Jeune Afrique, 2/8 dicembre 2007

L’Africa continua ad ammirarlo; l’Europa che si prepara a riceverlo per il summit di Lisbona denuncia le sue derive. Lui, da capo di Stato, mantiene la rotta. Ritratto di un uomo a due facce.


Di François Soudan


“Io ci sarò” ha confermato ostinato e gongolante Robert Mugabe il 26 novembre. “Io non mi siederò mai al suo stesso tavolo” ha replicato il giorno successivo il primo ministro britannico Gordon Brown. “O lui o io”. E sarà lui: A dispetto di tutte le pressioni, Mugabe sarà presente al smmmit Europa-Africa di Lisbona l’8 e il 9 dicembre , mentre Brown resterà a Londra, al termine di un braccio di ferro che ha avuto come risultato di porre il caso Zimbabwe al centro di ogni discussione.
Sottoposto alle sanzioni europee da 5 anni, autoesclusosi dal Commonwealth, inserito dai nordamericani nella lista dei capi di Stato “canaglia”, Robert  Gabriel Mugabe è un dittatore esemplare, un despota caricaturale o la vittima di un complotto occidentale? Tentativo di risposta in forma di arringa, di requisitoria e di sentenza.


Robert il liberatore

L’uomo che Gordon Brown, il suo predecessore Toni Blair e il presidente nordamericano Gorge W. Bush, espongono al pubblico ludibrio, agli occhi di molti Africani è invece una icona. Al punto che, consapevoli dell’opinione dei loro concittadini, i capi di Stato membri della SADC (Comunità economica degli Stati dell’Africa Australe), tra cui pure ve ne sono alcuni molto diffidenti nei suoi confronti, gli hanno riservato solo tre mesi fa una standing ovation durante il loro ultimo summit a Johannesburg. Una tale statura ed una simile aura, per la verità molto più sentita all’estero che non in Zimbabwe, il “compagno Bob” la deve soprattutto al suo passato di combattente per la libertà particolarmente intransigente.
Studente dai gesuiti, istitutore a 17 anni, studente in Africa del sud, insegnante in Ghana, Robert Mugabe è entrato in politica nel 1960 per combattere il regime minoritario e apertamente razzista di quella che allora si chiamava Rhodesia. Arrestato nel 1964, è rimasto più di dieci anni in prigione senza mai accettare di negoziare, accumulando nel frattempo non meno di otto diplomi universitari per corrispondenza presso la London University. Liberato nel 1974, fuggì in Mozambico e si dedicò anima e corpo alla lotta armata, con pochi mezzi e l’aiuto episodico della Cina, persuaso che doveva andare fino in fondo: la presa del potere.
Solo quando i presidenti Samara Machel e Kenneth Kaunda lo ha costretto, con la minaccia di non sostenerlo più, si è risolto, con la morte nell’anima, al compromesso di Lancatser House del 1979. Ai suoi occhi questo accordo, che riconosce larghissimi privilegi ai bianchi, era un verme nel frutto dell’indipendenza, un peccato originale che gli sarebbe toccato di espiare in un modo o nell’altro.
Per una decina d’anni tuttavia Mugabe si è spinto molto in avanti sulla strada della riconciliazione. Nessuno oggi ricorda che il rivoluzionario marxista che era allora mantenne inalterato l’inquadramento bianco dell’esercito, mantenne al loro posto gli agenti bianchi dei servizi di informazione e di sicurezza che lo avevano fino ad allora braccato, inserì dei ministri bianchi nel suo governo e accettò che venti seggi parlamentari fossero riservati ai bianchi.
Ancora di più: ha fatto di Ian Smith, l’ex primo ministro della Rhodesia, uno dei suoi consiglieri privilegiati. E d’altra parte mai, fino alla sua morte avvenuta un mese fa, gli ha torto anche solo un capello o ha toccato uno solo dei suoi beni, nonostante che Ian Smith – che l’aveva fatto incarcerare ed era giunto al punto di impedirgli di assistere alle esequie di suo figlio – non abbia mai smesso di criticarlo e di auguragli il fallimento.
La luna di miele tra Mugabe ed i circa 150.000 bianchi di origine britannica è durata fino all’inizio degli anni ’90, poi si è trasformata in scontro. Perché? Prima ragione: i ripetuti tentativi di destabilizzazione fomentati dal regime dell’apartheid dell’Africa del sud, con l’obiettivo di impedire allo Zimbabwe di ospitare le retrovie dell’ANC.
I servizi di Pietre Botha reclutavano i Selous Scouts (Speciali unità militari rodhesiane, ndt) dell’esercito rodhesiano e li infiltravano nel paese per commettervi attentati sanguinosi e sabotaggi fin dal 1982 con la complicità di una vera e propria quinta colonna composta da zimbabwiani bianchi.
Dopo essere sfuggito a un tentativo di assassinio, Mugabe scoprì che anche il responsabile della propria sicurezza, un bianco, lavorava per i servizi sudafricani.  Alla fine degli anni ’80 Pretoria recidivò addestrando nei campi del Transvaal i partigiani di Josha Nkomo, il grande rivale politico di Robert Mugabe. Come sarebbe stato possibile in queste condizioni continuare ad avere fiducia?
Perché – ed è la seconda ragione – bisogna riconoscere che la comunità bianca dello Zimbabwe ha, nella stragrande maggioranza, giocato sempre contro Mugabe. Nessuna autocritica, nemmeno l’ombra di un pentimento per i 30.000 morti della guerra, un atteggiamento quasi permanente di disprezzo e sfiducia, un razzismo appena velato, continue provocazioni in Parlamento. Non c’è mai stato un cambio di mentalità da parte di questa casta di privilegiati, molti dei quali con passaporto britannico, e i soldi dei bianchi hanno a lungo finanziato gli oppositori di Mugabe: Nkomo, Edgar Tekere e, più recentemente, Morgan Tsangirai e il suo Movement for democratic change.
 Terza ragione, infine, la più drammatica e la più mediatica: il problema delle terre.
Nel 1980 Mugabe ereditò un’agricoltura certamente eccellente nei risultati, ma con una struttura scandalosamente ineguale. 6.000 agricoltori bianchi possedevano il 50% delle terre del paese, e ¾ delle migliori. Gli accordi di Lancastar House gli impedirono di modificare questa situazione per dieci anni. In cambio la Gran Bretagna si impegnò a finanziare l’istallazione degli ex guerriglieri e delle popolazioni scacciate sulle terre vuote lasciate a maggese dai proprietari assenteisti.
L’ex potenza coloniale impegnò trenta milioni di dollari in 10 anni prima di fermarsi di colpo quando, all’inizio degli anni ’90, Mugabe le chiese di invitare gli altri coloni bianchi a vendere le proprie terre. Pressato dal suo elettorato e soprattutto dagli ex combattenti della CHIMURENGA (la lotta di liberazione) che manifestavano il loro malcontento, il governo dello Zimbabwe propose allora agli agricoltori di acquistare lui stesso le fattorie ad un prezzo negoziato. Di fronte al rifiuto di questi ultimi, Mugabe irrigidì poco a poco le sue posizioni. Fissò lui stesso l’ammontare degli indennizzi, poi annunciò che il governo non avrebbe rimborsato agli agricoltori bianchi niente altro che le infrastrutture che avevano costruito loro stessi, così come il materiale agricolo, ma non le terre spogliate da un secolo: spettava alle autorità britanniche di pagare se lo desideravano.
Da notare che a questo punto (metà degli anni ’90), Robert Mugabe era restato nettamente al di qua della maggior parte delle riforme agrarie postcoloniali che – soprattutto nell’Africa del Nord – hanno comportato espropriazioni immediate e senza alcun indennizzo dei possedimenti coloniali.
Tuttavia furono pochi gli agricoltori bianchi che hanno ceduto. Quanto ai Britannici, la risposta in forma di schiaffo alla fine del 1997 del Segretario di Stato per lo sviluppo, Claire Short, fu chiara e passabilmente sprezzante: “Noi non accettiamo di assumere una qualsiasi responsabilità finanziaria nei riscatti delle terre in Zimbabwe. Nessun membro del nostro governo ha legami con gli antichi interessi coloniali. Io stessa sono di origine irlandese e, come sapete, gli Irlandesi sono stati loro stessi dei colonizzati”.
Robert Mugabe prese questa lettera come un insulto personale. Non ebbe alcuna difficoltà a dimostrare che l’ostracismo di cui è vittima da parte degli Inglesi, dei Nordamericani, degli Europei e delle Istituzioni di Bretton Wodds era cominciato il giorno stesso in cui aveva deciso di toccare gli interessi degli agricoltori bianchi.
Il braccio di ferro raggiunse il punto di non ritorno con le occupazioni, poi le invasioni delle terre del 2002 e 2003. Ma non fu lui a cominciare. “La nostra causa – disse – è la causa di tutta l’Africa e di ogni Africano”.


Mugabe il despota

Detiene in questo momento il record mondiale dell’insuccesso economico, ha oltrepassato l’età del pensionamento per un uomo di potere (83 anni, al timone da 27 anni); e una parte del suo popolo – l’élite – ha votato coi suoi piedi: tra i 2 e i 4 milioni di Zimbabwiani (su una popolazione di 15 milioni) ha scelto la strada dell’esilio.
Questi sono i tre elementi-chiave della requisitoria contro Robert Gabriel Mugabe, il resto non è altro se non la loro declinazione.
I motivi? Quattro essenzialmente.
Una riforma agraria brutale, mal preparata, realizzata nelle peggiori condizioni, sistematicamente utilizzata come un’arma politica, della quale la nomenklatura del regime ha profittato molto più che i contadini senza terra.
Una ricorrente tendenza all’uso della violenza, sia verbale che fisica. “Io sono diplomato in violenza”, ha dichiarato Mugabe nel 2000, prima di definirsi lui stesso tre anni più tardi come l’”Hitler nero”.
Dal 1983 al 1987 l’annientamento della rivolta dei partigiani di Joshua Nkomo nel Mabeleland da parte della sinistra Quinta Brigata – formata da Nord Coreani – provocò così migliaia di morti e aprì profonde ferite ancora oggi aperte. Più recentemente la repressione contro i militanti del MDC è stata impietosa, col ricorso alla tortura.
Un esercizio sempre più solitario del potere, criticato dallo stesso Nelson Mandela, unito ad un culto onnipresente della personalità.
Dopo la morte, alla fine del 1992, della sua prima moglie Sally di origine ghanese, Mugabe ha perso ogni freno inibitore. Sposare nel 1996 la sua segretaria Grace Marufu, di quaranta anni più giovane, con la quale intratteneva una relazione segreta già prima della morte di Sally e che gli ha dato 3 figli, non ha fatto che accelerare questa tendenza. Molti compagni di lotta di Mugabe hanno visto i loro nomi coinvolti in scandali di corruzione e di illecito arricchimento, ivi compresi quelli che oggi auspicano apertamente il suo allontanamento, come Salomon Mujuru, Emmerson Mnangagwa e Dumiso Dabengwa.
Una rovinosa avventura militare nella RD Congo, tra il 1998 e il 2000, ha messo definitivamente il paese in ginocchio. Per sostenere Laurent Desire Kabila contro il Rwanda, Robert Mugabe ha inviato un contingente di 10.000 uomini al costo di un milione di dollari al giorno. Se alcuni dei suoi amici ne hanno approfittato per fare fortuna in Katanga, l’economia zimbabwiana – i cui risultati positivi pure erano stati rimarchevoli durante il primo decennio di potere di Mugabe in termini di redistribuzione delle ricchezze e degli indicatori sociali – non si è mai più ripreso.


Il vero Robert Mugabe

Sicuramente è un cocktail di Robert il diavolo e dell’arcangelo Gabriele. Dittatore? Piuttosto un autocrate che ha dovuto affrontare, per sua sfortuna, una minoranza di origine europea, le cui difficoltà hanno provocato una immediata levata di scudi in occidente.
Le prigioni dello Zimbabwe  custodiscono peraltro un numero nettamente inferiore di detenuti di opinione rispetto alle galere ugandesi (dove sta per riunirsi il Commonwealth), etiopiche, israeliane o irachene, paesi i cui dirigenti sono considerati amici a Londra e a Washington.
Quanto alle elezioni che si tengono regolarmente in Zimbabwe, anche se vi sono episodi di frodi, esse danno ampio spazio all’opposizione. Morgan Tsvangirai ha così potuto riportare il 42% dei voti alle presidenziali del 2002, il 47% alle legislative del 2000, ed ha potuto perfino battere Mugabe nel referendum costituzionale dello stesso anno, senza che quest’ultimo ne contestasse i risultati. Cosa inimmaginabile nella quasi totalità dei paesi arabi alleati degli Stati Uniti.
Tanto premesso, la decisione di Gordon Brown di trattare Mugabe come un appestato sembra allo stesso tempo esagerata, distorta (lui e Tony Blair hanno stretto mani ben peggiori) e discriminatoria.
Cosa si direbbe infatti dei capi di Stato africani che rifiutassero di sedersi al fianco di un Ehoud Olmert, di un Gorge W. Bush o di una Nicolas Sarkozy, a causa del fatto che i loro eserciti occupano territori altrui o che le loro amministrazioni pretendono di praticare il test del DNA agli immigrati?
Resta che, dopo 27 anni di potere assoluto, è oramai tempo che Robert Mugabe lasci la scena. Anche se quest’uomo austero e taciturno, che non beve e non fuma e le cui capacità di autodisciplina suscitavano l’ammirazione dei codetenuti, è ancora sufficientemente in forma per pronunciare discorsi chilometrici ed assistere per ore senza muoversi alle sedute del Senato di Harare, non si vede oramai quale altro migliore servizio potrebbe rendere al suo paese esanime se non quello di ritirarsi.
Gli si attribuisce tuttavia la ferma intenzione di fare il contrario.
Durante il prossimo congresso della ZANU-PF (il principale partito dello Zimbabwe, sostenitore di Mugabe – ndt), alla metà di dicembre, prendendo atto delle diatribe intestine qualche volta violente che minano l’opposizione, della sua incontestabile popolarità nel mondo rurale e dei rischi di scissione del suo partito, che lui è il solo a poter scongiurare, solleciterà una nuova investitura per le presidenziali del 2008, promettendo che darà le dimissioni poco dopo le elezioni. Istinto di conservazione? Insistenza della giovane sposa? Forse. Per il momento, nella sua lotta contro l’ex potenza coloniale, Robert Mugabe beneficia in Africa di un pregiudizio favorevole per una ragione precisa: secondo la grande maggioranza degli Africani, Zimbabwiani compresi, non è tollerabile che degli occidentali, che sono i diretti responsabili della situazione che vive il paese, si arroghino il diritto di dettare le loro condizioni, di scartare chi non piace loro e non è una loro creatura e di imporre dirigenti di loro scelta: E’ per questo che continuano, col cuore pieno di rabbia, a difenderlo.
Ma se Mugabe persistesse nella sua intenzione di aggrapparsi al potere, potrebbe essere superata la linea rossa, cancellando definitivamente l’immagine del liberatore e sostituendola con quella del despota.
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