Orient XXI, 20 giugno 2018 (trad.ossin)
 
Quando Israele creò un gruppo terrorista per seminare il caos in Libano
Rémi Brulin
 
Negli anni 1979-1982, il governo israeliano ha creato in Libano un’organizzazione che ha commesso moltissimi attentati terroristi. Nel suo libro, “Rise and Kill First : The Secret History of Israel’s Targeted Assassinations”, il cronista militare israeliano  Ronen Bergman torna anche su questo episodio che è rimasto a lungo nascosto.
 
“ Sono state fatte delle cose terribili con l’appoggio di Sharon. Io ho sostenuto e ho perfino partecipato a qualcuno degli omicidi effettuati da Israele. Ma stiamo parlando di stermini di massa, fatti solo per ammazzare e seminare caos e terrore tra i civili. Da quanto tempo mandiamo asini carichi di bombe nei mercati per farli esplodere? “ 
 
Così si esprime un agente del Mossad citato in “Rise and Kill First : The Secret History of Israel’s Targeted Assassinations”, del giornalista israeliano Ronen Bergman.
 
Il ministro della Difesa Ariel Sharon e il capo di stato maggiore Rafael Eitan, in Libano nel 982. David Rubinger/Corbis
 
A luglio 1979 a Gerusalemme, una conferenza sul « terrorismo internazionale » venne organizzato dal Jonathan Institute, un’organizzazione intimamente legata al governo israeliano e intitolata a Jonathan Netanyahu, che perse la vita durante il famoso raid delle forze israeliane a Entebbe (1). Suo padre, lo storico Benzion Netanyahu, ex segretario personale di Ze’ev Jabotinsky (fondatore del sionismo revisionista, ramo ultranazionalista del sionismo), ebbe un ruolo fondamentale nella creazione dell’istituto. Fu lui a pronunciare l’allocuzione inaugurale della conferenza. L’evento, spiegò, annunciava l’avvio di un « processo nuovo – l’allineamento dei democratici alla lotta contro il terrorismo e i suoi pericoli ». « Contro il fronte internazionale del terrorismo », argomentò Netanyahu padre, la sfida è di mobilitare « un’opinione pubblica organizzata che prema sui governi perché agiscano ». Gli oratori della conferenza del 1979 rappresentavano un vero Who’s Who del gotha conservatore, soprattutto di Israele e degli Stati Uniti.
 
Un « Male morale » dell’Altro non occidentale
 
Benzion Netanyahu ha insistito sulla « importanza di stabilire fin dall’inizio un chiaro quadro concettuale » : il terrorismo, spiegava, è « l’assassinio deliberato e sistematico di civili per incutere paura ». E’ « un male morale » che « infetta sia quelli che commettono i crimini, sia coloro che – per malizia, ignoranza o semplice pigrizia mentale – approvano le loro gesta ».
 
L’Istituto organizzò una seconda conferenza a Washington nel giugno 1984. Gli atti di questa conferenza vennero poi edite da Benjamin Netanyahu e pubblicate col titolo “Terrorism : How the West Can Win”. Come ha spiegato Netanyahu figlio, la conferenza del 1979 « contribuì a focalizzare l’attenzione dei circoli occidentali influenti sulla vera natura della minaccia terrorista ». Non era però « sufficiente », perché ancora mancava una « risposta internazionale coerente e unitaria ». Promuovere una simile politica unitaria – ha concluso – era « il principale obiettivo del secondo incontro internazionale » del Jonathan Institute. E di fatto, alla fine del primo mandato di Ronald Reagan, gli eletti degli Stati Uniti avevano oramai accettato e adottato le principali asserzioni e ipotesi che erano state, da anni, al cuore del discorso israeliano sul « terrorismo ». Il « terrorista » è l’« Altro » non occidentale. Si serve di mezzi cattivi e immorali, e opera per finalità cattive e immorali. In questo senso, « il terrorista » appartiene al mondo pre o non civilizzato. Per contro, « noi » ci opponiamo a, condanniamo e respingiamo « tutti i terrorismi ». Il nostro uso della forza è legittimo e sempre difensivo, perché è solo una risposta alla « minaccia terrorista ».
 
Questo discorso è ideologia pura. Perché dal 1979 al 1983, precisamente nel periodo che separa la conferenza di Gerusalemme da quella di Washington, alcuni altissimi responsabili israeliani realizzarono una campagna ad ampio raggio di attentati con autobombe che uccisero centinaia di Palestinesi e di Libanesi, per lo più civili. Da notare che uno degli obiettivi di questa operazione segreta era proprio di spingere l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) a ricorrere al « terrorismo », per fornire a Israele una giustificazione per invadere il Libano. Queste non sono asserzioni ispirate alla teoria del complotto. Una descrizione a grandi linee di questa operazione segreta è stata pubblicata da Ronen Bergman, uno stimato giornalista israeliano, nel New York Times Magazine del 23 gennaio 2018. Tratto dal suo libro “Rise and Kill First : The Secret History of Israel’s Targeted Assassinations”, che contiene un resoconto ben più dettagliato dell’operazione, interamente ricostruita sulla base di interviste con responsabili israeliani coinvolti o informati dell’operazione all’epoca.
 
Senza lasciare impronte
 
Nel New York Times, Bergman, cronista esperto di questioni militari e di intelligence del quotidiano israeliano Yedioth Ahronoth, racconta come il 22 aprile 1979, un « commando terrorista » del Fronte per la liberazione della Palestina prese in ostaggio e poi selvaggiamente assassinò, a Naharyia, una borgata israeliana vicina alla frontiera libanese, un padre e due delle sue figlie di 4 e 2 anni. « In questa scia », spiega l’autore, il generale Rafael Eitan, all’epoca capo di stato maggiore, avviò con il generale comandante della Regione nord, Avigdor Ben-Gal, la formazione di un gruppo che avrebbe dovuto effettuare operazioni terroriste in territorio libanese. D’accordo con Eitan, Ben-Gal reclutò il generale Meir Dagan, « il massimo esperto in operazioni speciali » di Israele (e futuro capo del Mossad), e « tutti e diedero vita al Fronte per la liberazione del Libano dagli stranieri [FLLE] ».
 
Bergman cita il generale David Agmon, uno dei pochissimi ad essere stato informato dell’operazione, che ne spiega così gli obiettivi :
 
“L’obiettivo era di creare il caos tra i Palestinesi e i Siriani in Libano, senza lasciare impronte israeliane, per dare loro l’impressione di stare sempre sotto attacco e suscitare in loro un senso di insicurezza.
 
Per riuscirvi, Eitan, Ben-Gal e Dagan « reclutarono dei libanesi locali, drusi, cristiani e musulmani sciiti, che non avevano simpatia per i Palestinesi e avrebbero voluto che lasciassero il Libano ». Tra il 1979 e il 1983, « il Fronte ha ammazzato centinaia di persone ».
 
Per chi ha conoscenza del conflitto in Libano, il riferimento a questo FLLE è straordinariamente significativo. Questo gruppo ha, all’inizio degli anni 1980, rivendicato decine di attentati distruttivi con autobombe contro Palestinesi e loro alleati in Libano. Di questi attentati ha parlato molto la stampa statunitense dell’epoca. Per lo più i giornalisti statunitensi descrivevano il FLLE come un « misterioso » o « inafferrabile gruppo di estrema destra ». Di tanto in tanto, accennarono al fatto che i Palestinesi e i loro alleati libanesi fossero convinti che questo gruppo era solo una invenzione di Israele che doveva agire per conto di Israele.
 
Per contro, non occorre alcuna particolare conoscenza del conflitto libanese per capire l’ampiezza e l’importanza delle rivelazioni di Bergman. All’inizio, spiega, l’operazione impiegava soprattutto « esplosivi nascosti in bidoni di olio o in barattoli di conserva » assemblati in una fabbrica di lamiere del kibbutz Mahanayim, dove abitava Ben-Gal. Queste « piccole bombe » venivano poi trasportate in Libano. Rapidamente, prosegue l’autore,
 
“delle bombe hanno cominciato ad esplodere nelle case dei collaboratori dell’OLP nel Libano del sud, uccidendo tutte le persone che vi si trovavano, o negli uffici dell’OLP, soprattutto a Tiro, a Sidone e nei campi di rifugiati palestinesi dei dintorni, provocando danni e vittime massicci”. 
 
Azioni non autorizzate ?
 
L’operazione si svolgeva nel massimo segreto. Secondo Bergman, non venne mai approvata ufficialmente dal governo e non c’è « modo di sapere » fino a qual punto lo stesso Ezer Weizman, all’epoca ministro della Difesa, ne fosse informato. Ma, malgrado tutti gli sforzi, Eitan, Ben-Gal e Dagan non riuscirono a mantenere l’operazione completamente segreta. Ben presto diversi alti responsabili di AMAN (acronimo di Agaf Ha-Modi’in, intelligence militare israeliana) vi si opposero energicamente, ma senza successo. Una contestazione venne anche dall’interno del governo. Il vice ministro israeliano della Difesa, Mordechai Tzippori, venne informato di un attacco nell’aprile 1980, durante il quale donne e bambini erano rimasti uccisi dall’esplosione di un’auto imbottita di tritolo nel sud del Libano. A giugno, si tenne una riunione nell’ufficio del Primo Ministro Menahem Begin. Tzippori accusò Ben-Gal di « realizzare azioni non autorizzate in Libano » nel corso delle quali « erano rimasti uccisi donne e bambini ». « Inesatto, replicò quest’ultimo. Sono stati uccisi quattro o cinque terroristi. Chi è che in Libano circola su una Mercedes alle 2 del mattino? Solo dei terroristi! » Begin prese per buone le rassicurazioni di Ben-Gal e pose fine alla riunione. Con ciò cessò qualsiasi contestazione contro l’operazione segreta di Eitan, Ben-Gal e Dagan.
 
Il 16 luglio 1981, dei razzi palestinesi Katiuscia uccisero tre civili israeliani nella borgata di Kiryat Shmonah. Il giorno successivo, le forze aeree israeliane risposero con bombardamenti massicci che presero soprattutto di mira i quartieri generali dell’OLP nel centro di Beirut, nonché diversi obiettivi nei dintorni di Sidone, ammazzando tra 200 a 300 persone, per lo più civili libanesi, e ferendone più di 800. Il 5 agosto 1981, Begin scelse Ariel Sharon per sostituirlo come ministro della Difesa. Come storici e giornalisti israeliani, quali Zeev Schiff, Ehoud Yaari, Benny Morris, Avi Shlaim o Zeev Maoz, hanno già da tempo documentato, nei dieci mesi successivi Israele impegnò numerose operazioni militari col chiaro obiettivo di provocare, da parte dei Palestinesi, un qualche tipo di risposta armata che Israele avrebbe potuto bollare come attacco « terrorista » tale da giustificare l’aggressione del Libano. “Rise and Kill First” ci fornisce elementi ulteriori per comprendere questo momento storico perché mostra – sulla base di resoconti di prima mano di responsabili israeliani coinvolti nell’operazione - che la campagna di attentati con autobombe, intensificatasi con la nomina di Sharon a ministro della Difesa, deve essere inquadrata proprio come un elemento di questa più ampia strategia di provocazione.
 
Come spiega Bergman, « fin dalla metà di settembre 1981, alcune autobombe cominciarono ad esplodere nei quartieri palestinesi di Beirut e di altre città del Libano ». L’autore precisa poi quali attentati, a Beirut e a Sidone all’inizio di ottobre. Nota poi che, « solo a dicembre 1981, diciotto bombe nascoste in auto o su delle moto o biciclette o trasportate da asini sono esplose vicino ad uffici dell’OLP o in luoghi a forte concentrazione palestinese, provocando un gran numero di morti ». Aggiunge che « un’organizzazione sconosciuta denominata Fronte per la Liberazione del Libano dagli Stranieri (FLLE) rivendicò la responsabilità di tutti questi attentati ».
 
[Sharon] sperava che queste operazioni spingessero Yasser Arafat ad attaccare Israele, che avrebbe allora potuto rispondere invadendo il Libano, o almeno incitassero l’OLP a delle rappresaglie contro la Falange, cosa che avrebbe permesso a Israele di precipitarsi in forza a difesa dei cristiani. 
 
Quindi il 1° ottobre un’auto « imbottita con 200 libbre [100 kg] di TNT e 20 galloni [75 litri] di carburante » esplose nei pressi degli uffici dell’OLP, in quella che un giornalista della United Press International descrisse come « una strada molto frequentata della Beirut-ovest musulmana, con venditori di frutta e verdura e casalinghe che vanno al mercato la mattina ». La bomba « distrusse la facciata degli edifici, distrusse 50 auto e lasciò la strada ingombra di detriti e corpi smembrati ». Immediatamente dopo l’esplosione, una seconda bomba di 330 libbre (150 kg) che era stata piazzata in un’altra vettura parcheggiata nella stessa strada venne ritrovata e disinnescata dagli artificieri. Più tardi, lo stesso giorno, scrisse l’agenzia di stampa internazionale,
 
Sei altre vetture imbottite di centinaia di chili di esplosivo vennero trovate e disinnescate a Beirut e a Sidone, in quello che era stato progettato come un blitz devastatore contro i Palestinesi e le milizie libanesi di sinistra da parte di terroristi di destra.
 
Come Barbara Slavin e Milt Freudenheim hanno scritto sul New York Times, una telefonata anonima del FLLE aveva dichiarato ai media stranieri che « gli attacchi erano diretti contro obiettivi palestinesi e siriani in Libano e sarebbero continuati fin quando non fosse rimasto alcuno straniero ». Quanto a Israele, notano, essa « attribuiva l’attentato alle guerre intestine dell’OLP »…
 
« Sono tutti dell’OLP ! »
 
Tuttavia Arafat capì la strategia di Israele e fece in modo che i membri dell’OLP non replicassero. Sharon perse la pazienza. A quel punto, scrive Bergman, « di fronte alla prudenza palestinese, i dirigenti del Fronte decisero di montare ancora di più la tensione ». Nel 1974, il Mossad aveva deciso di ritirare Arafat dalla lista delle persone ricercate, avendo concluso che doveva essere considerato come una figura politica e dunque non essere assassinato. Quando divenne ministro della Difesa,  Sharon reinserì il capo dell’OLP nella lista e, con Ben-Gal e Eitan, cominciò a pianificare l’operazione Olympia che, speravano, « avrebbe cambiato il corso della storia in Medio Oriente ».
 
Secondo il loro piano, diversi camion stivati di due tonnellate di esplosivo dovevano essere piazzati nei pressi di un teatro di Beirut nel quale la direzione dell’OLP aveva organizzato una cena in dicembre. « Un’esplosione formidabile avrebbe eliminato l’intera direzione dell’OLP », scrive Bergman. Ma l’idea venne abbandonata (l’autore non spiega il perché) e subito sostituita con un progetto ancora più ambizioso. Col nome in codice « Olympia 2 », avrebbe dovuto aver luogo il 1*gennaio 1982. Il bersaglio : uno stadio di Beirut dove l’OLP progettava di celebrare l’anniversario della sua fondazione. Dieci giorni prima dell’attacco, agenti reclutati da Dagan sistemarono grandi quantità di esplosivo sotto la piattaforma sulla quale avrebbero preso posto i dirigenti palestinesi. « La detonazione sarebbe stata comandata a distanza ». Inoltre, « in una delle basi dell’unità (israeliana), a 5 km dalla frontiera, erano pronti tre veicoli – un camion caricato con una tonnellata e mezzo di esplosivo e due berline Mercedes con 250 kg ciascuna ». Il giorno della celebrazione, « tre membri sciiti del Fronte per la Liberazione del Libano dagli stranieri » avrebbero condotto questi veicoli all’esterno dello stadio. « Sarebbero stati azionati con telecomando un minuto dopo l’esplosione nello stadio quando il panico avrebbe raggiunto il culmine e le persone sopravvissute avrebbero tentato di scappare », scrive l’autore. Che aggiunge :
 
“La morte la distruzione avrebbero dovuto essere di proporzioni senza precedenti, perfino per il Libano, stando alle parole di un altissimo responsabile del comando del Nord.”
 
Sharon, Dagan e Eitan non riuscirono a mantenere l’operazione completamente segreta. Delle voci giunsero a Tzippori, e il vice ministro investì della cosa Begin, che convocò una riunione di emergenza il 31 dicembre, la vigilia dell’operazione Olympia 2. Eitan e Dagan illustrarono il loro piano e Tzippori le sue obiezioni. Begin era preoccupato soprattutto che l’ambasciatore sovietico potesse partecipare all’evento. Dagan assicurò che la possibilità « che lui o qualsiasi altro diplomatico straniero fosse presente » era molto scarsa. Ma Ouri Saguy (all’epoca capo delle operazioni dell’esercito) insisteva invece che la probabilità era assai elevata e che « se gli fosse giunta qualche notizia, saremo responsabili di una crisi gravissima con l’URSS ». Sharon, Dagan e Eitan tentarono di convincere Begin che una simile opportunità di distruggere la direzione dell’OLP non si sarebbe ripresentata forse mai più, ma, scrive Bergman,
 
Il primo ministro prese sul serio il pericolo di una minaccia sovietica e ordinò l’abbandono del progetto.
 
Il 3 giugno 1982, Shlomo Argov, ambasciatore di Israele in Gran Bretagna, venne abbattuto in una strada londinese. Sarebbe sopravvissuto alle ferite, ma Sharon e Begin avevano finalmente un pretesto per invadere il Libano. Per i servizi di informazione israeliani, fu subito chiaro che l’attentato era stato ordinato da Abu Nidal, un nemico giurato di Arafat il cui personale obiettivo, la distruzione dell’OLP, si trovava a coincidere con quelli di Israele. Il governo israeliano si riunì il mattino successivo e, come molti storici israeliani hanno documentato, né Begin né Eitan manifestarono grande interesse per il fatto che non era l’OLP responsabile del tentativo di assassinio. Quando Gideon Mahanaïmi, consigliere di Begin per il terrorismo, cominciò a descrivere la natura dell’organizzazione di Abu Nidal, il suo capo lo interruppe dicendo : « Sono tutti dell’OLP ! » Qualche minuto prima, Eitan aveva reagito in modo assai simile quando un responsabile della intelligence aveva assicurato che l’attacco era certamente opera degli uomini di Abu Nidal : « Abu Nidal, Abu Shmidal » , rispose il capo di stato maggiore, « noi dobbiamo colpire l’OLP ! ».
 
Il governo ordinò un massiccio bombardamento aereo delle posizioni dell’OLP a Beirut e nei dintorni, che uccise 45 persone. Stavolta Arafat reagì e i villaggi israeliani lungo la frontiera nord si trovarono presto sotto un nutrito fuoco di artiglieria. Il 5 giugno, Sharon presentò il suo piano al governo, l’operazione « Pace in Galilea ». Il nome era stato pensato, scrive Bergman, « per dare l’impressione che si trattava di una missione di autoprotezione realizzata quasi a malincuore ». Cominciava la prima  « guerra del Libano » israeliana.
 
Il FLLE, organizzazione criminale
 
Inchieste contemporanee sugli attentati rivendicati dal FLLE tra il 1980 e il 1983, che produssero l’obiettivo che si proponevano — consentire finalmente a Israele di intervenire militarmente contro l’OLP in Libano — suggeriscono che tali attacchi corrispondano alle definizioni più comunemente accettate di « terrorismo », compresa quella adottata nella conferenza di Gerusalemme del 1979 : « Il terrorismo è l’assassinio deliberato e sistematico di civili per incutere paura ». Una simile conclusione potrebbe adattarsi forse anche all’affermazione di Bergman secondo cui moltissime bombe israeliane sono esplose in « campi di rifugiati », « in quartieri palestinesi » o in « zone a forte concentrazione di Palestinesi », suggerendo che il loro bersagli fossero puramente civili. In “Rise and Kill First”, Bergman non usa l’espressione « terrorismo » per parlare di questa operazione segreta. Tuttavia, in una nota del suo prologo, descrive il FLLE come « un’organizzazione terrorista che Israele costituì in Libano negli anni 1980-1983, e che attaccò molti membri dell’OLP e civili palestinesi ».
 
Dichiarazioni rese anonimamente a Bergman da responsabili del Mossad confermano anche che molti attentati del FLLE avevano chiaro carattere « terrorista ». Così uno di essi raccontò a Bergman come « vedeva a distanza una delle vetture esplodere e demolire un’intera strada », aggiungendo :
 
Siamo stati noi a insegnare ai Libanesi quanto un’autobomba poteva essere efficace. Tutto quello che abbiamo visto più tardi con Hezbollah deriva da quello che hanno dovuto subire con queste operazioni. 
 
In modo ancora più evidente, è difficile immaginare dei responsabili israeliani o dei deputati statunitensi, dei commentatori politici o degli « esperti in terrorismo » non definire questi attacchi come « terroristi » se si fossero realizzati in Israele o negli Stati Uniti e se fossero stati realizzati da Palestinesi o altri attori regionali. Dopo tutto, all’epoca, gli attacchi con autobomba contro le forze militari israeliane stazionate a Tiro e contro i marine statunitensi vennero con chiarezza condannati come scandalose manifestazioni di terrorismo da parte di questi governi. Infine, undici e quindici attacchi, rivendicati tra il 1980 e il 1983 dal FLLE, figurano rispettivamente nel Rand Corporation e in  Start, due data base tra i più prestigiosi e affidabili sul « terrorismo ».
 
Di fatto il FLLE era lungamente menzionata in una nota di aprile 1983 sulle « tendenze recenti del terrorismo internazionale » prodotta dalla Rand e aveva ad oggetto gli attacchi degli anni 1980 e 1981. Nei loro commenti introduttivi, gli autori, Brian Michael Jenkins e Gail Bass, notavano che vi sono stati 24 attentati con molti morti ciascuno nel 1980 e 25 nel 1981, che il numero di morti era molto salito, dai 159 del 1980 ai 295 del 1981. In un altro paragrafo intitolato « I terroristi », i due ricercatori hanno dedicato due pagine ai « terroristi palestinesi », sottolineando che essi avevano proseguito « i loro attacchi contro Israele e obiettivi israeliani all’estero » e che, tra il 1980 e il 1981, « 16 persone erano morte e 136 rimaste ferite in occasione di 19 attentati, attacchi con granate e imboscate ». Hanno dedicato poi una pagina al FLLE, un « nuovo gruppo misterioso apparso nel 1980 in Libano ». Hanno descritto in dettaglio gli attentati che hanno perpetrato tra il 17 settembre e il 1*ottobre 1981, e che avevano provocato 122 morti e centinaia di feriti. Gli attacchi del FLLE nel corso di queste due settimane hanno rappresentato dunque più del 40% di tutte le morti dovute al « terrorismo » nel mondo intero per l’intero anno, e 8 volte di più di tutti gli attacchi dei « terroristi palestinesi » nei due anni precedenti.
 
Un silenzio che la dice lunga
 
Dopo la pubblicazione di “Rise and Kill First”, Ronen Bergman è stato invitato da importanti istituzioni pubbliche, in particolare il Center on National Security dell’Università Fordham. E’ stato intervistato negli Stati Uniti dalla radio e dalla televisione pubblica, e anche da CBSN, MSNBC, CNN, dal GQ Magazine e dal podcast di Stratfor. Bergman ha scritto un articolo sul National Review, un resoconto in prima pagina su Newsweek. Il magazine Foreign Policy ha pubblicato un lungo articolo sul suo libro e lo ha intervistato. Infine recensioni del libro sono apparse nella maggior parte dei grandi giornali statunitensi, dal New York Times (due volte, la seconda recensione accompagnata da un’intervista) al Washington Post, a Newsweek, a Bloomberg News e al New Yorker, come pure Lawfare, un blog conosciutissimo di diritto e sicurezza internazionale. E’ stato anche recensito nel Regno Unito dal Guardian, da London Times, dall’Independent e dalla BBC.
 
Il dibattito pubblico attorno al libro “Rise and Kill First” si è focalizzato sulla storia, l’efficacia, la legalità e la moralità del programma israeliano di assassini mirati. Questo programma, e tutte le utilizzazioni israeliane della forza, sono state dibattute solo nel contesto della lotta di questo paese contro il « terrorismo ». E’ da notare, ed è rivelatrice, la circostanza che tale discussione abbia avuto luogo, sempre e senza alcuna eccezione, come se la campagna di attentati del FLLE non fosse mai esistita, come se i Palestinesi non fossero mai stati anch’essi vittima di una vasta campagna di « terrorismo », come se questa campagna non fosse stata mai organizzata da alcuni dei più alti dirigenti israeliani, in altri termini come se le rivelazioni contenute in “Rise and Kill First” non fossero mai state pubblicate.
 
In tutte queste recensioni, queste interviste e questi interventi pubblici, l’operazione segreta messa su da Eitan, Ben-Gal, Dagan e Sharon non viene mai menzionata, nemmeno una volta. L’idea che dei responsabili israeliani siano stati coinvolti in operazioni di « terrorismo » all’inizio degli anni 1980 è stata considerata semplicemente come stravagante o, per riprendere l’espressione dello specialista dei media Daniel Hallin, come un’idea « deviante » che « semplicemente non appartiene » al discorso pubblico e deve essere esclusa. Notiamo infine che molti ed eminenti « esperti di terrorismo » hanno lodato “Rise and Kill First”, pur mantenendo il più assoluto silenzio sulle rivelazioni a proposito della campagna di attentati con autobombe del FLLE. Thomas Friedman, che all’epoca aveva scritto le cronache di diversi attentati del FLLE sulla prima pagina del New York Times, non ha ancora scritto una sola parola sulle rivelazioni di Bergman.
 
Richard Jackson spiega in “Writing the War on Terrorism” che analizzare il discorso sul « terrorismo » richiede « un apprezzamento delle regole che stabiliscono quel che si può e quello che non si può dire, e di conoscere quello che non si è detto, quanto si conosce quello che si è detto ». « I silenzi di un testo », aggiunge, « sono spesso importanti quanto il contenuto esplicito ». L’operazione segreta degli attentati con autobombe realizzati dai responsabili israeliani in Libano agli inizi degli anni 1980 rappresenta un rimarchevole esempio storico di questi « silenzi » e delle « regole » che sottendono il discorso sul « terrorismo » e garantiscono che certe cose « non si possono semplicemente dire », che certi fatti non sono semplicemente mai menzionati.
 
La nostra opposizione incondizionata al « terrorismo » si fonda su alcuni principi. « Noi », per definizione, non siamo mai ricorsi al « terrorismo ». Nel caso in cui venisse presentata la prova del contrario, la reazione è : il silenzio.
 
 
Nota:
 
1) Nella notte tra il 3 e il 4 luglio 1976, un commando israeliano interviene a Entebbe, in Uganda, per liberare i passeggeri di un volo Air France presi in ostaggio da elementi del Fronte popolare di liberazione della Palestina.
 
 
 
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