Analisi e Interventi

Oggi non sono piú i poveri che lottano contro la Mondializzazione
Non sono più i poveri del mondo a lottare contro la mondializzazione. Dopo che molti, tra i paesi emergenti, hanno saputo trarre profitto dalla forzata apertura dei mercati, oggi ad avversarla sono soprattutto i popoli (e le élites) dei paesi ricchi. Un articolo di Afrique Asie tradotto in italiano a cura Ossin.


(Seattle 1999)

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Il Diritto alla città, alcuni appunti

Presentiamo un resumè dell’articolo di David Harvey apparso su New Left Review 53 (Settembre-Ottobre 2008)

 

David Harvey ha compiuto uno studio sull’urbanizzazione relazionata al processo di accumulazione e ne ha analizzato gli sviluppi sotto il capitalismo. La prima domanda che si pone è: “ha l’urbanizzazione contribuito al benessere umano?”. Risponde a questa domanda con le parole del sociologo Robert Park, il quale considera la città il più grande successo dell’uomo nel modellare il mondo in cui vive. Ma al contempo la città è a anche il luogo in cui l’uomo è costretto a vivere, per cui ne è modellato. Ne deriva che “la città che vogliamo” non puo' prescindere dalla questione dei legami sociali (relazione che riguarda la natura, lo stile di vita, la tecnologia, i valori estetici). Il “diritto alla città è più di una libertà individuale ad accedere alle risorse offerte dall’urbe: è il diritto di cambiare noi stessi attraverso il cambiamento della città”. E' un diritto comune ancor più che individuale perché il “rimodellamento” è compiuto da un potere collettivo. Quindi la libertà di fare e rifare le nostre città, cioè “noi stessi”, è uno dei più preziosi e al contempo trascurati dei diritti umani.

 

Fin dal loro inizio le città si sono sviluppate sotto l’impulso della concentrazione geografica e sociale e dal surplus di capitale. Quindi l’urbanizzazione è sempre stato un fenomeno di classe, dato che il surplus è estratto da qualcuno a vantaggio di qualcun altro.

 

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E’ finalmente successo, come previsto, come avevano previsto in tanti, in troppi, il mercato è in crisi.
Ma non vogliamo soffermarci sulle modalità di questa crisi, sulle ragioni o sulle cause, molti ne hanno parlato.
Questa volta la crisi era già di dominio pubblico da mesi e, per chi svogliatamente si intendesse un po’ di economia, da anni.
Questa volta non c’era una Cassandra...

 

Il Mercato è atrofizzato e commette gli errori del Piano

Non c’era un partito del “NO” ( a parte quelli che dovevano salvare la forma: presidenti, consiglieri e amministratori), c’era solo un partito del “SI, certamente”.

Non vogliamo nemmeno domandarci perché si siano lasciate andare le cose e non si sia fatto, già lo sappiamo: perché il sistema è più forte di qualsiasi volontà individuale e trascina tutto.

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AA.VV. “Antisémitisme: l’intolérable chantage.  Israel-Palestine, un affaire française ? »
Dal ricatto alla persecuzione giudiziaria
Eric Hazan (direttore de La Fabrique édition)

Nell’aprile 2001 è stata depositata una querela con costituzione di parte civile contro La Fabrique édition, per “diffamazione a carattere razziale e incitamento all’odio razziale”. Pretesto è stata la pubblicazione, da parte della casa editrice che dirigo, di un libro di Norman Finkelstein, intitolato “L’industria dell’Olocausto. Riflessioni sullo sfruttamento della sofferenza degli ebrei”. La parte civile è l’associazione Avocat sans frontières. Il giudizio deve ancora venire.

Nel gennaio 2002, a Chambéry, un militante della Ligue comuniste révolutionnaire è stato accusato di avere scritto “Sharon assassino” su di un muro della città. La prima querela è stata depositata dal Comune di Chambéry per “deterioramento di beni immobili”. In un secondo momento, per le pressioni della LICRA (Ligue Internationale contre le racisme e l’antisémitisme) che si era costituita parte civile, la Procura ha modificato la qualificazione giuridica dei fatti ed ha proceduto per “incitazione alla discriminazione, odio e violenza nei confronti del popolo israeliano”. Il Tribunale ha respinto questa accusa e il militante è stato condannato ad un’ammenda simbolica per deterioramento di beni immobili (infrazione contravvenzionale e non delitto).

Nel marzo 2003 il presidente della Comunità ebraica di Lille ha querelato il sindaco di Seclin per “incitamento alla discriminazione economica”. Motivo: il sindaco aveva chiesto ai servizi municipali di boicottare i prodotti israeliani. Nel corso dell’udienza, il pubblico ministero ha lui stesso ritenuto insussistente il delitto, rinunciando a chiedere l’applicazione di una pena e chiedendo il proscioglimento. Il Guardasigilli ha immediatamente dato ordine al Procuratore della Repubblica di ricorrere in appello contro questa decisione.
Avrei potuto ricordare altre vicende, quella che ha opposto la LICRA al giornalista di France Inter, Daniel Mermet, portato in giudizio nel maggio 2002 per delle affermazioni fatte da alcuni ascoltatori del suo programma, Là-bas si j’y suis (processo perso dalla LICRA in prima istanza); Avocat sans frontières contro Edgar Morin, Danièle Sallenave e Sami Nair, per un “punto di vista” pubblicato su Le Monde (processo non ancora definito); la LICRA contro la Coordination des appels pour une paix just eau Proche-Orient (CAPJPO) celebrato per direttissima per far vietare l’appello al boicottaggio dei prodotti israeliani sul suo sito: la LICRA ha perso la causa ed è stata condannata a pagare 3000 euro per spese di giustizia.
Mi sono limitato a citare tre azioni in giudizio che, nella loro diversità, dimostrano il carattere assurdo delle querele depositate. Per esempio succede che l’autore e l’editore de “L’industria dell’Olocausto” siano entrambi ebrei (ebrei  “dei quali vergognarsi” evidentemente e sicuramente animati dal famoso “odio di sé” che è già stato attribuito a Hannah Arendt al momento della pubblicazione di “Eichmann a Gerusalemme”).

L’autore, i cui genitori sono stati ad Auschwitz e la cui famiglia da entrambi i rami è stata tutta  sterminata dai nazisti, ha spiegato di avere scritto questo libro proprio per “l’importanza che attribuisce alla memoria delle persecuzioni subite dalla famiglia”. L’accusa di incitazione all’odio razziale sarebbe quasi comica in questo contesto se di queste cose si potesse ridere. In linea generale, l’assurdità delle querele è dimostrata dalla qualità delle persone denunciate, tutti antirazzisti dichiarati, militanti per la libertà e l’emancipazione dei popoli, e tutti – non è un caso – uomini e donne di sinistra rimasti fedeli alle loro idee.

D’altra parte, fino ad oggi, nessuna di queste iniziative giudiziarie ha prodotto condanne. E nessuna istituzione seria, sinceramente preoccupata di combattere il razzismo – la MRAP, la Ligue des droits de l’homme – vi si è associata. Le parti civili sono sempre le stesse: delle associazioni comunitarie ebraiche (ivi compresa l’Union des étudiants juifs de France, che ha conosciuto tempi migliori), la LICRA, associazione che fu onorevole   ai tempi di Robert Badinter, e Avocats sans frontières, il cui presidente, l’avvocato William Goldnadel, vanta tra i suoi principali meriti di aver vegliato alla regolarità dell’elezione del presidente Omar Bongo in Gabon e di essere il difensore di Arcady Gaydamak, trafficante di armi rifugiatosi in Israele, e di Oriana Fallaci, una simpatica italiana che sostiene nel suo ultimo libro che gli Arabi sono degli scarti umani.

E’ legittimo domandarsi perché il sistema giudiziario (quando occorre anche la Procura) consente che i Tribunali vengano intasati da procedure così infondate. La risposta è che, se la parte civile è una associazione riconosciuta e vi è corrispondenza tra l’azione e gli scopi sociali, è praticamente impossibile fermarla.
Ma quale interesse hanno insomma queste diverse associazioni ad intraprendere azioni giudiziarie manifestamente votate all’insuccesso? E’ che si tratta di manovre dissuasive, ed anche molto efficaci. Per il querelato un processo, anche se dall’esito scontato, costituisce una perdita di tempo, di energia e di danaro. E’ quindi comprensibile che un editore, un direttore di giornale, di una radio o di un canale televisivo esiti davanti ad una tale prospettiva e consigli “prudenza” ai suoi collaboratori.  Senza contare l’effetto “non c’è fumo senza arrosto” (per fare un esempio personale, io ho a Parigi dei buoni amici che dicono in giro che sono diventato negazionista)

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L’Expression – 5/11 settembre 2008
Media francesi: una nuova inquisizione?
La libertà di espressione è uno dei principi costitutivi della Repubblica francese. In teoria. Perché le vicende di questi ultimi tempi tendono a rimettere in questione questo sacrosanto principio. Quando si tratta degli Arabi o della guerra in Palestina, i giornalisti francesi camminano sulle uova. Altrimenti, attenti ai processi!

Non si contano più i processi e le battaglie giuridiche tendenti a far tacere le voci dissenzienti. L’Islam sembra essere diventato l’avversario dichiarato dei media francesi. Solo per contrastare quello che Robert Redeker ha definito “islamizzazione degli spiriti”. Intanto è la fobia per gli Arabi e i Mussulmani che viene apertamente espressa nei giornali di Francia e di Navarra.

I sostenitori di Israele arrivano a soffocare, non senza una certa maestria, le voci che vorrebbero rimettere in discussione lo status quo mediatico. E non si contano più gli esempi.
Richard Labévière è stato brutalmente licenziato da Radio France Internationale (RFI), Da notare che è Christine Ockrent, la moglie del Ministro degli Affari Esteri francese, a dirigere il polo audiovisivo estero della Francia, senza che nessuno in tutta la Francia trovi niente da ridire.

Il giornalista di RFI è stato accusato “di non avere informato la direzione della Radio dell’intervista fatta al presidente siriano Bachar El Assad”. L’intervista incriminata è stata diffusa il 9 luglio da TV5 ed il 10 luglio da RFI. Prima dell’arrivo ufficiale di El Assad a Parigi, su invito di Sarkozy.

Labévière, che parla di una “orwellizzazione della stampa francese”, ha raccontato di un “clima di intimidazione nei confronti dei giornalisti che si discostano dal discorso ufficiale pro-israeliano, una messa in riga dei media pubblici e della stampa francese per imporre una lettura neo-conservatrice delle crisi del Vicino Oriente. Le prese di posizione filo-arabe giustificano oramai tutte le condanne a morte professionali”.

E questo giornalista non costituisce certo un caso isolato. Siné è stato cacciato da “Charlie Hebdo” per avere preso in giro il figlio di Sarkozy, e menzionato la sua supposta “conversione al giudaismo”.

Il giornalista Daniel Mermet di France Inter  è stato accusato di antisemitismo. E condannato per diffamazione dalla Corte di Appello di Parigi il 19 ottobre 2006. Il verdetto parla di “animosità personale del giornalista e della sua intenzione di nuocere”.

 

Il 27 maggio 2005 la Corte d’Appello di Versailles ha condannato per diffamazione razziale il giornale Le Monde ed i firmatari dell’articolo “Israele-Palestina: il cancro”, comparso nell’edizione del 4 giugno 2002. Gli autori sono tuttavia poco sospettabili di antisemitismo, trattandosi dei prestigiosi Edgar Morin  (un ebreo, tra l’altro!), Sami Nair e Danièle Sallenave. Alla fine la Corte di Cassazione ha respinto le accuse il 12 luglio 2006.

Ma la lista è ancora lunga. Citeremo soprattutto Charles Enderlin che viene accusato di aver montato di sana pianta le immagini dell’assassinio del bambino palestinese Mohamed Dorra da parte dell’esercito israeliano.

E’ come dire che un vero e proprio terrorismo intellettuale (e l’espressione non è forzata) infuria nell’ambito della stampa francese. Il fronte anti-arabo è molto bene organizzato. Ci sono avvocati pronti a infierire contro coloro che hanno le opinioni più private nei confronti di Israele. E se gli Israeliani hanno i loro uomini, i giornalisti più obiettivi rischiano la carriera in ogni momento. Senza nemmeno godere del sostegno del campo che sono accusati di difendere.  C’è da chiedersi se la difesa dell’onore della stampa non abbia loro portato sfortuna.

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