Siria, marzo 2011 -  “All’Occidente non piace che gli si rassomigli, piace che gli si obbedisca” – Amin Maalouf (Les identités meurtrières) (nella foto, una manifestazione in Siria)











L’Expression, 28 marzo 2011


La Siria verso la divisione territoriale
di Chems Eddine Chitour

 “All’Occidente non piace che gli si rassomigli, piace che gli si obbedisca” – Amin Maalouf (Les identités meurtrières)


Damasco è nel mirino delle potenze occidentali per interposte rivolte. Il presidente siriano Bachar al Assad, al potere da 11 anni, si trova di fronte alla più grande ondata di contestazione del suo regime, mentre le manifestazioni si estendono in diverse città del paese. Anche nella capitale vi sono state manifestazioni venerdì, e ad Hama, più a nord, già teatro nel 1982 della sanguinosa repressione di una sollevazione islamista che ha provocato quasi 20.000 morti sotto il regime di Hafez al Assad. La statua di Hafez al Assad è stata rimossa. A Sanamein, nel sud del paese, alcuni abitanti hanno riferito che 20 persone sarebbero state uccide (…) Secondo l’International Crisis Group, Assad potrebbe fare nuove concessioni per evitare lo scontro ed avviare delle riforme politiche ed economiche. “La Siria si trova in quello che potrebbe essere un punto di svolta del suo regime”, ha scritto il gruppo di riflessione venerdì. “Ci sono solo due opzioni: una implica una iniziativa immediata e politicamente rischiosa che potrebbe convincere il popolo siriano che il regime desidera impegnarsi in cambiamenti spettacolari, l’altra comporta una repressione che tutto lascia prevedere porterà ad un esito sanguinoso e odioso”. Abdelhalim Khaddam, ex vice-presidente siriano che ha lasciato nel 2005 il partito Baas, ha dichiarato sabato che “il sangue dei martiri spazzerà via il regime” (Yara Bayoumy Reuters a Deraa e Arshad Mohammed a Marinw Pennetier, Jean-Philippe Lefief e Guy Kerivel, l’Express – 26.3.2001).
Candidata alla dissoluzione questa volta è la Siria: piccolo paese, grande civiltà. Piccolo intermezzo di Wilkipedia. Si legge: “La storia della Siria si caratterizza per la sua situazione eccezionale. E’ un territorio di transito al crocevia di diversi mondi: il Mediterraneo, la Mesopotamia, la Persia, l’India, l’Asia Minore, le terre del Caucaso e l’Egitto. La Siria era attraversata dalle più importanti rotte commerciali, tra Europa, Cina (via della seta) e India. E’ stato l’uomo della terra siriana a scoprire forse, per la prima volta nella storia dell’umanità, ad Abu Huraira, l’arte della coltivazione, dare acqua ai semi di grano per produrre più spighe. E’ stato sempre in Siria che l’uomo ha scoperto come utilizzare il rame, come forgiarlo e come realizzare una lega: il bronzo.
Fin dal III millennio avanti Cristo i Siriani costruivano dei palazzi, creavano affreschi, conoscendo una crescita culturale e commerciale considerevole. Ed è sempre in questo paese che è nato l’alfabeto (sito di Ugarit, vicino a Lattakié). La Siria ha avuto una parte importante nella storia del cristianesimo e nei suoi dibattiti. Ha dato 6 papi al cristianesimo. Lungo le sue strade sono passati i pellegrini in viaggio verso i grandi centri religiosi, le crociate e le carovane della seta e delle spezie.


L’Occidente revanscista
Nel periodo recente, la Siria è stata ottomana dal 1516, l’inizio della rinascita della Siria moderna può essere datata tra il 1832 e il 1840. Nel 1860, con gli avvenimenti di Monte Libano e Damasco, le potenze europee inviano un corpo di spedizione. Nel 1861 questo intervento militare produce l’autonomia del Libano da Damasco. Nel 1917 Inglesi e Arabi partecipano alla presa di Damasco nel 1918. Le truppe del generale Gouraud, vincendo l’esercito comandato da Youssef al-Azmeh nella battaglia di Maysaloun il 24 luglio 1920, entrano a Damasco. Fayçal si vede costretto all’esilio. I Francesi si ritireranno completamente dal Libano e dalla Siria solo nel 1946. Più tardi, dopo un alternarsi di governi effimeri,  la sconfitta lascia campo libero al generale Hafez el-Assad, che prende il potere nel novembre 1970 e caccia gli estremisti. Nel luglio 2000, dopo la morte del padre, Bachar el-Assad accede alla presidenza come previsto. Gli osservatori notano allora che un vento di libertà politica comincia a soffiare nel paese. Speranza vana. La vecchia guardia, rappresentata soprattutto dal vice-presidente Abdel Halim Khaddam (lo stesso che adesso fa appello al rovesciamento del regime) esercitano considerevoli pressioni sul giovane presidente perché si ponga fine a questa libertà. La primavera di Damasco, dicono, è durata solo 8 mesi”.
Il Mondo arabo non è mai stato in pace. L’Occidente revanscista ha atteso il momento di far rivivere le crociate. Durante l’autunno 1917, il generale Sir Edmund Allenby ha invaso la Palestina e, l’11 dicembre, lui e i suoi ufficiali sono entrati nella città santa di Gerusalemme dalla porta di Jaffa. Il Primo Ministro, Lloyd George, considerò questo fatto come un regalo di Natale e scrisse che “la cristianità aveva ripreso possesso dei luoghi santi”. Il generale francese Gouraud scrisse: “Risvegliati Saladino, stiamo tornando. La mia presenza qui consacra la vittoria della croce sulla mezzaluna” (
http://www.alencontre.org/Irak-USA/irak43.htm)


Lo scontro di civiltà
Dopo gli accordi di Sykes Picot che hanno smembrato l’impero ottomano nel 1916, mentre la guerra non era ancora terminata, le truppe occidentali vollero imporre la loro visione delle cose. Durante l’estate 1920 un ex giovane ufficiale dell’Ufficio affari arabi del Cairo, diventato una celebrità, il colonnello T.E.Lawrence, commentava sarcasticamente in questo modo: “I Turchi hanno saputo governare meglio”.  Affermando che i Turchi avevano utilizzato 14.000 coscritti locali in Iraq e avevano ucciso una media annuale di 200 arabi per mantenere la pace. Al contrario gli Inglesi avevano dislocato 90.000 uomini, con aerei, carri armati, navi da guerra e treni blindati, ed avevano ucciso quasi 10.000 arabi solo durante la sollevazione dell’estate del 1920.
Il 7 agosto 1920 The Times (il quotidiano imperiale inglese) chiedeva di sapere ”per quanto tempo ancora dovranno essere sacrificate delle preziose vite umane con  il vano obiettivo di imporre alla popolazione araba un’amministrazione complessa e costosa che essa non ha mai chiesto e che non vuole!” Quasi un secolo più tardi, quando G.W.Bush ha ingiunto alla Siria di democratizzarsi prendendo spunto dall’Iraq e dall’Afghanistan, Abdelaziz Kacem si chiese chi prendeva in giro. Gli Arabi certamente, ma anche la stessa democrazia. E ciò è doppiamente inaccettabile. Bush ha consegnato l’Iraq al caos e incatenato l’Afghanistan ai due suoi oppi: il papavero e la religione. Io non sono comunista, ma devo riconoscere che il regime afghano filo-sovietico ha tentato di inserire il paese nella Storia, non foss’altro perché ha aperto le scuole alle ragazze. La prima prodezza di Ben Laden è stata quella di aver fatto esplodere una classe scolastica a Kabul. Era stata scelta perché era mista. Tutti i bambini, maschi e femmine, sono morti. Il maestro, ferito, è stato trascinato in strada e finito eviscerandolo (Abdelaziz Kacem: Orient-Occident Les aléas du dialogue des cultures
http://www.elkalima.be/assets/files/revue76.pdf. ).
Il professor André Miquel riassume in qualche riga dodici secoli di scontri euro-arabi: “Il problema delle relazioni tra il Mondo arabo e l’Europa, tra le due rive del mediterraneo, si è posto soprattutto in quattro momenti della storia. Prima di tutto, quello che io definirei il grande periodo arabo-mussulmano, quello della trasmissione delle scienze greche all’Occidente; poi l’epoca delle crociate; poi quella degli imperialismi, a partire dal XIX secolo; e infine la situazione attuale, che si articola attorno ai due temi centrali: il petrolio e l’immigrazione (André Miquel, (collectif) les Arabes, l’Islam et l’Europe, Flammarion, Paris 1991, p. 97).
Eccoci! Il petrolio e gli aspetti dell’emigrazione, soprattutto quando è araba e mussulmana.  Decisamente e senza cadere nello scontro di civiltà che Samuel Huntington aveva auspicato, bisogna convenire che le crociate, per le necessità di un capitalismo selvaggio mondializzato e naturalmente di petrolio, sono diventate croniche: “Dopo la divisione della Siria, sarebbe la volta del Libano, poi dello Yemen. Poi l’Egitto… la contestazione non coinvolge tutta la Siria, per il momento, ma è localizzata alla frontiera siro-giordana, a Deraa, una città di frontiera sulla strada tra Damasco e Amman. Ed è una città di minoranze – Armeni, Kurdi, Turcomanni -  ed è questo probabilmente che ha fatto scattare la scintilla (Antoine Sfeir. La Syrie pourrait être démantelée Nouvel Obs;25 03 2011). Le loro specifiche rivendicazioni si sono sommate alle rivendicazioni trasversali del precedenti movimenti di contestazione in Tunisia, Egitto e Libia. La questione è di sapere adesso se le contestazioni raggiungeranno le grandi città, fino a Damasco. Perché se accadesse, si può temere una dissoluzione della Siria. Bisogna ricordare che tutti i paesi del Medio oriente sono nati sulla base di una divisione tra Francesi e Inglesi definita dagli accordi di Sikes-Picot del 1916 e non nel rispetto di identità nazionali. E una divisione della Siria potrebbe portare con sé anche quella di altri paesi dove oggi coesistono diversi popoli. Per esempio il Libano, lo Yemen, poi l’Egitto, dove l’entità copta potrebbe essere confinata nell’Alto Egitto… Non dimentichiamo che tre Stati convivono in Iraq e che il Sud Sudan ha appena fatto una secessione(Antoine Sfeir. La Syrie pourrait être démantelée Nouvel Obs;25 03 2011)


Due pesi e due misure?
Mohamed Belaali si interroga sulla diversità di trattamento riservata dall’Occidente in materia di democrazia e di libertà. Scrive: “L’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti hanno invaso il piccolo regno del Bahrein nell’indifferenza quasi generale. E tuttavia l’evoluzione della situazione e le conseguenze che possono derivarne sono di importanza capitale non solo per la regione, ma per il mondo intero. C’è troppo petrolio in questa parte del mondo e la minima scintilla può incendiare tutto il Medio Oriente. La rivolta dei popoli della regione che vogliono sbarazzarsi dei tiranni di un’altra epoca può appunto essere questa scintilla. In Bahrein, per esempio, la popolazione da più di un mese è impegnata in una lotta pacifica contro il dispotismo della dinastia degli Al-Khalifa, al potere da tre secoli. In Yemen “il popolo vuole rovesciare il regime”, è quello che chiedono i manifestanti da diverse settimane. Ali Abdallah Saleh, soprannominato dal suo popolo “il macellaio”, è al potere dal 1978 (1978/1990 presidente dello Yemen del Nord e dal 1990 dello Yemen riunificato). Lo stesso vento di rivolta soffia sul sultanato di Oman, governato dal 1970 dal sultano Qaboos che concentra nelle sue mani tutto il potere  (…)Perché l’instaurazione di regimi democratici in Yemen, Bahrein e Oman potrebbe suggerire delle idee e servire da esempio per gli altri popoli della regione che subiscono la stessa oppressione, le stesse ingiustizie, gli stessi regimi tirannici. Anche in Arabia Saudita il popolo aspira, come gli altri popoli arabi, ad una nuova società che possa sbarazzarsi del giogo della dinastia degli Al Saoud che domina il paese da secoli.  E assolutamente bisogna evitare che il popolo saudita imbocchi la stessa strada dei popoli vicini e rovesci il regime anacronistico degli Al Saoud, servitore locale degli Stati Uniti, come hanno fatto il popolo tunisino ed egiziano.  Occorre ricordare che il suolo saudita ricopre i più importanti giacimenti di petrolio del mondo, e che l’Arabia Saudita è il primo esportatore mondiale e il secondo produttore di oro nero. Costituisce dunque un elemento chiave della sicurezza energetica degli USA. Gli Stati Uniti sono i protettori armati della dinastia saudita ed il loro sostegno alla famiglia reale è incondizionato. E’ in questo quadro generale che bisogna collocare l’intervento saudita e degli Emirati in Bahrein il 14 marzo 2011, sotto l’egida del Consiglio di cooperazione del Golfo, e il silenzio complice di Washington. Gli statunitensi e gli europei che chiedono l’abdicazione di Gheddafi e intervengono militarmente in Libia, tacciono miserevolmente su questo intervento militare saudita e non esprimono i medesimi auspici nei confronti del re di Bahrein. La piazza della Perla, nel centro di Manama, capitale del Bahrein e teatro della rivolta popolare, è stata sanguinosamente evacuata il 16 marzo 2011. Una repressione selvaggia si è abbattuta sugli uomini e sulle donne che manifestavano pacificamente contro la dittatura. E la repressione prosegue ancora. Barack Obama ha chiesto, nel corso di una telefonata, al re del Bahrein Hamad Issa Al-Khalifa “il massimo della moderazione”! Mentre l’imperialismo USA ed europeo interviene militarmente in Libia “per assicurare la protezione dei civili”, il popolo del Bahrein, non solo non ha diritto ad un’analoga protezione, ma viene violentemente represso con l’aiuto degli eserciti stranieri e con il beneplacito degli Stati Uniti. E’ il caso di ricordare che è in Bahrein che si trova il Quartier Generale della V° Flotta e la base operativa delle navi da guerra USA. Bahrein occupa inoltre una posizione strategica tra Arabia Saudita, Iraq, Kuwait e Iran. Le rivendicazioni democratiche della popolazione non hanno dunque molto peso rispetto agli interessi della borghesia USA. Obama e la sua amministrazione, che non fanno altro che gestire gli interessi della classe dominante del loro paese,  hanno fatto una scelta di campo al fianco della dittatura della dinastia Al-Khalifa. “Il Macellaio” dello Yemen, Ali Abdallah Saleh, al potere da 32 anni, continua a massacrare il suo popolo, anche lui nel silenzio complice degli Stati Uniti e dell’Europa. Solo nella giornata di venerdì 18 marzo, secondo l’AFP, la repressione ha provocato 52 morti e 126 feriti. Il fatto é che Abdallah viene considerato dagli USA come un alleato nella “lotta contro Al-Qaida”. (http://www.ossin.org/bahrein/borghesie-occidentali-petrolio-imperialismo-invasione-bahrein.html).
Si può pensare che più niente può arrestare la dinamica della disgregazione degli Stati arabi verso l’ignoto. Tutti si interrogano su che cosa resterà quando l’inesorabile tsunami della contestazione spazzerà via i regimi al potere. Si può scommettere che le monarchie sopravvivranno o, al peggio, l’Occidente troverà il modo di farne transitoriamente delle monarchie parlamentari, cosa che non porterà la felicità agli Arabi ma consentirà di assicurare ancora per qualche decennio il confort energetico dell’Occidente e rafforzerà definitivamente Israele. L’egemonia dei nuovi signori sarà allora definitivamente suggellata in questo XXI° secolo forgiato dalla tecnologia. Un esempio, tutti gli Arabi terrorizzano i loro popoli con armi occidentali, ho detto che gli Arabi sono ancora fermi  alla spada e alla balestra. In Libia un esempio tragico: la Francia ha armato Gheddafi, e oggi distrugge il suo arsenale e manda in panne i suoi radar, dei quali conosce i codici, e arma i ribelli. E’ quindi tutto guadagno. La spartizione del Mondo arabo si va realizzando. C’è da temere che il fallimento del Grande Medio oriente in salsa Bush sia come l’araba fenice, rinasce dalle sue ceneri sotto Obama. In tre mesi e con “solo meno di un migliaio di morti” invece dei milioni di morti che ci sono voluti per normalizzare si potrebbe dire macabramente, la ristrutturazione del Mondo arabo è diventata una realtà. La Siria non sarà più come prima, quelli che verranno dopo El Assad accetteranno la divisione che i Kurdi sognano per costituire, coi loro fratelli iracheni e turchi, un proprio Stato. Anche la Turchia, per questa ragione, è coinvolta. La previsione di Antoine Sfeir su uno Stato copto che potrebbe nascere dalla divisione dell’Egitto non è un semplice punto di vista. E l’Algeria, niente esclude che si stiano elaborando dei piani e qui non c’è che l’imbarazzo della scelta. Sapremo noi tenere fermo questo desiderio di stare insieme e farne, come si dice a proposito delle Nazioni, un plebiscito giorno per giorno?
La questione è posta a tutti noi e nessuno potrà dire che non sapeva.

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