Demain online, 12 / 8 / 2012 (trad.Ossin)


Come sono stato aggredito, derubato e privato della carta di identità da alcuni poliziotti marocchini
Ali Lmrabet

Ve lo raccontavo ieri, con questa storia di ubriaconi e di polizia che si rifiuta di venire a constatare un’aggressione a casa mia, delle cose strane che mi capitano da qualche mese senza che, fino ad oggi, sia riuscito a comprenderne il senso.


Incomprensibili decisioni amministrative, di cui racconterò poi i dettagli, e oggi un’ aggressione da parte di tre poliziotti in borghese, che non solo mi hanno picchiato gratuitamente e gettato per terra (che coraggio, tre contro uno!), ma mi hanno anche derubato di 200 dirham (meno di venti euro) e della carta di identità.


Cos’è successo? Verso le 1,30 del mattino, sono uscito a fare la mia passeggiata abituale. A un certo punto mi sono fermato vicino al mercato centrale di Tetouan, a pochi metri da casa mia, davanti alla bancarella di un venditore ambulante di frutta. Volevo comprare delle mele.


Non ero “sekrane” (ubriaco), una sfortuna per quelli che tirano le fila, si è in pieno mese di ramadan; e poi io non bevo (chiedetelo al capo della DST, Abdellatif Hammouchi, che ha l’abitudine di frugare nella mia immondizia). E non ero nemmeno in compagnia di una puttana o di un ragazzino. Non stavo per derubare o aggredire nessuno. Ero solo e compravo delle mele. Questo è tutto. Ho dimenticato di precisare che non stavo nemmeno facendo una manifestazione in strada, l’ora tarda non si prestava, e non stavo nemmeno facendo un reportage.


Queste precisazioni possono sembrare inutili, ma sono necessarie per sgombrare il campo da tutte le successive giustificazioni di questi ladruncoli che si nascondono dietro l’uniforme di poliziotto.


Per un motivo di cui non sono in grado di spiegare la ragione, tre poliziotti che distruggevano con violenza le bancarelle dei venditori ambulanti si sono avvicinati e senza alcun avviso si sono scagliati contro di me. Insulti, pugni nello stomaco, mosse di strangolamento ecc.. Con gli abituali “din mouk”, “din bouk” (insulti in dialetto marocchino, letteralmente: la religione di tua madre, la religione di tuo padre – da noi si usa prendersela con gli organi sessuali, in Marocco con la religione, ndt), “zamel” (frocio), “adesso ti tagliamo la gola”, ecc.


Tra tutte le centinaia di persone presenti, io sono stato l’unico ad essere picchiato.


Ho gridato: “Ma perché mi picchiate?”. Come unica risposta uno dei poliziotti  mi ha dato un colpo che mi ha sbattuto per terra. Poi ha infilato la mano nelle tasche dei miei pantaloni e le ha svuotate. Ha preso un mazzo di chiavi, il telefonino, la carta d’identità e una banconota da 200 dirham.


Non contento del magro bottino, il poliziotto mi ha scagliato con violenza il telefonino sui genitali e ha gettato le chiavi. Ma ha conservato la carta di identità e, soprattutto, i 200 dirham.


Mentre stavo a terra un altro poliziotto ha tentato di colpirmi al volto, poi mi ha trascinato più lontano e mi ha sbattuto contro un muro. Siccome questi ladruncoli di sbirri frequentano i peggiori ambienti, non posso ripetere il numero di insulti che mi hanno rovesciato addosso.


Alla fine, sicuramente sazi, i tre membri delle “forze dell’ordine” se ne sono andati. Come se non fosse successo niente.


All’aggressione e alla rapina hanno assistito decine di persone. E tutta la scena si è svolta sotto gli occhi di un ufficiale, un signore panciuto in una uniforme bianca. Mi sono rivolto a lui: “Lei ha visto tutto e non è intervenuto. Perché e per quale ragione i suoi uomini mi hanno aggredito?” Ho ripetuto la stessa domanda per quattro o cinque volte. La sua risposta: “Tu stai cercando grane”.


“Ma lei ha il dovere di redigere un rapporto su questa aggressione, avreste dovuto arrestarmi”, gli ho detto. Niente, l’ufficiale è salito su un’auto di servizio della polizia il cui numero di immatricolazione è 181873 ed è partito.


Ho cercato tra la folla i miei coraggiosi aggressori. Li ho presto ritrovati. Mi sono diretto verso lo sbirro ladro che mi ha sottratto la carta di identità e i 200 dirham. Ho preteso che mi rendesse il tutto. Lui ha fatto un gesto con la mano come se volesse colpirmi, è sopraggiunto il suo compare e mi ha gratificato di altri “din mouk”, mi ha minacciato di morte, mi ha trattato ancora da “frocio” e mi ha consigliato di rivolgermi “a Benkirane (il primo ministro, ndt) per recuperare la carta di identità”.


Allora ho cominciato a urlare. Se avevo commesso un reato, la polizia avrebbe dovuto arrestarmi con un regolare processo verbale, ho gridato loro. Siccome insistevo, i tre poliziotti, accompagnati da altri colleghi, si sono allontanati affrettando il passo verso il cinema Monumental. Io li ho seguiti per memorizzare i loro volti.

Ho preso un taxi e mi sono recato alla Prefettura di polizia per presentare una denuncia.


Ce n’è voluta perché la polizia accettasse di verbalizzare la denuncia di un cittadino che accusava altri poliziotti di aggressione e furto. La cosa più divertente è stata la domanda ripetuta più volte dal prefetto di polizia, giunto sul posto, che mi chiedeva con insistenza se avessi perduto la carta di identità e i 200 dihram “cadendo”. Io gli ho risposto che sarebbe stato senz’altro possibile se il suo poliziotto non avesse prima infilato la sua mano nella mia tasca.


Finalmente il prefetto ha acconsentito a che fosse verbalizzata la mia denuncia. Una decisione apparentemente difficile.


Ma nel corso della deposizione l’ispettore verbalizzante ha avuto più volte da ridire, offeso dalla crudezza delle mie parole (occorreva ben ripetere che i suoi colleghi mi avevano trattato come un “frocio”, avevano insultato mia madre defunta e il mio vecchio padre con parole sconce) o perché io contestavo l’interpretazione che dava alle mie parole.


L’ispettore ha tentato anche di trovare delle contraddizioni in quanto dicevo, ma ha dovuto presto desistere, perché non ve ne erano. Non è alle vecchie scimmie che si può pretendere di insegnare a fare le boccacce.


E non è ancora finita. Al termine della mia deposizione, la stampante del commissariato non voleva funzionare.
C’è voluto il ripetuto intervento di due ufficiali, perché dopo molto tempo il testo potesse essere finalmente stampato. Un vecchio trucco poliziesco per consentire che delle persone nascoste in altri uffici potessero leggere il testo con tranquillità, prima che la vittima firmasse.


Prova ne sia che, prima che la stampante cominciasse a funzionare, l’ispettore che aveva verbalizzato (e che si era allontanato) è ritornato per aggiungere una frase: Non si rileva alcun segno di violenza, ha scritto. “Vuole che mi spogli per poterlo constatare?” Ho domandato. Risposta: no.


Alla fine, ultima contrarietà, nonostante sia prescritto dalla legge, il poliziotto non ha voluto comunicarmi il numero di protocollo della denuncia. L’ispettore addetto non c’era. “Ritorni più tardi”, mi ha consigliato. Io ho risposto: “Fate quello che volete di questa denuncia. E’ tutta una farsa”. E me ne sono andato.


Ora i poliziotti di Charki Draiss (attuale ministro dell’interno, ndt), degno erede del (tristemente noto ministro dell’interno del re Hassan II, ndt) Driss Basri (peraltro era dai tempi di Basri che non mi capitava di essere aggredito), potranno dire quello che vogliono, trovare tutte le giustificazioni possibili e immaginabili, ma nel momento in cui hanno rifiutato di arrestarmi dopo avermi aggredito, e poi di redigere un verbale su quanto accaduto, si sono privati di ogni possibile tardiva giustificazione. Certo potranno negare, o cercare dei testimoni “provvidenziali” che diranno ciò che essi vogliono, ma questi tre sbirri ladruncoli in borghese e il loro capo-complice in uniforme sono nella merda.


Se io avessi commesso un delitto o un reato o se li avessi insultati, se avessi rifiutato di mostrare un documento di identità durante un controllo, un “motivo” di arresto, come dicono nel gergo poliziesco, mi avrebbero arrestato e la loro aggressione sarebbe stata in parte giustificata. Ma io non ho fatto nulla di male, non ho commesso alcun delitto e conosco troppo bene queste canaglie corrotte, vedendole ogni giorno all’opera nel mio paese, per non stare sempre sul chi va la.


Lo so, sappiamo che questi tre poliziotti ladri e il loro capo non saranno puniti e nemmeno ammoniti. Il prefetto e i suoi superiori troveranno la buona soluzione, la “hila”, per giustificarli. Io non mi faccio alcuna illusione in proposito. Ma questa storia dimostra che, con o senza nuova costituzione, con o senza governo “uscito”, zaama! dalle urne, questo paese è restato lo stesso. Una dittatura regale. Può accadere che dei cittadini siano arrestati, violentati e adesso anche derubati, in tutta impunità, da quegli stessi che hanno il compito di lottare contro il crimine.


E non mi si dica che le forze dell’ordine non derubano. Tutti noi sappiamo bene come gli abitanti di Laayoune, Dakhla, Smara, Taza e Beni Bouayach siano stati derubati, rapinati e massacrati dalle forze dell’ordine nel corso dei recenti disordini in quelle regioni.


Nei prossimi giorni si vedrà come in questo paese, dove esiste un ministero “della giustizia e delle libertà”, la giustizia si occuperà di questa vicenda.


Ieri un baltagi (sottoproletari reclutati e pagati per manifestare, anche violentemente, in favore della monarchia, ndt) ubriaco, con una bottiglia di vino nelle mani (in pieno mese di Ramadan!), ha aggredito la mia casa alle 1.00 del mattino. Nonostante le mie reiterate denunce presentate alla prefettura di polizia, nessun poliziotto si è degnato di venire a fare un sopralluogo.


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