ProfileCrisi siriana, ottobre 2017 - Questo è un articolo scritto da un elemento del Sistema, con l'abituale narrativa sui cattivi Assad e Putin. Ma è proprio questo a renderlo lucido e interessante

 

The Spectator, 7 ottobre 2017 (trad. ossin)
 
Come Putin è riuscito a dominare il Medio Oriente
John R. Bradley
 
Questo è un articolo scritto da un elemento del Sistema, con l'abituale narrativa sui cattivi Assad e Putin. Ma è proprio questo a renderlo lucido e interessante
 
 
Quando la Russia è entrata nella guerra civile siriana, nel settembre 2016, il Segretario di Stato USA alla Difesa, Ash Carter, predisse una catastrofe per il Cremlino. Vladimir Putin « getta olio sul fuoco » del conflitto – disse – e la sua strategia di combattere ISIS e contemporaneamente sostenere il governo di Assad era « destinata al fallimento ». Due anni dopo, Putin ne è uscito trionfatore, e il futuro di Bachar al-Assad è assicurato. Presto dichiareranno la vittoria su ISIS nel paese.
 
Il nostro penoso fallimento è dovuto al cinico tentativo di installare un regime sunnita a Damasco, adottando la strategia degli anni 1980 in Afghanistan. Abbiamo formato, finanziato e armato jihadisti locali e stranieri, in partenariato coi despoti arabi del Golfo Persico. In questo modo avremmo sottratto alla Russia la sua unica base navale in acque calde, Tartus, sulla costa del Mediterraneo della Siria. Avremmo anche creato una zona tampone tra l'Iran e il suo vassallo libanese, Hezbollah, per dividere l'asse sciita anti-Israele. E avremmo emarginato ancor più l'Iran estendendo l'influenza dei nostri alleati sunniti del Golfo più in profondità nel Levante a partire dal Libano. Circa mezzo milione di Siriani sono stati massacrati, come conseguenza di questo schema scervellato che, geopoliticamente, ha prodotto l'esatto opposto del risultato sperato.
 
Putin però aveva capito fin dall'inizio come stavano le cose. Contrariamente agli Afghani, i Siriani ordinari erano abituati a vivere in una cultura liberale e plurale che, pur se politicamente repressiva, difendeva la coesistenza religiosa pacifica. La maggior parte di loro era molto contraria alla trasformazione del loro paese in una teocrazia wahhabita. Assad, malgrado tutti i suoi errori, era visto come una barriera tra loro e la carneficina interna. Sono rimasti fedeli al diavolo che conoscevano e non c'è stata alcuna rivoluzione popolare contro Assad – niente di paragonabile alla sollevazione di piazza Tahrir che ha cacciato l'odiato dittatore egiziano Hosni Mubarak. Le manifestazioni di milioni di persone, a Damasco, erano a favore del governo. Per i due terzi della popolazione siriana che vive adesso nelle zone del paese controllate dal governo, Assad è più popolare che mai e Putin è un eroe.
 
Niente di strano che Putin si sia fatto beffe ultimamente di Washington che non « conoscerebbe la differenza tra l'Austria e l'Australia ». La medesima accusa potrebbe essere ahimè rivolta contro i capi della NATO in generale. Durante una riunione all'ONU il mese scorso, il gruppo dal nome orwelliano degli « Amici della Siria » – l’alleanza occidentale e dei paesi del Golfo che ha scatenato il jihad – ha dichiarato che non si sarebbe impegnato negli sforzi di ricostruzione fin quando (stando alle parole di Boris Johnson) non vi sarà un « allontanamento » politico di Assad. Ma qualche settimana prima, vi era stata, a Damasco, una importante conferenza internazionale per la ricostruzione. Nel corso di essa, Assad aveva escluso l'attribuzione di contratti per diversi miliardi di dollari ai paesi occidentali e arabi ostili, perché sono stati proprio loro a distruggere il suo paese. La Siria guarderà piuttosto a Est, soprattutto alla Russia, all'Iran e alla Cina. Mosca già sta inviando per nave migliaia di tonnellate di materiale e più di 40 pezzi di attrezzature per l'edilizia – ivi compresi bulldozer e gru – in una Siria che non vuole, o non ha bisogno, del nostro aiuto.
 
L’incapacità di riconoscere, e ancor meno di affrontare, il crescente ruolo regionale della Russia dietro la Siria è stato altrettanto evidente durante un viaggio lampo che Johnson ha fatto in Libia ad agosto. Ha avuto un breve incontro con l'uomo forte laico Khalifa Haftar, un ex generale dell'esercito di Gheddafi, le cui forze controllano attualmente l'est della Libia – compresa Bengasi e la maggior parte dei campi petroliferi importanti del paese. Haftar è deciso ad impadronirsi di Tripoli e probabilmente lo farà. Egli è legato a Mosca fin dall'inizio degli anni 1970 ed è a libro paga di Putin da almeno due anni, incontrando regolarmente responsabili russi su di una porta aerei al largo delle coste del Mediterraneo. Una settimana prima di stringere la mano a Johnson, Haftar era andato a Mosca per discussioni spinte con responsabili importanti dei ministeri della Difesa e degli Affari Esteri. Esse hanno cementato dei piani per trasformare la Libia divisa in uno Stato sotto il controllo di Haftar con il ruolo di potentissimo ministro della Difesa, con l'aiuto diretto dell'esercito russo. Il Cremlino ha già dispiegato truppe e aerei da caccia nell'Egitto occidentale per collegare questo paese e gli Emirati Arabi Uniti, che appoggiano anch'essi Haftar nella sua lotta unificatrice contro gli islamisti. Come per la Siria, per decenni prima della caduta di Gheddafi, la Russia è stata la maggiore fornitrice di armi della Libia e il suo alleato più stretto, e Mosca da tempo vorrebbe una base navale sulla costa libica per completare quella (oggi rafforzata) di Tartus. Tenuto conto di ciò, quando Johnson ha suggerito che Haftar potrebbe avere « un ruolo da giocare » in qualsiasi riconciliazione politica futura, insistendo sul fatto che rispetta un cessate il fuoco stabilito a livello internazionale , quello deve aver fatto non poca fatica per trattenersi dal ridere.
 
La Siria e la Libia però sono solo due esempi di come la Russia accerchi l'Occidente nella sua determinazione a diventare una super potenza in Medio Oriente. Putin ha appena firmato un accordo con la Turchia – che ha il secondo esercito più grande della NATO – per la vendita del sistema russo di difesa antiaerea più avanzato, lo S-400. (Gli S-400 sono stati già dispiegati in Siria, mentre all'Iran è stato venduto il meno avanzato, ma egualmente temibile, S-300). Poco dopo l'ingresso della Russia nella guerra siriana, la Turchia ha abbattuto uno dei suoi aerei. E' stato un tentativo deliberato del presidente Erdogan di provocare l'allargamento della guerra, perché era furioso che Putin, con un'impietosa campagna di bombardamento aereo, avesse reso impossibile il suo appoggio ai fanti dell'ISIS in Siria e le sue forniture di petrolio provenienti dal Califfato. (La NATO aveva ignorato tutta questa ambiguità nella speranza che ISIS avrebbe indebolito Assad). E' una prova delle straordinarie capacità diplomatiche di Putin il fatto che oggi la Russia e la Turchia cantino le lodi l'una dell'altra come mai prima. E sotto gli auspici russi, la Turchia lavora con l'Iran e l'Iraq per contenere le conseguenze del referendum sull'indipendenza curda.
 
Quando il re Salman è giunto a Mosca questa settimana, era la prima volta che un leader saudita faceva una visita ufficiale in Russia – ma era solo l'ultima di oltre due dozzine di incontri faccia a faccia di Putin con leader medio orientali. La Russia, certamente, non è l'Unione Sovietica, e viene facile capire perché i Sauditi e le altre tirannie del Golfo credano di poter fare affari con un dirigente autoritario come Putin. Egli condivide lo stesso loro disprezzo per la democrazia occidentale; e, contrariamente a quel che accade all'attuale all'attuale inquilino della Casa Bianca, è un uomo di parola, promette la stabilità e non il caos, e non ha agende complicate per i diritti dell'uomo.
 
Nel programma saudita di Mosca: la crescita dell'Iran quale attore regionale dominante, le zone di de-escalation in Siria e i miliardi di dollari in vendite di armi russe ed in mutui investimenti economici diretti. Riad è ancora offesa che l'amministrazione Obama abbia accettato un accordo nucleare con l'Iran, il rivale dei Sauditi per l'egemonia regionale, ed è in grave difficoltà per il suo fallimento sul fronte siriano. Può contare solo sulla Russia per poterlo trasformare in uno sforzo per limitare l'influenza di Teheran in Siria. Per la stessa ragione, il Primo Ministro israeliano Netanyahu ha incontrato Putin. Nel corso di uno di questi incontri, era quasi in lacrime mentre pregava Putin, come avevano fatto i Sauditi, di frenare l'Iran ed Hezbollah, che vogliono la distruzione dello Stato ebraico.
 
In uno sforzo disperato di frenare la crescita di influenza di Putin, l'amministrazione Trump de-certificherà quasi certamente l'accordo nucleare con l'Iran il prossimo 15 ottobre, nonostante l'Agenzia internazionale per l'energia atomica, l'UE e l'ONU siano convinti che Teheran ne rispetti i termini. L'obiettivo è di provocare un conflitto militare con l'Iran, o almeno di provocare maggiori turbolenze regionali per indebolire il Cremlino. Questo gesto imprudente e ingiustificato gli metterà un bastone tra le ruote, ma a lungo termine – come l’intervento in Afghanistan, in Iraq, in Libia e in Siria – è destinato al fallimento.
 
Putin sta molto più avanti, dopo essere riuscito nel miracolo diplomatico apparentemente impossibile di combattere al fianco di Hezbollah in Siria, pur permettendo a Israele di bombardare Hezbollah e alcuni siti del governo siriano all'interno del paese. La settimana scorsa, una delegazione dell'organizzazione palestinese Hamas è andata a Mosca per discutere del processo di pace dopo essersi riconciliata col suo principale rivale Al Fatah, anche questo frutto di un intervento diretto di Putin. E Putin ha detto a Netanyahu che, per quanto la Russia consideri Israele come un partner importante, l'Iran continuerà ad essere, in ogni caso, il suo alleato indispensabile. Putin potrebbe dunque già avere la leva diplomatica necessaria per stemperare le tensioni tra Iran e Israele, lasciando ancora una volta Washington in disparte e umiliata. Per un po' le conseguenze del battere di tamburi di Netanyahu per la guerra contro l'Iran sono state inesistenti, e Mosca potrebbe oramai dare il via libera all'Iran, alla Siria e ad Hezbollah per scatenare le fiamme dell'inferno contro lo Stato ebraico.
 
E' facile capire perché Netanyahu stia tremando nei suoi stivali, ma noi, in Europa, dovremmo allarmarci per il trionfo di Putin nel Medio Oriente? Non direi.
Non c'è bisogno di essere un seguace di Putin per riconoscere che non è stato lui a lanciare un'invasione illegale dopo l'altra nella regione, con milioni di morti, di mutilati e di sfollati. E non solo egli ha rallentato il flusso dei rifugiati siriani sul nostro continente, ma ha anche cominciato a rovesciare la tendenza. Solo quest'anno, circa mezzo milione di Siriani è ritornato nel paese.
 
E mentre nessuno è uscito fuori con le mani pulite da una delle guerre civili più brutali della storia moderna, è molto incoraggiante che vi siano state così modeste defezioni in un esercito composto in maggioranza da mussulmani sunniti (80% secondo alcune stime). Si sono battuti contro miriadi di gruppi jihadisti sunniti in nome di un governo dominato dagli Alauiti, al fianco di soldati russi inorriditi (al contrario di noi) dal massacro di correligionari cristiani, e delle milizie sciite conservatrici inviate dall'Iran e da Hezbollah, anch'esse determinate a difendere i propri correligionari. Visto il modo in cui la Tunisia e la Turchia – due paesi mussulmani storicamente laici nella regione – sono stati rapidamente infettati dall'islamismo, e come la lotta intestina tra sunniti e sciiti continui a lacerare gran parte del Medio oriente, la vittoria del pluralismo e della laicità sul malvagio jihad wahhabita in Siria, finalmente è una buona notizia.
 
John R. Bradley è autore di opere sull'Arabia Saudita, l'Egitto e la Primavera araba; si è occupato di Medio Oriente per due decenni. 
 
 
 
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