Non è stato così. Almeno in apparenza. Giovedì il vertice in Tanzania dei paesi dell'Africa meridionale, si è chiuso con un clamoroso trionfo diplomatico di Mugabe: solidarietà al «governo» dello Zimbabwe (ossia a Mugabe); appello all'Occidente (ossia a Usa e Gran Bretagna, i più assatanati) per togliere le sanzioni; e richiamo a Londra di «onorare gli impegni» presi 27 anni fa di finanziare la redistribuzione delle terre della (rubate dalla) minoranza bianca ai neri dopo i 20 anni di intangibilità che gli accordi prevedevano e che Mugabe, fino al 2000 (quando impose una riforma agraria con le spicce), ha scrupolosamente rispettato. Venerdì a Harare il comitato centrale della Zanu-Pf al potere ha «nominato» Mugabe suo candidato alle elezioni del 2008, facendo ingoiare il rospo all'opposizione interna al partito che sperava in un buen retiro. «E' triste e oltraggioso», hanno reagito subito e all'unisono Washington e Londra. Morgan Tsvangirai, il leader dell'opposizione che non è il «terrorista» dipinto da Mugabe ma possibilmente è «il burattino degli inglesi», si dice sconfortato e sconfortati sono certo i paesi dell'Africa meridionale. Ma tutti, a cominciare dal sudafricano Mbeki, sanno di dover stare attenti a maneggiare il vecchio leader di Harare perché se il virus della rivendicazione delle terre ai neri passa dallo Zimbabwe a Sudafrica, Namibia, Tanzania e dintorni, salta in aria tutto.
La tragedia di Mugabe è quella di un uomo da troppo tempo al potere. Che non ha saputo o voluto preparare una exit strategy, che non ha successori. Ma che, a differenza di tanti tirannelli e zimbelli dell'era successiva alle lotte di liberazione, è uno dei pochi «grandi» d'Africa. E questo che rende ancor più tragica ed esplosiva la deriva dello Zimbabwe.
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