Middle East Eye, 6 febbraio 2018 (trad.ossin)
 
Il vuoto morale dei liberal israeliani
Jonathan Cook
 
Quando si tratta dei Palestinesi, i liberal israeliani non sembrano così diversi dai sostenitori di Netanyahu. Entrambi vogliono che Israele resti uno Stato fortezza ebraico
 
Un rifugiato sudanese regge un cartello sui cui è scritto: « Anche gli ebrei erano rifugiati », durante una manifestazione contro la decisione del governo israeliano di deportare i rifugiati provenienti dal Darfur dilaniato dalla guerra (AFP)

 
Le violazioni dei diritti umani commessi dal loro governo hanno talmente indignato i liberal israeliani che, con una mossa senza precedenti, hanno lanciato una campagna di disobbedienza civile.
 
Diverse centinaia hanno risposto all’appello dei rabbini che invitano a nascondere le vittime nelle proprie case, per proteggerle dai servizi di sicurezza israeliani.
 
Preoccupazione morale
 
In un atmosfera rapidamente degenerata, universitari, medici, piloti, dirigenti scolastici, avvocati e altre categorie si sono rifiutati di essere complici della politica oppressiva di Israele.
 
A gennaio, una serie di rispettati esponenti della letteratura, tra cui Amos Oz e David Grossman, hanno ricordato al Primo Ministro Benjamin Netanyahu l’imperativo « di agire moralmente, umanamente e con la compassione degna del popolo ebraico... Altrimenti non avremmo alcuna ragione di esistere ».
 
Fuori da Israele, anche le organizzazione ebraiche hanno eccezionalmente suonato l’allarme, ammonendo che le azioni di Israele « tradiscono i valori fondamentali che, in quanto ebrei, condividiamo ».
 
Ma nessuna di queste espressioni di preoccupazione morale è stata manifestata a favore dei Palestinesi. Invece le coscienze dei liberal israeliani si sono sentite rimordere dalla situazione eccezionale di circa 40 000 richiedenti asilo africani, provenienti soprattutto dal Sudan e dall’Eritrea.
 
Il governo israeliano ha infatti avviato a gennaio un programma di espulsione di questi rifugiati provenienti da zone di guerra, che avevano trovato rifugio in Israele, prima che Israele riuscisse a completare una recinzione attraverso il Sinai nel 2013 che impedisse loro di passare.
 
Profonda vergogna
 
I richiedenti asilo si vedono oggi offrire la « scelta » tra, da una parte, l’espulsione verso l’Africa, con i rischi di persecuzione, di tortura e di morte che un simile ritorno implica o, dall’altra, una prigionia di durata indeterminate in Israele.
 
Il paese di destinazione, il Ruanda, riceve 5 000 dollari per ogni richiedente asilo che accetta di ospitare. Ma i rapporti indicano che il Ruanda starebbe tornando sulla promessa di accordare loro lo status di residente, costringendo i rifugiati a tornare nei paesi da cui sono inizialmente fuggiti, o ad avventurarsi in una pericolosa traversata del Mediterraneo verso l’Europa.
 
Il loro trattamento è stato davvero scioccante e costituisce una flagrante violazione delle convenzioni internazionali sui diritti dei rifugiati, cui Israele ha aderito.
 
A dimostrazione di quanta poca simpatia ufficiale ci sia per I rifugiati, solo a 10 è stato concesso l’asilo – una minuscola frazione di richiedenti. Soprattutto se si paragoni con la percentuale di più dell’80% di Sudanesi ed Eritrei che vengono riconosciuti rifugiati nei paesi europei.
 
Nel frattempo, i ministri del governo israeliano hanno ripetutamente incitato all’odio contro gli Africani, definendoli un « cancro » e un « rischio sanitario », ciò che a sua volta ha alimentato campagne di odio pubblico e una mentalità da linciaggio.
 
E’ comprensibile il motivo per cui I liberal israeliani proverebbero profonda vergogna per questi comportamenti. L’esplicita logica alla base della creazione di Israele, dopo tutto, era di farne un santuario per i rifugiati ebrei di fronte all’odio razziale e alla persecuzione in Europa, culminata con l’Olocausto.
 
Israele spesso si descrive come un paese di rifugiati. Le convenzioni che Israele sta violando sono state redatte proprio a tutela degli ebrei che fuggivano dall’Europa.
 
Catastrofe di pubbliche relazioni
 
La campagna di opposizione alla politica del governo nei confronti dei rifugiati africani in Israele è guidata da responsabili religiosi. Alcuni rabbini hanno invitato gli Israeliani a svergognare il governo, impegnandosi a nascondere gli Africani nelle proprie cantine e soffitte, per ostacolare i progetti di deportazione.
 
Si intende ispirarsi al coraggio con cui gli Europei hanno cercato di salvare gli Ebrei dai Nazisti – soprattutto la piccola Anna Frank, autrice di un diario diventato celebre, morta poi in un campo di concentramento.
 
Il centro di detenzione israeliano per i rifugiati di Holot (AFP)
 
I piloti della compagnia di bandiera israeliana El Al e il personale dell’aeroporto si sono pubblicamente rifiutati di riportare i richiedenti asilo nei loro paesi pericolosi, unendosi alle proteste pubbliche di psicologi, avvocati, professori e altri.
 
Un gruppo di 350 medici, ivi compresi dei dirigenti di dipartimenti ospedalieri, ha dichiarato di opporsi alle deportazioni perché esse farebbero « danni tra i più gravi conosciuti dall’umanità ».
 
E, con una mossa che è stata una vera catastrofe di pubbliche relazioni per Netanyahu e il suo governo, i sopravvissuti dell’Olocausto e le loro organizzazioni hanno denunciato a gran voce questa scelta. Hanno citato le parole di Elie Wiesel, sopravvissuto all’Olocausto, all’ONU nel 2005 : « Il mondo non imparerà mai ? ».
 
Lo shock e l’indignazione dei liberal israeliani – per quanto siano benvenuti e facciano piacere – hanno comunque messo in luce il vuoto morale al centro di questa inedita campagna di resistenza civile.
 
Generosità facile
 
Forte è il sospetto che I liberal israeliani siano pronti a mostrarsi solidali coi richiedenti asilo africani solo perché si tratta di un atto di generosità relativamente facile – un atto di umanitarismo che non osano però estendere ai Palestinesi.
 
Molti Palestinesi sono anch’essi dei rifugiati. Lo sono diventati con la creazione dello Stato di Israele quale Stato ebraico autoproclamato sulla loro terra e con la campagna di pulizia etnica che l’ha resa possibile nel 1948 – quella che i Palestinesi chiamano la loro Naqba, o Catastrofe.
 
Israele rifiuta a questi Palestinesi il diritto al ritorno. Diversi milioni vivono da decenni in condizioni abiette in campi di rifugiati sparpagliati in tutto il Medio Oriente.
 
I Palestinesi che vivono nei territori occupati, nel frattempo, subiscono terribili violazioni dei diritti umani – nel loro caso, non attraverso terzi intermediari in Africa, ma direttamente da parte dello Stato di Israele.
 
Dove sono la solidarietà e le campagne di disobbedienza civile a favore di questi Palestinesi che soffrono da 70 anni? Solo un minuscolo gruppo di Israeliani di estrema sinistra – per lo più anarchici – sono al fianco dei Palestinesi.
 
Sono stati al fianco dei Palestinesi, per esempio, durante le manifestazioni nelle comunità agricole della Cisgiordania, come Bil’in e Nabi Saleh, affrontando soldati armati, e spesso violenti, israeliani, lottando contro il furto delle terre palestinesi per alimentare l’espansione degli insediamenti ebraici.
 
In realtà, lungi dal manifestare la loro solidarietà ai Palestinesi, diversi liberal israeliani hanno chiesto trattamenti più severi nei loro confronti.
 
Nel 2015, secondo statistiche ufficiali, 45 000 clandestini risiedevano in Israele, quasi tutti originari dell'Eritrea e del Sudan (AFP)
 
La stragrande maggioranza degli Israeliani ha quindi approvato l’arresto recente di Ahed Tamimi, l’adolescente di 17 anni di Nabi Saleh che ha schiaffeggiato un soldato che aveva fatto irruzione a casa sua. Qualche istante prima, l’unità cui questo soldato apparteneva aveva sparato contro suo cugino di 15 anni che aveva avuto la sfortuna di arrampicarsi su un muro per vedere che cosa facevano le forze israeliane nel suo villaggio, ferendolo gravemente al volto.
 
I bambini palestinesi che lanciano pietre possono attualmente essere condannati a 20 anni di carcere e i loro genitori di essere licenziati. I due terzi dei bambini palestinesi arrestati dai servizi di sicurezza israeliani dichiarano di essere stati picchiati o torturati.
 
Tuttavia, per I liberal israeliani, Ahed e questi altri bambini non sono delle Anne Frank palestinesi. Sono dei « terroristi ».
 
Il « momento Trump » di Israele
 
L’ondata di indignazione suscitata dalla sorte dei richiedenti asilo africani è un po’ il « momento Trump » di Israele, in stretta sintonia con la rabbia manifestata dai liberal statunitensi contro la personalità facilmente detestabile del presidente USA Donald Trump.
 
Questi stessi Statunitensi sono però restati silenziosi quando i predecessori di Trump facevano guerre aggressive in tutto il mondo e violavano il diritto internazionale coi loro programmi di omicidi extragiudiziari, di « rendition » e di torture.
 
Allo stesso modo, i liberal israeliani sembrano trasferire su di uno scandalo certo grave, ma isolato, l’indignazione che dovrebbero manifestare per gli abusi molto più gravi e di lunga durata, nei quali essi stessi sono personalmente coinvolti.
 
A sottolineare questo paradosso, l’associazione Rabbis for Human Rights ha invitato le comunità agricole dei kibbutz e dei moshav ad offrire un’autorità morale alla campagna per nascondere i rifugiati africani.
 
Ahed Tamimi (al centro) davanti a un soldato israeliano nel novembre 2012, durante una manifestazione contro il furto di terre palestinesi da parte di Israele, nel villaggio di Nabi Saleh, vicno a Ramallah in Cisgiordania (AFP)
 
Ebbene queste comunità si sono insediate sulle case distrutte dei rifugiati palestinesi costretti all’esilio nel 1948. E queste stesse comunità hanno vietato a tutti i cittadini palestinesi di Israele – una persona su cinque – di vivere in queste comunità. Tutte sono rimaste etnicamente « pure ».
 
Nella loro incoerente difesa morale dei diritti dell’uomo, i liberal israeliani hanno inavvertitamente rivelato di non essere così lontani dal governo di destra che dicono in pubblico di aborrire.
 
Gran parte dei sostenitori dei richiedenti asilo africani, compresi i più famosi scrittori israeliani, ha messo in evidenza il numero insignificante degli stessi, adesso che un muro che attraversa il Sinai blocca l’ingresso di altri rifugiati. Se tutti i 40 000 rifugiati fossero autorizzati a restare in Israele, essi rappresenterebbero meno dello 0,5 % della popolazione.
 
Demone demografico
 
Si confrontino queste cifre con la popolazione palestinese. Un quinto dei cittadini israeliani sono palestinesi, quelli che Israele non è riuscito ad espellere nel 1948. Messi insieme ai Palestinesi che vivono sotto il controllo militare aggressivo di Israele nei territori occupati – nella « Grande Israele » che Netanyahu sta costruendo –, costituiscono la metà della popolazione.
 
Quando si tratta di Palestinesi, i liberal israeliani non sembrano tanto diversi dai partigiani di Netanyahu. Tutti si preoccupano della conservazione di Israele come fortezza ebraica. Tutti vogliono alzare muri per impedire ai non ebrei di entrare, che siano Palestinesi dei Territori occupati o rifugiati africani.
 
Tutti definiscono I Palestinesi, cittadini israeliani o vittime dell’occupazione, il « demone demografico » e « tallone d’Achille » dello Stato ebraico. Tutti temono un annacquamento del carattere ebraico di Israele.
 
Insomma, tanto i liberal che gli elettori di destra in Israele sono ossessionati dalla demografia – la percentuale di ebrei in rapporto ai non ebrei – e dal mantenimento dei privilegi riservati agli Ebrei. Tutti preparano il terreno a future violazioni dei diritti dei Palestinesi, e ad altre progressive ondate di pulizia etnica.
 
Ma gli Israeliani europei, colti e liberal – quelli che dominano il mondo universitario e le professioni, che adesso guidano la rivolta – possono permettersi di salvarsi la coscienza sulle spalle di una popolazione di Africani che resterà limitata nei numeri e marginale. E’ infatti improbabile che questi rifugiati diventino qualcosa di più che camerieri o spazzini della liberale Tel Aviv.
 
Netanyahu e la destra, però, possono contare sul sostegno degli Israeliani molto più poveri, spesso ebrei emigrati in Israele dai paesi arabi e che sono vittime dell’aperta discriminazione degli Israeliani liberal.
 
La destra ha sempre bisogno di creare spauracchi (non ebrei) per rafforzare la sua influenza politica su costoro. E’ stato facile per la destra attizzare i timori verso i rifugiati africani, dipingendoli come parassiti che vogliono « rubarsi i nostri posti di lavoro e le nostre donne ».
 
Umanitarismo prammatico
 
Usando tattiche allarmiste simili a quelle usate contro I Palestinesi, nel 2012 Netanyahu paventò il rischio che 60 000 Africani – i migranti all’epoca presenti in Israele – « avrebbero potuto diventare 600 000 e forse addirittura compromettere l’esistenza di Israele come democrazia ebraica ».
 
Il governo Netanyahu qualifica regolarmente i rifugiati africani come « infiltrati illegali » – un’espressione molto più sinistra di quanto possa sembrare ai profani.
 
« Infiltrati » infatti è il nome dato ai Palestinesi che tentarono di tornare nella loro terra dopo l’espulsione del 1948. Una vecchia legge israeliana diede carta bianca ai responsabili della sicurezza per sparare su questi « infiltrati ».
 
L’assimilazione tra i rifugiati africani e questi Palestinesi costituisce un chiaro incitamento all’odio da parte del governo.
 
Se questa tattica non ha avuto forse successo coi liberal israeliani, non ha comunque aperto loro gli occhi sulla propria ipocrisia. Il loro umanitarismo è prammatico, non morale.
 
La terribile sofferenza che Israele infligge ai rifugiati israeliani non dà ai liberal l’occasione di comprendere che i Palestinesi subiscono simili abusi da decenni?
 
Non sarebbe tempo che i liberal israeliani si impegnino in una campagna di disobbedienza civile in favore anche dei Palestinesi, e non solo degli Africani?
 
 
 
 
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