Analisi - La crisi finanziaria del sistema capitalista mondializzato é irreversibile. Ma il capitale la farà pagare ai lavoratori ed ai paesi più vulnerabili. Già ora i rendimenti dei fondi pensione calano, con danno grave per i poveri lavoratori truffati dalla propaganda neoliberale. In una intervista apparsa su Afrique Asie del marzo 2008, Samir Amin analizza la fase e il caos delle Borse: all'orizzonte altre guerre, ulteriore riduzione del valore del lavoro e nuove restrizioni degli spazi democratici.

Bisogna forse leggere in questa prospettiva la sostanziale identità dei programmi elettorali di Veltroni e Berlusconi, preludio del grande accordo per riformare il paese in senso americano. E sarà forse anche per questo che il Partito democratico cerca di cancellare la sinistra dal panorama politico del paese, rendendola politicamente irrilevante. Eppure, secondo Samir Amin, una autentica alternativa di sinistra sarebbe la sola soluzione accettabile. La traduzione in italiano é a cura di ossin.

 

 

(nella foto, Samir Amin)


Afrique Asie, marzo 2008

 

Secondo l’economista marxista Samir Amin, la crisi attuale del sistema neoliberale, totalmente subalterno ai diktat del capitale, era prevedibile. Cresce il disordine, con la svalorizzazione continua del capitale e l’estendersi delle lotte sociali e politiche


Al fondo del liberalismo, il caos



di Augusta Conchiglia e Majed Nehmé

 
 

Domanda: E’ rimasto sorpreso della crisi scoppiata coi “subprimes”?

Risposta: Per niente. Le cause di questa crisi non sono né i “subprimes” né, per quanto riguarda la Francia, la vicenda della Société générale, che costituiscono dei semplici incidenti di percorso, degli errori di gestione finanziaria, associati senz’altro a delle truffe. Ma non sono per niente le cause del crollo, in prospettiva, del sistema finanziario del capitalismo contemporaneo. Questa crisi era attesa e, per quanto mi riguarda, l’avevo prevista già nel 1991, ancora all’avvio del sistema di mondializzazione neoliberale. Avevo giudicato questo sistema come insostenibile e non vitale, perché totalmente subalterno ai diktat del capitale.

 

Massimo profitto
Invece che essere un effetto delle lotte delle classi lavoratrici e dei popoli, il sistema si distrugge da solo; è entrato in una fase di crisi sistemica per effetto delle sue proprie contraddizioni interne, provocando un inizio di crollo del sua articolazione finanziaria – il tallone d’Achille del liberalismo. L’opzione non è dunque “liberalismo o caos”, come si sente nei discorsi dominanti, la liberalismo e caos, oppure una autentica alternativa popolare, sociale e democratica.

 

Domanda: Perché i detentori del capitale non hanno saputo evitare la crisi?

Risposta: Il capitalismo è un sistema che funziona, a lungo termine, solo quando i suoi avversari – attraverso le lotte sociali – impongono dei limiti ai suoi appetiti. Marx l’aveva perfettamente analizzato: la ricerca del massimo profitto, legge fondamentale del capitale,  comporta una ripartizione dei redditi sempre più diseguale. Questo è inerente alla legge di accumulazione capitalista.

 

Domanda: La debolezza delle lotte sociali ha consentito al capitale di correre a briglia sciolte?

Risposta: Come dimostrato dalla storia dell’ultimo secolo, le lotte sociali avevano costretto il capitale a numerose concessioni. Così  è nato in occidente lo Stato previdenziale, il socialismo  reale nei paesi dell’est, o il fronte costituito a Bandung per avviare dei progetti nazionali popolari nel Sud. Questi sono i fattori che hanno creato le condizioni di una crescita e una riproduzione sociale sostenuta. Vale a dire che la base produttiva del sistema si allargava ed era accompagnata da un aumento della domanda e dei consumi.
 I “Trenta gloriosi” dell’Occidente (i tre decenni seguiti alla seconda guerra mondiale, caratterizzati da crescita economica e pieno impiego, ndt) hanno ridotto la disoccupazione e assicurato una stabile ripartizione dei redditi per una quarantina d’anni. In questo periodo nei paesi capitalisti, la parte del salario si aggirava intorno al 60% del PIL, quella del profitto intorno al 20-30%, il resto era investito.
Ora, l’erosione e poi il crollo dello Stato previdenziale in Occidente, dei sistemi socialisti ad est e dei progetti di Bandung hanno determinato grossi squilibri a danno delle classi lavoratrici e dei popoli periferici, alimentando l’illusione per il capitale di essere entrato in una fase dove avrebbe potuto assicurarsi una crescita indefinita del tasso di profitto.

 

Domanda: il crollo è un processo irreversibile?

Risposta: E’ irreversibile, anche se potrà essere ritardato da manovre come quelle che tenta la Federal Reserve nordamericana e sulle quali si è allineata anche la Banca europea. Ma non saranno sufficienti.

 

Domanda: Come si realizza la sopravvalutazione del capitale?
Risposta: Quando il valore del capitale, soprattutto in Borsa, è in crescita permanente - cosa necessaria per remunerare sempre meglio gli azionisti – la parte del lavoro (la remunerazione dei lavoratori) si riduce sempre di più. C’è dunque un surplus di profitto che non può essere investito perché la domanda non cresce a sufficienza, a causa del basso potere di acquisto. Dove vanno questi profitti? Essi alimentano questa sopravvalutazione del capitale, è la “fuga in avanti”. Ma non può durare in eterno: degli incidenti di percorso come i subprimes, o altri dello stesso genere, determinano una svalorizzazione del capitale. Noi siamo entrati in una fase che esige una massiccia svalorizzazione del capitale.

 

Domanda: Che cosa significa concretamente?

Risposta: Che le azioni non possono che perdere valore. Ma questo sistema è ancora più perverso perché si fonda sulla privatizzazione dei profitti e la… socializzazione delle perdite! Quando la “fuga in avanti” permetteva l’aumento dei tassi di profitto, si diceva che era il sacrosanto diritto del privato che aveva investito ecc. Ma adesso che la crisi è innescata, si tenta di scaricare il peso delle perdite sui lavoratori e sui paesi più vulnerabili nel sistema mondiale. Già ora l’inflazione, ancora modesta ma più elevata rispetto agli anni precedenti, determina in Europa una riduzione del valore reale del lavoro.
D’altra parte la svalorizzazione del capitale, dopo i ribassi in Borsa, colpisce i fondi pensione, il cui principio era quello di sostituirsi al pagamento delle pensioni con distribuzione di budget annuali, e sostituirle con risparmi solidali di capitale attraverso i fondi pensione. Il risultato è che in paesi come gli Stati Uniti e la Gran Bretagna, dove i fondi pensione sono importanti, le pensioni stanno diminuendo. In Francia e Germania, per esempio, dove i fondi pensione occupano un spazio minore nel sistema generale pensionistico – quantunque in aumento da una ventina d’anni – questa riduzione sarà meno sensibile. Nondimeno i fondi pensione nordamericani sono i più grossi investitori nel capitale finanziario in Francia perché detengono il 40% del CAC 40 (è l'indice Euronext Paris della Borsa di Parigi, ndt). E oggi sono in perdita.
Infine le banche centrali non vogliono permettere il fallimento (nel senso giuridico del termine) delle grandi banche. Stanno andando in loro aiuto facendo pagare ai cittadini, attraverso una imposizione diretta o indiretta, il regalo fatto alle banche per evitare la bancarotta. Naturalmente si dice che questo viene fatto per impedire il panico, che i titolari di depositi – privati o imprese – sarebbero le vittime se non si agisse in questo modo, con pericolose conseguenze sociali e politiche.
Sul piano internazionale, si attaccheranno i paesi più vulnerabili. Abbiamo sentito infatti il presidente Sarkozy prendersela con i fondi statali cinesi e arabi (che non possiedono affatto il 40% del CAC 40), ma non dire niente sui fondi pensione nordamericani.

 

Domanda: Entriamo in un periodo di caos politico?

Risposta: Si, una fase in cui si accentueranno le lotte sociali e politiche ai livelli nazionali e internazionali. Ma non si può prevedere quale sarà la risposta di ciascun paese. La crisi del 1929 ha dato il Fronte Popolare alla Francia, il New Deal agli Stati Uniti, ma anche il nazismo alla Germania. D’altra parte la pretesa de capitale di scaricare una parte delle sue perdite sui partners più vulnerabili del sistema mondiale sta per provocare una destabilizzazione di alcuni di questi paesi. Penso in particolare ai paesi arabi e petroliferi che sono tutti estremamente vulnerabili, sia quelli poveri sia quelli ricchi.

 

La sinistra impreparata

L’Europa non se la caverà. Il sistema europeo funziona relativamente bene quando non ci sono scossoni, anche se la crescita è modesta. Ma con l’incalzare della crisi, l’Europa non potrà più gestire la risposta in modo consensuale. L’Europa è un insieme eterogeneo, le battaglie sociali non si faranno a livello europeo, e le risposte a queste lotte saranno nazionali. La gestione dell’euro sarà un rompicapo. Oggi la Banca europea si accontenta di adattare la sua politica a quella della Federal Reserve nordamericana, ma questo si rivelerà presto insufficiente. Quello che è più inquietante in questa crisi è che le forze popolari, la sinistra in senso ampio, non sono preparate. Il discorso neoliberale ha beneficiato per lungo tempo di una certa dose di credibilità, e anche se ha il piombo nelle ali, non è stato ancora abbandonato né dalle opinioni pubbliche, in larga misura, né soprattutto dalle classi dirigenti. In questo caos politico, una alternativa di sinistra autentica costituirebbe la sola soluzione accettabile. Sta prendendo corpo? Vorrei poterlo sperare.

 

Domanda: Anche una parte dei fondi statali è stata colpita da questa crisi

Risposta: In questo contesto bisogna soprattutto tenere conto dei fondi statali cinesi, che sono i più cospicui. Ma la Cina persegue una strategia diversa rispetto alla maggior parte dei fondi di Stato, arabi per esempio. La Cina vuole approfittare della sua partecipazione al sistema economico mondiale, non solo per diventare un esportatore sempre più competitivo, ma anche per associarsi al grande capitale internazionale, acquistare imprese, fare quello che l’Indien Mittal ha fatto nella siderurgia. Con la differenza che i cinesi preferiscono che sia lo Stato ad agire in questo modo e non i capitalisti privati nazionali.
La Cina ha acquisito parti del capitale del gruppo Citybank, uno dei più grandi gruppi nordamericani. E’ una strategia che si può contestare, perché rinforza la collusione tra gli interessi della classe dirigente cinese e quelli del mondo capitalista.
La Cina non teme il crollo delle Borse, anche se, in quello della Borsa di Shanghai, una piccola frazione di classi medie cinesi ha perso del denaro. In Cina la Borsa è insignificante in rapporto al volume di capitale investito. Non è assolutamente lo stesso rapporto che c’è in Occidente, dove la Borsa è al cuore del sistema. Infine, anche in caso di una crisi più grave, la Cina non sarà particolarmente vulnerabile per la semplice ragione che possiede mezzi di ritorsione. A differenza di quello che succede alla maggior parte dei fondi di Stato arabi, come quelli di Bubai o del Koweit.

 

Domanda: Questi ultimi sono dei paradisi fiscali

Risposta: Si, ma se Singapore è un paradiso fiscale, partecipa anche alla produzione di servizi e di alte tecnologie. E questo non è il caso di Dubai, che non è altro se non una succursale del centro capitalista.

 

Domanda: La Russia fa parte integrante del sistema?

Risposta: Con Putin c’è stata una restaurazione del potere dello Stato e la Russia dispone anche lei di importanti mezzi di ritorsione. Rimane una innegabile potenza militare, un esportatore di petrolio e di gas di massima importanza ed un grande mercato. Le vittime designate sono, a termine, i paesi poveri fino ad ora risparmiati. Ma non potranno sfuggire alla svalorizzazione delle materie prime, né scampare alla pressione del centro capitalista.

 

Domanda: Nell’”Empire du chaos” lei ha scritto all’inizio del decennio 1990, dopo la prima guerra del Golfo, che entravamo in un periodo di guerre, nella misura in cui la logica del sistema imponeva la dominazione del mondo con la forza…

Risposta: Si, perché, abbandonando la politica del consenso nazionale attorno ad un sistema di ripartizione stabile dei redditi, la politica neoliberale non può funzionare se non attraverso una repressione crescente, le guerre o la minaccia di interventi militari contro i paesi più poveri. Deve vincere le resistenze, reprimere tutte le forme di contestazione sul piano internazionale.
Sul piano interno si è assistito ad una riduzione della democrazia. Sta diventando una caricatura. La democrazia borghese ai tempi dello Stato previdenziale era nello stesso tempo politica e sociale. Vi erano il voto libero ed il pluripartitismo, certamente, ma anche una distribuzione dei redditi che garantiva una relativa stabilità. E’ proprio questo sistema che dava forza, io direi anche fascino, alla democrazia occidentale, perché aveva una dimensione sociale. A partire dagli anni 1990, la democrazia è stata totalmente scollegata dal sociale, è stata ridotta alla sua espressione più formale. Cosa che oramai la priva di credibilità e legittimità.

 

Doppio fallimento in Iraq
Per difenderla, è stato necessario ricorrere a mezzi sempre più repressivi, come il Patriotic Act negli Stati Uniti, una legge la cui portata non deve essere sottovalutata. Lo scollegarsi della democrazia politica dai problemi sociali si è tradotta nella criminalizzazione delle lotte sociali e nell’emergere di forme esplosive di resistenza, come le rivolte delle banlieues in Francia.
Altrimenti detto, e contrariamente alla tesi della fine della Storia, la mondializzazione neoliberale non ha prodotto, dopo la fine della guerra fredda, la pace mondiale eterna, né il progresso della democrazia anche nei paesi del Sud. E’ stato tutto il contrario: vi sono sempre più guerre e violenze e la necessità del capitale di restringere gli spazi di democrazia politica e sociale.

 

Domanda: Dopo il crollo dell’URSS e del blocco socialista, gli Stati Uniti avrebbero potuto investire nel rilancio dello stato previdenziale piuttosto che continuare ad alimentare il complesso militare industriale e dunque la politica di aggressione militare.

Risposta: L’opzione dello Stato previdenziale dopo la seconda guerra mondiale non è stato scelto dal capitale spontaneamente. Era il rapporto di forze dell’epoca, è una conquista sociale. Il modello sovietico aveva una grande eco in occidente, e lo Stato previdenziale era l’altra faccia della medaglia. Esse dovevano crollare nello stesso momento.
Quanto all’opzione militarista, era necessaria all’equilibrio politico internazionale, non solo per dare profitti all’industria degli armamenti. Gli Stati Uniti pensavano di vincere le guerre che hanno intrapreso. Non le hanno vinte, ma nemmeno ancora veramente perdute.
Io considero l’Iraq come un doppio fallimento. Il fallimento dei nordamericani che non sono riusciti ad imporre un regime al loro soldo che avrebbe loro consentito di saccheggiare le ricchezze petrolifere del paese, ma anche il fallimento del popolo iracheno che non ha vinto perché non ha saputo creare, fino ad oggi, un fronte unito di liberazione capace di scacciare l’occupante nordamericano.

 


 


I fondi di investimento finanziari

 

I fondi di investimento sono di diversa natura. Gli hedge funds sono fondi speculativi a breve termine. I massicci investimenti delle banche e delle assicurazioni sui mercati monetari e finanziari condividono largamente questo carattere, cercando di aumentare il volume dei profitti con guadagni a breve termine supplementari. Queste operazioni sono per loro natura speculative, checché ne dica Daniel Bouton, PDG della Société générale. Il liberalismo li autorizza, li incoraggia e la competizione li costringe anche.
Il fondi pensione perseguono altri obiettivi, alla ricerca di una stabilità relativa a medio termine del rendimento dei loro portafogli. Naturalmente le pensioni che devono garantire dipendono in definitiva da questi profitti – incerti – con il trasferimento del rischio maggiore sugli sfortunati pensionati ingannati dai discorsi sulla “finanziarizzazione felice” e l’”eterno capitalismo trionfante”.
I fondi dello Stato operano secondo altre logiche in rapporto alle strategie degli Stati che ne sono proprietari. I fondi cinesi sono uno degli strumenti attraverso i quali il capitalismo di Stato cinese tenta di imporsi nel capitalismo mondiale, come partener a pari condizioni delle altre potenze della triade Stati Uniti, Europa, Giappone. Questi fondi non cercano di realizzare profitti a breve termine, ma di penetrare nel grande capitale oligarchico mondializzato, per assicurare alla Cina, posto su un piede di parità coi suoi partner, l’accesso alle risorse naturali del pianeta, il dominio delle tecnologie e dei mercati.
La Cina possiede i mezzi per realizzare tutto ciò. Dietro i fondi si profila uno Stato potente, industriale e militare, dotato di mezzi capaci di ritorsioni in caso di aggressione finanziaria, economica o anche militare. Destinato a garantire il “dopo petrolio” alle classi privilegiate che vivono attualmente della rendita petrolifera, i fondi dei paesi arabi petrolieri non posseggono questi mezzi. Perché, senza petrolio, questi Stati non sono che delle potenze insignificanti nel sistema mondiale.

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