ProfileCrisi siriana, ottobre 2016 - Il video e la fotografia prodotti dalla Aleppo Media Centre (AMC), che mostrano Omran Daqneesh (di lato), alias «il piccolo sopravvissuto di Aleppo» asseritamente salvato dai famosi Caschi Bianchi nella zona di Aleppo sotto controllo terrorista, sono subito diventati virali...

 

21st century wire, 20 settembre 2016 (trad. ossin)
 
Il Quai d’Orsay, l’UE e gli USA finanziano «Aleppo Media Centre», che difende la causa degli jihadisti
Vanessa Beeley
 
La storia è finita dovunque in prima pagina: «Bambino recuperato vivo dalle macerie». Il video e la fotografia prodotti dalla Aleppo Media Centre (AMC), che mostrano Omran Daqneesh, alias «il piccolo sopravvissuto di Aleppo» asseritamente salvato dai famosi Caschi Bianchi nella zona di Aleppo sotto controllo terrorista, sono subito diventati virali, scalando vertiginosamente la stratosfera della propaganda mediatica occidentale
 
Il piccolo Omran
 
Praticamente tutti i grandi organi di stampa del mondo intero hanno mostrato il video e quella che poi è diventata la celebre fotografia di Omran, il «piccolo sopravvissuto di Aleppo». Il bambino, coperto di polvere e di sangue, è stato sistemato su di una sedia in quel che sembra essere una autoambulanza in ottimo stato, nonostante ci si troverebbe in una zona di guerra, per poi essere fotografato a raffica da un numero incalcolabile di videocamere e telefoni mobili. Intanto nessuno gli prestava assistenza, come si trattasse di una messinscena per un servizio fotografico.
 
Nessuno lo confortava, né bendava le sue apparenti ferite, né gli applicava un collare cervicale o lo sistemava su di una barella nell’ipotesi che potesse avere riportato lesioni spirali (procedura standard di primo soccorso), a lui che era stato appena recuperato «sotto le macerie» di un palazzo bombardato che, secondo l’AMC, era stato colpito da «attacchi aerei russi e siriani».
 
 
HUB DI PROPAGANDA: Aleppo Media Centre fornisce immagini di appoggio ai programmi di cambio di regime in Siria ai media degli Stati Uniti, del Regno Unito, degli Stati facenti parte della NATO, ad Al Jazeera del Qatar e a molti altri, a sostegno della campagna di pubbliche relazioni a favore di organizzazioni riconosciute come terroriste, operative in Siria.
 
Aleppo Media Centre ha veramente fatto un bel colpo di propaganda, che ha suscitato un gran numero di appelli a favore dell’istituzione di una zona di interdizione aera e di un intervento occidentale, dando fiato alla road map voluta dagli USA per il «regime change» in Siria. Tuttavia un certo numero di giornalisti indipendenti internazionali, di analisti dei media e di militanti per la pace hanno cominciato ad avere dei dubbi sull’immagine e la sua fonte, rivelando dettagli estremamente inquietanti, non solo a proposito della foto, ma soprattutto dell’organizzazione che l’ha fornita ai media occidentali avidi di sensazionalismo.
 
«Recentemente, la foto straziante di un bambino siriano insanguinato e apparentemente in stato di shock, seduto in una ambulanza ad Aleppo, è stata ampiamente diffusa e commentata dai media nazionali e internazionali. Come risposta, alcuni giornalisti hanno invitato l’amministrazione Obama ad assumere delle misure, ivi compreso il bombardamento di obiettivi militari del governo siriano»Dichiarazione del gruppo Veterans for Peace
 
 
Un’analisi retrospettiva di questa storia dimostra che tutto questo furore mediatico pilotato da Washington, Londra, l’Europa, i paesi del Golfo, la Turchia e Israele è stato deliberatamente gonfiato. Oltre a servire da catalizzatore per le reazioni concertate dei governi neocolonialisti, è riuscito a sollevare anche un polverone per meglio nascondere i massacri quotidiani commessi dai terroristi sostenuti dagli Stati Uniti, la NATO e i paesi del Golfo, questi sedicenti «ribelli moderati» che controllano la parte est di Aleppo (dove restano circa 220 000 persone, tra cui molti terroristi e membri delle loro famiglie), contro i circa 1,5 milioni di civili siriani della raramente menzionata zona ovest di Aleppo, un settore sotto il controllo e la protezione del governo siriano e delle Forze Armate Nazionali siriane.
 
Solo nelle due prime settimane di agosto, 143 civili sono stati uccisi da lanci di mortaio del Fronte Al Nusra contro la parte ovest di Aleppo, tra cui 54 bambini e 23 donne. Questa informazione è stata fornita a Vanessa Beeley dal dottor Zahar Buttal, direttore della Aleppo Medical Association, in occasione della sua visita ad Aleppo ovest il 14 agosto 2016.
 
 
E’ il fotografo dell’AMC Mahmoud Raslan che ha fornito la messa in scena di Omran ai media occidentali avidi di sensazionalismo.
 
I soliti sospetti
 
Se la BBC, CNN, il New York Times, il Washington Post, Al Jazeera e soci avessero fatto una rapida ricerca in Internet, si sarebbero facilmente imbattuti in ciò che media più coscienti hanno scoperto.
 
Il sedicente fotografo di Omran, il «piccolo sopravvissuto di Aleppo», si chiama Mahmoud Raslan [o Rslan], e si descrive come un «foto-giornalista militante». L’analisi del suo profilo e delle sue foto nei media sociali ha rivelato che Raslan è un simpatizzante terrorista a tutto tondo, cosa che hanno subito riferito alcuni media rispettabili e affidabili, come Telesur e Sputnik News :
 
«Alcune foto che girano in rete, tratte dalle pagine del fotografo di Omran nei media sociali, un uomo di nome Mahmoud Raslan, lo mostrerebbero mentre simpatizza con gli assassini di un altro bambini, un ragazzino di 12 anni il cui nome è Abdullah Tayseer Issa, che è stato sgozzato in modo grottesco da alcuni ribelli moderati sostenuti dagli USA il mese scorso […]. Le foto che circolano nei media sociali, che sono state raccolte da LiveLeak (attenzione, contenuto scioccante), mostrano immagini presenti sulla pagina Facebook di Raslan, tra cui una foto che lo raffigura in posa e sorridente, in compagnia degli stessi terroristi del movimento Nour al-Din al-Zenki che hanno ucciso Issa a sangue freddo».
 
Raslan ha saputo trarre profitto dalla sua nuova gloria mediatica, mettendo insieme una testimonianza toccante, a cominciare da The Telegraph che ha pubblicato la sua storia omettendo, sembra, di indagare sulle sue radici terroriste:
 
«Le lacrime hanno cominciato a scorrere sul mio volto mentre scattavo la foto. Non è la prima volta che ho pianto. Ho pianto spesso filmando bambini traumatizzati. Piango sempre. Noi fotografi di guerra piangiamo continuamente».
 
Evidentemente i maltrattamenti, la tortura e la decapitazione di Abdullah Issa, un ragazzino di 12 anni (da parte degli assassini di bambini che posano con lui nella foto qui sotto), non sono stati capaci di far colare le stesse lacrime di coccodrillo dagli occhi di Raslan, il simpatizzante terrorista.
 
 
Nel corso delle sue varie incursioni nell’oscuro mondo dei media-mockinbirg al servizio dello Stato profondo, Raslan ha sempre sostenuto di essere un freelance che collabora con Al Jazeera e AFP, «affiliato» ad Aleppo Media Centre.
 
Sarah Flounders, la direttrice di International Action Centre, ha detto questo a RT:
 
«No, io credo che questo fotografo sia ben conosciuto in Facebook e YouTube, dove pubblica immagini continuamente, foto apologetiche della milizia Zinki, organizzazione terrorista già nota anche prima dell’orribile decapitazione di un bambino palestino-siriano. E’ tutt’altro che un militante per i diritti della persona. Egli si descrive come un giornalista militante, ma il suo ruolo è quello di applaudire e sostenere le attività terroriste in Siria».
 
Tra le altre dichiarazioni, Raslan ha scritto sulla sua pagina Facebook che «alcuni dei migliori momenti della mia vita sono stati quelli passati con dei kamikaze».
 
In una intervista accordata successivamente ad Al Babwa, Raslan fa del suo meglio per porre rimedio ai danni provocati alla sua reputazione:
 
«Io non lavorerei mai con un gruppo che non condivide le mie convinzioni personali, ma è necessario talvolta farsi fotografare con loro», Aggiunge: «Faccio abitualmente centinaia di selfie con tutti quelli che incontro al fronte. Noi che lavoriamo nei media scattiamo centinaia di foto che conserviamo nei nostri archivi».
 
Queste parole ci fanno prevedere che la prossima volta che Raslan si troverà «al fronte», le sue pagine Facebook e Twitter saranno inondate da selfie che lo mostreranno coi partigiani di Daech, del Fronte al Nusra (al Qaeda), di Arar al-Sham, di Nour al-Din al-Zenki e di chiunque gli capiterà di incontrare.
 
Seguiamo la pista del denaro: chi finanzia Aleppo Media Centre?
 
Quando si segue la pista del denaro, le cose diventano ancora più interessanti. Anne Barnard del New York Times ha scritto un resoconto commovente della storia di Omran. Ricordiamo che ha anche reso un bell’omaggio ad un kamikaze non molto tempo fa. Nel suo reportage, descrive Aleppo Media Centre in questo modo:
 
«Un gruppo costituito da molto tempo, che raggruppa militanti e cittadini giornalisti, ostili al governo, che forniscono notizie sul conflitto (…)».
 
Per chi segua questa sporca guerra in Siria con spirito critico, trovare espressioni come «militanti» e «cittadini giornalisti» nella stessa frase crea qualche perplessità. Se si aggiunge che sono anche «ostili al governo», il bel quadro propagandistico risulta completo.
 
Quel che Anne Barnard del NYT non dice ai suoi lettori è che queste espressioni [impiegate dai media che curano le pubbliche relazioni della NATO] fa aleggiare una preferenza per i barbuti wahhabiti, che scandiscono la formula del takfir [Dio è grande] mentre scaricano una pioggia di missili sui civili, e l’adesione ad un processo di selezione di «ribelli moderati» che assicura a coloro che non accettano la loro ideologia estremista di essere dichiarati infedeli e sommariamente giustiziati.
 
La pista del denaro
 
Cominciamo a esaminare le fonti di finanziamento di questo gruppo di cittadini giornalisti legati alla sfilza di gruppi terroristi estremisti religiosi, agli  Stati Uniti e alla NATO, localizzati esclusivamente nel settore est di Aleppo dominato dal Fronte al Nusra, da cui sparano quotidianamente i cannoni infernali che spazzano le vite di 1,5 milioni di Siriani che abitano nella zona ovest di Aleppo, controllata dall’esercito siriano.
 
 
Come ha bene evidenziato il sito Sott.net, Aleppo Media Centre è un «progetto» della Syrian Expatriates Organization [SEO]:
 
«La SEO è esattamente quel che il suo nome lascia intendere, vale a dire un gruppo di cittadini statunitensi di origine siriana che ha i propri uffici in K Street a Washington D.C., una strada nota come il centro dell’industria del lobbying politico negli USA, dove hanno sede una moltitudine di centri di studio, di lobbisti e di gruppi di difesa». Sott.net
 
Il sito web della SEO ci informa che essa ha giocato un ruolo determinante nella creazione di Aleppo Media Centre:
 
«I reportage e la sensibilizzazione dei media sono compiti ritenuti cruciali per la ribellione in Siria. Aleppo Media Centre, un centro di informazioni specializzate su Aleppo e i suoi sobborghi, è stato costituito grazie ad una generosa contribuzione della SEO. Da ottobre 2012, la SEO si è impegnata ad assicurare il coordinamento di Aleppo Media Centre e a procurare aiuto tecnico e logistico, oltre all’aiuto finanziario già fornito».
 
Però la SEO non è l’unico mecenate di questo centro frequentemente citato, ben radicato nel territorio controllato dal Fronte al-Nusra. A dicembre 2015, Canal France International (CFI), una organizzazione dello Stato francese, era felice di annunciare che la radio di Aleppo Media Centre era in procinto di iniziare le sue trasmissioni sulle onde FM nelle città di Aleppo, di Idlib e di Hama. Idlib e Hama, oltre alla zona est di Aleppo, sono tutti bastioni del Fronte al-Nusra.
 
L’annuncio del lancio della radio di AMC si trova sul sito web del CFI:
 
«Aleppo Media Centre, che raggruppa stabilmente una ventina di giornalisti che operano in Siria, produce e diffonde dal 2012 una continua informazione sull’attualità della regione, pubblicando articoli, foto e video sui sito internet e le reti sociali.
 
Grazie al sostegno dell’Incubatrice dei media siriani di Gaziantep (Turchia), questo centro riesce a concretizzare un nuovo progetto: creare una radio locale a Aleppo, che trasmette due ore al giorno sulla frequenza FM 99.00 e circa 15 ore al giorno in internet.
 
Nel 2015, l’Incubatrice ha proposto ai giornalisti di Aleppo Media Center diversi corsi di formazione nei campi della radio e dei video. A novembre ha finanziato l’acquisto di attrezzature per lo studio, l’istallazione dello studio, e formato il gruppo alla sua utilizzazione.
 
A dicembre due membri del centro sono stati anche formati come formatori, ciò che consentirà loro di formare a loro volta altri cittadini giornalisti all’interno della stessa Siria».
 
Aleppo Media Centre riceve dunque il «sostegno» di una organizzazione chiamata “Incubatrice dei media siriani” con sede a Ganziatep, in Turchia. E’ interessante la scelta del nome, perché la Turchia ha anche servito da incubatrice per i mercenari terroristi di ogni risma sostenuti dagli Stati Uniti e dalla NATO, dai paesi del Golfo e Israele che hanno invaso la Siria attraverso la frontiera turca con le loro armi e il loro equipaggiamento. E’ d’altronde la causa principale del proseguimento del conflitto in corso, che ha generato questo ciclo perpetuo di miseria e massacro che subisce il popolo siriano.
 
 
E’ qui le cose diventano più piccanti. «L’Incubatrice dei media siriani» è un progetto finanziato da Canal France International (CFI), l’agenzia di cooperazione e operatore del ministero degli Affari esteri francese nel campo dei media. Sì, è proprio il Quai d’Orsay che finanzia Aleppo Media Centre, la principale fonte di «informazioni» su Aleppo mollate a tutti i mass media del Regno Unito, degli Stati Uniti e dell’Europa.
 
E’ scritto in blu, bianco e rosso sul sito web del governo francese:
 
«Canal France International (CFI), agenzia francese di cooperazione, operatore del ministero francese degli affari esteri nel campo dei media, ha firmato due importanti contratti (2,7M€) con l’Unione europea per sviluppare dei progetti in favore dei media indipendenti del mondo arabo.
 
Il primo contratto di due anni concerne un progetto di accompagnamento dello sviluppo dei media siriani, principalmente attraverso corsi formativi.
 
Del totale di 1,5 milioni di euro, 1,2 milioni vengono finanziati dall’Unione europea. L’obiettivo principale del progetto è di preparare una nuova generazione di giornalisti siriani capaci, oggi, di produrre una informazione di qualità e professionale, e domani di costituire i pilastri dei media del dopo crisi.
 
Fin dal mese di aprile 2014, CFI aprirà le porte di un centro di media, dal nome «Syrian Media Incubator», nella città turca di Gaziantep, a 60 km dalla frontiera siriana, a nord di Aleppo. Questo spazio di lavoro collettivo mira a fornire gli strumenti moderni di telecomunicazione e ad accompagnare i giornalisti siriani che siano decisi a continuare, costi quel che costi, a trasmettere le informazioni sul loro paese».
 
 
Questa confessione del governo francese è niente di meno che spettacolare. Analizziamo da vicino questo annuncio: la Francia e l’UE, che sono tutt’altro che osservatori imparziali della guerra che hanno scatenato in Siria gli Stati Uniti e i loro alleati della NATO, i paesi del Golfo e Israele, finanziano e sostengono un organo di stampa che attizza il fuoco della propaganda in punti strategici nella battaglia che impegna l’Esercito arabo siriano per liberare Aleppo dalle grinfie delle gang terroriste della coalizione degli Stati Uniti. Il fuoco che attizza permette di sviare l’attenzione del pubblico dalle vere atrocità commesse dalle entità terroriste contro i civili siriani ad Aleppo e di rilanciare gli appelli a favore della istituzione di una zona di interdizione aerea, l’ultimo strumento che la NATO vuole procurarsi per ridurre la Siria ad uno Stato in liquidazione come la Libia.
 

Vale la pena ricordare anche che l’UE è una delle principali fonti di finanziamento di quell’altra ONG della «opposizione siriana» che è l’Osservatorio siriano dei diritti dell’uomo (SOHR), un one-man show che opera in Gran Bretagna, composta da un ex condannato siriano che si fa chiamare Rami Abdelrahman (il cui vero nome è Osama Ali Suleiman, nella foto a sinistra). Quest’ultimo lavora in coordinamento col ministero britannico degli affari esteri e del Commonwealth. E’ importante parlarne perché sull’esempio di Aleppo Media Centre, l’Osservatorio è la fonte da cui tutti i media istituzionali occidentali, come anche il dipartimento di Stato degli Stati Uniti e i loro alleati, attingono tutte le «notizie» e i «dati» a proposito di quel che si suppone accada in Siria.
 
Che si tratti della storia di Omran o delle recenti accuse di attacco al cloro da parte dell’esercito siriano, tutte queste notizie fanno parte di un programma che ha poco a che vedere con il benessere della Siria e riguarda ben più la volontà di raggiungere l’obiettivo politico di rovesciarne il governo, dichiarato dagli Stati Uniti e dalla NATO, e che era al primo posto nella lista delle cose da fare in Siria ben prima del 2011 (quando la sporca guerra pianificata in corso ha cominciato davvero a crescere di intensità) da parte delle agenzie di Washington responsabili dell’edificazione [distruzione] della nazione.
 
 
UN UOMO TRASPORTA UN BAMBINO, ALTRI SI COMPORTANO COME SE NON CI FOSSE: fotomontaggio di una immagine toccante da parte di Aleppo Media Centre (Fonte: AMC/Washington Times)
 
Anche qui vediamo gli stessi «cittadini giornalisti» autoproclamati, ben radicati nelle nuove colonie del terrorismo, queste enclave terroriste che rigurgitano di criminali fanatizzati dalla droga, instabili e violenti, che non esitano a lanciare sulle zone residenziali densamente popolate della parte ovest di Aleppo contenitori riempiti di vetri, schegge, cloro ed esplosivo.
 
Questi «cittadini giornalisti» sono felici del loro ruolo e del trovarsi in territori controllati dai terroristi e non temono in alcun modo gli assassini che non provano alcuno scrupolo a commettere le peggiori atrocità, ivi compresa la decapitazione di un ragazzino di 12 anni, emaciato e febbricitante, quel Abdullah Issa di cui abbiamo detto prima.
 
Assistiamo alla creazione di un’altra componente dello Stato profondo dell’Occidente, che si nasconde dietro i progetti delle ONG che provvedono a finanziare, e che edifica, all’ombra di una guerra, mattone dietro mattone, una barriera invalicabile tra il grande pubblico e la verità su cosa la Siria a il popolo siriano devono realmente affrontare.
 
Questa enclave di media dell’ombra si situa nella cassa di risonanza della propaganda organizzata dagli Stati Uniti e dalla NATO, che riduce al silenzio gli appelli provenienti dalla Siria che altrimenti sarebbero udibili, a vantaggio di una immagine falsata e artificiale di reportage strumentali, che utilizzano senza ambasce le espressioni «ribelli» e «combattenti per la libertà» per descrivere dei terroristi islamisti.
 
L’appello autentico è quello della maggioranza del popolo siriano, e non il grido di guerra dell’opposizione scelta dagli Stati Uniti e dalla NATO, la maggior parte dei cui aderenti non vivono nemmeno in Siria.
 
Il metodo
 
«Da ricordare che, in partenariato con International Media Support (IMS) e Reporters sans frontières (RSF), CFI a soprattutto contribuito nel 2013 alla creazione della radio siriana indipendente Radio Rozana, che trasmette da Parigi e si appoggia su una rete di 30 corrispondenti che si trovano in Siria. Questi ultimi hanno beneficiato, nel 2013, di diversi corsi di formazione organizzati da CFI.»
 
I paesi presi di mira
 
«Il secondo contratto firmato con l’Unione Europea, della durata di tre anni, permetterà a CFI di finanziare progetti diretti a sviluppare l’informazione in Algeria, in Marocco, in Tunisia, in Libia, in Egitto, in Giordania, in Palestina, in Libano e in Siria».
 
Il loro obiettivo evidente e fine a se stesso
 
«In uno scenario arabo in piena mutazione, CFI raddoppia il suo impegno per accompagnare i media indipendenti, chiamati a giocare un ruolo importante nei fragili processi di democratizzazione in corso».
 
L’avallo del governo francese
 
«Il ministero degli affari esteri e dello sviluppo internazionale (MAEDI) affida a CFI la missione di attuare la sua politica di sostegno allo sviluppo di media pubblici e privati, e più in generale del settore audiovisivo in una prospettiva tri-mediale, nei paesi beneficiari dell’aiuto pubblico allo sviluppo.
 
I suoi obiettivi restano la diffusione dell’informazione [propaganda], il rafforzamento della società civile e dello Stato di diritto e il sostegno alle nuove democrazie o “Stati fragili”. Il fatto che siano affidati a France Télévisions e ad Arte France è garanzia del loro livello professionale».
 
Organi di stampa come Aleppo Media Centre vengono descritti in uno studio di CFI come «in opposizione alla propaganda di Damasco». E tuttavia, dal momento che la sedicente propaganda di Damasco viene subito respinta in blocco dai governi della coalizione guidata dagli Stati Uniti, dai loro media di Stato, dai gruppi di difesa del diritti della persona, dai gruppi dell’opposizione sotto controllo, da tutte le ONG antisiriane finanziate da Soros, dai cocchi della NATO che formano i Caschi Bianchi e, infine, dai gruppi di riflessione allineati sulla NATO, è difficile comprendere questo lavoro di formazione di una opposizione, quando si è in presenza di una così potente lobbie internazionale che si oppone allo Stato siriano.
 
L’avallo degli Israeliani
 
Ricordiamo che Israele, il principale beneficiario della guerra della coalizione degli Stati Uniti in Siria, secondo Bouthaina Shaaban (consigliere politico e mediatico del presidente siriano Bachar Al Assad), ha tenuto una pagina dedicata ai reportage di Aleppo Media Centre sul sito web del Times of Israel fino a marzo 2015. Un simile onore non viene riservato se non a coloro che siano interni al circolo strettissimo della visione geopolitica sionista che auspica la frammentazione del Medio Oriente e la divisione della Siria, rivale da sempre di Israele, lungo le linee delle divisioni settarie. Una politica portata avanti da Israele e dal suo complice nel delitto, più esposto che mai, che è l’Arabia Saudita.
 
Gli attori principali
 
Zein Al Rifai, cofondatore di Aleppo Media Centre. Photo : Rozana.fm
 
Uno dei co-fondatori di Aleppo Media Centre è Zein Al Rifai, un altro Youcef Seddik. In una intervista accordata a Syria Deeply, un’altra stella della costellazione dei media da poco nati per diffondere la propaganda contro lo Stato siriano e il suo esercito nazionale, Al Rifai risponde alle domande riproponendo sempre gli stessi cliché e altre menzogne spudorate.
 
«Aleppo è stata una delle prime città a protestare. Le manifestazioni che si sono svolte all’Università di Aleppo erano importanti, ma malauguratamente i media non parlavano all’epoca di Aleppo e le prima manifestazioni non sono ben documentate, spiega Al Rifai».
 
Possibile che, se queste «prime manifestazioni» non sono ben documentate questo sia dovuto al fatto che non sono affatto avvenute, contrariamente a quanto afferma Zein Al Rifai, fondatore di Aleppo Media Centre?
 
NOTA – Syria Deeply è finanziata dalla Asfari Foundation, diretta da Ayman Asfari, che ha conferito un finanziamento di avviamento ammontante a 300 000 dollari per la campagna siriana, il cui più grande successo è stato di ottenere l’intervento di agenti NATO sul terreno: i Caschi Bianchi.
 
Ecco la risposta del dottor Tony Sayegh, un eminente chirurgo che opera ad Aleppo ovest, a chi gli chiedeva come fosse Aleppo prima del conflitto:
 
«E’ stato a luglio 2012 che tutto è cambiato. Ma non sono stati i residenti di Aleppo a ribellarsi contro il governo. Alcune zone della città sono state invase da gruppi armati provenienti da altri luoghi della Siria e da altri paesi», Tony Sayegh ritiene che gli interessi in gioco in questa invasione andassero molto oltre il controllo di una sola città.
 
«Il tentativo di rovesciare il governo siriano con le armi e le sommosse era fallito, Allora hanno deciso di concentrarsi su Aleppo, per bloccare tutta l’economia siriana. I gruppi armati hanno assunto il controllo dei servizi di erogazione idrica e delle centrali elettriche per interrompere le forniture ai residenti, poi sono passati alle industrie. Fabbriche intere sono state smantellate e trasportate in Turchia. Hanno rubato tutto. E’ a questo punto che tutto si è sovvertito e la disgrazia di Aleppo è cominciata».
 
 
Immagine sulla pagina Facebook di Zein Al Rifai: tutte queste bandiere associate all’opposizione siriana chiariscono verso chi pendano le sue simpatie. Foto: pagina Facebook
 
Una ricerca sulle attività di Al Rifai e di Seddik rivela che questi due «cittadini giornalisti» oppositori del governo siriano non incontrano alcuna difficoltà ad entrare in Francia per dei tour promozionali, cosa del tutto straordinaria quando si sa che è praticamente impossibile per la maggior parte dei cittadini siriani laici favorevoli al governo [o semplicemente contrari ad un intervento della NATO] ottenere un visto di ingresso, a causa delle dure sanzioni che Stati Uniti e UE hanno imposto contro lo Stato siriano, e che colpiscono prima di tutti il popolo siriano.
 
Inoltre i due vengono immancabilmente definiti dalla stampa francese come «oppositori di Bachar el-Assad» e come «giornalisti» che non trovano sconveniente mantenere relazioni con entità terroriste come il Fronte al-Nusra (Al-Qaeda in Siria), con le quali condividono lo stesso obiettivo, che è di rovesciare il presidente Assad.
 
«Noi manteniamo buoni rapporti con la maggior parte delle fazioni dell’opposizione. Abbiamo tutti lo stesso obiettivo: liberare la Siria dalla tirannia, salvo che ognuno di noi segue la sua propria strada per raggiungerlo. Noi abbiamo coperto giornalisticamente alcuni settori sotto il controllo del Fronte al-Nusra ad Aleppo e a Idlib. Loro ci hanno sempre lasciati tranquilli».  Zein Al Rifai a Syria Deeply
 

Oltre a non nascondere buoni rapporti con una organizzazione responsabile di una percentuale enorme delle atrocità commesse contro il popolo siriano e altri, i due si fanno spesso accompagnare nei loro tour addirittura da Hala Kodmani, la sorella della direttrice del Consiglio nazionale siriano, Basma Kodmani (foto a sinistra).
 
Le referenze di Basma Kodmani come candidata dell’opposizione sostenuta dalla NATO, che ha partecipato due volte alle riunioni del Gruppo Bilderberg, sono state bene analizzate da Charlie Skelton del quotidiano The Guardian :
 
«Risulta che Kodmani è una fedele agente dell’industria della promozione della democrazia anglo-statunitense. La sua «provincia di origine» (secondo il sito web del Consiglio nazionale siriano) è Damasco, ma il suo percorso professionale è da tempo strettamente legato ai poteri che ella supplica di intervenire in Siria».
 
Conclusioni
 
Una rapidissima ricerca a partire dalle parole Aleppo Media Centre + Omran rivela il ruolo cruciale di questo organo di stampa sostenuto dall’Occidente nell’ambito della propaganda dei media allineati sulla NATO. Praticamente tutti i grandi media istituzionali utilizzano i video e i reportage di AMC per incoraggiare e sostenere il flusso incessante di cronache della coalizione degli Stati Uniti anti Assad. The Guardian, Channel 4, la BBC, The Telegraph, CNN, Fox News, Time, FT e molti altri dipendono tutti da AMC, per i prodotti che quest’ultima confeziona sulla Siria.
 
Insomma è lo Smart Power (potere dell’intelligence) in azione, la nascita di un mondo migliore nel quale i pezzi grossi dei media, confortevolmente sistemati nei loro grattaceli di uffici a Londra, Parigi o Manhattan, non hanno più bisogno di sporcarsi le mani in zona di guerra, lasciando il compito ai «militanti» e ai «cittadini giornalisti» di lavorare al posto loro.
 
Il problema dal punto di vista professionale ed etico è che, nel caso di Aleppo Media Centre, i suoi reportage non sono né equilibrati né obiettivi. AMC è finanziata dal Quai d’Orsay, dalla UE e dagli Stati Uniti, che hanno tutti investito massicciamente nell’operazione militare della coalizione guidata dagli Stati Uniti, nella «road map» per la Siria e nell’ipotesi di cambio di regime che ardentemente auspicano.
 
Peggio ancora, Aleppo Media Centre è legata esclusivamente al Fronte al Nusra e ad Arar al-Sham e opera nei settori controllati dai terroristi. I loro stessi operatori ammettono di lavorare in stretta collaborazione col Fronte al-Nusra, perché tutti condividono lo tesso obiettivo, un cambio di governo, poco importa il numero di civili siriani massacrati per strada, cosa che avviene puntualmente ad Aleppo.
 
AMC è l’elemento cruciale di una rete molto più vasta e sinistra, composta da fautori della democratizzazione e predatori neocolonialisti. E’ anche apprezzata da Israele, il primo beneficiario di un conflitto e di un caos perpetuo in Siria e nella regione.
 
In sostanza, tutto questo bel mondo cerca di promuovere l’idea che, per migliorare la Siria, bisogna cominciare col distruggerla. Sulla base di tutte le informazioni pertinenti disponibili, è chiaro che i media al servizio degli Stati occidentali sono in realtà delle agenzie di pubbliche relazioni, incaricate di vendere questa idea ad una popolazione deliberatamente disinformata.
 
Questi media siriani, come i media istituzionali che alimentano, non disdegnano di paragonare il presidente Assad a Hitler, una forma di demonizzazione a buon prezzo che essi e i loro gruppi di Smart Power utilizzano a ripetizione per ottenere i cambiamenti di regime che auspicano, sia in Libia (Muammar Gheddafi), che in Iraq (Saddam Hussein) o in Jugoslavia/Serbia (Slobodan Milosevic), per fare solo qualche esempio.
 
Queste campagne di «hitlerizzazione» si rivelano fruttuose, ma non si può evitare di constatare, leggendo le tesi di Hitler a proposito della propaganda, che sono proprio gli Stati del Nord e la macchina mediatica istituzionale a seguire rigorosamente gli insegnamenti di Hitler, che riteneva la propaganda l’elemento essenziale per controllare le masse e garantire la loro accettazione di una guerra eterna.
 
«L’arte della propaganda è stata capace di risvegliare l’immaginazione pubblica facendo appello ai sentimenti della gente, trovando formule psicologicamente appropriate che attirino l’attenzione delle masse e ne tocchino il cuore». Hitler, Mein Kampf
 
Vanessa Beeley collabora con 21WIRE, e dal 2011 ha trascorso la maggior parte del suo tempo in Medio Oriente, riportando quanto accade in quei luoghi – in qualità di ricercatrice indipendente, scrittrice, fotografa e militante per la pace. E’ anche membro del comitato direttivo del Movimento Solidarietà-Siria, e una volontaria della Campagna mondiale per il ritorno in Palestina. Vedi il suo blog The Wall Will Fall.
 
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