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Sudan, settembre 2008 - Povero Darfour. Tutti i benpensanti del mondo occidentale hanno preso partito per le popolazioni di questa regione del nord-ovest del Sudan, devastata dalle siccità e dai conflitti a ripetizione oltre che, dal febbraio 2003, da una guerra civile che ha registrato terribili atrocità. In linea di principio questo impegno delle élites e delle società civili dei paesi ricchi e dei loro governi avrebbe dovuto aiutare il Darfour ad uscire da questa situazione difficile. Ma succede piuttosto il contrario: più i paesi ricchi dichiarano il proprio amore per il Darfour, più la pace se ne allontana.
Un articolo di Afrique Asie, tradotto in italiano a cura di ossin

 

Niño/a



Afrique Asie, settembre 2008

 

 

Darfour: La maggior parte di quelli che pretendono di voler aiutare il Darfour perseguono in realtà propri interessi

 

 

di Valentin Mbougueng

 

 

Povero Darfour. Tutti i benpensanti del mondo occidentale parteggiano per le popolazioni di questa regione del nord-ovest del Sudan, devastata dalle siccità e dai conflitti a ripetizione oltre che, dal febbraio 2003, da una guerra civile che ha registrato terribili atrocità. In linea di principio questo impegno delle élites e delle società civili dei paesi ricchi e dei loro governi avrebbe dovuto aiutare il Darfour ad uscire da questa situazione difficile. Ma succede invece il contrario: più i paesi ricchi dichiarano il proprio amore per il Darfour, più la pace se ne allontana.

 

 

Come spiegare questo paradosso? E’ triste dirlo, ma la maggior parte di quelli che pretendono di voler aiutare il Darfour agiscono in definitiva solo nel loro interesse. Il Darfour è diventato una immensa occasione di affari per vere e false ONG di carità, ma anche per dei gruppi politico-mafiosi e businessmen travestiti da umanitari che hanno messo a punto, ciascuno per suo conto,  strategie per trarre profitto dalle miserie della popolazione di questa regione. Personaggi che altrimenti sarebbero restati sconosciuti si sono proiettati sulla ribalta, hanno invaso gli schermi televisivi e le sale dei dibattiti, autoproclamandosi specialisti, esperti o messia del Darfour.  Chi può dimenticarsi di uno di questi “darfourofili” esaltati, Eric Breteau, che lo scorso autunno noleggiò un aereo per sottrarre in Ciad, attraverso un rapimento mascherato, 103 “orfani del Darfour” ai genocidi, stupri e crimini selvaggi delle milizie janjawid tollerati – o sostenuti dipende – da Kartoum? Chi può ancora dimenticare che le famiglie che intendevano adottarli avevano già sborsato somme importanti per “comprare” questo pacco che doveva essere loro consegnato a domicilio attraverso l’operazione ironicamente battezzata “Children Rescue” (Salvataggio di bambini).

 

Se Eric Breteau non ha avuto fortuna, giacché la sua impresa è naufragata nel tragicomico, altri illuminati continuano a risolvere col Darfour i loro problemi. C’è chi organizza dei concerti per il Darfour, la destinazione dei cui incassi non è propriamente oggetto di una pubblicità martellante. E ci sono altri che organizzano campagne di doni ai darfouriani, senza che si sappia cosa facciano esattamente delle somme e degli oggetti raccolti.

 

Anche i politici occidentali sono della partita. Praticamente tutti i dirigenti dei paesi ricchi hanno organizzato qualcosa per parlare del Darfour. E’ una cosa che fa tanto “in”. Appena istallato all’Eliseo, Sarkozy ha organizzato un summit internazionale sul Darfour a Parigi, invitando tutto il mondo tranne i diretti interessati, vale a dire i protagonisti del conflitto. Gorge W: Bush, cui i consiglieri avevano sussurrato di fare qualcosa, ha raccattato la parola “genocidio” per definire i crimini perpetrati in Darfour. Le Nazioni Unite non l’hanno seguito su questa strada. Ma che importa! Oramai il vocabolo “genocidio” si impone nei discorsi, con un dito accusatore rivolto al presidente sudanese, Omar el-Bechir. Sono le rodomontate di quest’ultimo, unite ad una sorta di disinvoltura e negligenza criminale di fronte ai drammi vissuti dai suoi compatrioti di questa regione particolarmente tormentata, che hanno finito per confermarne nell’opinione pubblica internazionale  un’immagine genocidiaria? Qualcuno ha memoria di una strategia genocidiaria elaborata da Bechir o di un programma pianificato di pulizia di certi gruppi etnici della zona?

 

Secondo il Procuratore del Tribunale comico internazionale, ancora chiamato Tribunale penale internazionale, la risposta è sì a tutte le domande. Lo scorso 14 luglio Luis Moreno-Ocampo ha occupato tutti gli schermi televisivi del mondo per annunciare che aveva chiesto ai giudici del tribunale di La Haye di emettere un mandato di arresto contro il presidente sudanese per “crimine di genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra in Darfour”. “Bechir – assicura – ha posto in essere attraverso altre persone un genocidio contro le etnie fur, masalit e zaghawa in Darfour, utilizzando l’apparato dello Stato, le forze armate e le milizie janjawid”. Prima ancora di attendere che la procedura seguisse il suo corso e soprattutto che il procuratore argentino fornisse le prove delle sue accuse, la corte dei benpensanti, che da tre anni ha preso la questione del Darfour in ostaggio, ha manifestato soddisfazione, anticipando il verdetto, e naturalmente già negoziando un posto speciale nel pretorio per meglio vedere e sfidare questo capo di Stato africano che si permetteva di non stendere per loro il tappeto rosso.

 

I giornalisti occidentali si rallegrano già di questa altra cattura di un presidente africano, questa volta ancora in carica, che verrà a completare il quadro del riassoggettamento dell’Africa, i cui dirigenti, chiunque siano, sarebbero oramai alla mercè di non importa quale demagogia.

 

E siccome il procuratore Moreno-Ocampo non ha fornito alcuna prova delle sue accuse, una buona parte dell’opinione pubblica, in Africa come altrove, specialmente da lui, in Argentina, s’è trovata a pensare che l’annuncio spettacolare della domanda di incriminazione di Bechir non sarebbe che una manifestazione dell’uso strumentale del conflitto da parte di un procuratore cui si attribuiscono ambizioni presidenziali nel suo paese.

 

A sostegno di questa tesi, che costituirebbe un duro colpo per una Corte penale internazionale già screditata per la sua giustizia selettiva (diretta solo contro gli Africani e qualche comparsa serba), vi sono fatti eclatanti. Il procuratore sostiene di aver svolto investigazioni per tre anni, mentre risulta che non abbia mai messo piede in Darfour. Le prove di genocidio si risolverebbero nelle testimonianze delle persone interrogate nei campi di rifugiati. Dopo il colpo mediatico, ha intrapreso una tournée che  l’ha condotto dovunque salvo che in Darfour.

 

Come pensa Malick, un senegalese lambda, tutto questo è colpa di Bechir. Se avesse saputo risolvere in modo appropriato la questione del Darfour non avrebbe fatto tanta pubblicità a Moreno-Ocampo.

E in tutto questo le popolazioni oggetto di genocidio del Darfour?