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Praticare i diritti

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Sahara Occidentale, febbraio 2010 - La lotta per l'autodeterminazione del popolo saharawi è fatta di molte cose, anche di gesti, apparentemente piccoli, ma coraggiosi e densi di significato. Come lo sciopero della fame di Aminatou Haidar per tornare a casa. Come il viaggio che sta portando un gruppo di militanti, dai territori occupati fino ai campi di Tindouf


(Alcuni dei militanti saharawi alla partenza da Casablanca)



Praticare i diritti


Il modo più efficace di difendere i propri diritti è di praticarli; rivendicarli solo a parole è importante ma non è sufficiente.  Lo sanno bene i saharawi dei territori occupati dal Marocco, che devono difendere ogni giorno la loro identità e il loro futuro dalla violenza colonizzatrice dello stato occupante.

Quello saharawi è un popolo diviso, tra le centinaia di migliaia che si sono rifugiati negli accampamenti in territorio algerino per sfuggire alla violenza della guerra e quelli che sono rimasti nel Sahara Occidentale occupato dal Marocco. Famiglie separate da oltre trentacinque anni, madri che non vedono i loro figli e non conoscono i loro nipoti, fratelli lontani, comunità spezzate: il primo dei loro diritti è quello di incontrarsi, rivedersi, conoscersi. E’ qualcosa che non basta rivendicare, occorre praticare.

Ma l’occupante marocchino è spietato e disconosce questo elementare diritto, così sette saharawi che erano andati nei campi di Tindouf per incontrare i loro fratelli sono stati arrestati, l’8 ottobre scorso, al rientro a Casablanca e accusati di reati gravissimi: attentato alla sicurezza del Marocco, intelligenza col “nemico”. Attualmente sono ancora in carcere a Salé, in attesa che venga fissato il loro processo davanti a un Tribunale militare.
L’accusa parla di incontri coi servizi segreti algerini, di finanziamenti illegali ricevuti dal “nemico”, in realtà si è trattato di un viaggio fatto alla luce del sole e sotto gli occhi delle telecamere, al solo scopo di incontrare i fratelli separati, per conoscerli e farsi conoscere dopo tanti anni.

La repressione è stata durissima, ma non ha scoraggiato la tenacia dei militanti saharawi per l’autodeterminazione, che hanno deciso di non rinunciare a questo primario diritto.
Così nei giorni scorsi è partito per Tindouf un altro gruppo di militanti, disposti a rischiare il carcere pur di difendere la loro dignità di popolo. Incontreranno i loro fratelli dei campi, faranno festa insieme e si scambieranno numeri di telefono e indirizzi mail, incontreranno i dirigenti del fronte Polisario, l’organizzazione politica che li rappresenta, e testimonieranno la loro volontà di combattere per l’autodeterminazione del popolo saharawi.

Non ne vogliamo fare i nomi, saranno loro a decidere se e quando renderli pubblici, però un osservatore di Ossin è attualmente a Tindouf per seguirli e vedere che cosa fanno. Potrà testimoniare, se del caso anche in Tribunale, qualora l’occupante marocchino decidesse di arrestarli al loro rientro.

C’è tra loro una bambina di meno di un anno, immaginiamo che passerà di braccia in braccia e sarà coccolata da tutti. Al suo rientro i Marocchini accuseranno anche lei di intelligenza col nemico?






 
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