ProfileCrisi siriana, 2 febbraio 2018 - Il 20 gennaio, forze speciali turche, in appoggio a gruppi “ribelli” siriani basati in Turchia, hanno lanciato l’operazione “Ramo d’olivo”, con l’obiettivo di « ripulire » il cantone di Afrin dagli « elementi terroristi » (nella foto, bombardamento turco a Afrin)   

 

 
Operazione Ramo d'Ulivo
Alain Rodier
 
Il 20 gennaio, forze speciali turche, in appoggio a gruppi “ribelli” siriani basati in Turchia, hanno lanciato l’operazione “Ramo d’olivo”, con l’obiettivo di « ripulire » il cantone di Afrin dagli « elementi terroristi ». In tale categoria devono essere comprese le forze del YPG (Yekîneyên Parastina Gel : Unità di protezione del popolo) e le omologhe femminili del YPJ (Yekîneyên Parastina Jin : Unità di protezione della donna), insieme braccio armato del PYD (Partiya Yekîtiya Demokrat : Partito dell’Unione democratica), considerato da Ankara come diretta emanazione del PKK.
 
Bombardamento turco a Afrin
 
Il rafforzamento del PYD
 
Il PYD, fondato nel 2003 da Salih Muslim, si definisce « apoista » (dal soprannome “Apo” di Abdullah Öcalan, ndt), vale a dire che ha adottato il « confederalismo democratico » che ha rimpiazzato, dal 2005, il marxismo-leninismo nel PKK. Ciò non toglie che questa dottrina elaborata dalla sua cella da Abdullah Öcalan – alias « Apo », il leader storico del PKK – presenti anche dei punti in comuni con quella ideologia, soprattutto quando predica un internazionalismo venato di socialismo. Alcuni elementi nuovi però sono stati ripresi dalle teorie libertarie, come l’autogestione, l’ecologia e il femminismo, e ciò rende il PYD molto popolare negli ambienti intellettuali occidentali, anche se questi ultimi riconoscono che il suo modo di governare è « un po’ autoritario ».
 
Il PYD ha davvero cominciato a estendere la sua influenza solo dopo l’inizio della Guerra civile nel 2011, quando le forze governative siriane si sono ritirate dal nord del paese senza combattere, per concentrarsi nella difesa di altre regioni considerate molto minacciate dagli islamisti. Essendo l’unica forza organizzata militarmente, il PYD ha avuto la meglio sui Curdi più legati a Massoud Barzani, il presidente del governo autonomo dell’Iraq del Nord.
 
Il ritratto di Abdullah Öcalan, chiuso nell’isola prigione di Imrali da quando venne arrestato nel 1999, viene fieramente esibito in tutte le manifestazioni pubbliche. L’organizzazione del PYD ricalca fedelmente quella del PKK, e la cosa non deve stupire in quanto di qui provengono molti dei suoi membri. Storicamente, il PKK ha avuto le sue basi di retroguardia in Siria, fin quando Abdullah Öcalan ne venne cacciato nel 1998, dopo che Ankara minacciò Damasco di intervenire militarmente se la Siria avesse continuato ad accordare rifugio al leader del PKK. Con la ripresa della guerra civile in Turchia nel 2015, molti attivisti turco-curdi sono passati in Iraq del Nord e in Siria, dove sono venuti a combattere ai fianchi dei loro « cugini » del PYD, portando la loro esperienza e il loro entusiasmo. Questo esodo si spiega col fatto che il PKK non è più in posizione di forza nel sud est anatolico, come era negli anni 1980-2000 quando vi combatteva una guerriglia rurale. Ha perduto molto sostegno tra la popolazione turco-curda a causa di una forte emigrazione verso le città, più facili da controllare da parte delle forze di sicurezza.
 
Le forze in campo
 
Nell’operazione “Ramo di olivo”, le truppe turche hanno avuto l’appoggio di fuoco dell’aviazione ma, soprattutto, dell’artiglieria operante dal suolo turco. E’ stato impiegato anche qualche carro armato Leopard 2A4, sempre in ruolo di appoggio. I “ribelli” siriani che hanno attaccato i Curdi “spinti” dai Turchi sarebbero circa 10 000. Appartengono a diversi movimenti: turcomanni, Esercito Siriano Libero (FSA) (1) – che comprende dei Curdi – e, fatto nuovo, Hayat Tahir al-Cham (Organizzazione per la liberazione della Siria).
 
Questo movimento, nato dall’ex Fronte Al-Nosra, ha rotto i suoi legami ufficiali con Al Qaeda « canale storico », e Al-Zawahiri ha addirittura scomunicato il suo emiro Abou Mohamad al-Joulani, che pure gli era stato fedele dal 2013 (2). A ottobre scorso, Hayat Tahir al-Cham già aiutò elementi delle forze armate turche ad avanzare progressivamente verso il nord est della provincia di Idlib, dove è presente in forze.
 
Di fronte ad essi, le milizie curdo siriane sono la principale component delle Forze Democratiche siriane (FDS) sostenute dalla coalizione guidata dagli Stati Uniti nella lotta contro Daesh. Ma, circostanza di rilievo, non ci sono consiglieri statunitensi nel cantone di Afrin, la loro presenza essendo limitata ai cantoni orientali di Konané e Hasaké. Non sono dunque le FDS a trovarsi nel mirino, ma piuttosto il YPG. Ma il presidente Recep Tayyip Erdoğan ripete a chi vuole intenderlo che l’obiettivo seguente è la località di Manbij, più a est, dove le FDS sono ben presenti con l’appoggio diretto di Washington. Non possono quindi escludersi incidenti.
 
Ad Afrin è presente solo qualche osservatore russo. Il capo di stato maggiore turco, il generale Hulusi Akar, e il capo dei servizi di informazione (MIT), Hakan Fidan, sono andati a Mosca qualche giorno prima dell’inizio delle operazioni. Non c’è dubbio che Vladimir Putin abbia dato il suo avallo perché, altrimenti, nessun aereo turco si sarebbe arrischiato ad entrare nello spazio aereo siriano che in questa regione è controllato dalle forze aereospaziali russe. In cambio i Turchi sono oramai tra gli invitati ai negoziati di Sotchi/Astana, cosa che fino ad ora Ankara aveva sempre rifiutato. Bisognerà ancora vedere quale sarà la composizione della delegazione.
 
Gli scadenti risultati tattici dell’operazione
 
Ankara ha dichiarato che l’intervento turco era conforme « al diritto internazionale, alle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite concernenti la lotta antiterrorista, e all’art. 51 della Carta dell’ONU sul diritto di legittima difesa». L’articolo 51 statuisce:  « Nessuna disposizione del presente Statuto pregiudica il diritto naturale di autotutela individuale o collettiva, nel caso che abbia luogo un attacco armato contro un Membro delle Nazioni Unite, fintantoché il Consiglio di Sicurezza non abbia preso le misure necessarie per mantenere la pace e la sicurezza internazionale. Le misure prese da Membri nell’esercizio di questo diritto di autotutela sono immediatamente portate a conoscenza del Consiglio di Sicurezza e non pregiudicano in alcun modo il potere e il compito spettanti, secondo il presente Statuto, al Consiglio di Sicurezza, di intraprendere in qualsiasi momento quell’azione che esso ritenga necessaria per mantenere o ristabilire la pace e la sicurezza internazionale ».
 
Nonostante il battage politico mediatico fatto intorno a questa operazione, i mezzi impegnati dall’esercito turco restano limitati rispetto alle reali possibilità che esso avrebbe (3). I risultati tattici sono d’altronde magri: a fine gennaio gli attaccanti hanno conquistato solo sei sacche di una decina di chilometri di profondità, una delle quali a nord di Azaz : il monte Barsaya. Questo rende legittimo interrogarsi, una volta di più, sulle reali intenzioni del presidente Erdogan. Ha inteso dare una risposta agli Statunitensi che, a metà gennaio, avevano annunciato la creazione di un corpo di 30 000 guardie di frontiera costituite anche dalle FDS, misura che ha considerato una vera e propria provocazione? Intende realizzare una zona cuscinetto di una decina di chilometri all’interno della provincia di Afrin o aspira ad andare più oltre (ha affermato di volersi spingere fino alla frontiera irachena) ? Quel che sembra certo, è che vuole mettere sotto assedio la città di Afrin che conta almeno 200 000 abitanti. Molti rifugiati infatti, in fuga dagli orrori della guerra civile, si sono installati in questa località che, fino ad ora, era stata risparmiata. Bisogna anche notare che il PYD ha operato, qui come altrove, una forma di epurazione etnica: i non Curdi si trovano ora rifugiati lungo la frontiera turca…
 
Conclusioni
 
Ancora una volta si sono rimescolate le carte in Siria. Ma sembra ci si incammini verso un esito in cui tutti perderanno, in quanto nessuno sembra in grado di trarre vantaggio da questa nuova situazione che finisce solo con l’aprire un altro fronte.
 
– I ribelli « moderati » sono ancora più divisi di prima, ora che combattono contro i Curdi piuttosto che le forze di Bachar el-Assad (4). Il fatto che ad essi si sia adesso unito Hayat Tahir al-Cham sotto l’alta supervisione di Ankara, porrà a breve termine un problema di rappresentatività.
 
–  E’ un cuneo infilato nel dispositivo dei Curdi del Rojava, che si chiedono adesso se possano davvero contare sull’appoggio dei Russi e degli Statunitensi, come credevano. E’ infatti assolutamente possibile che Mosca e Washington privilegino le richieste di una Turchia considerata – a giusto titolo – come imprescindibile.
 
– Gli USA sono ancora una volta strattonati, da un lato, dagli alleati curdi – cui devono il mantenimento di una certa influenza nel nord dell’Eufrate – e, dall’altro, dalla Turchia, membro della NATO. Non vorrebbero che l’uno o l’altro si avvicini adesso alla Russia o, peggio ancora, a Bachar el-Assad ! E’ per questo che il PYD e il suo fondatore Salih Muslim sono stati inseriti nella lista redatta dalla CIA dei movimenti terroristi in Siria, in quanto « braccio armato del PKK »!
 
– Mosca non riesce a fare passi avanti coi negoziati di Astana/Sotchi e la sua posizione nei confronti dei Curdi resta ambigua. C’è da chiedersi se, volendo mantenere questa testa di ponte sul Mediterraneo per i 50 anni a venire, la Russia abbia veramente interesse alla ricostituzione di un governo forte a Damasco … Anche la proposta di negoziare l’affidamento del controllo del cantone di Afrin alle forze governative siriane sembra difficilmente realizzabile, perché Damasco non ha risorse umane sufficienti per far fronte agli scontri che perdurano a Idlib, nella Ghuta orientale, a Damasco e a sud est di Deir ez-Zor. Quanto al controllo dei territori riconquistati, è quanto meno dubbio.
 
 
Note:
 
1.Alcuni capi del FSA, come il generale Haitham Afeisi, che operano nella zona controllata all’esercito turco tra Jarablus, a est, e Azaz, a ovest (a nord di Manbij) e che partecipano all’operazione “Ramo d’olivo”, avevano avvertito che avrebbero combattuto contro i « terroristi » curdi insieme ai Turchi e, eventualmente, contro gli Statunitensi… che pure hanno provveduto al loro addestramento e al loro equipaggiamento! Riprendendo le dichiarazioni del presidente turco, questi responsabili hanno riaffermato la loro volontà di cacciare tutti I « terroristi » del Rojava… 
 
2.Ufficialmente, il ramo di Al Qaeda in Siria è oramai il Jamaat Ansar al-Furqan fi Bilad ash-Cham (il Gruppo dei Partigiani del buonsenso nei paesi del Levante), in teoria posto sotto il commando di Hamza bin Laden, il figlio minore del defunto leader salafita-jihadista
 
3.Espressione usata dal presidente turco il 27 gennaio
 
4.In un certo qual modo, i Curdi del YPG possono essere considerati come collaboratori del regime perché non lo hanno attaccato (a parte qualche scaramuccia), hanno assicurato un certo ordine nel nord del paese e hanno combattuto contro Daesh
 
 
 
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