Analisi, giugno 2009 - Con il discorso de Il Cairo, il presidente Obama ha mostrato di avere capito che l'islamofobia è controproducente e genera solo insicurezza. Un'analisi di Mustapha Cherif, presidente del Forum des intellectuels algériensButy Niemowlęce






La fine della guerra oriente-occidente?
Né islamofobia, né islamofilia

L’Expression, 18 giugno 2009



L’attuale presidente nordamericano e la sua squadra hanno capito che l’islamofobia è controproducente e contribuisce solo a creare insicurezza su scala planetaria

Ciò che i mussulmani del mondo intero chiedono a chi ha il potere è di essere giusto, né islamofobo, né islamofilo. Sul piano internazionale, e comunque su quello regionale, il discorso del presidente nordamericano Barack Hussein Obama restituisce speranza, malgrado i suoi limiti ed i suoi non detto. Il cambiamento della politica estera degli Stati Uniti – dicono – non si spiega solo con la storia e le idee del presidente nordamericano. Si tratta certamente di una politica frutto di un compromesso tra le élite nordamericane, repubblicane e democratiche,  e ben prima dell’elezione di Barack Obama una parte di questa élite – si dice ancora – s’era mostrata critica verso la conduzione dell’occupazione dell’Iraq e dell’Afghanistan e la gestione del dossier sul nucleare iraniano. Senza dubbio è così, ma è vero anche che la questione dell’islam è al centro delle strategie e del dibattito, almeno dal 1989. Barack Obama l’ha affrontata con differenti sfumature. Si è esagerato nell’affermare che queste parole sono in sostanza identiche a quelle di Bush, l’infame, anche se a proposito della questione palestinese, Obama non usa né le parole che servono, né presenta una proposta decisiva. Cosa deludente e preoccupante.  E’ su questo che sarà giudicato, non sui sorrisi e l’amabilità.
E tuttavia, almeno tre insegnamenti devono ricavarsi da questo discorso di rottura.
Per prima cosa, il discorso fatto in Egitto dimostra che il presidente nordamericano e la sua squadra hanno capito che l’slamofobia è controproducente e contribuisce alla mondializzazione dell’insicurezza. Le cause dell’insicurezza sono le ingiustizie, l’ignoranza e la strumentalizzazione delle religioni. La violenza cieca è ingiustificabile, ma bisogna comprenderne le cause e combatterne le espressioni a monte e a valle. L’islamofobia fa il gioco degli estremisti di ogni sponda.
Si conoscono le cause della deformazione dell’immagine dei mussulmani, sono interne ed esterne. Alcuni vorrebbero far credere che sono solo interne. Le ingiustizie, le colonie in Palestina, le discriminazioni che patiscono i mussulmani in occidente, soprattutto in Europa, e l’attivismo dei movimenti di estrema destra sono ben conosciuti, ma poco si fa per porvi rimedio. Il discorso di Barack Obama fornisce materia di riflessione e mette a nudo le contraddizioni di quelli che nascondono la realtà dell’islamofibia e cercano di far credere che non ci sono problemi e pensano di aver risolto il problema vietando ad esempio l’uso del velo.
In Francia, il velo non è vietato solo allo sportello degli uffici pubblici, ma anche a scuola, secondo la legge del 15 marzo 2004, detta del “velo islamico” (legge 2004-2228). Sicuramente vi sono tanti movimenti politico-religiosi retrogradi e reazionari che rivendicano l’uso del velo ed usano questa questione per finalità meschine, ed è anche vero che la modernità deve essere un obiettivo prioritario, ma il modo in cui tante correnti islamofobe hanno regolato i loro conti, inventato un nuovo nemico e strumentalizzato questa faccenda nuoce all’idea della modernità e indebolisce la lotta contro l’integrismo.



L’islamofobia alimenta l’estremismo
Resta che occorre comprendere che non sono solo gli islamofobi, ma anche molte oneste persone erano per il divieto del velo, per tre ragioni. Per difendere la “pace civile” all’interno delle scuole: ritenevano fosse pericoloso consentire una concorrenza senza limiti dei segni religiosi. Inoltre alcuni istituti temevano che potessero esservi delle pressioni sui più giovani. E infine il velo era usato come strumento di propaganda da parte di gruppi integristi, e ciò è contrario ai principi di libertà.
Al Cairo il presidente degli Stati Uniti ha detto: “E’ importante che i paesi occidentali non impediscano ai mussulmani di praticare la loro religione come desiderano, per esempio imponendo gli abiti che una donna deve portare (…) Non si può nascondere l’ostilità verso una religione dietro la falsa immagine del liberalismo”.  Io respingo – ha aggiunto – il punto di vista di qualcuno in occidente” che considera “come una disparità il fatto che una donna scelga di coprire i suoi capelli”. Questo approccio dimostra che l’occidente non è monolitico e che il dibattito resta aperto. Più ancora, contrariamente a quanto afferma con superficialità Malek Chebel (antropologo delle religioni e filosofo algerino, ndt), le dichiarazioni di Obama non favoriscono il radicalismo. Perché finché l’occidente è intollerante e fa di tutt’erba un fascio, gli estremisti ne approfittano. Posizioni come quelle di Obama, invece, consentono alla stragrande maggioranza dei mussulmani di non seguire gli estremisti. L’islamofobia, che confonde appositamente islamismo e islam, alimenta l’estremismo, mentre il rispetto del diritto alla diversità lo ostacola.
In secondo luogo, questo discorso pone al centro dell’attenzione la grande questione della democrazia e dell’uguaglianza. Che è quanto il militanti del diritto rivendicano da decenni.  Obama non elude la questione della democrazia nei paesi mussulmani e quella dello statuto delle donne. Il suo discorso difende per le donne la libertà e la esalta nel quadro della libertà religiosa, e condanna altresì le limitazioni della libertà nei paesi mussulmani. In verità la donna è oggetto, in occidente, di un selvaggio liberalismo e in oriente di incultura, ed è questo che occorre cambiare dal momento che il vero islam onora la donna e non dà adito a confusione.  Bisogna accettare la critica per ciò che concerne la democrazia interna, perché si possa criticare il sistema dominante.  Ragionevolmente Obama ha precisato: “Alcuni mussulmani hanno l’inquietante tendenza a misurare la propria fede sul ripudio di quella altrui” e chiede che sia rispettata la libertà religiosa. Il diritto alla diversità e la laicizzazione della società. L’islam non vi si oppone, è quanto occorre far comprendere a tutti.



L’egemonia è votata al fallimento
In terzo luogo, sul piano politico Obama fa un riconoscimento ancora maggiore: l’impossibilità di imporre con la forza un modello egemonico. Soprattutto che il sistema dominante si trova in un vicolo cieco. E’ un cambiamento radicale. Obama si impegna nella logica del negoziato, della diplomazia e non in quella dei cannoni e degli errori del passato: “Non bisogna restare prigionieri del passato”,  ha insistito. La scelta di Obama fondata sul “cambiamento”, che ha sedotto il popolo nordamericano, è messa alla prova dalla situazione internazionale, essendo chiaro che gli Stati Uniti non rinunceranno alla loro leadership. Tuttavia v’è un’apertura che non bisogna trascurare. Dobbiamo tutti contribuire a favorire il cambiamento verso una democratizzazione delle relazioni internazionali e del mondo mussulmano e trasformare la logica del conflitto in quella del dialogo.



L’esperienza francese
Il discorso di Obama ha fatto scalpore in Francia, soprattutto per quel che ha detto a proposito del diritto a praticare liberamente la religione mussulmana e della questione del velo. Malgrado l’attuale presidente francese sia favorevole alle idee di laicità positiva e aperta, il panorama mediatico di questo paese dei diritti dell’uomo, salvo l’eccezione di giornali come La Croix e il settimanale Le Nouvel Observateur, resta segnato dal dogmatismo di un laicismo intollerante ed islamofobo. I media danno più spesso la parola ai piromani ed a quelli che si flagellano e rinnegano le proprie origini. Questi “mussulmani di servizio”, dispensatori di lezioni, sono patetici con questi atteggiamenti bassamente commerciali sul palcoscenico di radio, televisioni e giornali, per fare piacere ai loro ospiti. Facendo a gara a chi rinnega di più i valori dei popoli mussulmani, accusandoli e demonizzandoli a oltranza, contribuendo a creare confusione.
Fortunatamente il panorama culturale e politico francese non è particolarmente islamofobo, anche se ci sono correnti che lo sono. In Francia la destra non è tanto contraria al velo nella scuola, quanto all’ingresso della Turchia in Europa; per la sinistra vale il contrario. Qualcuno si domanda chi è il più islamofobo tra i due.  Lo sono probabilmente di più quelli che rifiutano di lasciare posto agli altri nella loro comunità. La prova, nonostante la propaganda dello scontro di culture, malgrado la riduzione degli studi di islamologia e orientalismo nel senso nobile del termine, malgrado la priorità data agli studi di tipo “poliziesco” da ricercatori che detestano l’oggetto dei loro studi, fabbricano e gonfiano nozioni fuorvianti come il “jahidismo”, malgrado numerose difficoltà, malgrado,  la persistenza, da un lato, dei pregiudizi e, dall’altro, di comportamenti oscurantisti e (talvolta) disonorevoli degli pseudo mussulmani,   i mussulmani in Francia sono sempre più considerati come dei cittadini a pieno titolo. Un recente esempio positivo è l’istituzione di un centro di monitoraggio nel Tribunale di Lyon sugli atti antimussulmani.  Le comunità mussulmane si sviluppano, si costruiscono moschee, la chiesa cattolica si apre sempre più al dialogo, senza contare gli aiuti fiscali alle associazioni religiose. Per contro il Francesi vogliono che lo Stato non assicuri alcuna preferenza in tema di religione, perché la libertà di culto sia effettiva.  Proprio per questo si è favorita la creazione del Cfcm (Il Consiglio francese del culto mussulmano, ndt), anche se la sua nascita è stata dettata anche da legittime preoccupazione di sicurezza e coesione sociale. Tuttavia si è trattato di una conquista, anche se si pongono dei problemi di fondo.  Vi sono però delle sfaldature ed una certa incompetenza che mina i rapporti dei mussulmani tra loro e con la società. Bisogna invocare l’unità, unire le forze e dialogare. Perché l’islamofobia non è sparita.
Ne è un esempio il caso del ricercatore Vincent Geisser, sociologo e politologo francese, che lavora all’Institut de recherches et d’études sur le monde arabe et musulman (Iremam) di Aix en Provence, alle dipendenze del CNRS. Geisser è stato convocato dalla “Commission administrative paritaire” del CNRS per “grave violazione” dell’”obbligo di riservatezza cui è tenuto un funzionario”. Nella lettera di convocazione gli si rimproverano delle “espressioni usate nei confronti di un funzionario della sicurezza del CNRS”.
Giunto al CNRS nel 2003, Geisser, nel settembre 2004, ha avviato un’inchiesta sul ruolo dei ricercatori maghrebini o di origine maghrebina nelle istituzioni pubbliche francesi (Institut National de la Santé et de la recherche médicale – Inserm –, università, Cnrs…)
“La mia equipe – spiega - doveva fare una valutazione scientifica rigorosa sul contributo dei ricercatori e degli universitari maghrebini alla diffusione della ricerca francese nel mondo”. Il responsabile della sicurezza ha contattato il direttore del suo laboratorio di ricerca per avvertirlo di classificare le ricerche di Geisser come “soggetto sensibile”. Il responsabile del Centro si è doluto di ciò, pensando che gli si rimproverasse di volere infiltrare il Centro con una “lobby mussulmana”. I sospetti sono evidentemente ridicoli, ha dichiarato Geisser. E tuttavia il 4 aprile scorso quest’ultimo ha inviato una mail privata al comitato di sostegno di una studentessa dottoranda, che il Cnsr aveva  allontanato per essersi rifiutata di abbandonare il velo. Nel messaggio, il ricercatore ha paragonato “l’azione securitaria del Centro ai metodi usati contro gli Ebrei” durante la seconda guerra mondiale. E’ stata proprio la pubblicazione di questa lettera su un blog, senza il suo consenso, che ha provocato la convocazione di Geisser davanti alla commissione disciplinare del Cnrs.
Vincent Geisser è stato già nel passato vivamente e ingiustamente criticato dalle correnti islamofobe dopo la pubblicazione del suo libro: La Nouvelle Islamophobie.
In questa vicenda egli aveva ricevuto il sostegno, con una petizione, di diversi universitari e ricercatori francesi, tra cui Pascal Boniface, direttore dell’Institut de relations internationales et stratégiques (Iris), Edgar Morin e Etienne Balibar, filosofi, Oliveir Roy, politologo e specialista dell’Islam.
L’influenza degli intellettuali è certamente piuttosto in declino nelle società della dittatura del Mercato, ma l’attacco contro questo ricercatore è ingiusto e dimostra che l’islamofobia resta una triste realtà, anche se non si tratta di un fenomeno generale. Alcuni intellettuali obiettivi alimentano, con la circolazione del loro pensiero e delle loro parole, la nascita di movimenti civici per difendere la libertà e la fraternità, e questa è la cosa più importante. “Se per pensare e scrivere la libertà è importante, va da sé che l’obbligo di riservatezza che vige per certe categorie di funzionari non può applicarsi anche ai ricercatori, salvo che da essi ci si attenda soltanto la riproduzione di una dottrina ufficiale e sterile”. Questo è quello che pensa anche Esther Benbasa, intellettuale francese, ebrea, che difende le cause giuste. Oggi la convocazione davanti ad una commissione di disciplina del nostro collega Vincent Geisser, accusato di “islamofilia” costituisce un segno allarmante di islamofobia. “L’indegno trattamento che gli viene riservato è vergognoso”, notano degli intellettuali francesi ed il ministro Valérie Pécresse ha preso posizione in favore della libertà dei ricercatori.
Vicenda da seguire. Nell’ attesa, non bisogna far disperare i giusti di tutti i popoli.



Mustapha Cherif (presidente del Forum des intellectuels algériens) 
 


 

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