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Cuba, 3 giugno 2007 - Avevamo offerto ai nostri lettori la lettera che Alessandra Riccio e Fosco Giannini hanno indirizzato a Liberazione, a commento di un brutto articolo (di Angela Nocioni) apparso nei giorni scorsi.
Ieri è stata pubblicata anche dal quotidiano di Rifondazione comunista, insieme a molte altre che esprimevano sconcerto e indignazione. Ottima cosa la pubblicazione, peccato sia accompagnata da un editoriale del direttore, Piero Sansonetti, brutto e banale come il reportage della Nocioni (che forse non a caso viene definita “una delle giornaliste più brave della nostra redazione”).
Offriamo anche questo ai nostri lettori, con un breve commento.


 

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Liberazione, 2 giugno 2007

 

Lettere di protesta e la nostra risposta

Ci scrivono i lettori: troppi sarcasmi su Cuba

Piero Sansonetti

 

Mercoledì abbiamo dedicato una intera pagina di Liberazione a Cuba. Pubblicando due reportage di Angela Nocioni, una delle giornaliste più brave della nostra redazione, e anche una delle più acute e informate osservatrici dell'America latina. Angela - per esempio - è stata la prima giornalista italiana che ha intervistato Ugo Chavez e che ci ha raccontato la straordinaria e controversa esperienza venezuelana, e la prima a parlarci di Morales, di Tabarè Vasquez, di Ollanta Humala e di tutta la nuova generazione che sta guidando il clamoroso risveglio politico dell'America latina. In quei due reportage pubblicati mercoledì, Angela ci ha descritto una Cuba in piena decadenza, e in controtendenza rispetto alla primavera latino-americana. Ci ha raccontato come si vive, cosa si sente, cosa si spera in una società che da mezzo secolo è governata da un regime di sinistra, non democratico, che negli anni ha perso la grande spinta ideale sulla quale era nato, e che oggi è illiberale, repressivo, autocratico, anche se non feroce come le dittature che negli anni '70 e '80 hanno insanguinato l'America Latina.
Gli articoli di Angela erano pieni di amarezza e a tratti taglienti, molto severi. Non contenevano un giudizio, una analisi - che si può fare in altre sedi - erano un racconto, riportavano colloqui con le persone, aneddoti, fatti significativi della vita di tutti i giorni. Avevano un notevole valore giornalistico perché sono pochissimi, davvero pochissimi i giornalisti occidentali che possono entrare a Cuba e muoversi abbastanza liberamente, e scrivere, e raccontare quello che vedono.
Gli articoli di Angela Nocioni hanno provocato una reazione asperrima da parte di un buon numero di lettori di "Liberazione" e di diversi dirigenti di Rifondazione. Pubblichiamo oggi una intera pagina nella quale sono raccolte alcune di queste lettere (in penultima), che sono tutte lettere di protesta e di condanna, talvolta con toni drammaticissimi e abbastanza aggressivi. Prima ancora di offrirvi alcune considerazioni, mie personali, a riguardo, voglio chiarire che avevo letto quegli articoli, li avevo trovati belli e interessanti e utili, e ne avevo deciso - senza alcun dubbio - la pubblicazione e la collocazione in prima pagina.
Vi confesserò che sono rimasto abbastanza stupito della mole e del tono delle lettere che ho ricevuto. Immaginavo che gli articoli di Angela avrebbero suscitato delle polemiche, perchè conosco la discussione molto forte che c'è, a sinistra, su Cuba e sul castrismo. Non mi aspettavo però una "sollevazione" così forte e univoca, perché ero convinto che su alcune grandi questioni ci fosse ormai un punto di vista comune. Per esempio su queste: 1) non esiste più nessun buon giornalismo che non sia giornalismo libero, indipendente, capace di fornire al lettore informazioni, immagini, sensazioni idee non subordinate a posizioni politiche o valutazioni precedenti (purtroppo, questo sì, il buon giornalismo scarseggia, specie in Italia Due non esiste nessun modello politico, accettabile, che possa fare a meno dei presupposti fondamentali della democrazia (cioè le elezioni) e delle libertà individuali fondamentali, compresa la possibilità di migrare o immigrare, di muoversi, di leggere, di scrivere, di "stampare", di comunicare. 3) Una valutazione serena su grandi fenomeni storici, ed esperienze, e vicende politiche complesse del passato, non può modificare in nessun modo le grandi convinzioni di oggi. Mi spiego meglio.
Io non me la sento di condannare in blocco il castrismo, perché conosco bene il valore che ha avuto la rivolta di Castro e Guevara, che hanno rovesciato la dittatura di Batista, e conosco il ruolo che per decenni Cuba ha svolto - da sola e in condizioni terribili - nell'America Latina assoggettata all'imperialismo americano, e torturata da orride dittature fasciste e militari. Ma questo non mi impedisce di considerare l'odierno regime cubano un regime non solo lontanassimo, ma addirittura inconciliabile con le idee di una sinistra moderna: inconciliabile, opposto. La sinistra che lavora per immaginare e costruire un modello libero dal dominio liberista, un modello non violento, costruito sulla critica e la riduzione del potere, sull'esaltazione dei diritti - contrapposti ai doveri, alle sanzioni, alla gerarchia - non può che considerare il regime cubano il contrario di se stessa. Senza che questo debba spingerla a sputare sulla rivoluzione castrista che fu un grande avvenimento. Provo a spiegarmi ancora meglio: non mi viene nemmeno in mente di condannare la guerra di popolo che liberò l'Italia, 60 anni fa. Eppure non mi viene nemmeno in mente che la guerra di popolo possa oggi essere per me un modello di qualcosa. Non è così?
Non posso naturalmente rispondere a ogni singola lettera che pubblichiamo. Accenno solo a due obiezioni, che mi sembrano le più frequenti, e poi dedico qualche riga a Bianca Bracci Torsi, compagna che conosco personalmente molto bene, e stimo molto.
Le due obiezioni riguardano i cosiddetti "cinque eroi" , il papà di un ragazzo che fu ucciso in un attentato terroristico filoamericano. I cinque eroi, come è stranoto, sono tre agenti cubani infiltrati negli ambienti anticastristi di Miami. Facevano il loro lavoro, probabilmente lo facevano bene e con passione, molti giuristi americani (e Angela ne riferisce nell'articolo) ritengono ingiusta o addirittura illegale la sentenza che li tiene in carcere negli Usa. D'accordo, ma Angela non contestava le cinque persone ma l'uso che il regime fa della loro vicenda. In un ragionamento, che mi sembra molto attendibile, sulla "decadenza" e sulla debolezza della propaganda politica nell'epoca di Raul Castro. Così come ironizzava non certo sul barbaro assassinio di Fabio - organizzato da un malfattore stipendiato dagli americani - ma sul discutibile gusto di dedicargli un ristorante e addirittura il nome di una pizza. E' una ironia scorretta? Raramente l'ironia è corretta. Comunque non basterebbe certo questo a sollevare una rivolta dei lettori, non vi sembra?
Bianca Bracci Torsi, nella sua lettera, scrive: "...fare un giornale aperto a tutti i soggetti, nessuno escluso? Sarebbe un caso unico in Italia e, per quel che ne so, nel mondo". Bianca mette un accento critico in questa frase. Io invece voglio coglierla senza questo accento: sì, esattamente questo noi siamo o cerchiamo di essere: un giornale unico in Italia, che non è condizionato da pregiudizi, o da interessi, o da obblighi, o da vecchi pensieri: che naviga in mare aperto, cerca il vero - talvolta lo trova, talvolta prende incredibili abbagli, ma sempre in buona fede - e prova a raccontarlo e a farlo germogliare. Cioè quello che ogni giornale dovrebbe essere e quasi nessuno è.


02/06/2007


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Il commento di Ossin


Noi e la Rivoluzione cubana
 

 

Abbiamo scelto come editoriale del nostro sito la conclusione del libro di Frantz Fanon “I dannati della terra”, dove si spiega perché il terzo mondo non deve imitare l’Europa. E’ perché ognuno ha diritto alla sua storia, è perché la storia dell’Europa non è bella, è perché il colonialismo (e il neocolonialismo) distruggono culture e tradizioni e sono alla base del “pensiero unico”.
Lo condividiamo pienamente e cerchiamo, nel nostro piccolo, di offrire al lettore italiano il punto di vista del terzo mondo, perché anche noi possiamo crescere se impariamo ad ascoltare il punto di vista dell’altro. (E abbiamo tanto da crescere come sinistra europea, che sembra avere perso ogni bussola).

Una delle forme più sottili della cultura neocolonialista (che è soprattutto razzista, perché considera la storia, la sensibilità, il pensiero occidentale migliore di ogni altro e addirittura unico) è la pretesa di insegnare ai popoli del terzo mondo come liberarsi dall’oppressione coloniale. Dopo averli oppressi, l’occidente pretende anche di stabilire i modi della loro liberazione. E questo, in fondo, è proprio quello che sembra fare Piero Sansonetti, che si dice consapevole del “valore del castrismo”, salvo poi a fissare una direzione di marcia dalla quale non si può deviare: “non esiste alcun modello politico accettabile che possa fare a meno dei presupposti fondamentali della democrazia”. Una democrazia che descrive nei termini esatti di quella occidentale, vale a dire una costruzione politica nata e cresciuta in un luogo e in un momento storico determinato che non è quello del terzo mondo, che non è quello cubano.
L’alternativa alla rivoluzione cubana non è, oggi, la democrazia europea. Se vincessero i gusanos di Miami, o i famosi “dissidenti” pagati profumatamente dagli USA,  il futuro dell’isola sarebbe il ritorno alla fame per i poveri, il ritorno allo sfruttamento e all’ignoranza. L’area sociale e geografica è quella del Guatemala, di Haiti, di Panama, non l’opulenta Europa.
Ma la sinistra europea  preferisce che i popoli del terzo mondo continuino ad essere oppressi, piuttosto che riescano a liberarsi in modi che offendono la sensibilità dell’occidente. E questa, noi crediamo, è un’altra forma di neocolonialismo.
Una rivoluzione come quella cubana, che ha vinto e ha resistito senza chiedere consigli a nessuno, è inaccettabile perché non corrisponde ai canoni del “politicamente corretto”.
Tanto peggio per i cubani: che perdano pure gli invidiabili livelli di istruzione, che perdano l’assistenza sanitaria, che perdano la loro dignità di popolo. L’importante è che rispettino le regole dettate dalla sinistra europea.
Che poi, se perdono, è tanto più commovente: si potranno scrivere tanti editoriali, fare concerti di solidarietà, petizioni, insomma tutte quelle cose che ci piacciono tanto.

La rivoluzione cubana si può e si deve criticare, ma non può essere che un “giornale comunista” ne scriva esattamente come potrebbe scriverne la Repubblica o il Corriere della Sera, banalizzando le vicende, decontestualizzandole, rimasticando i prodotti avvelenati della propaganda pagata fior di dollari dagli USA.
La rivoluzione cubana si può e si deve criticare, ma noi vogliamo continuare a stare dalla sua parte, finché lei resta dalla parte del suo popolo, dalla parte dei più deboli.  E tutto oggi si può dire della rivoluzione cubana, salvo che abbia tradito l’ideale di uguaglianza, di promozione culturale e sociale del suo popolo.
Dunque critichiamola, ma con analisi precise e ricerche approfondite, non con le chiacchiere da bar o considerazioni da intellettuale occidentale annoiato.
Perché in questo modo si rinuncia a capire e si fa solo il gioco degli USA, dei gusanos. In questo modo si diventa superflui, quello che è successo alla sinistra europea.

3 giugno 2007

Nicola Quatrano