
Omosessuale in Marocco |
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In Marocco suscita scandalo il coming out dello scrittore Abdellah Taia. La ragione è semplice: in una società in cui il controllo poliziesco si somma a quello sociale, si può anche essere zemel, ma è severamente interdetto dichiararlo. Così c'è chi invoca il linciaggio dello scrittore, mentre i suoi amici... tacciono. Un articolo apparso su Tel Quel (traduzione a cura di ossin)Ritratto. Omosessuale di fronte e contro tutti La storia imbarazzante del primo marocchino che ha avuto il coraggio di manifestare pubblicamente la sua diversità. di Karim Boukhari
“Ha accettato di dare il culo per farsi conoscere”, “E’ pubblicato e si parla di lui solo perché è omosessuale”, “Si prostituisce per piacere all’occidente”, “E’ il suo posteriore che parla, non lui”, “Nuoce all’immagine del Marocco e dell’Islam”, “Se fossimo realmente in terra d’Islam, sarebbe lapidato”. Il nome di Abdel Taia, per quelli che lo conoscono, non lascia per niente indifferenti. Nelle discussioni da caffé come sui forum di internet, scioglie le lingue e scatena discussioni dal contenuto assai poco ameno. Un internauta ha scritto: “In questi tempi cattivi, per essere pubblicati nel mondo occidentale, bisogna scrivere romanzi sulla sessualità. La maggior parte sono autobiografie nelle quali degli omosessuali raccontano con fierezza le loro prodezze. Abdellah Taia è uno di loro. Racconta la sua vita di frocio quando era giovane e viveva a Salé. E’ stato invitato da 2M (il secondo canale della televisione marocchina, ndt) cinque volte, un privilegio mai accordato ad esempio a Mehdi El Menjra (scrittore e futurologo marocchino). Taia è stato invece ricevuto da tutte le case editrici francesi e il suo romanzo sarà tradotto”.
Domani lo scandalo
Al Massae, il quotidiano più diffuso in Marocco, ha già risolto la questione: “Taia, bisognerà bruciarlo!” In una delle sue cronache quotidiane, il direttore Rachid Nini ha praticamente invitato al linciaggio del giovane scrittore, accusando di passaggio lo Stato di “complicità” e trattando più generalmente gli omosessuali come esseri anormali, che non bisognerebbe soprattutto “esibire” in pubblico. Scrive in particolare: “Come si può accettare che un tale individuo passi sul secondo canale della televisione nazionale, che è finanziata dai soldi del contribuente marocchino?”
Nel suo minuscolo monolocale del 19^ arrondissement, quartiere piuttosto “pop” della capitale francese, non c’è al muro alcuna foto del giovane. Lui fa presto il giro della proprietà senza muoversi dal suo posto, solo muovendo l’indice della sua mano: “Qui, su questo materasso, dormo, scrivo, faccio tutto. Là, quelli sono i libri che amo, e poi c’è una vecchia foto di Mohammed V per la quale provo una grande tenerezza, dei dischi, dei film”. Lo scrittore marocchino più denigrato del momento conduce a Parigi una vita quotidiana da persona qualsiasi, un uomo molto solo che deve fare i conti coi suoi fine del mese: “Ho retto per molto tempo grazie a lavoretti abituali. Oggi vendo libri, sì, ma non abbastanza da potermi mantenere, allora faccio lezioni di arabo, faccio traduzioni, scrivo occasionalmente per dei giornali”. Le grandi ristrettezze in cui vive quest’uomo di 34 anni rispecchiano l’intensità della sua vita interiore. Abdellah Taia si fa compagnia con le immagini e le parole del Marocco, spezzoni di vita ad Hay Salam a Salé dove è cresciuto, decimo di una famiglia di undici figli. Una vita da povero nella quale i corpi, provati dalla indigenza, vivono praticamente gli uni sugli altri, creando alla fine una comunità carnale, perfino sentimentale. “Il soggetto dei miei libri è, e non potrebbe essere altri, che me stesso, ma io non racconto storie, piuttosto frammenti di quello che vivo, di quello che sono”. Che cosa è? “Un marocchino ribelle che crede all’individuo, che rifiuta l’idea che la nostra storia, personale o collettiva, non ci appartenga, che non abbiamo il diritto di riappropriarcene”. Taia è un mosaico umano al centro del quale la parola omosessuale è scritta in lettere d’oro, inevitabile, inaggirabile. “Sono stato sempre omosessuale e non me lo sono mai nascosto. L’omosessualità si vive e non si spiega. Non è uno sballo, è la mia vita. Non posso nasconderlo, lo scrivo, lo racconto insieme ad altre cose”: Diversamente da Rachid O., il primo scrittore marocchino a dichiarare la propria omosessualità (dal 1994 con “L’elefante sbalordito”, poi “Diverse vite” , pubblicate da Gallimard), ma senza rivelare il suo nome completo, Abdellah Taia ha deciso, fin dal debutto, di firmare col suo vero nome senza nascondersi dietro un diminutivo o uno pseudonimo. “In Marocco succede di tutto, ma nel silenzio. C’è stato un momento per me in cui questo silenzio non è più stato sufficiente. Bisognava che rompessi il tabù, che parlassi. di me”. Fino al 2005 lo scrittore si limita a fare allusione alla sua omosessualità alla maniera di “Alfahem yfhem”, per i soli iniziati, prima di rivelarsi apertamente, senza giri di parole, con “Le rouge de tarbouche” (il suo primo romanzo, ndt). Nel febbraio 2006, compie un passo supplementare dalle colonne di Tel Quel: “Ho provato un nodo allo stomaco durante l’intervista. Era suonata l’ora del mio coming out.. Nei libri si può dire quello che si vuole, ma è nel momento che lo si racconta ai giornali che diventa affare di tutti, si oltrepassa il punto di non ritorno”. Altri giornali francofoni (Le Journal, il defunto Maroc-Soir, Maroc Hebdo) hanno ripreso il coming out dello scrittore. “La mia famiglia, i miei vecchi amici hanno preferito ignorarlo, per loro io ero sempre nella mia hmaq (follia, ndt) di gioventù, qualcosa di riparabile e comunque camuffabile nell’immediato. Non mi hanno comunque preso sul serio se i vicini sono andati da mia madre a dire: “Abbiamo visto tuo figlio alla televisione”. Una volta mio fratello maggiore mi ha perfino telefonato per dirmi, tutto fiero: “Ti ho visto alla televisione, molto bene, ma dimmi, quando passerai alla fiction? Voleva sicuramente dire: sì, si sa di cosa sei fatto, ora bisogna smetterla con queste confessioni per pensare a diventare finalmente scrittore”. Un altro dei suoi fratelli si va a lamentare direttamente con la madre: “Di’ a tuo figlio di smetterla di raccontare il suo n’importa cosa e di tornare alla ragione!” La rottura e il “maskhout Al walidine” (fare del male ai propri genitori, ndt), chi ha osato rompere la legge del silenzio rischia.
A Salé le novità arrivano prestissimo e i Taia, al gran completo, sono costretti a tenere un consiglio di famiglia. Abdellah Taia ricorda: “il nipote tale non aveva più il coraggio di mettere i piedi fuori di casa per paura di essere preso in giro dai ragazzetti del quartiere, la sorella tale aveva problemi sul lavoro perché suo fratello era frocio (e non aveva alcun pudore a scriverlo e dirlo)”. Catastrofe. Finalmente la madre dello scrittore, 74 anni, capo della famiglia dopo la morte del padre, prende l’iniziativa e telefona al figlio in Francia. Piange, piange anche suo figlio. Queste le sue parole: “Ach derti lina, ach derna lik, wach nta khrej lik la’akel, wach hadak klam kaytgal (Hai perso la testa per farci tutto questo? Per dire tutte queste cose che non si devono dire)?” Abdellah ha ancora oggi le lacrime agli occhi quando rievoca questo ricordo doloroso: “Per quanto mi riguarda, io soffrivo per avere involontariamente fatto del male ai miei, mi sentivo anche un po’ vigliacco perché io stavo lontano da Salè, ma soffrivo soprattutto perché mi rendevo conto che nessuno, in questo momento di sconforto, pensava a me, a tutto quello di cui mi ero per tanto tempo caricato ridotto al silenzio come ero, a tutto quello che avrei dovuto ancora sopportare per seguire la mia naturale inclinazione”. La madre ignora il contenuto dei suoi libri più espliciti (“Le rouge du tarbouche” e “L’armée du salut), si preoccupa solo dell’intervista rilasciata dal suo figlio scrittore al settimanale Al Jarida Al Oukhra. “E’ crollata davanti all’annuncio della mia omosessualità e, più ancora, del mio definitivo ripudio dell’idea di matrimonio”. “Non dirmi che mio figlio non si sposerà mai – piange l’anziana donna – che non andrà mai al Haj (pellegrinaggio alla Mecca, ndt), che non potrò mai prendere i suoi figli tra le braccia. Io voglio solo il tuo bene”. Taia tenta di spiegare, cerca parole che possano rassicurarla (almeno un po’) tra i singhiozzi: “Non si tratta solo di me, io sono parte di un movimento più grande di me, che attraversa tutto il Marocco”.
All’infuori di Rachid O., l’altro scrittore omosessuale col quale è in contatto, Abdellah Taia non frequenta alcun circolo letterario. Né marocchino né francese. Sta solo nel suo angolo. Qualche contatto (Frédéric Mitterrand, il cineasta Faouzi Bensaidi), qualche discussione con un pugno di vecchi compagni che hanno fatto il suo stesso salto sociale, il giro delle relazione mondane e sociali è presto fatto. “Ma quando mi sento soffocare, apro il mio balconcino sui tetti di Parigi”, sospira lo scrittore, mai a corto di idee per evitare di cadere nel patetico o di lamentarsi per la sua sorte. L’atteggiamento attuale del ragazzo di Hay Salam è quello che ha assunto un giorno nello studio di una trasmissione letteraria di 2M: testa bassa, fianco destro, l’aria più semplice, più timida della media degli scrittori dall’ego ipertrofico. Era fedele a se stesso, senza artifici intellettuali, evitando di teorizzare o di ergersi a profanatore di tabù. Un po’ la posizione che assumeva qualche volta, le sere di cattivo umore, il suo idolo di sempre: l’autore del memorabile “Pain nu”, lo scrittore Mohamed Choukri (“Lui sì era qualcuno, ha fatto capire a noi miserabili che tutto era possibile, che tutti potevano fare o essere quello che vogliono. Perché è stato il primo a raccontare la realtà, la sua, quella di tutti i giorni, ivi compresa la dimensione sessuale”). Strizzata d’occhio del destino: la traduzione olandese di “L’armée du salut”, attesa per il prossimo settembre, uscirà dall’editore olandese… di Mohamed Choukri.
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