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Ventiseiesimo giorno |
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Sahara Occidentale, 12 dicembre 2009 - Un altro giorno di sciopero della fame, il ventiseiesimo, è trascorso in una situazione che resta di stallo. Le condizioni di Aminatou peggiorano e la diplomazia internazionale non trova argomenti per convincere il Marocco. Eppure sarebbe così facile... basterebbe mettere in discussione gli accordi commercialiVentiseiesimo giorno
Il sabato trascorre lento e niente cambia nella situazione di Aminatou Haidar che oggi è al ventiseiesimo giorno di sciopero della fame. Se non nel fatto che anche quelli che in tutti i modi hanno cercato di non accorgersene, sono anche loro oramai costretti a parlare del dramma che si sta consumando nell’aeroporto di Lanzarote. Perfino La Repubblica, oggi, dedica il suo primo articolo alla vicenda, a firma di Pietro Del Re. Sul fronte diplomatico, devono registrarsi poche cose: la dichiarazione del ministro degli esteri italiano, Franco Frattini, che ha assicurato come sia “negli auspici dell’Italia una costruttiva cooperazione del Marocco con le Autorità spagnole, che tenga conto innanzitutto dei dolorosi risvolti umani della vicenda”. Anche il presidente della RASD (Repubblica araba democratica saharawi), Mohamed Abdelaziz, ha chiesto oggi l’intervento del Re di Spagna. Ma qualcosa non va nella mobilitazione internazionale, se il Marocco continua a respingere a muso duro tutte le proposte. Evidentemente non si usano gli argomenti giusti, come sarebbero pretendere che il Marocco rispetti i diritti dell’uomo, anche in ottemperanze degli impegni assunti nei contratti commerciali firmati con l’Europa. Le condizioni di Aminatou, intanto, continuano a peggiorare e ci si avvicina al momento in cui potrebbe entrare in una fase critica irreversibile. Lei è apparsa solo per qualche minuto ed è sembrata molto debilitata. Sembra che nei prossimi giorni potrebbe ricevere la visita dei familiari e dei suoi figli. L’arma del disprezzo La strumentalità della posizione marocchina ha trovato nuova conferma con la notizia, divulgata da Amnesty International, che Aminatou Hadar è entrata almeno sei volte all’aeroporto di Laayoune senza compilare la casella della nazionalità nella carta di sbarco. Ed ogni volta il funzionario di turno l’ha compilata al posto suo, salvo una, quando l’attivista indicò come nazionalità quella “saharawi”. Però sempre le è stato consentito l’ingresso in territorio marocchino. Ciononostante la propaganda marocchina continua a battere il tamburo e ad usare l’arma del disprezzo contro Aminatou e i militanti saharawi. La Nouvelle Tribune, un settimanale marocchino, si compiace di gettare fango a tutto tondo, sostenendo che Aminatou, con il suo sciopero della fame, vorrebbe “piegare lo Stato ed il popolo marocchino ai suoi capricci di manipolatrice stipendiata. La signora Haidar – continua – che ha largamente approfittato del suo salario di funzionaria (fantasma) del comune di Boujdour, che ha attraversato il mondo intero col suo passaporto marocchino, oggi fa una sceneggiata a profitto dei seguaci del Fronte Polisario. La signora Haidar, infatti, non vuole più essere marocchina. Ha addirittura ricusato la sua appartenenza alla nostra nazione pubblicamente, per iscritto, davanti alle autorità giudiziarie ed ai rappresentanti della sua famiglia. L’ accampata di Lanzarote rifiuta anche un salvacondotto spagnolo, che le consenta di entrare legalmente nel territorio spagnolo delle Canarie, ed ancor meno l’offerta di un passaporto dell'ex potenza occupante del Sahara occidentale. La polizia impedisce ogni manifestazione nei territori occupati (da El Pais) Alla periferia di Laayoune esiste un quartiere abitato da persone segnate dalla sventura. Si chiama Il Ritorno, ed è stato costruito dalle autorità marocchine per accogliere i saharawi che avessero deciso di abbandonare i campi del Fronte Polisario a Tindouf (Algeria) ed accettare l'autorità di Rabat. Ma nelle sue case basse, distribuite intorno a fatiscenti cortili di sabbia,non vivono solo gli ex indipendentisti. Nel quartiere Il Ritorno abita anche la maggior parte dei compagni di lotta di Aminatou Haidar. L’espulsione dei dissidenti, un esempio da seguire L’espulsione della dissidente Aminatou Haidar sembra aver fatto scuola. Hafid Benhachem, il delegato generale dell’amministrazione delle carceri e della riabilitazione, ha finalmente risposto alle domande dell’ AMDH (Associazione marocchina dei diritti dell'uomo), sulle condizioni di detenzione nelle carceri marocchine. Però lo ha fatto a modo suo. Dopo aver "convocato" il presidente dell'associazione Khadija Riyadi ed il vice-Presidente Abdelilah Benabdeslam, il delegato generale ha cominciato a fare una esposizione completa delle sue “competenze, messe al servizio del paese." All’insistenza degli attivisti dell’AMDH per ottenere invece informazioni circa lo stato delle carceri marocchine, Benhachem ha reagito cominciando ad insultare l’associazione con tutti i nomi possibili. "Se non vi piace, potete andarvene dal Marocco", ha detto infine ad Abdelilah Benabdeslam. Il commento di Khadija Riyadi è che si tratta di "un torturatore che dovrebbe essere processato per le violazioni dei diritti umani che ha commesso, e che invece è stato posto a capo di una importante amministrazione». A nostro modesto avviso, il caso Haidar ha fatto scuola: o si è cittadini fedeli o si è traditori, potrebbe dirsi parafrasando il Re, chi non approva se ne può anche andare, chi contesta può essere cacciato dal suo paese. E’ questo Il Marocco, i cui sforzi sulla via della democratizzazione del rispetto dei diritti umani l’Unione Europea tanto apprezza. |
















