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L’Orient Le Jour, 26 dicembre 2014 (trad. ossin)



Prima condanna a morte per apostasia in Mauritania


“E’ solo un criminale che ha avuto quel che si merita”, secondo il presidente del partito islamista moderato



La prima condanna a morte per apostasia della storia della Mauritania, dall’indipendenza nel 1960, è stata pronunciata mercoledì sera a Nouadhibou (nord-est) nei confronti di un Mauritano, mussulmano, incriminato per uno scritto considerato blasfemo.

L’imputato, Mohamed Cheikh Ould Mohamed, 29 anni – anche indicato dai media locali come Cheikh Ould Mohamed Ould Mkheitir – si era dichiarato non colpevole, martedì, all’apertura del processo, il primo del genere in questo paese di quasi quattro milioni di abitanti. In stato di detenzione dal 2 gennaio, era accusato per uno scritto denunciato come blasfemo e oltraggioso nei confronti del profeta Maometto. Accusa da lui respinta, avendo spiegato che sua intenzione non era di criticare il profeta, ma solo di difendere una componente sociale “malconsiderata e discriminata”, la casta dei maniscalchi (“maalemines”). Egli proviene infatti da questa comunità posta ai livelli più bassi della scala sociale, in una società mauritana dalla complessa gerarchia e in trasformazione, che si articola attorno a etnie, tribù, ciascuna di esse suddivise in caste.

La Mauritania è una Repubblica islamica dove è in vigore la charia (la legge islamica) ma le sentenze estreme, come la pena di morte o di flagellazione, non vengono più applicate da circa tre decenni. Negli ultimi anni, diverse persone sono state condannate a morte, per lo più per omicidio o fatti di terrorismo. L’ultima effettiva esecuzione capitale, tuttavia, risale al 1987, secondo Amnesty International.

Mohamed Cheikh Ould Mohamed è comparso dinanzi la Corte criminale di Nouadhibou (a circa 480 km a nord di Nouakchott), che lo ha dichiarato colpevole di apostasia e l’ha condannato a morte mercoledì sera. Alla lettura del dispositivo si è accasciato, ha raccontato ad AFP una fonte giudiziaria. “E’ solo un criminale che ha avuto quel che si merita”, ha dichiarato alla stampa, a Nouakchott, Jemil Ould Mansour, presidente del partito islamista moderato Tewassoul (opposizione).

La pronuncia del verdetto è stata salutata, nella notte tra mercoledì e giovedì, da rumorose scene di gioia a Nouadhibou, sia in Tribunale che nelle strade, secondo una fonte giudiziaria, ma anche a Nouakchott, secondo testimoni. Nelle due città, gli abitanti sono scesi in strada salutando la sentenza con dei concerti di clacson, alcuni gridando “Allah Akbar” (Dio è grande), hanno riferito le stesse fonti.


Malafede

Nessuna informazione è al momento disponibile circa eventuali ricorsi. Sia prima che durante il processo, Mohamed Cheikh Ould Mohamed si è pentito, respingendo peraltro le accuse, secondo fonti giudiziarie. Martedì un giudice gli ha contestato l’accusa di apostasia, “per aver parlato con leggerezza del profeta Maometto e violato gli ordini divini”, in un articolo pubblicato su alcuni siti internet mauritani. Alcune organizzazioni islamiche lo hanno accusato di aver contestato alcune decisioni assunte dal profeta Maometto e dai suoi compagni durante le guerre sante. Secondo la medesima fonte, la Procura avrebbe depositato altri testi attribuiti all’imputato, considerandoli “più gravi e inequivocabilmente dimostrativi” della sua malafede, ha riferito una delle fonti giudiziarie.

Nelle arringhe, i due avvocati incaricati di ufficio della sua difesa hanno insistito sul suo pentimento, chiedendo che ciò fosse valutato in suo favore. La Procura ha chiesto la pena di morte, richiesta accolta dalla Corte, alla luce dell’articolo del codice penale mauritano che prevede la pena di morte per “qualsiasi mussulmano, maschio o femmina, che abbia rinunciato all’islam, esplicitamente o attraverso parole o fatti concludenti”, secondo la fonte giudiziaria.

La pubblicazione del suo controverso articolo ha trasformato Mohamed Cheikh Ould Mohamed, da anonimo ingegnere dipendente di una società mineraria, a nemico pubblico numero uno in Mauritania. E’ stato sostenuto da ben poche persone e raramente in modo aperto. E’ stato denunciato come blasfemo in diversi comunicati, in conferenze stampa e durante manifestazioni di piazza, a gennaio e febbraio a Nouadhibou e Nouakchott, alcuni manifestanti giungendo a chiederne la testa. In febbraio, sotto l’onda delle pressioni popolari, l’avvocato Mohameden Ould Icheddou, che era stato nominato dalla famiglia dell’imputato, ha rinunciato a difenderlo.

Il 10 gennaio, il capo dello Stato, Mohamed Ould Abdel Aziz, aveva promesso di “prendere tutte le misure necessarie per difendere l’islam e il suo profeta”, di fronte a migliaia di manifestanti in collera, che si erano riuniti dinanzi al Palazzo presidenziale. La Giustizia “farà il suo corso ma siate certi che l’islam è al di sopra di tutto, della democrazia e della libertà”, aveva dichiarato.