ProfileCrisi siriana, luglio 2017 - La situazione che si è creata sul fronte siro-iracheno è terribilmente complessa e, soprattutto, in costante evoluzione...

 

Cf2R (Centre Français de Recherche sur le Renseignement) 22 luglio 2017 (trad. ossin)

 

Siria-Iraq: un groviglio inestricabile

Alain Rodier

 

La situazione che si è creata sul fronte siro-iracheno è terribilmente complessa e, soprattutto, in costante evoluzione. La gran parte dei dirigenti politici che abbiano un minimo di responsabilità nella zona devono sentirsi, al minimo, persi nei meandri del “complicato” Vicino Oriente. Il cittadino qualunque, poi, che segue distrattamente l'evolversi di avvenimenti che non costituiscono la sua principale preoccupazione, certamente non ci capisce più niente

 

 

La situazione sul campo in Siria-Iraq

 

Le forze governative e i loro alleati

Le forze fedeli a Bachar el Assad controllano gran parte dell'ovest del paese (la Siria “utile”) con l'aiuto diretto dei loro alleati russi e iraniani. Vengono però regolarmente attaccate da nord a sud:

  • nel loro feudo di Laodicea,

  • a nord di Homs,

  • a est di Damasco,

  • e nel sud, tra Quneitra e Deraa.

 

Sono però all'offensiva in direzione est, da Palmira verso il sud di Raqqa. Sono riuscite quindi a raggiungere la frontiera iraniana, dove si sono ricongiunte con le Unità di mobilitazione popolare irachene composte da combattenti sciiti appoggiati da Teheran. L'obiettivo primo dello Stato maggiore siriano è di liberare la guarnigione di Deir ez-Zor, stretta d'assedio da oltre tre anni. Sul piano tattico, questo consentirebbe di tagliare in due gli ultimi territori rimasti sotto il controllo di Daesh: da una parte Raqqa; dall'altra la valle dell'Eufrate fino alla frontiera irachena.

 

A sud-ovest, Hezbollah, i cui effettivi in Siria si stimano in 7000 uomini, ha lanciato – in cooperazione con le Forze Armate siriane – un'offensiva transfrontaliera il 20 luglio, per ripulire le regioni di Ersal (valle della Beqa') in Libano, e di Qalamoun (Siria) dalle milizie di Hayat Tahrir al-Cham (già Fronte al-Nusra, un ramo segreto di Al Qaida “canale storico”) e di Daesh. E' la prima volta che un'operazione di tale ampiezza oltrepassa la frontiera libanese. Hezbollah approfitta dell'elezione alla presidenza del Libano, il 31 ottobre 2016, del generale Michel Aoun, suo alleato. Per quanto le Forze Armate libanesi siano state poste in stato di allerta, dovrebbero però lasciar fare. Ma Israele, da anni preoccupata dell'influenza crescente di Hezbollah in Siria e nel sud del Libano, potrebbe reagire energicamente a qualunque cosa possa apparirle come una minaccia contro i suoi interessi. Lo ha già fatto più volte negli ultimi mesi, senza che le autorità siriane nulla possano fare, se non protestare con forza.

 

 

Offensiva di hezbollah libanese nel sud-ovest della Siria e nel nord-est del Libano

 

Come per il passato, il problema principale delle forze governative siriane è che non dispongono di sufficienti effettivi per mantenere il controllo del territorio e contemporaneamente lanciare offensive. E, sul piano logistico, sono totalmente dipendenti dalla Russia e da Teheran. Infine Damasco non è in grado di dirigere o controllare tutte le operazioni, in quanto i capi locali fedeli al governo hanno preso l'abitudine di fare di testa loro, tanto più che molti si autofinanziano.

 

Gli Statunitensi

Nel nord-est, gli Stati Uniti appoggiano direttamente le Forze Democratiche Siriane (FDS), una coalizione composta essenzialmente dai Curdi delle Unità di Protezione del Popolo (YPG), il braccio armato dell'Unione Democratica (PYD) siriano. L'obiettivo dichiarato delle FDS è di prendere Raqqa, la “capitale” dello Stato Islamico (IS). Il problema è che Raqqa si trova in zona sunnita e che i Curdi non mostrano di avere troppa voglia di andare avanti. Infatti non sono certo le tribù sunnite che li accompagnano ad essere in grado di amministrare la città, una volta liberata. Il solo reale obiettivo delle FDS è di conservarsi l'appoggio statunitense per poter mettere in piedi un Kurdistan indipendente: il Rojava.

 

I Turchi si oppongono a questa strategia perché considerano il PYD una componente del PKK, loro morale nemico. Su questo hanno perfettamente ragione perché i Curdi siriani sono molto più vicini ai loro “cugini” turchi, che ai Curdi iracheni, coi quali hanno delle incomprensioni, e anche la loro ideologia resta senz'altro il marxismo-leninismo, impersonato dalla figura di Abdullah Ocalan, che marcisce nelle galere turche dal 1999. E' per questo che l'esercito turco, insieme ad alcune milizie “ribelli” ad esso devote – per lo più turcomanne – si è impadronito nell'estate del 2016 di una zona di frontiera che si estende dall'Eufrate, a est, fino al corridoio di Azaz, a ovest. Ciò ha permesso ad Ankara di tagliare in due il Rojava che costeggia la frontiera turca.

 

 

Washington diffida degli atteggiamenti altalenanti tipici del presidente Erdogan. Quindi le forze statunitensi hanno dispiegato nel Rojava-est una decina di basi – comprese quelle di Rmeilan el Harab Isk, dotate di piste d'atterraggio per grossi vettori – per potere far fronte all'eventualità che la Turchia ritiri loro l'autorizzazione ad utilizzare la base NATO di Incirlik.

 

Nel sud-est, i miliziani dell'Esercito Siriano Libero (FSA) che sono presenti nei pressi di al-Tanf, dove sono installate forze statunitensi e britanniche, hanno assunto un atteggiamento attendista, non sapendo se godranno più dell'aiuto statunitense dopo che Washington ha annunciato che il programma di aiuto della CIA ai gruppi ribelli era terminato. Si tratta di un segno di buona volontà indirizzato dall'amministrazione Trump a Mosca, per tentare di mettere in coordinamento i negoziati di Ginevra e di Astana e di realizzare delle “zone di de-escalation”. Il problema è che i belligeranti sul campo – soprattutto Hezbollah – non riconoscono al momento quella che può essere considerata come una tregua. D'altronde il Congresso USA raccomanda di imporre nuove sanzioni contro il movimento sciita libanese.

 

Scontri tra ribelli nella provincia di Idlib

Violenti scontri si registrano dall'inizio di luglio nella provincia di Idlib, nel nord-ovest della Siria. Oppongono il Hayat Tahrir al-Cham al suo ex alleato Ahrar al-Cham, uno dei gruppi ribelli più forti. Molti osservatori pensano che Ahrar al-Cham stia preparando il campo ad una offensiva militare turca in questa provincia. Infatti pare che Ankara si sia assicurata l'appoggio di questo importante movimento ribelle salafita. In caso di successo, i Turchi potrebbero sponsorizzare la nascita di un “Esercito Nazionale Siriano”, composto da movimenti ribelli turcomanni e salafiti-nazionalisti come Ahrar al-Cham. Erdogan diventerebbe allora un interlocutore imprescindibile, essendo riuscito a federare forze importanti che si oppongono al Hayat Tahrir al-Cham, a Daesh, al governo di Damasco e ai Curdi.

 

La situazione militare in Iraq

 

 

La battaglia di Mosul è ufficialmente terminata. Ma è adesso che cominciano i problemi di amministrazione della città. Già da subito, violenti incidenti tra milizie sciite e sunnite sono state segnalate il 20 luglio nella parte nord-est della città liberata. Al momento le autorità di Baghdad si sforzano di completare le operazioni di bonifica del territorio e di “gestione” della popolazione, onde evitare che sopravvissuti di Daesh riescano a passare le maglie dei controlli e a compiere attentati terroristi o a fuggire verso altri fronti che l'ISIS ancora controlla, in particolare nella provincia di Al-Anbar, nel centro-ovest del paese. Daesh continua a costituire una minaccia in tutto il territorio, salvo che nel sud-est del paese, dove gli sciiti sono in maggioranza, ma non per questo sono al riparo da possibili occasionali azioni terroriste.

 

Relazioni con l'Arabia Saudita

Stanno per essere riattivati dei punti di passaggio verso l'Arabia Saudita e Riad ha accettato di riprendere gli scambi di informazioni con Baghdad. Riallacciare i rapporti con un paese a maggioranza sciita è vitale per Riad. Infatti la famiglia reale ha appena vissuto una rivoluzione di palazzo col siluramento del principe ereditario Mohamed ben Bayef, il 21 giugno 2017, a profitto di Mohammed ibn Salmane, di appena 31 anni. C'è stata poi la messa al bando del Qatar col pretesto “che sosterrebbe il terrorismo”, ma in realtà perché intrattiene relazioni corrette con Teheran. Riad tenta di spezzare il cd.“arco sciita” che va dall'Iran al Libano, passando per lo Yemen e il Bahrein. Già adesso, per impulso del nuovo principe ereditario, l'Arabia Saudita incrocia le armi, per ribelli interposti, con i mullah iraniani in Siria e Yemen. Inserire un “cuneo” in questo arco nella zona dell'Iraq sarebbe utile, ma non è certo che la manovra possa riuscire.

 

 

Il Kurdistan iracheno

 

Il governo centrale iracheno ha molte preoccupazioni col suo Kurdistan che manifesta velleità di indipendenza. Quest'ultimo però al momento si divide in tre entità:

  • al centro (da Zaxo a Kirkuk), il governo regionale del Kurdistan (KRG) dominato dal Partito democratico del Kurdistan (PDK) di Massoud Barzani ha deciso di organizzare un referendum sull'indipendenza il prossimo 25 settembre;

  • a est (nei dintorni di Sulaimaniyya), l'Unione patriottica curda (UPK), guidata da Jalal Talabani, alleato di Teheran (1) dovrebbe partecipare al referendum, ma non è certo che Teheran sia soddisfatta di questa iniziativa;

  • a ovest, nella provincia di Sinjar, gli Yazidi, le cui Unità di resistenza del Sinjar (YBS) sono strettamente inquadrate dalle Unità di protezione del popolo (YPG) (2) e dal PKK. Il KRG di Barzani continua a chiedere, senza successo, alle YPG e al PKK di tornarsene nelle loro posizioni di provenienza, la Siria per i primi e la Turchia per i secondi.

 

Daesh ha incontestabilmente subito importanti rovesci militari sul teatro siro-iracheno. Ha oramai cessato di funzionare come “Stato” e oramai attira molti meno volontari stranieri. Per contro ha saputo diffondere la sua mortifera ideologia tra altri gruppi sparsi per il mondo, dall'Africa fino all'Estremo Oriente, passando per la zona afghano-pakistana e il Caucaso. E' in guerra con Al Qaeda “canale storico” che tenta di riguadagnare il terreno perduto (3) alleandosi con forze locali che non necessariamente condividono la sua ideologia politico-religiosa, soprattutto i Fratelli Mussulmani.

 

Nonostante i loro contrasti, i due movimenti salafiti-jihadisti condividono sempre la loro ideologia di odio verso i “miscredenti” (ebrei e crociati) e il desiderio di colpirli attuando (ove possibile) azioni terroriste.

 

 

Note:

 

  1. Il PKK e il suo ramo iracheno, il PJAK, sono posizionati lungo i fianchi del monte Qandil, nel nord-est del Kurdistan iracheno, in prossimità della frontiera iraniana.

  2. Le forze di protezione del Sijar (HPS) sono molto legate al Governo regionale del Kurdistan.

  3. Gli attivisti di Daesh sono per lo più dei transfughi di Al Qaeda “canale storico”. Quest'ultimo movimento tenta di recuperarli.                                                                                                                                                           

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