ProfileCrisi siriana, febbraio 2016 - I recenti sviluppi della situazione sul campo offrono diverse opzioni ad Ankara, dall’invio di truppe ad un maggiore sostegno logistico, passando per l’intensificazione degli attacchi aerei (nella foto, carri armati turchi)

 

L’Orient le Jour, 19 febbraio 2016 (trad. ossin)
 
Tutte le possibili opzioni (gesti disperati inclusi) della Turchia in Siria
Samia Medawar
 
I recenti sviluppi della situazione sul campo offrono diverse opzioni ad Ankara, dall’invio di truppe ad un maggiore sostegno logistico, passando per l’intensificazione degli attacchi aerei
 
 
Mentre una soluzione diplomatica del conflitto siriano sembra allontanarsi sempre più, si va complicando la situazione sul campo, e non solo. L’attentato che ha colpito Ankara mercoledì sera, provocando una trentina di morti tra i militari, ne è una prova. Non si tratta certamente del primo attacco omicida subito dalla Turchia; questa volta però il governo accusa il Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK) e il suo ramo siriano (PYD). Queste nuove violenze intervengono mentre le posizioni curde in Siria sono quotidianamente bombardate dall’esercito turco. Il PYD, le Forze Democratiche siriane (FDS – composte essenzialmente da quasi 30.000 combattenti curdi e da diverse migliaia di Arabi) continuano, nonostante tutto, ad avanzare e a conquistare città e villaggi. L’obiettivo finale è, con tutta evidenza, di collegare i tre cantoni curdi, per unificare il loro Rojava, vale a dire la loro amministrazione autonoma.
 
Nel frattempo l’attuale campagna del governo siriano e dei suoi alleati, soprattutto la Russia e la sua aviazione, infuria nella provincia di Aleppo, minacciando di tagliare il flusso di rifornimenti (ai terroristi, ndt) tra la più grande città siriana e il confine turco. E’ in questo contesto che la Turchia e l’Arabia Saudita affermano, già da diversi giorni, di voler inviare delle truppe di terra in Siria, nell’ambito della coalizione internazionale contro lo Stato Islamico (IS) guidata dagli Stati Uniti. Tuttavia il governo del presidente turco Recep Tayyip Erdogan è già abbastanza preoccupato per le violenze che sono riprese in alcune città turche tra l’esercito e il PKK. Questi scontri, peraltro poco mediatizzati, hanno comportato, in diverse città come Cizre (dove quasi 600 militanti del PKK sono stati uccisi da dicembre), Silopi, Idil, Diyarbakir, l’imposizione del coprifuoco, che prosegue tuttora. Sottoposta com’è a un fuoco incrociato, la Turchia può allora permettersi di intervenire militarmente in Siria? E quali sono le sue opzioni?
 
L'attentato ad Ankara del 17 febbraio 2016
 
L’invio di truppe di terra
Qualsiasi cosa dicano talune “fonti”, turche o bene informate, l’invio di truppe di terra sembra, almeno per il momento, molto improbabile. Su questo punto, per prima cosa, la Turchia non potrebbe contare sulla coalizione internazionale contro ISIS, risolutamente ostile a qualsiasi intervento non aereo.
 
Ma è anche fuori questione che la Turchia possa intervenire da sola, scelta che – sicuramente – si rivelerebbe suicida a vari livelli. Ankara si ritroverebbe ben presto isolata diplomaticamente. Anche sul piano militare, le perdite sarebbero enormi e soprattutto inutili. Come dichiara a L’Orient-Le Jour Fabrice Balanche, geografo ed esperto della Siria, “i Russi non aspettano che questo per poterli attaccare”. Dunque la Turchia metterebbe piede in Siria solo con l’appoggio della NATO, con l’appoggio degli Stati Uniti, o ancora quello di partner arabi, come l’Arabia Saudita… e ancora.
 
Ben più categorico, Bayram Balci, ricercatore del CNRS e specialista della Turchia, ritiene che sia fuori questione per Ankara di intervenire in qualsiasi modo in Siria. “Damasco e Mosca se lo augurano, perché sarebbe il modo migliore per indebolire, fare impantanare e isolare ancor più la Turchia”, dichiara a L’Orient-Le Jour. “Sarebbe catastrofico. Un ex ministro turco degli Affari esteri affermava, pochissimo tempo fa che, per tentare di prendere Azzaz, la Turchia potrebbe perdere Antiochia; dunque non sarebbe un modo per risolvere il problema, ma porterebbe ad una perdita del suo attuale territorio”, rileva il ricercatore.
 
Oltre alla questione di un intervento sul territorio siriano che, senza il consenso di Damasco, costituirebbe una incursione illegale, resta quella del nemico. Ankara e Riyadh hanno ripetutamente affermato di voler combattere contro Daesh (acronimo arabo di IS). E’ però evidente che questo gruppo terrorista costituisca per Ankara una priorità meno urgente di quella dei Curdi, che continuano ad avanzare in territorio siriano. Il governo di Bachar al-Assad e i suoi alleati (Russia-Iran-Hezbollah) è, per Ankara, da evitare militarmente, per evitare il rischio di aggravare la situazione regionale in modo irreversibile e di seppellire definitivamente ogni speranza di soluzione del conflitto siriano.
 
Attacchi aerei
Già utilizzati dalla coalizione internazionale, oltre che dal governo siriano e dalla Russia, altri attacchi aerei sono realizzabili. Sarebbe agevole per la Turchia mantenersi nel suo spazio aereo, spiega Balanche. Un missile infatti può essere lanciato a 200-300 chilometri con molta precisione, metodo già utilizzato da Israele quando bombarda la Siria o il Libano. Da sola, o con l’Arabia Saudita nell’ambito della coalizione internazionale, la Turchia potrebbe colpire direttamente Daesh. Ma, ancora una volta, sono i Curdi il bersaglio privilegiato di Ankara, considerata per questa ragione come un partner poco credibile nella lotta contro IS, secondo Balci. E’ peraltro improponibile servirsi della coalizione per questi obiettivi, giacché la coalizione è stata creata per combattere il gruppo islamista, e non i Curdi, sostenuti sia da Washington che da Mosca.
 
Le rovine di Kobane
 
Appoggio logistico
Resta alla Turchia la possibilità di perseverare lungo la stessa strada da essa percorsa fin dall’inizio della guerra in Siria, vale a dire di continuare a garantire un appoggio logistico ai ribelli siriani. Appoggio che consiste nel fornire e lasciar passare armi e materiale a questi gruppi, a facilitare il passaggio di combattenti provenienti da est verso la Siria… Ancora ieri, più di 500 uomini sarebbero transitati dalla Turchia in Siria per andare a combattere contro le forze curde, in particolare nella regione di Azzaz, a nord di Aleppo. Non è la prima volta, dice Balanche, che ricorda come nel dicembre 2012 il Fronte al-Nusra (ramo siriano di Al Qaeda) abbia attaccato la città curda di Ras el-Ain, con carri e materiali pesanti provenienti dalla Turchia
 
Inoltre la Turchia già presta man forte a questi combattenti utilizzando la sua artiglieria, che può raggiungere bersagli fino a 40 chilometri all’interno del territorio siriano, precisa il ricercatore. Diversamente dai missili lanciati dagli aerei, i tiri di artiglieria non sono molto precisi, e i bersagli in movimento sono impossibili da colpire. “E’ piuttosto un effetto psicologico che entra in gioco – spiega – e siccome partono dall’interno del territorio turco, la Russia e la Siria non potrebbero rispondere”.
 
Per poi esaminare un altro scenario, ben diverso, che la Turchia potrebbe scegliere, anche se è molto difficilmente realizzabile. “Se il presidente Erdogan fosse davvero audace, potrebbe lanciare un’offensiva su Raqqa, con truppe di terra, aviazione, ecc”, spiega il geografo. Perché per andare a Raqqa le truppe turche sarebbero costrette a passare dalla città curda di Tall Abyad, con ciò tagliando in due il territorio curdo, separando Kobané da Qamichli. Nello stesso tempo, i Turchi dimostrerebbero di voler davvero combattere contro Daesh, scacciandola da Raqqa. Potrebbero istallare al suo posto dei ribelli filo sauditi o filo turchi, che potrebbero attaccare alle spalle i Curdi e l’esercito di Bachar el-Assad. “Ma vi sono molti rischi per i Turchi, che potrebbero perdere moltissimi soldati; vi sono inoltre più di 300.00 civili a Raqqa, ed è dunque difficile bombardare la città senza provocare diverse decine di migliaia di morti”, conclude il ricercatore.
 
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