Huffington Post, 24 ottobre 2014 (trad. ossin)
 
 
Non si può comprendere il fenomeno ISIS, senza conoscere la storia del wahhabismo in Arabia Saudita
Storia del wahhabismo. Da dove viene lo Stato Islamico?
Alastair Crooke
 
 
La drammatica apparizione di ISIS sulla scena irachena ha scioccato più d’uno in Occidente. Molti sono rimasti perplessi, e inorriditi, di fronte alla sua violenza e alla sua manifesta capacità di attrazione nei confronti dei giovani sunniti. Altri considerano l’ambiguità saudita verso questo fenomeno, allo stesso tempo sorprendente e inesplicabile, chiedendosi se “I Sauditi comprendano che ISIS minaccia anche loro”
 
Sembra ancor oggi che l’élite saudita sia divisa. Alcuni apprezzano il fatto che ISIS risponda al fuoco sciita col fuoco sunnita, che uno Stato sunnita si formi al centro di luoghi considerati patrimonio storico sunnita e si sentono attratti dalla rigorosa ideologia salafita di ISIS.
 
Altri Sauditi sono più prudenti e si ricordano della storia della rivolta degli Ikhwan (1) wahhabiti contro Abd-al Aziz, che ha rischiato di distruggere il wahhabismo a i Saud, alla fine degli anni 1920.
 
Molti Sauditi sono piuttosto affascinati dalla dottrina radicale di ISIS e cominciano a mettere in discussione alcuni aspetti della direzione e del discorso dell’Arabia Saudita.
 
 
L’ambiguità saudita
 
Non si possono comprendere i contrasti interni in Arabia Saudita, a proposito di ISIS, se non si tenga presente l’ambiguità intrinseca (e persistente) alla dottrina che permea di sé il regno e le sue origini storiche.
 
Un aspetto determinante dell’identità saudita è direttamente legato a Muhammad Ibn Abd al-Wahhab (fondatore del wahhabismo, nella foto a sinistra) e al modo in cui il suo puritanesimo radicale ed escludente è stato fatto proprio da Ibn Saud (all’epoca in cui questi era solo un piccolo capo, tra i tanti, di tribù beduine che si facevano una guerra senza fine nel deserto disperatamente povero e cocente del Nedjd).
 
Un altro aspetto di questa inquietante ambiguità si lega all’ascesa al trono del re Abd-al Aziz nel 1920; alla sua capacità di mantenere sotto controllo la violenza degli Ikhwan (ciò che gli ha attribuito la statura diplomatica di capo di una nazione nei confronti dell’Inghilterra e degli Stati Uniti); alla sua istituzionalizzazione dell’originaria spinta wahhabita e all’opportunità, da lui colta, di fare incetta di petrodollari negli anni 1970; alla sua capacità di incanalare la volatile corrente degli Ikhwan lontano dal paese, esportandola, con una divulgazione affidata ad una rivoluzione culturale piuttosto che ad una rivoluzione violenta, in tutto il mondo mussulmano.
 
Ma questa rivoluzione culturale non è stata una riforma dolce. E’ stata una rivoluzione che si fondava sull’odio quasi giacobino di Abd al-Wahhab per la decadenza e il deviazionismo che avvertiva intorno a lui, da cui il suo invito a purgare l’islam dalle eresie e da altre idolatrie.
 
 
Impostori mussulmani
 
L’autore e giornalista statunitense Steven Coll ha scritto, a proposito del modo in cui Abd al-Wahhab, questo austero discepolo dell’intellettuale del XIV secolo Ibn Taymiyyah, giudicava “la nobiltà egiziana e ottomana, fumatrice di tabacco, intossicata dall’hashish, gonfia di vanità e di gusto per le arti, amante delle percussioni, che attraversava l’Arabia per recarsi a pregare a La Mecca”.
 
Dal punto di vista di al-Wahhab, non li si poteva considerare mussulmani, erano tutti semplici impostori travestiti da mussulmani. Ma, di fatto, egli pensava che il modo di fare dei beduini locali non valesse molto di più. Facevano irritare al-Wahhab quando onoravano i loro santi, erigendo pietre tombali, e con le loro superstizioni (vale a dire la venerazione di tombe o altri luoghi sacri).
 
Tutti questi comportamenti sono stati denunciati da al-Wahhab come “bida”, vietati da dio.
 
Come Taymiyyah prima di lui, al-Wahhab riteneva che il periodo in cui il profeta Maometto aveva vissuto a Medina costituisse l’ideale della società mussulmana (il migliore dei tempi), ideale che ogni mussulmano avrebbe dovuto aspirare a raggiungere (In ciò è l’essenziale della dottrina salafita).
 
Taymiyyah aveva già dichiarato guerra allo sciismo, al sufismo e alla filosofia greca. Aveva anche affermato che l’abitudine di rendere visita alla tomba del profeta e la celebrazione del suo anniversario sono solo una imitazione del culto cristiano di Cristo, dunque una idolatria. Al-Wahhab ha assimilato questi concetti e affermato che ogni dubbio o esitazione da parte di un credente nei riguardi di questa particolare interpretazione dell’islam avrebbe dovuto privare questo credente di ogni immunità al riguardo delle sue proprietà e della vita.
 
Uno degli aspetti principali della dottrina di al-Wahhab è diventata l’idea centrale del takfirismo. Questa dottrina ha consentito ad al-Wahhab e ai suoi discepoli di considerare gli altri mussulmani come infedeli quando si impegnavano in attività che potevano essere considerate come ostili all’autorità assoluta, vale a dire al re. Al-Wahhab denunciò i mussulmani che onoravano i morti, i santi o gli angeli. Sosteneva che simili sentimenti allontanano dalla vera sottomissione che si deve avere verso Dio, e solo Dio. L’islam wahhabita ha quindi vietato le preghiere ai santi e ai defunti, i pellegrinaggi alle tombe o in altre moschee, le feste religiose, la celebrazione dell’anniversario del Profeta, e perfino l’uso di pietre tombali.
 
Al-Wahhab incoraggiava il conformismo, un conformismo da dimostrare in modo visibile ed evidente. Sosteneva che ogni mussulmano dovesse giurare individualmente fedeltà ad un unico capo mussulmano (un Califfo, se ve ne fosse uno). Quelli che non fossero stati d’accordo dovevano essere uccisi, le loro mogli e figlie violentate e i loro beni confiscati, ha scritto. La lista degli apostati meritevoli di morte include gli sciiti, i sufiti e altre correnti mussulmane che al-Wahhab non considerava per nulla mussulmani.
 
Non c’è nulla fin qui che rende il wahhabismo diverso da ISIS. Ma la frattura ha a che fare con l’istituzionalizzazione che si è avuta della dottrina di al-Wahhab: un capo, una autorità, una moschea, tre pilastri identificati rispettivamente col re saudita, con l’autorità assoluta del wahhabismo e col suo controllo del mondo (vale a dire la moschea).
 
E’ questa frattura, l’opposizione di ISIS nei confronti di questi tre pilastri sui quali si fonda l’attuale autorità sunnita, che fa di ISIS una minaccia per l’Arabia Saudita, mentre per tutto il resto non si distingue dal wahhabismo.
 
 
Note storiche (1741-1818)
 
Le predicazioni radicali di al-Wahhab gli valsero inevitabilmente l’espulsione dalla sua città, nel 1741. Dopo un periodo errante, trovò rifugio presso Ibn Saud e la sua tribù. Ciò che Ibn Saud colse dell’insegnamento di al-Wahhab fu che si trattava di uno strumento per rovesciare le convenzioni e tradizioni arabe. Un mezzo per impadronirsi del potere.
 
La loro strategia, come quella attuale di ISIS, consisteva nel ridurre le tribù conquistate ad uno stato di totale sottomissione. Cercavano di far paura.
 
Il clan di Ibn Saud, con l’aiuto della dottrina di al-Wahhab, poteva continuare a fare quello che aveva sempre fatto, attaccare le tribù vicine e spogliarle di tutti i beni. La differenza era che adesso poteva farlo col pretesto religioso del jihad. Ibn Saud e al-Wahhab re-introdussero così l’idea di martire del jihad, sostenendo che i martiri sono immediatamente ammessi in paradiso.
 
Agli esordi, hanno conquistato qualche comunità locale, imponendo loro le proprie regole (I conquistati disponevano di un margine di scelta assai limitata: convertirsi al wahhabismo o morire). Nel 1790, l’alleanza controllava la maggior parte della Penisola arabica e lanciava regolari attacchi contro Medina, la Siria e l’Iraq.
 
La loro strategia, come quella attuale di ISIS, era di condurre la gente che conquistavano allo stato di sottomissione. Cercavano di mettere paura. Nel 1801, gli alleati attaccarono la città sacra di Kerbala, in Iraq. Massacrarono migliaia di sciiti, donne e bambini compresi. Vennero distrutti molti mausolei sciiti, tra i quali quello dell’imam Hussein, il nipote assassinato del profeta Maometto.
 
Un ufficiale inglese, il tenente Francis Warden, osservando la situazione dell’epoca, scrisse: “Hanno saccheggiato tutta Kerbala e distrutto la tomba di Hussein… assassinando per tutto il giorno, in modo particolarmente crudele, più di cinquemila abitanti…”.
 
Osman Ibn Bishr Najdi, lo storico del primo Stato saudita, ha scritto che Ibn Saud commise un massacro a Kerbala nel 1801. Ed ha fieramente rivendicato questo massacro dicendo: “Noi abbiamo conquistato Kerbala, ucciso e preso i suoi abitanti (come schiavi), in nome di dio, signore dei mondi. Noi non chiediamo scusa per questo e diciamo: identico trattamento per tutti gli infedeli!”.
 
Nel 1803, Abdul Aziz fece finalmente ingresso nella città santa di La Mecca, che si arrese sotto l’effetto della paura e del panico. (Lo stesso destino attendeva anche Medina). I discepoli di al-Wahhab demolirono le costruzioni storiche e tutte le tombe e i mausolei. Distrussero insomma secoli di architettura islamica vicino alla grande moschea.
 
Ma, nel novembre 1803, uno sciita assassinò il re Abdul Aziz, per vendicare il massacro di Kerbala. Suo figlio, Saud bin Abd al Aziz, gli succederà e proseguirà l’opera di conquista dell’Arabia. I capi ottomani, d’altro canto, non potevano più restare inerti nel vedere il loro impero divorato pezzo a pezzo. Nel 1812, l’esercito ottomano, composto da Egiziani, cacciò l’alleanza da Medina, Gedda e La Mecca. Nel 1814, Saud bin Abd al Aziz morì di febbri. Suo figlio, lo sfortunato Abdullah bin Saud, venne condotto a Istanbul dagli Ottomani, dove venne brutalmente giustiziato. (Un visitatore dell’epoca disse di averlo veduto umiliato per tre giorni nelle strade di Istanbul, poi impiccato e decapitato, la testa sparata da un cannone e il cuore infilzato sul suo corpo).
 
Nel 1815, le forze wahhabite vennero sgominate dagli Egiziani (agli ordini degli Ottomani) durante una battaglia decisiva. Nel 1818, gli Ottomani conquistarono e distrussero la capitale wahhabita, Dariyah. Il primo Stato wahhabita non esisteva più. I pochi superstiti si ritirarono nel deserto e qui restarono tranquilli per tutto il XIX° secolo.
 
 
Ritorno della storia con ISIS
 
Non è difficile comprendere il significato che può avere la fondazione di uno Stato islamico in Iraq, per coloro che conoscono la Storia. Infatti l’anima del wahhabismo del XVIII° secolo non si è persa nel deserto del Nedjs, ma ha ripreso pieno vigore quando l’impero ottomano è crollato nel caos della Prima Guerra mondiale.
 
 
Abd al-Aziz
 
Gli al-Saud, nella loro reincarnazione del XX° secolo, ebbero come guida il laconico e politicamente abile Abd-al-Aziz che, riunendo le tribù beduine divise, promosse gli Ikhwan sauditi, nello spirito di quei combattenti proseliti che furono al-Wahhab e Ibn Saud.
 
Questi Ikhwan furono una riedizione del precedente movimento avanguardista, fiero e semi-indipendente, che era riuscito ad impadronirsi dell’Arabia Saudita agli inizi del XIX° secolo. Allo stesso modo, gli Ikhwan riuscirono a conquistare Medina, La Mecca e Gedda
tra il 1914 e il 1926. Per contro, Abd al-Aziz cominciò a comprendere che i suoi interessi più ampi erano minacciati dal giacobinismo rivoluzionario professato dagli Ikhwan (nell'immagine a destra). Questi ultimi si ribellarono, impegnandosi in una guerra civile che durò fino al 1930, quando il re riuscì a eliminarli, con grandi raffiche di mitragliatrici.
 
Per questo re (Abd al-Aziz) le verità semplici dei secoli precedenti perdevano il loro valore. Si era scoperto il petrolio nella penisola. L’Inghilterra e gli Stati Uniti cominciavano a corteggiarlo, anche se erano più inclini a considerare Sharif Husain legittimo rappresentante dell’Arabia. I Saud avevano ancora bisogno di raffinare le loro capacità diplomatiche.
 
Per queste ragioni, il wahhabismo si è trasformato, da movimento di jihad rivoluzionario e di purificazione ideologica takfirita in un movimento di conservazione sociale politica e teologica.
 
 
La ricchezza petrolifera all’origine dell’espansione del wahhabismo
 
Grazie alla ricchezza petrolifera, come ha scritto l’intellettuale francese Gilles Kepel, l’obiettivo dei Sauditi diventerà quello di “diffondere il wahhabismo nel mondo mussulmano… Di wahhabizzare l’islam per ridurre le tante correnti di questa religione ad un unico credo”. Un movimento che permetterà di trascendere le divisioni nazionali. Miliardi di dollari sono stati investiti – e continuano ad esserlo – in questa forma di soft power politico.
 
Fu questa seducente combinazione di miliardi di dollari investiti in un progetto di soft power e la volontà saudita di usare l’islam sunnita, sia per servire gli interessi statunitensi, che per radicare il wahhabismo nelle terre mussulmane - attraverso la formazione scolastica, l’intervento sociale e l’iniziativa culturale – che ha prodotto una dipendenza politica occidentale nei confronti dell’Arabia saudita, dipendenza che risale all’incontro tra Abd al-Aziz e Roosevelt su una nave da guerra USA (2).
 
L’Occidente guarda il regno e vi vede solo ricchezza, modernismo apparente, e controllo del mondo mussulmano. Ha preferito credere che il regno si sarebbe legato alle esigenze della vita moderna e che la sua gestione del mondo sunnita avrebbe spinto, anch’essa, il regno verso la modernità.
 
Ma l’approccio Ikhwan saudita non si è spento nel 1930. Esso è battuto in ritirata ma ha continuato a mantenere il controllo su di una parte del sistema, di qui l’ambiguità che notiamo dell’Arabia Saudita nei confronti di ISIS.
 
Da un lato, ISIS è profondamente wahhabita. Dall’altro, è ultra radicale in modo diverso. Lo si può considerare come un movimento di riforma del wahhabismo contemporaneo.
 
ISIS è un movimento post-Medina: trae i suoi riferimenti dagli atti dei due primi califfi, piuttosto che da quelli del profeta, e rifiuta categoricamente l’autorità saudita.
 
Mentre l’Arabia Saudita prosperava nell’era del petrolio e diventava una istituzione, il richiamo di Ikhwan guadagnava terreno (nonostante la campagna di modernizzazione del re Faysal). La visione del mondo Ikhwan ha goduto e gode tuttora del sostegno di tanti sceicchi, di uomini e donne autorevoli. In un certo senso, Osama bin Laden era un rappresentante di quest’ultima fioritura della visione Ikhwan.
 
 
Re Faysal
 
 
Oggi la delegittimazione del re d’Arabia da parte di ISIS non viene considerata come problematica, ma piuttosto come un ritorno alle vere origini del progetto Saud-wahhab.
 
Nella collaborazione saudita-occidentale per governare la regione e tutelare gli interessi occidentali – opporsi al socialismo, ai baatismi, al nasserismo, ai Sovietici e all’influenza iraniana – i politici occidentali hanno privilegiato la loro comoda idea dell’Arabia Saudita (ricchezza, modernizzazione, influenza), ma hanno scelto di ignorare le pulsioni wahhabite.
 
Dopo tutto, i movimenti islamisti più radicali erano considerati dai servizi di informazione occidentali come i più efficaci nella lotta contro l’URSS in Afghanistan e per combattere i dirigenti medio-orientali loro invisi.
 
Come sorprendersi del fatto che il mandato affidato al Principe Bandar di gestire l’insurrezione siriana contro il Presidente Assad sia degenerato in una sorta di movimento neo-Ikhwan, violento e terrorizzante, chiamato ISIS? E perché dovremmo sorprenderci, avendo qualche nozione di wahhabismo, che i “ribelli moderati” siano rari come il mitico unicorno? Come potremmo sperare che un movimento radicale come il wahhabismo produca moderati? O immaginare che una dottrina come “un capo, una autorità, una moschea: sottomettersi o essere uccisi” possa generare moderazione o tolleranza?
 
Ma non ci si è mai, forse, posti la questione
 
 
Note:
 
1) L’Ikhwan (o Ikwan o Ikhwân, parola araba che significa Fratelli) è una milizia religiosa islamica creata da Ibn Saud intorno al 1912. I membri vennero reclutati tra le tribù beduine e fu la base sulla quale il sovrano si appoggiò per conquistare e costruire l’Arabia Saudita  https://fr.wikipedia.org/wiki/Ikhwan_%28Arabie_saoudite%29
 
2) Con la fine del Califfato nel 1924, la conquista del potere nel 1932 e lo sfruttamento dei giacimenti petroliferi di Arabia, a partire da marzo 1938, la famiglia dei Saud e il wahhabismo prendono il volo, a seguito del patto “petrolio contro protezione” che viene concluso a bordo dell’incrociatore USS Quincy, il 14 febbraio 1945, tra il re Abdelaziz ben Abderrahman ben Faysal al-Saud e il presidente degli Stati Uniti, Franklin Delano Roosevelt. Questo patto assicura la protezione militare del regime wahhabita dei Saud da parte degli Stati Uniti, in cambio del petrolio. Così il wahhabismo si è sviluppato con l’apporto dei petrodollari e la protezione militare degli Stati Uniti. Questo movimento si propaga allora fuori dal regno attraverso i media (televisioni, opera, radio-cassette e siti internet) https://fr.wikipedia.org/wiki/Wahhabisme
 
 
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