espritcors@ire, 18 maggio 2014 (trad. ossin)


A cosa serve Boko Haram?

Alain Chouet (*)


L’effervescenza mediatica e “people” mondiale, suscitata - peraltro a scoppio ritardato - dal rapimento di 250 ragazze nel Nord della Nigeria, è stata un fuoco di paglia. Violenta e breve. Ha dato luogo ad una profusione di trasmissioni televisive, durante le quali una serie di esperti, o sedicenti tali, dell’Africa e del terrorismo ci hanno dottamente spiegato che i rapitori e soprattutto il loro capo, Aboubakar Shekau, sono un banda di pazzi furiosi, assolutamente decisi, indubbiamente sotto l’effetto di stupefacenti, a islamizzare l’Africa mettendola a ferro e fuoco, e ad installarvi l’organizzazione del fu Bin Laden, che nessuno sa più bene dove si trovi. La spiegazione dunque è assai semplice: i militanti di Boko Haram sono degli ebeti cattivi che vogliono ricostituire Al Qaida in Africa, attraverso una alleanza che si sospetta, da ovest a est, con AQMI (Al Qaida nel Maghreb islamico) nel Sahel e gli shebab somali. L’orrore delirante delle loro azioni merita dunque un trattamento di droni, sorveglianza satellitare, forze speciali necessariamente occidentali, dal momento che il governo locale non dispone di tali forze, o, in mancanza, società militari private anglo-sassoni. Occorre naturalmente sperare che i droni siano sufficientemente precisi da neutralizzare i rapitori, risparmiando più o meno le liceali che vengono trattenute vicino a loro. Ma, in tal modo percepita la vicenda, si può passare a qualche altra delicata questione


L’ex responsabile di un servizio di sicurezza che sono io non si contenta però di analisi tanto sommarie, nonostante provengano da grandi vedette del cinema, mogli di Presidenti o analisti patentati del piccolo schermo. Ci hanno descritto Aboubakar Shekau come un capo banda di periferia, drogato fino alle punte dei capelli e capace di parlare – come ha rilevato un eminente specialista della zona – solo una lingua “hausa da banlieue”. Non conoscendo l’hausa, non sono in grado di giudicare, ma ho però nitidamente sentito Shekau formulare le sue ultime rivendicazioni in un arabo classico del tutto rispettabile, cosa che non è frequente nei dintorni del 10° parallelo in Africa. E’ d’altra parte evidente che uno psicopatico drogato non avrebbe potuto imporre il suo comando durevolmente a centinaia, forse migliaia, militanti armati. Shekau non è forse Gotz von Berlichingen, ma sono già quasi sei anni che egli è al comando di un movimento politico-militare attivo e vi rimane senza apparenti difficoltà.


Una tale longevità al comando di una “grande compagnia” fa supporre nel suo capo una certa abilità a trovare finanziamenti per addestrare e remunerare i suoi mercenari. Le attività di brigantaggio, di traffici e rapimenti a scopo di estorsione, possono in parte sopperirvi, ma il loro rendimento è aleatorio, spesso insufficiente a fidelizzare le truppe, e deve essere integrato con finanziamenti più sicuri e regolari, che non possono che provenire dai ricchi sponsor stranieri, interessati a vario titolo alle attività del movimento. Occorre ancora che le suddette attività abbiano sufficiente visibilità per attirare l’attenzione oltre frontiera. Non avendo compreso questa molla essenziale della sovversione, altri movimenti nigeriani come il MOSOP (Movimento per la sopravvivenza del popolo Ogoni) o il MEND (Movimento per l’emancipazione del delta del Niger) sono finiti nell’indifferenza e nell’oblio, proprio come la rivolta del Biafra degli anni 1960.


In questo senso, lo spettacolare rapimento di 250 liceali, accompagnato da rivendicazioni provocatorie, teatralmente orchestrate e largamente mediatizzate, costituisce un colpo da maestro formidabilmente esaltato dall’effetto moltiplicatore dell’emotività occidentale. Ripetute a ciclo continuo dalle televisioni di tutto il mondo, le reazioni indignate di tutte le élite d’Europa e di America, oltre alla mobilitazione di mezzi militari pesanti, costituiscono per Boko Haram altrettanti attestati di esistenza, di riconoscimento della sua importanza e della sua capacità di nuocere, tutti elementi che sono alla base di qualsiasi strategia terrorista bene assimilata. La vicenda è d’altra parte tanto ben gestita, da rischiare di durare a lungo. Sembra più o meno evidente che, in assenza di mezzi e di volontà politica, nessuno pagherà il riscatto per la liberazione delle ragazze. Occorrerà dunque, o cedere alle richieste dei rapitori, in particolare liberare i loro militanti prigionieri, ciò che contribuirà ad accrescere l’autorità e il prestigio del capo, o a lanciarsi in operazioni militari incerte e probabilmente tragiche per gli ostaggi, soprattutto sei i rapitori hanno preso l’elementare precauzione di disperderli. Le peripezie che verranno saranno dunque, per Shekau, utili pretesti per andare a tirare per le maniche i generosi sponsor dello jihadismo internazionale che – non è più un segreto per nessuno nonostante un decennio di smentite – si trovano nelle ricche petromonarchie della Penisola arabica. Certo, l’Arabia Saudita e il Qatar hanno di recente modificato la loro posizione ufficiale al riguardo, a causa della pressione internazionale o di tardive prese di coscienza, ma i ricchi donatori privati sono ancora tantissimi, soprattutto tra quelli che si arricchiscono con l’industria del petrolio e per i quali la Nigeria pone un problema particolare.


Contrariamente a quello che raccontano gli esperti apocalittici del terrorismo che immaginano, dal 2001, una tela di ragno verde che ricopre poco a poco tutto il pianeta, Boko Haram non ha mai manifestato il minimo interesse per lo jihadismo internazionale o il terrorismo salafita che prende di mira l’occidente. I suoi legami spesso evocati con gli jihadisti del Sahel o gli islamisti somali non sono confermati al di là di qualche connivenza logistica del tipo di quelle che esistevano negli anni 1970 tra euro-terroristi e terroristi palestinesi. Di fatto, Boko Haram è prima di tutto un movimento insurrezionale locale a base economica e sociale. Recluta i suoi membri esclusivamente in Nigeria, approfittando delle lampanti diseguaglianze socio-economiche locali, una criminalità endemica e la corruzione generalizzata del suo sistema politico e amministrativo. Nessuno dei militanti dell’organizzazione è stato mai coinvolto in azioni internazionali e il movimento ha sempre circoscritto la sua attività al territorio nigeriano e a raid di saccheggio che hanno interessato le frontiere immediate. Questa disaffezione chiaramente manifestata per lo “scontro di civiltà” e il futuro del resto del mondo mussulmano dovrebbe stimolare gli analisti a interrogarsi sui reali obiettivi della setta al di là delle proclamazioni volutamente allucinate del suo capo.


Analizzandole più da presso, le operazioni di Boko Haram si iscrivono in un doppio contesto: da una parte un rapporto di forza politico e militare tra il Nord del paese mussulmano (45%) e il sud cristianizzato (35%) o animista (20%), e dall’altra, conseguentemente, un problema di controllo delle risorse di idrocarburi, di cui il paese è il 6° esportatore mondiale, ma che si trovano essenzialmente al Sud. Da una quindicina d’anni, i nordisti mussulmani, che controllano storicamente i posti di responsabilità dell’esercito e dell’amministrazione, hanno progressivamente perso le loro posizioni di predominio, a profitto delle élite del Sud. Questa perdita di ruolo, di prestigio e soprattutto del controllo dei proventi degli idrocarburi, che consentiva loro di fidelizzare politicamente le popolazioni del Nord, ha suscitato vive reazioni e  ha largamente contribuito ad alimentare la corrente estremista mussulmana, rappresentata dal 2002 da Boko Haram.


E, oltre le frontiere, questo ribaltamento di potere minaccia di sottrarre il paese all’influenza della Penisola Arabica e del Golfo, membri dell’OPEC. Il timore delle petromonarchie arabe, e indubbiamente dei loro clienti delle grandi multinazionali petrolifere,  è che una Nigeria sottratta all'influenza islamica di Ryiadh e nella quale si affermi il potere delle sue dinamiche imprese del Sud potesse lanciarsi in forme di indipendentismo economico e politico contrari agli interessi della maggioranza dei membri dell'OPEC. Occorreva dunque evitare qualsiasi rischio che la Nigeria, seguendo l'esempio dell'Iran (2° esportatore mondiale) o del Venezuela (5° esportatore) si lanciasse in avventure "frazionistiche", nella peggiore delle ipotesi nazionalizzando il suo petrolio, nella migliore non rispettando le quote di produzione destinate a mantenere in permanenza il prezzo del barile al suo massimo internazionalmente sopportabile o rifiutando di garantire l'accettazione del pagamento del suo petrolio in dollari, ciò che consente agli Stati Uniti di "esportare" il suo abissale debito interno.


Tenuto conto delle divisioni del paese, degli sprechi che caratterizzano il bilancio federale e della corruzione imperversante a tutti i livelli della vita pubblica e soprattutto dell'esercito, non era difficile indebolire il governo centrale, dimostrare la sua impotenza, impedirgli qualsiasi "avventurismo" politico o economico, rendendolo totalmente dipendente dall'assistenza militare e securitaria della NATO. E' proprio a questo che si assiste oggi ed è questo il più importante risultato dell'azione di Aboubakar Shekau e dei suoi scagnozzi che si rivelano essere uno strumento di sovversione efficace e poco costoso. In tale contesto non sorprende che si evochino con sempre maggiore precisione il via vai, tra Riyadh e Kano, dei portatori di valige piene di bei dollari destinati a sostenere l'azione del Robin dei boschi del Califfato di Sokoto, questo sultanato jihadista e schiavista che inglobava nel XIX secolo il nord della Nigeria, il nord del Camerun, il sud del Niger e del Chad. Si sono viste valige identiche, nelle mani di diversi portatori, andare un po' dovunque (Sudan, Afghanistan, Libia, Siria, Mali, Tunisia, ecc) nei luoghi dove l'Arabia Saudita o il Qatar le ritenevano utili ai loro interessi. Shekau non sopravvivrà forse al colpo politico decisivo che ha inferto al presidente Goodluck Jonathan, all'esercito e all'amministrazione della Nigeria. Ma questo non ha grande importanza. Come tutti i jihadisti ispirati dal salafismo wahhabita, è uno strumento usa e getta e fungibile al servizio degli interessi delle petromonarchie. Se necessario, gli si troverà un successore e destinatario di valige, come è accaduto prima di lui a Mohammed Yusuf, abbattuto dalla polizia nel 2009.



(*) Alain Chouet è un ex dirigente della DGSE francese (servizi di informazione). Specialista di questioni islamiche 

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