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Gorée, l'isola degli schiavi

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 Senegal, febbraio 2009 - Riflessioni del giornalista camerunese Jean Marc Soboth, di ritorno da Gorée, l'isola al largo di Dakar dove partiva la tratta degli schiavi neri




Tratta degli schiavi


Gorée: oltre le lacrime, il bilancio disonorevole del disastro schiavista

Il troppo modesto patrimonio presente nell’isola-memoria della schiavitù rivela un dramma: l’umanità non ha a disposizione testimonianze del saccheggio multisecolare perpetrato sul continente nero da alcune compagnie occidentali ed alcuni Stati. L’Africa tuttavia ha bisogno, più che mai, di porre fine a questo contenzioso, in vista di una vera riconciliazione tra i popoli

Jean Marc Soboth, di ritorno da Gorée

In questo mese di febbraio 2009, battezzato negli Stati Uniti d’America “Black history month” (mese della storia dei neri), l’isola-memoria al largo di Dakar non pensava di poter vivere questi avvenimenti simbolici.
Prima di tutto la storica investitura alla Casa Bianca, qualche giorno prima, di un Nero, figlio di un Keniota, Barak Hussein Obama, che raggiunge la magistratura suprema insieme a Michelle, nata LaVaughn Robinson, First Lady, discendente autentica di schiavi africani, venuta da South Shore, un quartiere di Chicago per il 98% afro-americano.
Poi la morte, avvenuta il 6 febbraio 2009, di un monumento, il conservatore della “Casa degli schiavi”, Boubacar Joseph Ndiaye, originario di Gorée, nato il 15 ottobre 1922 a Rufisque, ex sottufficiale paracadutista dell’esercito francese. Che è diventato famoso per la sua eccezionale capacità di narrare i tormenti della tratta degli uomini neri che partivano dalla piccola isola senegalese.
Infine l’esplosione-simbolo delle Antille francesi nere, che ha rivelato alla comunità mondiale le sorprendenti stimmate di una schiavitù, abolita circa 160 anni fa, che ha ceduto il posto ad una colta colonia di piantagioni, governata da anacronistici Bianchi (békés) ignoranti, che considerano sempre come una prodezza divina la loro paura di mescolare il loro sangue con quello dei Neri…
E tuttavia l’isola-memoria del vergognoso commercio – che secondo Joseph Ndiaye ha privato il continente nero in tre secoli di 15/20 milioni di esseri validi, sei milioni dei quali sono morti per le privazioni o i maltrattamenti – continua il suo train-train turistico. Come vogliono i costumi mussulmani, la morte del “vecchio saggio” è stato oggetto solo di un breve reportage sui media: è stato rapidamente inumato…
E già a Gorée se ne parla poco; “tutto è tornato alla normalità”. Il piccolo battello che percorre dieci o undici volte al giorno il tratto Dakar-Gorée, il “Beer”, 350 posti (inaugurato nel dicembre 2006 da Abdoulaye Wade) continua a trasportare migliaia di passegeri, al pari del suo gemello, il “Coumba Castel”, gestito dalla società Radco Marine.

Gli eredi del vecchio saggio dell’isola-memoria
Nell’isola, i racconti rituali degli eredi di Joseph Ndiaye ai visitatori che vengono dai quattro continenti sono sempre sconvolgenti. Cominciato con degli attacchi armati portoghesi, seguiti da rapimenti detti “filhament”, il commercio degli schiavi neri raggiunse, nel 1687, uno sviluppo eccezionale per merito di intermediari locali. La “Casa degli schiavi”, principale attrazione dell’isola, è stata costruita nel 1776 dagli Olandesi.  E’ la seconda in ordine di tempo a Gorée; la prima risale al 1536, costruita dai Portoghesi, i primi europei a  mettere piede sull’isola nel 1444.
Gorée, nome che è una deformazione dell’olandese “Good Reed”, vale a dire “buona rada”, fu un’anticamera della morte. Passata “la porta del viaggio senza ritorno”, migliaia, addirittura milioni di schiavi tentarono la fuga, non sapendo più cos’altro fare, tuffandosi nell’oceano atlantico. Tutti furono abbattuti a colpi di moschetto. E, secondo i narratori, le rive dell’isola erano piene di cadaveri.
Gli schiavi, il cui valore era quello del bestiame, “vivevano in uno stato di igiene così ributtante che la prima epidemia di peste che ha devastato l’isola nel 1779 è cominciata proprio da questo centro di raccolta”. Spesso tra gli schiavi c’erano intere famiglie: padre, madre e figli. Per partire verso le Americhe tutto dipendeva dagli acquirenti. Il padre poteva ritrovarsi in Louisiana, la madre in Brasile o a Cuba, mentre i figli raggiungevano Santo Domingo. Nessuno schiavo aveva il diritto di conservare il suo nome africano. Ad essi erano affibbiati dei numeri di matricola. Una volta raggiunte le piantagioni, acquisivano il nome del loro proprietario.
Prima di morire, Joseph Ndiaye così ha commentato la gravità del danno subito: “La somma di miserie e morti che la tratta dei Neri ha provocato va al di là di tutto quello che si può immaginare. Strappati al loro suolo natio, trasportati in un paese straniero, senza conoscerne la lingua, con una rilevante sproporzione tra il numero degli uomini e quello delle donne, distribuiti tra i padroni a seconda dei venti, prostrati dal lavoro e senza altra istruzione se non la disciplina e le botte, questi Neri, ridotti allo stato di individui sperduti, non potevano ricostituire delle famiglie”.

Molti uomini di Stato bianchi hanno pianto
Molti uomini di Stato bianchi, come il presidente nordamericano Bill Clinton, il Papa Giovanni Paolo II, o artisti come Michael Jackson, Will Smith, etc, non hanno saputo trattenere le lacrime davanti a fatti di una tale crudeltà. Il francese Michel Rocard lo ha riconosciuto nel libro d’oro del “santuario” (il 23 dicembre 1981): “E’ difficile per un uomo bianco che si consideri onesto visitare la Casa degli schiavi senza provare un vivo sentimento di malessere – ha scritto – Che la nostra lotta per un migliore avvenire contribuisca a disperdere le tracce di questa lunga e dura storia”.
Oggi, insistono i conservatori, questo luogo di pellegrinaggio, per il mescolamento ed il vivo interesse che suscita soprattutto nel pubblico bianco, è diventato un santuario della riconciliazione delle razze e dei popoli.
Tuttavia, al di là dell’emozione e delle lacrime dei racconti che si rovesciano sull’isola, un vero dibattito si sta aprendo su questi secoli dei quali l’umanità prova unanime vergogna, al punto da dedicare ad esso una giornata commemorativa. Il primo piano della “Casa degli schiavi” di Gorée scopre nei suoi dedali e nelle sue vetrine poco fornite una delle più gravi lacune di questo dramma: l’umanità non ha potuto oggi ricostruire, nemmeno in modo approssimativo, lo scenario di questo immenso crimine. In particolare il saccheggio incommensurabile di risorse di ogni genere che ne è derivato fino alla colonizzazione. Al di là dei discorsi e delle intenzioni, anche il continente nero, che pure vi è interessato in prima persona,  è rimasto inerte, come se temesse di disturbare il sonno di un certo Occidente schiavista che, senza dubbio, nasconde ancora nelle sue cave le più preziose prove di questo commercio…
Oltre a qualche ferro vecchio esposto nella “Casa degli schiavi”, ai resti di una o due gogne, uno o due moschetti fissati ad amuleti, dove cartelli moderni, prodotti dalla cooperazione multilaterale, ripercorrono brevemente, la storia della schiavitù dall’inizio fino alla sua abolizione di un secolo e mezzo fa,  il mondo resta sfornito di testimonianze su questa multisecolare efferatezza. Nemmeno l’Africa ha mai svolto proprie ricerche per raccogliere prove sull’enorme saccheggio di uomini che spiega, forse in parte,  il suo malessere attuale. Secondo un osservatore avvertito, “un calcolo aritmetico, anche approssimativo, del disastro  e la restituzione/indennizzo sarebbero il serio prezzo ed il fondamento di un vero perdono. Non si può indennizzare ciò che non si è prima calcolato”. I narratori di Gorée amano ripetere: “Abbiamo perdonato, ma non dimenticato”.

Jim Boumelha, visitatore recente dell’isola-memoria, residente a Oxford e presidente della Federazione internazionale dei giornalisti (FIJ), condivide questo punto di vista. “Le compagnie commerciali europee che, per tre secoli, hanno effettuato la tratta degli schiavi, saccheggiando al passaggio il continente nero, hanno lasciato da qualche parte degli archivi. Bisogna trovarli”. Gli Stati occidentali e gli intellettuali celebri che hanno elaborato il concetto della “animalità” dei Neri, aprendo la strada a questo commercio bestiale, ma la cui opera continua ad essere onorata, sia pure in modo selettivo, in Africa, devono essere chiaramente indicati nei programmi accademici come cattivi maestri, come lo sono stati gli intellettuali nazisti, Stalin…

Un’era di chiarimento e di… restituzioni
Più che la “Strada degli schiavi”, iniziata tardi dall’Unesco, gli Africani, all’occorrenza l’Unione africana ed i suoi Stati membri, devono impegnarsi in questa opera in questa era di chiarimento, di valutazione e di… restituzione degli oggetti culturali di valore o dei documenti storici, una strada che hanno già imboccato i Greci, gli Ebrei, i Cinesi…
Secondo Boumelha, “bisogna ricostruire accuratamente il fenomeno della tratta, repertori are ufficialmente i numerosi ex punti vendita ancora visibili sulla costa atlantica, stabilire chiaramente le responsabilità, anche contribuire alle ricerche identitarie avviate dalla diaspora afro-americana attraverso il lavoro di organismi come african-ancestry.com. E’ il preludio di una società mondiale post-razziale pacifica”.
Gli Africani dovranno soprattutto, conformemente agli ideali dei padri fondatori dell’Unità africana, concedere fin d’ora la nazionalità di origine ai discendenti degli schiavi in modo da appagare, almeno simbolicamente, un desiderio di ritorno alle origini che si è trasmesso di generazione in generazione. Questa iniziativa condurrebbe, si pensa, ad una vera esorcizzazione ed a una vera riconciliazione.
In tutto questo, la morte di colui che il quotidiano senegalese Walfadjiri presenta come la sentinella dell’isola-memoria è assai significativo. Segna forse una nuova epoca. Un’epoca di rottura nella quale si supereranno le vive emozioni dei patetici racconti del defunto vegliardo di 87 anni. “Il monde deve guardarsi in faccia”. L’altro simbolismo del momento, l’elezione di Barack Obama da una maggioranza elettorale bianca è, comunque sia, una indicazione che tutto questo non si potrà fare senza gli stessi Africani, né senza… i Bianchi.
Dopo i Marcus Garvey, l’Afro-americano, ideologo dell’Unione dei popoli di origine africana, che si è autoproclamato primo presidente degli Stati Uniti di Africa, dopo i Malcon X (Black Panthers) che, di deve ricordare, ci tenne ad accompagnare personalmente la nascita dell’Organizzazione dell’Unità Africana (OUA) sotto la guida del Ghanese Kwame Nkrumah, bisogna continuare a rendere omaggio alla diaspora nero-americana alla ricerca delle origini. Il vecchio saggio dell’isola ripeteva: “Bisogna onorare questi uomini e queste donne che vissero nella schiavitù senza perdere la loro umanità, il cui coraggio si mantiene nel rifiuto dell’abbrutimento, nella costanza con la quale erano solidali, agivano, cantavano come esseri umani quali erano. Sto parlando degli afro-americani”.
Lo scrittore della Martinica Aimé Césaire parafrasava un adagio africano, ricordando le origini ad una società assimilata: “Quando non si sa più dove si va, bisogna cercare di sapere da dove si viene”.
In questa ottica, bisogna potenziare i progetti più “folli” in questo contesto machiavellico dove, in una confusione di immagini, la maggior parte dei media occidentali comunica il messaggio subliminale di una tratta dei neri con effetti di civilizzazione.
Progetti “folli”? L’ex capo di Stato nigeriano Olusegun Obasanjo promette di offrire il suolo nigeriano – ed anche la nazionalità – a tutti quelli della diaspora che avessero voglia di sistemarsi lì. Gli sporadici summit biennali Africani/Afro-Americani, ispirati da personaggi del calibro del reverendo Sullivan, sembrano essere stati progressivamente insabbiati, ingiustamente, sconfitti dalla vacuità dei contenuti e dei programmi e dall’assenza di una vera adesione “familiare” africana. Col patrocinio del presidente ivoriano Henri Konan Bedié, fu immaginato un ambizioso circuito turistico multinazionale sulle tracce della schiavitù, destinato a coloro che, dopo secoli, portano sempre i geni della discendenza africana (quante volte gli africani, vedendo alla televisione un Afro-Americano, hanno esclamato: “Accidenti!  Quello è un autentico Bamiléké, Yoruba, Bassa ecc!”). Il progetto è stato abbandonato, a torto. Last but not least, dall’alto del suo trono di presidente dell’Unione Africana, la tanto insultata Guida libica Mouammar Kadhafi, progetta di estendere, questo stesso anno, l’organizzazione continentale a tutti i paesi della diaspora negro-africana.
Il più potente cantore degli Stati Uniti d’Africa della nostra epoca non si inventa niente di nuovo: “riconnettere”, sull’esempio degli ebrei, tutti i figli del continente nero per trarre lezioni dalla schiavitù ed avanzare insieme nel villaggio globale è stato uno dei sogni più ardenti dei padri fondatori dell’organizzazione africana, più occupata, oggi malauguratamente, nel ruolo di sindacato anti-panafricanista dei capi di Stato al soldo delle ex potenze… schiaviste

Jean Marc Soboth, giornalista ( Indirizzo e-mail protetto dal bots spam , deve abilitare Javascript per vederlo ), è componente del Comitati direttivo della Fédération des Journalistes Africains (FJA), Consigliere regionale supplente della Fédération Internationale des Journalistes (FIJ), primo segretario del Syndicat National des Journalistes du Cameroun (SNJC) e coordinatore nazionale del panel Media Sustainability Index (MSI) dell’International Research and Exchanges Board (IREX)