Passivo umanitario


Nel corso dell’incontro del  9 agosto 2009, a Nouakchott, Madina Athie, del Forum des Organisations Nationales des Droits Humains, ci delinea un quadro della situazione sotto i diversi regimi che si sono succeduti dopo l’indipendenza.

A)    Cronologia degli avvenimenti

a.    Violazioni dei diritti umani sotto il regime di Ould Daddah (1960-1978)

Nel primo periodo dopo l’indipendenza, la problematica dei diritti dell’uomo non era ancora al centro delle preoccupazioni nazionali, gli elementi caratterizzanti di questo periodo sono piuttosto l’obiettivo di riconoscimento nazionale, di costituzione di una identità nazionale, e la lotta degli apparati dello Stato per il controllo del potere. E tuttavia va segnalato che in questo periodo si realizzano fatti gravi, come la sostituzione del regime parlamentare con quello del partito unico, arresti degli oppositori radicali e la sanguinosa repressione delle manifestazioni provocate dall’introduzione dell’arabo nel sistema educativo (1966) e dello sciopero dei minatori di Zouérate (1968).

b.    Violazione dei diritti umani sotto i primi regimi militari (1978-2005)

Giunti al potere nel luglio 1978 con un colpo di stato, i militari mauritani sprofondano il paese in un ciclo di instabilità politica, caratterizzato da ripetuti colpi di stato.  Alla fine, dopo due anni di disordine al vertice dello Stato, è Il luogotenente colonnello Mohamed Khouna ould Haidallah che riesce ad imporsi.
Governerà per poco più di quattro anni, durante i quali si registrano importanti avvenimenti:
-    Contestazioni provenienti da intellettuali della comunità Haratine – fondatori del movimento El hor –  che daranno luogo ad un processo nella città di Rosso ed a condanne a pene detentive, ma anche, poco dopo, alla promulgazione della legge che abolisce la schiavitù in Mauritania
-    Contestazioni da parte di elementi del movimento baathista filo-iracheno, severamente represse, attraverso arresti e torture
-    Insurrezione armata fomentata dal Marocco per rovesciare il regime; i capi del commando, ufficiali dissidenti dell’esercito mauritano e i loro ausiliari marocchini, sono passati per le armi
Altro fatto rilevante del regime ould Haidallah è stato indubbiamente l’istituzione della sharia islamica nel sistema giuridico mauritano; ivi comprese la legge del taglione in campo penale e l’amputazione della mano dei ladri.
Questo breve periodo asfissiante per i diritti umani sarà interrotto da un ennesimo colpo di Stato militare che avvia, il 12 dicembre 1984, il regime più sanguinoso della storia della Mauritania contemporanea.
Il regime di Ould Sid’Ahmed Taya, che durerà quasi 21 anni (dicembre 1984 – agosto 2005), si caratterizzerà soprattutto per la sistematica violazione dei diritti umani nei confronti della comunità negro-africana (esecuzioni extragiudiziarie, detenzioni arbitrarie, deportazioni e sparizioni forzate) e, in linea generale, per i ripetuti attacchi alle pubbliche libertà, gli arresti e le detenzioni arbitrarie degli oppositori, il ricorso sistematico alla tortura.
La repressione colpirà quasi tutti i settori della popolazione mauritana:
-    L’opposizione democratica: arresti e detenzioni arbitrarie dei suoi dirigenti, seguiti da simulacri di processi; scioglimento dei partiti politici (Action pour le changement, A’thalia…), divieto di manifestazione, manipolazione di voti, ecc.
-    I movimenti politici clandestini: fatti oggetto di una stretta sorveglianza, arresti e detenzioni arbitrarie, confessioni strappate con la tortura. Questo è soprattutto il caso dei militanti baathisti e islamisti.
-    I leader religiosi: che diventano l’ultimo bersaglio del regime oramai al tramonto, accusati di collegamenti col movimento islamista: diversi imam sono arrestati e gettati in prigione.
Questo salto qualitativo nella repressione ha finito col rendere definitivamente impopolare il regime, fino al suo rovesciamento, il 3 agosto 2005, da parte di una congiura di palazzo.

c.    Violazione dei diritti umani dopo il colpo di Stato del 2005

Questo periodo deve essere distinto in tre fasi:
1.    La transizione militare del CMJD, durato 19 mesi e che ha permesso l’organizzazione di elezioni generali e l’istituzione di un governo civile. Eccetto ripetuti arresti negli ambienti ritenuti prossimi ai salafisti, questa fase si caratterizza per una relativa distensione ed un clima di concertazione senza precedenti.
2.     Il regime democratico: comincia nell’aprile 2007 con l’elezione alla presidenza della Mauritania di M. Sidi Mohamed ould Cheikh Abdallai (dìsidioca) e la nomina di un governo civile di tecnici. Esso durerà in carica poco più di 15 mesi, prima di essere rovesciato da un colpo di Stato nell’agosto del 2008. Porta al suo attivo importanti atti in favore della riconciliazione nazionale: promulgazione di una legge che criminalizza la schiavitù e le pratiche analoghe, l’organizzazione del ritorno di quasi 5000 rifugiati provenienti dal Senegal, l’apertura dei media pubblici al pluralismo.   Un difficile contesto economico mondiale offusca tuttavia il quadro, soprattutto a causa delle violente repressioni, con morti, delle manifestazioni contro il caro-vita.
3.    La transizione militare HCE (Alto Consiglio di Stato): avviata con il colpo di Stato del 6 agosto 2008, condotto dal generale Mohamed Ould Abdelaziz, si è caratterizzata per l’arresto del presidente legittimo, la collocazione agli arresti domiciliari del primo ministro del governo rovesciato, l’intimidazione nei confronti degli avvocati della ex first lady, ella stessa vittima di violenza e costretta a comparire davanti ad una commissione parlamentare dal carattere inquisitorio. Inoltre, il divieto di manifestare e le limitazioni alla libertà di espressione, un cui esempio emblematico è stato l’arresto e l’ordine di carcerazione emesso a carico dell’ex ministro ould Abdel Kader per dichiarazioni rese alla televisione nazionale.
4.    Il nuovo governo uscito dalle elezioni vinte dal capo della Giunta militare, dimessosi dall’esercito e candidatosi alle presidenziali.

B)     I fatti che hanno costituito gravi violazioni dei diritti umani (1986-1993)

Si tratta di fatti che hanno colpito in modo massiccio, violento e ricorrente, una intera comunità nazionale: quella negro-africana della Mauritania, in particolare quella degli Haalpulaar-en.
Le atrocità si sono sempre più aggravate: dalla repressione politica sotto la forma di persecuzioni giudiziarie, maltrattamenti, processi iniqui e condanne pesanti, si è passati alla deportazione di intere popolazioni, alla pulizia etnica dell’amministrazione, sia dello Stato che del settore privato, agli omicidi di massa della popolazione civile, alle esecuzioni extragiudiziarie….
Bisogna distinguere due periodi:

a.    Il periodo della repressione politica (1986-1988):

che a sua volta si declina in due fasi:

1.    La prima si apre con la pubblicazione delle rivendicazioni di una frangia della comunità negro-africana, con il manifesto delle Forze di Liberazione Africane di Mauritania (FLAM), che denuncia l’oppressione subita da questa comunità. Il governo risponde con fermezza: arresto di una quarantina di persone, incriminazione, il 24 settembre 1986, di 21 di esse “per organizzazione di riunioni non autorizzate, pubblicazione e diffusione di opere dannose per l’interesse nazionale e propaganda di carattere razziale o etnica” e la loro condanna, il giorno successivo, all’esito di un processo sbrigativo, per tutti i capi di imputazione.  Si è trattato di processi nei quali è stato negato il diritto di difesa, soprattutto quello del contraddittorio, dell’eguaglianza: va ricordato il boicottaggio deciso dagli avvocati difensori, ai quali era stato negata la possibilità di parlare coi clienti prima del processo,  la trattazione del processo in una lingua (araba) sconosciuta alla maggioranza degli imputati, senza traduzione ed infine l’assenza di un secondo grado di giudizio (l’appello nei processi penali è stato introdotto in Mauritania solo col nuovo codice di procedura penale del 2007).
Tra i condannati si ricordano: Ibrahima Sarr, giornalista televisivo; Tafsirou Djigo, ex ministro; Ly Djibril, direttore scolatico; Tène Youssouf Guèye, scrittore ed ex diplomatico;
Ibrahima Sall, professore all’Università di Nouakchott; Seydou Kane, professore e storico; Amadou Moktar Sow, ingegnere; Abdoulaye Barry, funzionario del Ministero degli Affari Esteri; Samba Thiam, direttore scolatico; Idrissa Bâ, tecnico; Sy Mamadou Youssouf, funzionario del Ministero delle Finanze; Aboubakry Bâ, professore e ricercatore dell'Institut National des Langues; Aboubacry Diallo, ispettore del servizio di igiene; Sy Mamadou Oumar, commerciante; Guèye Oumar Mamadou, impiegato di banca; Sarr Abdoulaye, professore; Mamadou Sidi BA, tecnico superiore di sanità; Piny Sao, segretaria, Fatimata Mbaye, studentessa in diritto.
Dopo la prima ondata di condanne, altre ancora si avranno, ancora più gravi, in tutte le principali città del paese (Nouakchott, Kaédi, Rosso, Sélibaby e Zouérate). Si ricordano tra i condannati: Oumar Moussa Bâ, insegnate; Mamadou Bocar Bâ, insegnante; Fara Bâ, insegnante; Ibrahima Khassoum Bâ, ufficiale di dogana; Saïdou Kane (cugino di Saïdou Kane, imputato nel primo processo),studente; Kane Abdoul Aziz, ingegnere; Ly Chouaybou, produttore televisivo; Dia Al Hadj, elettricista. Tra gli interrogati: Il capitano Kébé Abdoulaye (giudicato da un tribunale speciale) ; LY Moussa, commerciante; Samba Youba, agente della SNIM; DIALLO Alassane, cancelliere; SARR Gorgui, ingegnere; SY Abdoulaye Malickel, insegnante; TOUMBO Haby, poliziotto; CISSE’Amadou Chekou detto Mody, insegnante; Mohamadou TOURE detto Kaaw, liceale.
La repressione politica contro i militanti del FLAM ha anche provocato la morte in stato di detenzione, nel forte di Oualata, di quattro detenuti politici: lo scrittore Tène Youssouf GUEYE, l’ex-ministro DJIGO Tapsirou, BA Alassane Oumar; BA Abdoul Kouddouss, capitano.

2.    La seconda fase si realizza in un contesto di frenetiche agitazioni in seno all’esercito mauritano: tentativo di colpo di Stato da parte di ufficiali negro-africani, un altro da parte di ufficiali baathisti filo iracheni. Il governo reprime in modo assai severo i primi: cinquantuno ufficiali arrestati, detenuti in luogo segreto e sottoposti a torture; divieto di contatti con gli avvocati fino al giorno del processo, il 18 novembre 1987. La sentenza viene emessa il 3 dicembre successivo: tre condanne alla pena capitale, diciotto condanne all’ergastolo, nove condanne a venti anni di reclusione; cinque a dieci anni e tre a cinque anni. Solo sei condanne a cinque anni con sospensione condizionale della pena ed ammende forti e sette assoluzioni.
I tre ufficiali condannati a morte sono giustiziati il 6 dicembre. Si tratta dei luogotenenti: Sy Saidou, Ba Seydi, Sarr Amadou.


b.    Il periodo dell’epurazione etnica (1989-1993):

Costituisce un momento decisivo nei rapporti tra il governo mauritano e la comunità negro-africana del paese, tanto l’efferatezza della repressione supera ogni possibile comprensione.
Tutto nasce da un episodico conflitto (del genere assai diffuso nelle zone rurali della Mauritania) tra contadini e agricoltori per il controllo dell’acqua e degli spazi verdi. Il governo lo ha trasformato in un regolamento di conti etnico, la cui vittima designata era una componente nazionale, accusata di tutti i mali. Così, all’indomani di questi fatti dell’aprile 1989 che avevano provocato la morte di un agricoltore senegalese, oltre che rappresaglie e contro-rappresaglie in Senegal ed in Mauritania, le autorità hanno tollerato l’organizzazione di azioni punitive che, in un primo momento avevano solo come obiettivo i residenti senegalesi e i loro beni, per dirigersi infine anche contro i Mauritani neri. In questo contesto vi sono stati scontri a Nouakchott, costellati da saccheggi, che hanno provocato circa 200 morti, fino ad una campagna organizzata dal governo (o suoi settori) su scala nazionale che ha assunto tutti i caratteri di una pulizia etnica.

Essa si è realizzata attraverso:

1.    Deportazioni e trasferimenti forzati di popolazione: su scala nazionale diversi mauritani neri, soprattutto dell’etnia Haapulaar’en, sono stati oggetto di rastrellamenti, spogliati dei loro beni, prima di essere espulsi manu militari verso i paesi vicini: il Senegal ed il Mali. Le categorie più colpite sembrano essere stati i pastori (dei quali il 67% degli accampamenti sono stati rasi al suolo) e i contadini sedentari.
Le associazioni di difesa dei loro interessi hanno stimato le vittime in quasi 120.000, mentre i paesi che li hanno accolti li hanno calcolati in numero di 52.995 in Senegal nel giugno 1991 e 52.945 nel giugno 1993, mentre le autorità del Mali hanno registrato 13.000 rifugiati.
Dal canto suo l’Alto Commissariato per i rifugiati delle Nazioni Unite ha stimato nel luglio 1997 il numero di rifugiati in 66.075.
Qualsiasi sia il numero esatto dei cittadini mauritani deportati, resta il fatto che lo Stato ha deportato i suoi cittadini per ragioni di appartenenza etnica. Regioni intere portano ancora le tracce di questa barbara follia che ha provocato la distruzione di centinaia di villaggi.
 Conviene segnalare che la deportazione delle popolazioni si sono realizzate in un’atmosfera di violenza e terrore che continuerà ben oltre la fine delle operazioni di espulsione verso il Senegal ed il Mali di coloro che sono stati praticamente privati della nazionalità mauritana.
Il terrore è imposto con lo stato di assedio della regione della valle del fiume Senegal, dove le forse armate e le forze civili ausiliarie dettano la loro legge.

2.    Assassinii e attacchi contro un gruppo nazionale: le forze armate ed i miliziani si macchiano di crimini feroci, dalle esecuzioni sommarie, extragiudiziarie, arbitrarie alle sparizioni forzate, detenzioni arbitrarie, stupri e torture.
La lista redatta nel 1993 dalla organizzazione mauritana REJ comprende almeno 343 civili neri spariti o giustiziati dall’esercito e le milizie haratine tra il 1989 ed il 1991, contro i 29 del periodo tra il 1991 ed il 1993.
La campagna di terrore contro la popolazione civile finisce con l’estendersi anche all’esercito ed all’amministrazione. Prendendo a pretesto un tentativo di colpo di Stato, il governo procede ad una serie di arresti e trasforma le caserme militari in campi di tortura, di detenzione e di sterminio.
Almeno 539 militari, tutti del gruppo etnico Haapulaar’en, muoiono a partire dal 1986 sotto tortura o giustiziati a freddo. Qualche scampato da questi campi di morte ne è uscito con gravi postumi e seri handicap.
Oltre che nell’esercito, si registrano purghe anche in seno all’amministrazione civile e nel settore privato, che toccano almeno 730 lavoratori.

Accanto alle violenze sulle persone, l’opera di pulizia etnica nella regione della valle del Senegal, si è accompagnata all’accaparramento dei beni mobili e immobili delle persone deportate. La regione ha un’economia prevalentemente rurale e dunque i deportati sono stati spogliati dei loro campi, quelli che non sono partiti hanno subito l’occupazione illegale delle loro terre, con attribuzione fraudolenta dei titoli demaniali ai nuovi occupanti.
Un esempio tipico di queste occupazioni è quello che ha prodotto uno scontro armato tra le popolazioni di Sylla (Dipartimento di Kaédi) e le forze di sicurezza venute a difendere i diritti di un cittadino attributario di un permesso di sfruttamento di terreni incolti appartenenti agli abitanti del villaggio.





Il 10 agosto 2009, incontriamo nell’Ospedale psichiatrico di Nouakchott, dove lavora come infermiera, la signora Maimouna Alpha Sy, vedova del luogotenente della Dogana Baidy Alassane Ba, ucciso a 48 anni nel corso della pulizia etnica degli anni 1990-1991. Maimouna Alpha Sy è Segretaria Generale del Collettivo delle vedove dei militari negro-mauritani massacrati nel periodo del 1990-1991.
Ci parla del modesto contributo che il generale Mohamed Ould Abdelaziz ha promesso alle famiglie dei militari assassinati e che – deve sottolinearsi – costituisce un sussidio che egli stesso, non il governo, graziosamente corrisponde alle vittime. Si tratta di 2.000.000 di ougulya (circa 5270 euro) per le famiglie degli ufficiali; 1.500.000 ougulya (pari a circa 3953 euro) per le famiglie dei sottufficiali e di 1.060.000 ouguya (pari a circa 2793 euro) per le famiglie dei soldati.
Maimouna Alpha Sy ringrazia il generale, ma dice che la cosa più importante per loro è che sia fatta luce sulle ragioni e i responsabili dei massacri, solo dopo si potrà parlare di risarcimento…

 
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