codifica antropologico-culturale) a partire dal 1934 quando il marchese di Baroncelli ne stilizzò la tre giorni secondo eventi rituali alternativamente religiosi (la messa mattutina e la veglia notturna), tradizionali (la processione al mare della Santa il primo giorno, e delle “due Marie” il secondo giorno) e culturali (i concerti di musica popolare tradizionale piuttosto che la corsa dei tori per le vie del villaggio al terzo giorno).
In effetti quello cui abbiamo assistito nella tre giorni è la sintesi di una retro-azione tradizionale e di una codifica ex-post: è dal XII secolo che S. Sara è oggetto di pellegrinaggio, ma è solo dai tempi più recenti che si è realizzata compiutamente la commistione tra elementi della tradizione originaria Rom ed aspetti della cultura popolare locale, come ad esempio la processione dei “guardiani” (che hanno, tra l’altro, come patrono S. Giorgio, altro santo caro alla cristianità ortodossa e al pantheon gitano) e quella delle “arlesiane” (le donne di Camargue in costume tradizionale, Arles, non lontano dalle Saintes Marie, essendo il capoluogo del distretto del Rodano).
Le reliquie di S. Sara furono scoperte nel 1448 in occasione degli scavi ordinati da Re René e subito furono fatte risalire alle spoglie dell’antica ancella delle due Marie testimoni della “resurrezione” di Cristo. Secondo la leggenda, costoro (la zia di Gesù e la madre di Giacomo e Giovanni), accompagnate dalla misteriosa donna di carnagione scura, lasciarono la Giudea ed attraversarono il Mediterraneo a bordo di una barca senza vela né remi per approdare sulla costa francese. S. Sara (serva delle due donne o testimone della “resurrezione” a seconda delle versioni) è la donna che i Rom hanno eletto a propria “madre” spirituale. Anche qui non senza contraddizioni ed ambiguità: ad esempio, la leggenda Rom di S. Sara è leggermente diversa e vede la donna già presente alla foce del Rodano al momento dello sbarco delle due Marie, delle quali sarebbe stata piuttosto ospite ed accompagnatrice, alla vigilia del loro pellegrinaggio missionario ai quattro angoli d’Europa.
Per questo, dai quattro angoli d’Europa ritornano a questa cittadina, ogni anno nel mese di maggio, i vari gruppi Rom e perciò hanno fatto della “donna di carnagione scura” la propria protettrice, in quanto simbolo di ospitalità ed accoglienza, aspetti decisivi nella cultura sociale delle popolazioni Rom. 


 

Gli aspetti dell’universo Rom: connotativo, denotativo, evocativo
Nella cultura Rom tre sono gli elementi di rilievo: talune sopravvivenze matrilineari nella gestione intra-comunitaria, la centralità del codice comunitario e l’estrema frammentazione socio-culturale, che ha portato la gran parte di essi a distinguersi secondo gruppi, ascendenze e perfino denominazioni diverse. Finanche nella dislocazione spaziale, le diverse comunità rivelano l’incidenza di questi retaggi: nella tre giorni in Camargue, ad esempio, gli accampamenti ed i caravan delle comunità in pellegrinaggio erano suddivisi per aree territoriali secondo le rispettive provenienze, i Rom francesi in città, i Sinti italiani lungo il corso del fiume, altri ancora all’esterno o alle porte del villaggio…
Per non parlare delle denominazioni, per le quali, se Rom indica in generale la galassia dei “figli del vento” (altri termini, come “zingari” o “nomadi” essendo rispettivamente dispregiativi o inadeguati), poche altre attribuzioni conservano una relativa stabilità nell’uso: Sinti per indicare i Rom italiani, Gitani per indicare quelli iberici… In un altro caso, anche questo registrato durante la tre giorni francese, è stato usato, come termine omni-comprensivo, la locuzione di “genti del viaggio” (“Gents du Voyage”), da noi in disuso o comunque, come l’analoga “figli del vento”, usata più in chiave evocativa che non denotativa (“D’una zingara è costume/Muover senza disegno/Il passo vagabondo/Ed è suo tetto il ciel/Sua patria il mondo”, canta la “zingara” Azucena nel Trovatore di Verdi).
La chiave evocativa risulta spesso fuorviante: il processo di sedentarizzazione Rom, specie in Europa, è oggi ad uno stadio avanzato. Tuttavia, sebbene sia stata ampiamente abbandonata la vita “errante”, i Rom hanno saputo mantenere lo “stile di vita” nomade, specializzandosi nelle professioni proprie delle comunità camminanti: commercio di bestiame  (ora sostituito dalla vendita di automobili, motocicli e furgoni di seconda mano), fabbri e riparatori di utensili (oggi meccanici e carrozzieri), addestratori di animali, indovini, musicisti (chiamati talvolta a lavorare nei circhi o coinvolti in svariate attività musicali, che ereditano parte del patrimonio culturale originario, come testimoniano anche le narrazioni e le fiabe tradizionali).
Come si accennava sopra, le comunità Rom sono composte da gruppi parentali (famiglie estese), con un anziano (nella funzione di leader della comunità) e un consiglio di anziani, che si consultano con la donna influente del gruppo per le decisioni riguardanti donne e bambini. In passato vigeva un codice (kris) comprendente leggi consuetudinarie e valori etici, basati sui principi di fedeltà, coesione e reciprocità tra i membri: il principio-guida era la solidarietà intra-comunitaria e, di conseguenza, la sanzione più dura l'allontanamento dal gruppo. Le difficoltà di rinvenire il patrimonio di usi e costumi tradizionali sono anche connesse al fatto che i Rom non hanno una lingua scritta “stabile”, la lingua romané avendo una tradizione orale e le tradizioni Rom tramandandosi in prevalenza attraverso racconti, miti e leggende.
Per quello che riguarda la struttura sociale, la famiglia Rom è oggi patriarcale, anche se nell'organizzazione sociale restano tracce di una precedente struttura matrilineare, con il marito che entra a far parte della famiglia della moglie e ritorna alla propria solo in caso di vedovanza. La religione Rom è oggi nominalmente quella maggioritaria del Paese in cui vivono, anche se sono visibili tracce delle antiche credenze ispirate al manicheismo (dal nome dell’antica setta cristiano-manichea “Athinganoi” da cui “Zingari”). Le comunità Rom prevalenti sono quelle cristiane (delle differenti confessioni, con una prevalenza della tradizione ortodossa) ed islamica, sebbene non siano affatto sporadiche presenze contaminanti e sincretiche. Tale sincretismo inter-confessionale e pagano - cristiano è stato ampiamente osservato anche nella circostanza della tre giorni di S. Sara ed è probabilmente l’aspetto più caratteristico di quest’evento.


 

La fenomenologia del “memoriale”
La statua di legno nero di S. Sara è il cardine della processione rituale. E’ ricoperta di vestiti colorati e doni votivi ed ogni fedele entra nella cripta sotto l’altare della chiesa, illuminata da centinaia di candele, recando il proprio cero, tra nuvole di fumo e vampe di calore umido. Le famiglie si mettono in coda insieme per ringraziare la santa, gli uomini si soffermano di fronte alle candele, che accendono con gesti lenti e solenni, mentre le donne più anziane prendono i bambini per mano e sussurrano alle loro orecchie la storia di Sara o confessano direttamente alla statua le proprie intenzioni votive. Dalle loro narrazioni, si rinnova una cultura che da centinaia d’anni si tramanda oralmente e che è parte integrante del tessuto culturale tradizionale.
Durante la giornata di S. Sara, dopo la processione della statua e delle reliquie al mare, le celebrazioni all’interno della chiesa si susseguono per l’intera giornata. Al pomeriggio i rappresentanti dei “butteri”, i proprietari terrieri che assumevano stagionalmente i Rom come mandriani, si appostano nella piazza della basilica in sella ai loro tredici cavalli bianchi. Nella chiesa si alternano canti e preghiere, scandite dalle urla “Vive les Saintes Maries”, “Vive S. Sara”. I Rom e i rappresentanti delle confraternite delle cittadine del delta del Rodano si mischiano nella folla, portando croci di fiori, stendardi e stemmi, alcuni della tradizione biblica (come l’acqua, segno del fonte battesimale, o il fuoco, segno della purificazione votiva), altri propri della tradizione comunitaria (come la mano, segno di accoglienza, e il caravan, simbolo del popolo Rom). Sono assediati dalla folla di curiosi che cercano di individuare la patrona nella processione. Quindi la processione avanza, scandita da canti e intonazioni, lungo le strade del villaggio e fino alla spiaggia, dove anche quest’anno si è raccolta una folla di migliaia di partecipanti. Al termine del rito i numerosi sacerdoti vestiti di bianco precedono la folla sul piazzale e riconducono le spoglie nella chiesa. 
Certamente il momento più significativo è quello della “aspersione”, cioè del tributo delle reliquie e della statua al mare. E’ il “memoriale” dell’accoglienza riservata da S. Sara alle due Marie venute dal mare ma anche il simbolo del ritorno al mare in quanto spazio primigenio (non va dimenticata la sopravivenza nella tradizione culturale Rom della fiducia nel ciclo della vita e la pratica della “ruota della fortuna”, che non a caso compare anche nella loro bandiera “ufficiale”). La carovana umana si incammina scortata dal suono delle chitarre, dal canto delle invocazioni e dalle litanie alla santa e la statua è trasportata da un gruppo di giovani. Il corteo si immette sul lungomare, la folla al bordo della strada aumenta e la processione affianca uno dei campi di roulotte per poi girare verso la spiaggia. La folla si arresta sulla sabbia finché uomini e donne, turisti e studiosi, giornalisti e fotografi, sacerdoti e fedeli, Rom e semplici curiosi non si immergono in mare per accompagnare la statua di S. Sara, anch’essa adagiata sulle onde, che celebra così la sua tradizione e il suo mistero.

 
  
 
   
 
 

   
     
  
 
   

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