Inchiesta, dicembre 2011 -  Fin dalla sua creazione nel 1945 da parte di sette paesi arabi, tra cui la Siria, la “Lega degli Stati arabi” ha come obiettivo quello di unificare la “nazione araba”, di difendere gli interessi degli Stati membri, di fronteggiare ogni ingerenza delle potenze straniere nella regione. Ma le divisioni sono tante che le sue azioni ed iniziative, anche di pace, producono nel migliore dei casi effetti modesti...





Gli “Stati arabi”, ostaggio della loro “Lega”: tra immobilismo, subordinazione e trappole
Djerrad Amar

Parte prima
Fin dalla sua creazione nel 1945 da parte di sette paesi arabi, tra cui la Siria, la “Lega degli Stati arabi” ha come obiettivo quello di unificare la “nazione araba”, di difendere gli interessi degli Stati membri, di fronteggiare ogni ingerenza delle potenze straniere nella regione. Intendeva anche avere un ruolo di proposta e di impulso. Ma le divisioni sono tante che le sue azioni ed iniziative, anche di pace, producono nel migliore dei casi effetti modesti. I 22 Stati membri sono divisi a causa della natura dei loro sistemi politici, spesso antinomici.

Due visioni politiche si confrontano oggi. L’una “filo-occidentale”, portata avanti dall’asse monarchico, l’altra più indipendentista, sostenuta dall’asse repubblicano. Sulla trentina di summit organizzati tra il 1946 e il 2011, dodici dei quali indetti di urgenza – le cui risoluzioni più importanti riguardano la Palestina – non se ne ricorda nessuna che abbia avuto un impatto significativo. L’apparenza di unità riguarda piuttosto l’ostilità verso Israele; nonostante che… il dossier Palestinese non abbia mai veramente portato unità, perfino durante l’aggressione israeliana contro Gaza, quando il Qatar, paese ospite del summit del 2009, aveva tentato di portare avanti un atteggiamento favorevole ad Hamas contro l’Autorità Palestinese o contro il Libano. C’è anche questo “abbandono” della Siria che aveva rifiutato, insieme al Libano, di aderire alla convenzione sul “terrorismo” che non distingue il caso di quelli che lottano per la libertà e l’indipendenza, allusione ad Hezbollah. Aggiungiamo la spartizione del Sudan, il caos della Somalia, l’invasione dell’Iraq, l’aggressione del Libano e della Libia e adesso le provocazioni e le minacce contro la Siria. La Lega araba non solo non è stata di alcuna utilità, ma ha giocato un ruolo negativo contro alcuni dei suoi membri.

La geniale massima anonima (non è di Ibn Khaldoun) che dice che “gli arabi si sono messi d’accordo per non essere d’accordo” è di un doloroso realismo, che è aggravato dal fatto che è la prima volta che si “accordano”, nello stesso anno, ma per… autorizzare l’aggressione della NATO in Libia e le sanzioni e le minacce contro la Siria. Una primizia nell’arte di farsi punire dall’organizzazione che dovrebbe proteggere i suoi membri. Un progresso enorme nel… ridicolo e nel degrado!

I popoli arabi sanno che questa organizzazione ha perso il suo significato essendosi fatta trasformare in uno strumento al servizio del Grande Capitale, come lo sono tutte le organizzazioni internazionali, ivi comprese quelle per i diritti dell’uomo, l’AIEA. La maggior parte dipendenti dalle multinazionali, che le finanziano. L’ONU e le sue istituzioni servono solo a produrre alibi contro i paesi presi di mira; i popoli arabi sanno che le ONG e i “giornalisti” fanno spionaggio, che la CPI è utilizzata per criminalizzare i dirigenti non docili, che il FMI serve a rovinare e dare in pegno i paesi, che la stampa “mainstream” manipola, imbroglia e controlla l’opinione pubblica, la NATO interviene quando occorre aggredire e devastare.

La Lega araba non può sfuggire ai piani delle lobby militari-finanziarie, di suddivisione del mondo a loro profitto. Sono le lobby che ordinano le guerre, destabilizzano e assassinano e che, dopo l’Iraq, l’Afghanistan, il Libano e la Libia, spingono per uno scontro con l’Iran attraverso la destabilizzazione della Siria. L’Africa ne paga il prezzo più alto con l’assassinio di 21 presidenti dal 1960: da Sylvanus Olympio nel 1963 presidente del Togo a Gheddafi.

Quale altro mezzo è più sicuro per destabilizzare gli Stati arabi – quelli che costituiscono un pericolo per i loro interessi e per Israele o costituiscono un cattivo esempio per le monarchie vassalle – che non sia quello di far agire gli stessi arabi, muovendo guerra con gli stessi loro concittadini! La Siria resta l’ultimo “catenaccio” tenace per la sua resistenza nella regione.

Lo Stato più indicato per assolvere il compito di manipolare e piegare, come un cavallo di Troia, la Lega araba – dopo l’esclusione da parte dei loro popoli dei due rinnegati Mubarak e Ben Ali – è certamente il Qatar nella persona del suo Emiro – questo caporale degli americano-sionisti, quello che ha rovesciato suo padre – e ciò a cagione della sua forte dipendenza dall’Occidente e la sua predisposizione alla fellonia. Questo Qatar che assicura anche delle possibilità di azioni militari in prossimità delle regioni appetite. E’ sostenuto dalla Turchia di Erdogan, un nuovo ottomano, incaricato di servire da base per le azioni armate e sovversive.

La scelta della Libia, come priorità, è strategica – trattandosi di un punto di convergenza tra il Medio oriente, l’Africa e l’Occidente e costituendo inoltre una porta meno rischiosa per l’Africa – e anche tattica trattandosi di un paese ricco, poco popolato e meno potente militarmente, la cui caduta doveva essere da un lato, nella loro visione, di monito agli altri africani e dall’altro un impulso a far abdicare la Siria, il punto di ostacolo per le velleità occidentali e sioniste. Questa indomabile Siria, che regge il confronto nell’equilibrio di forze tra l’Occidente e l’Asia, rappresentata in particolare dalla Russia e dalla Cina in quella che viene chiamata l’Organizzazione di Cooperazione di Shanghai (OCS), creata a Shanghai nel 2001, di cui l’Iran è membro.

Questo complotto dell’Occidente, pilotato dagli Stati Uniti per il controllo delle ricchezze del Medio Oriente – che mira a neutralizzare queste potenze tradizionalmente avversarie per renderle più dipendenti e, quindi, più vulnerabili – sembra trovare nella Lega un importante alleato nel momento in cui gli Stati arabi attraversano un periodo di incertezze politiche che l’Occidente non riesce a decrittare. Di qui le sue ingerenze per recuperare queste “rivolte” incontrollate – che rimettono in causa fondamenti e strutture politiche arcaiche – nella direzione dei propri interessi oppure per suscitarne di altre “controllate” per poi intervenire utilizzando dei falsi pretesti umanitari e recentemente anche la tesi grottesca della “protezione delle popolazioni civili”.

Questo masochismo della Lega conviene a qualcuno. Nietzsche diceva che “se la sofferenza, se anche il dolore ha un senso, bisogna bene che faccia piacere a qualcuno…” Sono appunto gli Stati vassalli del Golfo – organizzati nel “Consiglio di cooperazione degli Stati arabi del Golfo”, che appoggia la Turchia di Erdogan – che sono incaricati di intraprendere un bellicismo diplomatico dettando alla Lega ciò che deve e ciò che non deve fare. Queste monarchie svolgono lo stesso ruolo nelle istituzioni e organizzazioni arabe di quello che svolgono i sionisti nelle organizzazioni e nei governi occidentali; quello di destabilizzare tutto quello che presenta un pericolo “ideologico” per le monarchie o “di interesse” per il Grande Capitale. Da qui questo Consiglio delle “sei petromonarchie” – che avrebbe dovuto essere un blocco commerciale – ma che lavora di fatto perseguendo sornionamente l’obiettivo di servire gli interessi strategici della dominazione USA e sionista. Tale è la sua influenza che questo “Consiglio” viene soprannominato “l’ufficio politico” della Lega perché decide le risoluzioni ancora prima che la Lega si riunisca.

Con il CCG, i valori sono rovesciati, nel senso che queste monarchie governano i loro territori senza altra legittimazione che non sia quella fornita loro dai protettori occidentali, che levano invece il bastone del pellegrino per imporre la democrazia e la libertà alle “repubbliche”. E la Turchia? Gli analisti sostengono che Obama avrebbe risposto favorevolmente ai dirigenti di Ankara per un “sub-imperialismo neo-ottomano” controllato da Washington, dopo le inquietudini manifestate dalla Turchia per la dominazione esercitata in Medio Oriente da Israele e dagli USA.
(segue)


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