Israele : Il sapore amaro di una vittoria
Mario Abud Filho

 

Quaranta anni fa, Israele sferrava un attacco all’Egitto presentandolo perfidamente al mondo come guerra di autodifesa. Oggi si sa che fu pianificato in modo da prendere l’Egitto alla sprovvista come rivelano le più svariate fonti, dalle memorie di De Gaulle  alle biografie di esponenti politici israeliani e agli studi storici, israeliani inclusi. Molti episodi sono stati dimenticati, come l’aggressione israeliana (8 giugno del 1967) alla nave statunitense USS Liberty che monitorava la regione in acque internazionali. Perirono 34 membri dell’equipaggio e altri 173 furono feriti. Israele si giustificò adducendo un errore di identificazione, per averla confusa con una nave egiziana. Questa versione non convinse nessuno, salvo la classe politica nordamericana, sottoposta a minacce e a pressioni di vario tipo da parte della lobby israeliana. I veterani e i familiari delle vittime costituirono un’associazione la cui azione culminò con la presentazione, l’8 giugno 2005, di un rapporto al segretario della difesa, con la richiesta di incriminazione di Israele per crimini di guerra.


Come è evidente, la probabilità che ottengano qualche risultato è incalcolabilmente piccola. Il loro rapporto è disponibile nel loro sito Web
http://www.ussliberty.org/


La spettacolare vittoria della guerra dei sei giorni  suscitò, tra la maggior parte degli ebrei della diaspora, un’ammirazione ed un sostegno incondizionati nei confronti dello Stato di Israele, facendo crescere l'adesione ad un sionismo bieco da cui molti si erano prudentemente, fino ad allora, tenuti a distanza. La vittoria  procurò a Israele una relativa tranquillità dal punto di vista della sua sopravivenza ma, soprattutto, una eccezionale provvista di arroganza di cui siamo tutt’oggi  testimoni.


La conseguenza più importante di questa guerra fu, evidentemente, l’annessione di territori come il Golan siriano, i territori palestinesi e Gerusalemme, che erano stati fino ad allora sotto giurisdizione giordana, secondo quanto stabilito dall'ONU nel 1948.  Il consiglio di sicurezza condannò Israele immediatamente e emise la risoluzione 242 che obbligava Israele a ritirarsi dai territori occupati. I contenuti della risoluzione 242 sono stati reiterati periodicamente e oggi si può anche dire che si festeggiano, contemporaneamente, i quarantanni durante i quali Israele l'ha disattesa senza conseguenze.

Ma Israele non è l’Iran!

L’occupazione in tutti i casi si è rivelata, kasher o meno, una polpetta avvelenata per lo stato ebraico. Lo spoglio dei palestinesi e la politica di colonizzazione, oltre ad alimentare una spirale di odio, hanno anche compromesso definitivamente  ogni prospettiva di un accordo politico in grado di consentire una convivenza pacifica nella regione.

Proponiamo la traduzione di un articolo dello storico israeliano Tom Segev (autore de "Il settimo milione" e altre opere della massima importanza sulla fondazione di Israele) pubblicato sul quotidiano israeliano di semi-sinistra Haaretz il 5 giugno scorso.
http://www.haaretz.com/hasen/spages/867052.html

 

 

Quello che fu dimenticato quella mattina

Tom Segev


Sei mesi prima della Guerra dei Sei Giorni i capi del Mossad, dell’Intelligence Militare e del Ministero degli Esteri studiarono la possibilità che Israele occupasse la  Cisgiordania. Esaminarono i vari scenari che si sarebbero potuti realizzare, come la caduta  del regime del re Hussein in Giordania, un’invasione irakena della Giordania o un’insurrezione dei Palestinesi. Alla fine tutti erano d’accordo che l’occupazione della Cisgiordania  sarebbe stata contraria agli interessi nazionali di Israele. Conclusero che Israele non avrebbe ricavato niente di buono dalla sottomissione dei palestinesi al suo dominio, ma solo dei danni - incluse un’erosione della maggioranza ebraica del paese e una violenta insurrezione contro l’occupazione.

 

Quando la Giordania bombardò Gerusalemme il 5 giugno del 1967, l’occupazione della Cisgiordania  e di Gerusalemme Est continuava ad essere contraria agli interessi nazionali di Israele. Però tutto quello che era stato il frutto di un attento ragionamento sei mesi prima della  guerra, fu immediatamente dimenticato quella mattina.
 

C’è qualcosa di stupefacente nelle trascrizioni del gabinetto che documentano  la decisione di occupare la Cisgiordania e Gerusalemme Est. Nessuno esperto fu chiamato a consulto, nessuna alternativa fu presa in considerazione, persino gli aspetti legali non furono oggetto di discussione. A nessun ministro fu chiesta la ragione per la quale sarebbe stato utile ad Israele occupare la Città Vecchia. Non c’era bisogno di chiedere, la risposta era scontata, frutto di una sfrenata fantasia. Niente giustificava l’occupazione della Cisgiordania e di Gerusalemme Est, neanche l’attacco alla parte occidentale della città il 5 giugno. La decisione venne dal cuore dei ministri, non dai loro cervelli.

Ci si può domandare se Levi Eshkol, Moshe Dayan e Yitzhak Rabin avrebbero potuto immaginare, in quel momento, quanto dannosa sarebbe stata la decisione di occupare la Cisgiordania e Gerusalemme Est.

La realtà però è che, passando da una guerra ad un'altra, da una delusione a quella successiva, circa mezzo milione di israeliani oggi vivono in Gerusalemme Est e in Cisgiordania e molti palestinesi si sono orientati verso l’estremismo islamico, rendendo molto più difficile il raggiungimento della pace. 

Quaranta anni dopo la guerra, quasi tutti oramai lo riconoscono e molti sono persino inclini ad ammettere che l’occupazione non ha prodotto niente di buono.

Questa però è una constatazione degli ultimi anni, c'è un’intera generazione di israeliani che si è barricata dietro l’illusione che la guerra avesse creato una situazione passeggera. All’inizio, sembrava che non ci fosse motivo di inquietudine: la vita nei territori  ritornò alla normalità con una rapidità sorprendente, “l’occupazione illuminata” sembrò essere una leggenda di successo, i palestinesi non si sollevarono immediatamente e il mondo non costrinse Israele a ritirarsi.

La comoda formula di  “terra in cambio di pace”  si rivelò utile, soprattutto dopo la firma dell’accordo di pace con l’Egitto.

La maggior parte degli israeliani era disposta a mollare solo una parte dei territori. Quasi nessuno era disposto a riconsegnare tutto. Ognuno aveva la sua propria mappa. Sì al ritiro, però non dal Golan.  Non dalla Valle del Giordano. Sì, però non dalla striscia di Gaza. Non da Gush Etzion e, naturalmente, non da Gerusalemme Est.

L’accordo di pace con la Giordania dimostrò che era possibile raggiungere la pace  senza alcun ritiro.

Non si può dire con assoluta certezza che se ogni israeliano avesse accettato il ritiro dalla totalità dei territori, tutti gli arabi avrebbero accettato di fare la pace. Tuttavia quelli della generazione del 1967  non sono stati in grado di valutare il danno causato dall’occupazione, tra altre cose, ai fondamentali valori ideologici e morali che furono alla base della nascita del paese e della sua struttura democratica.  Questo fu il loro più grande insuccesso.

Oggi ci sono sempre più israeliani che dichiarano di non credere alla pace. Molti sono giovani, questa è la principale differenza tra loro e la generazione di Peace Now. La mancanza di pace, l’oppressione e il terrorismo sono diventati  parte integrante della loro identità di israeliani. Percepiscono quella dei genitori come una generazione che ha deluso. Loro sono meno idealisti e forse più realisti, non perderanno tempo nella ricerca di un piano di pace complessivo. Non ce n’è bisogno: avranno ereditato dai loro genitori ogni e qualsiasi piano concepibile. La sfida da affrontare è solo quella di  gestire il conflitto meglio di quanto abbiano fatto i genitori, in modo da rendere la vita più sopportabile.  Tenuto conto della situazione con la quale si troveranno a fare i conti in futuro, non sarà compito da poco.

 

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il manifesto del 05 Giugno 2007


Quel 4 giugno del 1967 lo stato ebraico ha smesso di essere libero. È cominciata la corruzione dell'occupazione

Se Israele si ostina a vivere la vita degli altri

Akiva Eldar

 

Esattamente quarant'anni fa è scattato l'ultimo giorno in cui i cittadini di Israele sono stati un popolo libero nella propria terra. Dopo quel giorno, abbiamo cominciato a pagare il prezzo di vivere la vita degli altri. Il regista tedesco Florian Henckel von Donnersmarck ha recentemente esplorato quel prezzo nel suo acclamato film «La vita degli altri» sul modus operandi della Stasi - la polizia segreta della Germania Est comunista.
La minaccia che è piombata su Israele il 4 giugno 1967 riguarda la sua stessa sopravvivenza. Ha cancellato dalle nostre coscienze l'idea che le nostre vite qui erano diverse. Quattro decadi di furtiva annessione e 20 anni di conflitto violento hanno contribuito a questa amnesia. Così, la nostra vittoria sul campo di battaglia - che doveva rendere le nostre vite migliori e più sicure - sta rendendo sia le nostre vite che quelle degli altri miserabili. Il 1966 aveva visto un capitolo importante nella breve storia di Israele. A dicembre, il governo di Levi Eshkol abolì la legge militare, che era praticata in Israele sulla base dei regolamenti del mandato britannico. Così facendo, il governo eliminò il principale ostacolo che impediva alla popolazione araba di Israele di condurre una vita normale. Sei mesi dopo, lo stesso governo decise di rendere indistinta la «linea verde», sfumando la differenza tra Israele e i territori di recente conquista. Di conseguenza, molti ebrei cominciano a considerare gli arabi di città come Baka al-Garbiyeh dalla parte israeliana della Linea verde più o meno come gli arabi di Baka al-Sharkiyeh, che erano dalla parte giordana. Ferite appena rimarginate furono riparte, e un incipiente sentimento di identità cominciò a frammentarsi.
Il bisogno di esercitare l'autorità sulla corposa popolazione dei territori costrinse il governo a rimettere in vigore la legge militare che aveva appena abolito. Il professor Yeshayahu Leibowitz non ebbe bisogno di 40 anni per capire che questo avrebbe trasformato Israele in uno stato di polizia e le Forze di difesa israeliane in un «esercito d'occupazione». Già nella primavera del 1968, aveva messo in guardia contro gli effetti dell'occupazione sull'educazione, la libertà di parola e di opinione e sulla natura democratica del governo. Leibowitz predisse che la corruzione tipica di ogni regime colonialista non avrebbe risparmiato Israele. Mise anche in guardia contro il collasso delle strutture sociali e la corruzione dell'uomo - tanto arabo che ebreo.
Ma neanche la profezia dell'apocalisse di Leibowitz potè prevedere la corruzione di valori determinata dall'impresa colonizzatrice e dall'estensione dei regolamenti di apartheid che avrebbero permesso e incoraggiato il furto di terre. Nessuno avrebbe potuto prevedere quanto tale impresa avrebbe danneggiato la coesione interna di Israele, né quanto avrebbe compromesso la reputazione di Israele agli occhi del mondo libero.
Nel giugno 1967, la piccola Gerusalemme ospitava 13 ambasciate straniere. Dopo l'approvazione della legge fondamentale su Gerusalemme capitale d'Israele, nel 1980, la città venne privata di tutte le sue ambasciate. È stato detto che i territori palestinesi ampliavano i margini di sicurezza della «piccola» Israele. Pochi ricordano che, alla metà degli anni '60, molti mesi prima che scoppiasse la guerra, il governo decise di ridurre il servizio militare obbligatorio di due mesi. Pochissimi soldati beneficiarono di questa riduzione perché i problemi di sicurezza provocati dall'occupazione costrinsero poi il governo a innalzare il servizio militare di 14 mesi - facendolo arrivare a tre anni.
Ma non è tutto. Durante la seconda guerra del Libano, i cittadini di Israele hanno pagato un caro prezzo per le ridotte capacità operative dell'esercito israeliano, conseguenza dell'uso dell'esercito come forza di polizia nei territori che Israele aveva conquistato nel giugno 1967 - fra cui il compito di vigilare sulle proprietà dei ladri di terra ebrei.
È vero che in alcuni periodi l'altra parte non voleva discutere di nulla, nemmeno dei confini del 4 giugno 1967. Ma oggi, i 22 stati membri della Lega araba dichiarano che considerano questi confini una base per la pace - un risultato su cui nessuno avrebbe scommesso 40 anni fa. E così Israele sta perdendo l'opportunità di trasformare la sua vittoria militare nel più grande risultato di sempre. Sta perdendo la guerra d'indipendenza dal controllo della vita degli altri.
*Analista israeliano. L'articolo è tratto dal quotidiano Haaretz. (www.haaretz.com)

 
 

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