Bella Ciao
 
Due sono le canzoni più famose della Resistenza italiana: Fischia il vento e Bella ciao.
 
 
 
 
Mentre la prima ha conservato i suoi caratteri originali di canto di lotta e di resistenza, la seconda sembra avere acquistato negli ultimi anni una nuova giovinezza, ed è stata adottata da numerosi movimenti, non tutti dalla parte degli oppressi. 
 
Si è sentita a Istanbul nel 2016, cantata dagli studenti di piazza Taksim in lotta contro Erdogan e in difesa di Gezi Park, e nelle manifestazioni ad Atene, in piazza Syntagma nel 2015, durante il referendum contro le vessazioni dell’Unione Europea. 
 
Ma si è sentita anche nelle Rivoluzioni colorate, a Piazza Maidan in Ucraina nel 2014, fino ai movimenti finanziati dagli USA ad Hong Kong.
 
Il suo segreto sta probabilmente nel fatto che ha un motivo facile e orecchiabile, che si ricorda facilmente, e inoltre ha un testo non particolarmente “impegnativo”, nel quale si parla di “libertà” piuttosto che di “rossa primavera”, l’ideale per certi movimenti fasulli, animati da studenti delle classi alte che lottano per una “libertà” che non si distingue troppo dalla rivendicazione di privilegi di classe.
 
Il testo di Bella Ciao è talmente poco "impegnativo", e addirittura inoffensivo, che la si è perfino sentita cantare dai Commissari socialisti della UE, ivi compreso l'atlantista Paolo Gentiloni. Nel giugno del 2021, infine, un gruppo di parlamentari del PD (tra i quali compare anche il nome del filo-sionista Piero Fassino) hanno presentato un disegno di legge  perché la canzone venga eseguita nelle cerimonie ufficiali per la festa del 25 aprile, subito dopo l’inno nazionale di Mameli.
 
Siamo certi che, se lo avessero previsto, i partigiani, le mondine, ma anche Giovanna Daffini e il Nuovo Canzoniere Italiano, avrebbero cantato altro. 
 
 
 

I Commissari socialisti della UE cantano Bella Ciao, il 27 novembre 2019
 
BELLA CIAO
(Canto dei Partigiani)
 
Una mattina mi son svegliato
O bella ciao, bella ciao, bella ciao ciao ciao
Una mattina mi son svegliato
E ho trovato l’invasor
 
O partigiano portami via
O bella ciao, bella ciao, bella ciao ciao ciao
O partigiano portami via
Che mi sento di morir
 
Una mattina mi son svegliato
O bella ciao, bella ciao, bella ciao ciao ciao
Una mattina mi son svegliato
E ho trovato l’invasor
 
O partigiano portami via
O bella ciao, bella ciao, bella ciao ciao ciao
O partigiano portami via
Che mi sento di morir
 
E se io muoio da partigiano
O bella ciao, bella ciao, bella ciao ciao ciao
E se io muoio da partigiano
Tu mi devi seppellir
 
Seppellire lassù in montagna
O bella ciao, bella ciao, bella ciao ciao ciao
Seppellire lassù in montagna
Sotto l’ombra di un bel fior
 
Tutte le genti che passeranno
O bella ciao, bella ciao, bella ciao ciao ciao
Tutte le genti che passeranno
E mi diranno che bel fior
 
E questo è il fiore del partigiano
O bella ciao, bella ciao, bella ciao ciao ciao
E questo è il fiore del partigiano
Morto per la libertà
 
Tutte le genti che passeranno
O bella ciao, bella ciao, bella ciao ciao ciao
Tutte le genti che passeranno
E mi diranno che bel fior
 
E questo è il fiore del partigiano
O bella ciao, bella ciao, bella ciao ciao ciao
E questo è il fiore del partigiano
Morto per la libertà
E questo è il fiore del partigiano
Morto per la libertà
 
 
Bella Ciao cantata dai Modena City Ramblers
 
 
 
La storia che pensavamo vera
 
La leggenda che accompagna il diffondersi e l’affermarsi di “Bella Ciao” ne indica le origini nell’Ottocento, trovandone tracce – per la verità assai flebili – nelle ricerche di Costantino Nigro, pubblicate nel 1888 in un volume intitolato “I Canti Popolari del Piemonte”.
La “traccia” altro non è se non il tema ricorrente nella tradizione popolare piemontese del “Fior di Tomba”, il fiore piantato sulla tomba  per ricordare a chi passa che lì è sepolto qualcuno morto per amore o “per la libertà”.
 
Questo, e altri temi, sarebbero poi confluiti in un Canto delle Mondine, lavoratrici sfruttate che cantavano la melodia mentre lavoravano, per protestare contro il padrone e contro le difficili condizioni in cui dovevano lavorare.
 
Il canto sarebbe stato riscoperto da Giovanna Daffini (ex mondina) e presentato, insieme alla versione partigiana, al festival di Spoleto del 1964, dal Nuovo Canzoniere italiano.
 
 
Giovanna Daffini: Bella Ciao (delle Mondine)
 
 
 
BELLA CIAO
Canto delle Mondine
 
Alla mattina appena alzata,
o bella ciao, bella ciao
Bella ciao ciao ciao,
alla mattina appena alzata,
in risaia mi tocca andar..!
 
E tra gli insetti e le zanzare,
o bella ciao, bella ciao
Bella ciao ciao ciao,
e tra gli insetti e le zanzare,
duro lavoro mi tocca far!
 
Il capo in piedi col suo bastone,
o bella ciao, bella ciao
Bella ciao ciao ciao,
il capo in piedi col suo bastone
E noi curve a lavorar!
 
O mamma mia,
O che tormento,
O Bella ciao bella ciao
Bella ciao, ciao ciao
O mamma mia, o che tormento
Io ti invoco ogni doman
 
Ma verrà il giorno che tutte quante
o bella ciao, bella ciao
Bella ciao ciao ciao,
ma verrà il giorno che tutte quante
Lavoreremo in libertà!
 
 
Sulle note e sullo “spirito” di questo canto, sarebbe nata e si sarebbe diffusa la versione “partigiana” che tutti conosciamo, e che oggi è diventata simbolo di ogni protesta di massa.
 
 
Le ambigue origini
 
In realtà pare proprio che, sia il canto partigiano, che quello delle mondine, siano dei “falsi” e che, addirittura, il “falso” canto partigiano abbia preceduto quello “falso” delle mondine.
Un peccato originale che spiega, forse, come un canto di lotta degli oppressi possa essere diventato il refrain musicale di certe attuali repliche farlocche della Resistenza.
 
Luigi Morrone, sul Corriere della Sera del 10 luglio 2018, ci offre una versione dei fatti francamente più convincente.
 
Ricorda le parole di Gianpaolo Pansa («Bella ciao. È una canzone che non è mai stata dei partigiani, come molti credono, però molto popolare») e del partigiano Giorgio Bocca (al cui funerale pure è stata cantata): «Bella ciao … canzone della Resistenza e Giovinezza … canzone del ventennio fascista … Né l’una né l’altra nate dai partigiani o dai fascisti, l’una presa in prestito da un canto dalmata, l’altra dalla goliardia toscana e negli anni diventate gli inni ufficiali o di fatto dell’Italia antifascista e di quella del regime mussoliniano … Nei venti mesi della guerra partigiana non ho mai sentito cantare Bella ciao, è stata un’invenzione del Festival di Spoleto».
Rileva come, sia la voce “ufficiale”, sia quella “revisionista” della storiografia divulgativa sulla Resistenza, si trovino concordi nel riconoscere che “Bella ciao” non fu mai cantata dai partigiani.
 
 
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Ma qual è la verità? «Bella ciao» fu cantata durante la guerra civile? È un prodotto della letteratura della Resistenza o sulla Resistenza, secondo la distinzione a suo tempo operata da Mario Saccenti?”
 
“Ogni “testimone oculare” racconta una storia diversa. La cantavano i partigiani della Val d’Ossola, anzi no, quelli delle Langhe, oppure no, quelli dell’Emilia, oppure no, quelli della Brigata Maiella. Fu presentata nel 1947 a Praga in occasione della rassegna “Canzoni Mondiali per la Gioventù e per la Pace”. E così via.
 
Ed anche sulla storia dell’inno se ne presenta ogni volta una versione diversa.
 
Negli anni 60 del secolo scorso, fu avvalorata l’ipotesi che si trattasse di un canto delle mondine di inizio XX secolo, a cui “I partigiani” avrebbero cambiato le parole. In effetti, una versione “mondina” di “Bella ciao” esiste”, ma è falsa anch’essa.
 
“Andiamo con ordine. Già sulla melodia, se ne sentono di tutti i colori. È una melodia genovese, no, anzi, una villanella del 500, anzi no, una nenia veneta, anzi no, una canzone popolare dalmata … Tanto che Carlo Pestelli sostiene: «Bella ciao è una canzone gomitolo in cui si intrecciano molti fili di vario colore»
 
Sul punto, l’unica certezza è che la traccia più antica di una incisione della melodia in questione è del 1919, in un 78 giri del fisarmonicista tzigano Mishka Ziganoff, intitolato “Klezmer-Yiddish swing music”. Il Kezmer è un genere musicale Yiddish in cui confluiscono vari elementi, tra cui la musica popolare slava, perciò l’ipotesi più probabile sull’origine della melodia pare sia proprio quella della canzone popolare dalmata, come pensa Bocca.
 
Vediamo, invece, il testo “partigiano”. Quando comparve la prima volta?
 
Qui s’innestano i racconti “orali” e ognuno la racconta a modo suo. La voce “Bella ciao” su Wikipedia contiene una lunga interlocuzione in cui si racconta di una “scoperta” documentale nell’archivio storico del Canzoniere della Lame che proverebbe la circolazione della canzone tra i partigiani fra l’Appennino Bolognese e l’Appennino Modenese, ma i supervisori dell’enciclopedia online sono stati costretti a sottolineare il passo perché privo di fonte. Non è privo di fonte, è semplicemente falso: nell’archivio citato da Wikipedia non vi è alcuna traccia documentale di “Bella ciao” quale canto partigiano.
 
Al fine di colmare la lacuna dell’assenza di prove documentali, per retrodatare l’apparizione della canzone partigiana, molti richiamano la “tradizione orale”, che – però – specie se di anni posteriore ai fatti, è la più fallace che possa esistere… Viceversa, non vi è alcuna fonte documentale che attesti che “Bella ciao” sia stata mai cantata dai partigiani durante la guerra. Anzi, vi sono indizi gravi, precisi e concordanti che portano ad escludere tale ipotesi.
 
Tra i partigiani circolavano fogli con i testi delle canzoni da cantare, ed in nessuno di questi fogli è contenuto il testo di Bella ciao. Si è sostenuto che il canto fosse stato adottato da alcune brigate e che fosse addirittura l’inno della Brigata Maiella. Sta di fatto che nel libro autobiografico di Nicola Troilo, figlio di Ettore, fondatore della brigata, c’è spazio anche per le canzoni che venivano cantate, ma nessun cenno a Bella ciao, tanto meno sella sua eventuale adozione come “inno”. Anzi, dal diario di Donato Ricchiuti, componente della Brigata Maiella caduto in guerra il 1° aprile 1944, si apprende che fu proprio lui a comporre l’inno della Brigata: “Inno della lince”.
 
Mancano – dunque – documenti coevi, ma neanche negli anni dell’immediato dopoguerra si ha traccia di questo canto “partigiano”. Non vi è traccia di Bella ciao in Canta Partigiano edito dalla Panfilo nel 1945. Né conosce Bella ciao la rivista Folklore che nel 1946 dedica ai canti partigiani due numeri, curati da Giulio Mele.
 
Non c’è Bella ciao nelle varie edizioni del Canzoniere Italiano di Pasolini, che pure contiene una sezione dedicata ai canti partigiani. Nella agiografia della guerra partigiana di Roberto Battaglia, edita nel 1953, vi è ampio spazio al canto partigiano. Non vi è traccia di “Bella ciao”. Neanche nella successiva edizione del 1964, Battaglia, pur ampliando lo spazio dedicato al canto partigiano ed introducendo una corposa bibliografia in merito, fa alcuna menzione di “Bella ciao”.
 
Eppure, il canto era stato già pubblicato. È infatti del 1953 la prima presentazione Bella ciao, sulla Rivista “La Lapa” a cura di Alberto Mario Cirese. Si dovrà aspettare il 1955 perché il canto venga inserito in una raccolta: Canzoni partigiane e democratiche, a cura della commissione giovanile del PSI. Viene poi inserita dall’Unità il 25 aprile 1957 in una breve raccolta di canti partigiani e ripresa lo stesso anno da Canti della Libertà, supplemento al volumetto Patria Indifferente, distribuito ai partecipanti al primo raduno nazionale dei partigiani a Roma.
 
Nel 1960, la Collana del Gallo Grande delle edizioni dell’Avanti, pubblica una vasta antologia di canti partigiani. Il canto viene presentato con il titolo O Bella ciao a p. 148, citando come fonte la raccolta del 1955 dei giovani socialisti di cui si è detto e viene presentata come derivata da un’aria “celebre” della Grande Guerra, che “Durante la Resistenza raggiunse, in poco tempo, grande diffusione”.
 
Nonostante questa enfasi, non c’è Bella ciao nella raccolta di Canti Politici edita da Editori Riuniti nel 1962, in cui sono contenuti ben 62 canti partigiani.
 
Sulla presentazione di Bella ciao nel 1947 a Praga in occasione della rassegna “Canzoni Mondiali per la Gioventù e per la Pace” non vi sono elementi concreti a sostegno. Carlo Pestelli racconta: «A Praga, nel 1947, durante il primo Festival mondiale della gioventù e degli studenti, un gruppo di ex combattenti provenienti dall’Emilia diffuse con successo Bella ciao. In quell’occasione, migliaia di delegati provenienti da settanta Paesi si riunirono nella capitale ceca e alcuni testimoni hanno raccontato che, grazie al battimani corale, Bella ciao s’impose al centro dell’attenzione», omettendo – però – di citare la fonte, onde non si sa da dove tragga la notizia. Sta di fatto, che nei resoconti dell’epoca non si rinviene nulla di tutto ciò: L’Unità dedica alla rassegna l’apertura del 26 luglio 1947, con il titolo “La Capitale della gioventù”. Nessun accenno alla presentazione del canto.
 
Come si è detto, sul piano documentale, non si ha “traccia” di Bella ciao prima del 1953, momento in cui risulta comunque piuttosto diffusa, visto che da un servizio di Riccardo Longone apparso nella terza pagina dell’Unità del 29 aprile 1953, apprendiamo che all’epoca la canzone è conosciuta in Cina ed in Corea. La incide anche Yves Montand, ma la fortuna arriderà più tardi a questa canzone oggi conosciuta come inno partigiano per antonomasia.
 
 
Bella Ciao, in una incisione di Yves Montand dei primi anni 1960
 
Come dice Bocca, sarà il Festival di Spoleto a consacrarla. Nel 1964, il Nuovo Canzoniere Italiano la presenta al Festival dei Due Mondi come canto partigiano all’interno dello spettacolo omonimo e presenta Giovanna Daffini, una musicista ex mondina, che canta una versione di “Bella ciao” che descrive una giornata di lavoro delle mondine, sostenendo che è quella la versione “originale” del canto, cui durante la resistenza sarebbero state cambiate le parole adattandole alla lotta partigiana. Le due versioni del canto aprono e chiudono lo spettacolo.
 
La Daffini aveva presentato la versione “mondina” di Bella ciao nel 1962 a Gianni Bosio e Roberto Leydi, dichiarando di averla sentita dalle mondine emiliane che andavano a lavorare nel vercellese, ed il Nuovo Canzoniere Italiano aveva dato credito a questa versione dei fatti.
 
Sennonché, nel maggio 1965, un tale Vasco Scansiani scrive una lettera all’Unità in cui rivendica la paternità delle parole cantate dalla Daffini, sostenendo di avere scritto lui la versione “mondina” del canto e di averlo consegnato alla Daffini (sua concittadina di Gualtieri) nel 1951. L’Unità, pressata da Gianni Bosio, non pubblica quella lettera, ma si hanno notizie di un “confronto” tra la Daffini e Scansiani in cui la ex mondina avrebbe ammesso di aver ricevuto i versi dal concittadino. Da questo intreccio, parrebbe che la versione “partigiana” avrebbe preceduto quella “mondina”.
 
Nel 1974, salta fuori un altro presunto autore del canto, un ex carabiniere toscano, Rinaldo Salvatori, che in una lettera alle edizioni del Gallo, racconta di averla scritta per una mondina negli anni 30, ma di non averla potuta depositare alla SIAE perché diffidato dalla censura fascista.
 
La contraddittorietà delle testimonianze, l’assenza di fonti documentali prima del 1953, rendono davvero improbabile che il canto fosse intonato durante la guerra civile. Cesare Bermani sostiene che il canto fosse “poco diffuso” durante la Resistenza, onde, rifacendosi ad Hosmawm, assume che nell’immaginario collettivo “Bella ciao” sia diventata l’inno della Resistenza mediante l’invenzione di una tradizione.
 
Sta di fatto che lo stesso Bermani, oltre ad avvalorare l’inattendibile ipotesi che fosse l’inno della Brigata Maiella, da un lato, riconosce che, prima del successo dello spettacolo al Festival di Spoleto «si riteneva, non avendo avuto questo canto una particolare diffusione al Nord durante la Resistenza, che fosse sorto nell’immediato dopoguerra», dall’altro, però, raccoglie svariate testimonianze che attesterebbero una sua larga diffusione durante la guerra civile, smentendo di fatto sé stesso.
Il problema è che le testimonianze a cui fa riferimento Bermani per avvalorare l’ipotesi di una diffusione, sia pur “scarsa”, di “Bella ciao” durante la guerra civile, sono contraddittorie e raccolte a distanza di svariati anni dalla fine di essa (la prima è del 1964 …), con una conseguente scarsa attendibilità.
 
Dunque, se di invenzione di una tradizione si tratta, è inventata la sua origine in tempo di guerra. Ritornando al punto di partenza, come sostengono Bocca e Panza, “Bella ciao” non fu mai cantata dai partigiani. Ma il mito di “Bella ciao” come “canto partigiano” è così radicato, da far accompagnare il funerale di Giorgio Bocca proprio con quel canto che egli stesso diceva di non aver mai cantato né sentito cantare durante la lotta partigiana.
 
Perché “Bella ciao”, nonostante tutto, è diventata il simbolo della Resistenza, superando sin da subito i confini nazionali? Perché ha attecchito questa “invenzione della tradizione”? Qualcuno ha sostenuto che il successo di “Bella ciao” deriverebbe dal fatto che non è “targata”, come potrebbe essere “Fischia il vento”, il cui rosso “Sol dell’Avvenir” rende il canto di chiara marca comunista. “Bella ciao”, invece, abbraccerebbe tutte le “facce” della Resistenza (Guerra patriottica di liberazione dall’esercito tedesco invasore; guerra civile contro la dittatura fascista; guerra di classe per l’emancipazione sociale), come individuate da Claudio Pavone.
 
Ma, probabilmente, ha ragione Gianpaolo Pansa: «(Bella ciao) viene esibita di continuo ogni 25 aprile. Anche a me piace, con quel motivo musicale agile e allegro, che invita a cantarla». Il successo di “Bella ciao” come “inno” di una guerra durante la quale non fu mai cantata, plausibilmente, deriva dalla orecchiabilità del motivo, dalla facilità di memorizzazione del testo, dalla “trovata” del Nuovo Canzoniere di introdurre il battimani. Insomma, dalla sua immediata fruibilità.
 
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Occorre a questo punto riportare anche la replica di Carlo Bermani
 
 
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Ho letto con curiosità l’articolo in cui Luigi Morrone sostiene che “Bella ciao” non venne mai cantata durante la Resistenza. Per fare questo deve cercare di smontare un mio saggio nel quale compendiavo i risultati delle ricerche condotte dai ricercatori del Nuovo Canzoniere Italiano e poi da me, arrivando a negare validità alle testimonianze orali non coeve. Sulle origini e la diffusione di “Bella ciao” conducemmo dall’anno 1965 sino alla fine dell’attività del gruppo attorno agli anni Ottanta intense ricerche, che tendevano a emendare grossolani errori filologici che avevamo commesso, a spiegare tutte le cautele che si dovevano utilizzare nella razionalizzazione dei portati delle ricerche su campo e ad approfondire le conoscenze su un canto di cui scoprivamo di sapere ben poco. Ho poi proseguito da solo le ricerche negli anni Novanta. Risultò con chiarezza che “Bella ciao” aveva conosciuto versioni diverse in varie località emiliane, in particolare era stata cantata durante la Repubblica di Montefiorino, tra le formazioni anarchiche sui monti Apuani, in Abruzzo nella Brigata Maiella, mentre in Lombardia e Piemonte era poco conosciuta e solo nell’ultimissimo periodo della Resistenza. Che Giorgio Bocca non conoscesse “Bella ciao”, avendo fatto il partigiano nel cuneese, è quindi del tutto spiegabile. Quanto a Gianpaolo Pansa, non mi risulta abbia mai fatto ricerche in argomento. Ha certo ragione quando dice che il motivo “agile e allegro” del canto l’ha reso molto popolare e conosciuto in tutto il mondo. Quindi perché tirarli in ballo? Debbo comunque a Pansa il ringraziamento di avermi fatto diventare in uno dei suoi ultimi spesso fantasiosi scritti “un comandante partigiano Garibaldino della Valsesia”, cosa che avrei certo voluto essere da bambino cresciuto in una famiglia antifascista a Novara. Purtroppo nel 1944 avevo solo 7 anni. Sarei stato il più giovane comandante partigiano del mondo intero!
 
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E la risposta di Luigi Morrone:
 
 
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Leggo solo ora la replica di Bermani, che – però – non confuta nulla di quello che ho scritto. E nel mio articolo ho tenuto conto del suo saggio, come si può evincere dal contesto. Bermani ribadisce che mancano scritti antecedenti al 1953, ribadisce di aver raccolto delle testimonianze, ma non ne vaglia l’attendibilità. Ripete la più inattendibile di tutte: quella secondo cui fu cantata dalla Brigata Maiella. Ci sono pagine e pagine scritte dai patrioti della Brigata Maiella, in cui citano anche i canti da loro intonati. Non c’è traccia di Bella Ciao. Parla ancora di “varie località emiliane”, ma esiste un libro – diario di Guerrino Franzini, curato dall’ANPI di Reggio Emilia, sulla resistenza nel raggiano, in cui a pp. 126 e seguenti sono anche elencati i canti intonati dai partigiani. Non c’è traccia di Bella Ciao. Bermani dice che è logico che Bocca non abbia mai cantato Bella Ciao, visto che ha fatto il partigiano nel cuneese, ma tra le testimonianze riportate nel suo libro c’è qualcuno che dice di averla sentita cantare in Piemonte. Pestelli, che ha scritto un libro su Bella Ciao, racconta al “Fatto Quotidiano”: “Durante una presentazione del libro un’anziana signora mi ha detto che lei nel 1944 cantava un brano del tutto simile nella ‘Repubblica partigiana di Alba” (citazione in un articolo del 25 aprile 2016). E lì Bocca c’era. Non ho messo in dubbio che Bermani abbia raccolto delle testimonianze. Ho, semplicemente, detto che sono testimonianze inattendibili, come tutte le testimonianze raccolte a distanza di anni. L’unico dato certo è che la canzone appare per la prima volta nel 1953, né le testimonianze riescono a colmare questa lacuna.
 
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Cosa ne dice il presunto autore, Vasco Scansani?
 
Purtroppo non abbiamo trovato una sua testimonianza diretta, ma c’è un articolo apparso su La Gazzetta di Reggio, il 18 aprile 2015 (Ecco come nacque Bella Ciao), in cui parla Alfio Scansani, figlio di Vasco, detto Cachi (nella foto a destra).
 
 
Secondo Alfio Scansani, suo padre, Vasco, di Gualtieri, scomparso nel 1980, è l'autore delle parole di Bella Ciao nella versione delle mondine. 
 
 
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A Vasco Scansani si devono le parole di “Bella Ciao” nella versione cantata dalle mondine, a lungo considerata anteriore al celebre canto della Resistenza. Un canto portato al successo mondiale negli anni Sessanta da Giovanna Daffini, mondina di Gualtieri, che ha contribuito a quella che lo storico Cesare Bermani, pioniere della storia della musica popolare, ha definito “l’invenzione di una tradizione”.
 
Le famiglie di Scansani e Daffini abitavano a Gualtieri, in Palazzo Bentivoglio. Ed è qui, nel cuore dell’Emilia, che convergono tutte le ipotesi sulla nascita di “Bella Ciao”, le cui parole – secondo alcune recenti scoperte – probabilmente sarebbero state scritte su una melodia yddish, registrata nel 1919 a New York da un fisarmonicista ucraino, chissà come finite nelle orecchie del popolo emiliano che, da Reggio a Bologna, aveva lottato per la Liberazione. Di qui, secondo le interpretazioni degli studiosi, il canto dei partigiani e delle mondine.
 
 
Mishka Ziganoff: “Klezmer-Yiddish swing music”, incisione del 1919
 
 
Una lunga storia in parte custodita dal figlio di Scansani, Alfio, oggi residente a Boretto dopo aver trascorso diversi anni in Belgio, che conserva diversi documenti del padre sulla nascita della “Bella Ciao” nella versione delle mondine. «Io credo che la versione partigiana sia nata prima», racconta mentre sfoglia il libro “La Leggenda dell’Uva Fogarina”, un altro canto le cui parole sono attribuite a Vasco Scansani. Secondo Ciro Zini e Giuseppe Caleffi, autori del volume, sempre a Vasco Scansani si devono entrambe le versioni di Bella Ciao. Ma per il figlio Alfio non è così. «Mio padre scrisse la versione delle mondine nel 1952 a San Germano Vercellese, dove ci recavamo in vacanza per due mesi in estate. Io credo che la versione partigiana sia nata prima».
 
Com’è possibile allora che per lungo tempo si sia creduto che il canto dei partigiani derivasse da quello delle risaie? «È stata Giovanna Daffini, all’epoca nostra vicina di casa, che aveva detto di non conoscere chi avesse scritto la canzone delle mondine, sostenendo che fosse anteriore a quella partigiana. Ma mio padre aveva dei testimoni. Il testo delle risaie lo aveva scritto lui nel 1952».
 
Lettere. Manoscritte o dattilografate. Per ottenere i diritti d'autore e per il riconoscimento della paternità del brano. Tracce di una corrispondenza che Vasco Scansani ha avuto negli anni con Gianni Bosio, storico e membro del Psi, negli anni Sessanta produttore di dischi di musica popolare per le Edizioni del Gallo. Fondatore dell’Istituto Ernesto De Martino,  Bosio partecipò – su un’idea dell’etnomusicologo Roberto Leydi e di Filippo Crivelli - all'organizzazione dello spettacolo “Bella Ciao”, nel quale vengono cantate entrambe le versioni. Fra le protagoniste, anche la Daffini, con Giovanna Marini, una delle voci di spicco del Nuovo canzoniere italiano.
Nel 1964, lo spettacolo viene presentato al Festival dei due mondi di Spoleto, scatenando polemiche e rappresaglie da parte dei neofascisti, interrogazioni parlamentari e denunce per vilipendio alle forze armate. Un episodio che contribuì ad alimentare il mito verso una canzone che si oppone a qualunque forma di oppressione e sfruttamento, nel lavoro come contro gli invasori.
 
«Non so chi abbia scritto la versione partigiana di Bella Ciao - conclude Alfio Scansani – le canzoni popolari sono così. Si cantano, ma poi diventa sempre difficile risalire all’autore».
 
Come uno di quei nodi della storia culturale in cui le energie – politiche, intellettuali, artistiche – di numerosi attori sembrano raccogliersi e improvvisamente deflagrare, Bella ciao a Spoleto cambiò il corso della canzone italiana. A testimonianza – parziale – di una spinta politica in avanti che non ha ancora esaurito la sua inerzia, basterebbe ricordare le polemiche che accompagnano ogni esecuzione pubblica della canzone che a quello spettacolo di Nuovo Canzoniere Italiano diede il titolo. 
 
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Bella Ciao al Festival dei due mondi di Spoleto del 1964 – Dove “nasce” la Bella Ciao delle mondine
 
Giovanna Daffini
Sarà pure stata una truffa, ma la presentazione di Bella Ciao delle Mondine a Spoleto, al Festival dei Due mondi del 1964, fu una cosa entusiasmante, una vera epopea che annunciava, nel bene e nel male, i radicali cambiamenti che stavano per venire.
 
 
Ricorda Riccardo Tesi:
 
 
All’inizio degli anni Sessanta, alcuni intellettuali di sinistra cominciano a dedicarsi alla raccolta di canti popolari italiani, anche ispirati dalle esperienze di Alan Lomax e da quelle di Cantacronache a Torino. I nomi che gravitano e graviteranno attorno a quel gruppo del Nuovo Canzoniere Italiano (che nasce come rivista e “canzoniere d’uso” nel gennaio del 1963) sono molti, fra polemici abbandoni e dibattito costante: Gianni Bosio e Roberto Leydi, prima di tutto; poi i torinesi Michele Straniero e Fausto Amodei; e poi, prima o dopo, Filippo Crivelli, Cesare Bermani, Giovanna Marini, Sandra Mantovani, Caterina Bueno, Ivan Della Mea… Con la partecipazione occasionale o l’appoggio di intellettuali come Umberto Eco, Luciano Berio, Franco Fortini. L’attività del gruppo è subito intensa, fra spettacoli e pubblicazioni. Nel 1964 Nanni Ricordi – già discografico e, in un’altra delle sue vite lavorative, “scopritore” dei primi cantautori – propone a Leydi e Crivelli di allestire uno spettacolo per il Festival dei Due Mondi di Spoleto, tempio “borghese” di un certo tipo di proposta musicale colta. Bella ciao ha in scaletta una serie di canti popolari italiani di varia provenienza, di cui alcuni a tema politico, compresa – naturalmente – la canzone eponima, sia nella versione partigiana che in quella “delle mondine”.
 
I testi originali sono di Franco Fortini, nel cast ci sono Caterina Bueno, Maria Teresa Bulciolu, Giovanna Marini, il Gruppo Padano di Piàdena, Silvia Malagugini, Sandra Mantovani, Cati Mattea, la ex mondina Giovanna Daffini, Michele Straniero e – alla chitarra – Gaspare De Lama. Che lo spettacolo fosse avvertito come provocatorio in quel contesto era ampiamente previsto, al punto che – racconta Cesare Bermani – il copione era stato in via del tutto eccezionale pattuito con l’organizzazione del Festival, ammorbidendone alcuni versi. E, come era altrettanto prevedibile, le tensioni con il pubblico del Teatro Caio Melisso non si fecero attendere.
 
 
 
 
La ricca aneddotica sulle prime repliche riporta, ad esempio, di quella “signora impellicciata” che, in risposta al verso “E nelle stalle più non vogliam morir” (dal canto “E per la strada gridava i scioperanti”) si alzò dalla platea ed esclamò a gran voce «Io possiedo trecentotrenta contadini e nessuno dorme nelle stalle!», richiamando a una rapida reazione Giorgio Bocca, da uno dei palchi («Va’ fuori, carampana»). In una situazione già tesa, il momento decisivo si verificò quando, il 21 giugno, complice un abbassamento di voce della Mantovani, Michele Straniero si trovò a cantare la canzone antimilitarista “O Gorizia tu sei maledetta”. Per incidente, o per deliberata provocazione, ne cantò la versione che conosceva, compresa una strofa – “Traditori signori ufficiali / che la guerra l’avete voluta / scannatori di carne venduta / e rovina della gioventù” – che non era in copione. Il risultato fu una denuncia per vilipendio alle forze armate, e una pubblicità incredibile. Non fu tanto il testo in sé a scatenare le reazioni – “O Gorizia” era nota da tempo, e già pubblicata su disco – ma la sfida, l’idea stessa di portare quella visione del popolare come altro – radicale e per nulla accondiscendente – in un contesto borghese e aristocratico. In questo senso, e proprio per la sua eco polemica, Bella ciao fu decisivo.
 
 
Il celebre spettacolo Bella Ciao di Spoleto
 
Le repliche proseguirono a lungo in molti teatri d’Italia, e il disco – che uscì l’anno successivo – divenne l’ascolto obbligato di tutti i militanti (e non solo), affermando una via politica al canto popolare che sopravvisse almeno per tutti gli anni Settanta. Il disco contribuì anche ad affermare un tipo di “suono folk”, acustico e pauperista, e un certo tipo di vocalità, la cui influenza arrivò ben oltre alle produzioni di Nuovo Canzoniere Italiano.
 
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Insomma. una storia forse ambigua, ma pur sempre una storia. Con momenti alti, come a Spoleto, e altri davvero bassi, come a Piazza Maidan e ad Hong Kong.

 

 

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