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Piccoli omicidi tra amici

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Marocco, maggio 2010 - L'editoriale del numero 424 di TelQuel affronta il tema degli abusi della polizia marocchina. Tutto il mondo è paese, anche in Marocco (come in Italia) i torturatori fanno carriera invece di essere puniti... però almeno in Italia c'è una magistratura (qualche volta) indipendente


(Ahmed R. Benchemsi)





TelQuel n. 424

Piccoli omicidi tra amici

Editoriale di Ahmed R. Benchemsi

E’ come se avessimo finito per abituarci allo Stato di non diritto, come se ogni richiesta di giustizia fosse fuori luogo, inopportuna….

Mohamed Aït Si Rahal, Mohamed Lhamadat, Hassan Zoubaïri, Larbi Souabni, Ahmed Khali Daous, Mokhtar Lahchaichi, Abderrahim El Ati. Questi sette nomi non vi dicono probabilmente niente. Sono nomi di comuni cittadini marocchini, appartenenti ai ceti più emarginati. Punto comun denominatore: sono tutti morti nelle mani della polizia, in circostanze fino ad oggi non chiarite. Sebbene la Direzione Generale della sicurezza nazionale (DGSN) parli di “suicidio” per alcuni e di “malattia fulminante” per altri, le famiglie delle vittime e l’Association marocaine des droits de l’homme (AMDH) non hanno dubbi:  queste sette persone sono morte a causa di torture e/o di criminale negligenza. La cosa più rilevante è che questa gente non è morta durante gli “anni di piombo”, ma nell’era di Mohammed VI. L’ultimo in ordine di tempo, A. El Ati, è morto appena da qualche mese, nel febbraio 2010.
Né lui, né gli altri sei sono vittime del sinistro centro di Temara dove, nell’ambito della lotta contro il terrorismo, la Direction de la surveillance du territoire (DST) ha torturato decine, se non centinaia di persone nella prima metà di questo decennio. A questo proposito lo stesso Mohammed VI aveva ammesso degli “eccessi” (in una intervista a El Pais del 16 gennaio 2005). Quali? Vi sono state inchieste, sanzioni? Non se ne è mai saputo niente, senz’altro in nome di una “ragione di Stato” difficilmente accettabile… Ma non è di questo che vogliamo parlare oggi. Le sette vittime più su citate erano dei “citoyens lambda” (comuni cittadini, ndt), sospettati al più di episodi di piccola delinquenza.  Se si è avuta conoscenza di quanto è loro accaduto, è stato grazie alla tenacia delle famiglie, che hanno resistito alle intimidazioni e alle minacce di ritorsioni, e grazie anche al coraggio dei militanti dell’AMDH, che si sono impegnati su questi casi. Ma su sette casi conosciuti, quanti ve ne sono che sono ignorati?
Il fatto è che i maltrattamenti (colpi, insulti, umiliazioni) sono il destino di quasi tutti i “citoyens lambda” che hanno la sfortuna di cadere nelle mani della polizia marocchina. E che questi maltrattamenti possono giungere fino alla morte senza che le autorità si turbino in alcun modo. Ma il peggio è che nemmeno l’opinione pubblica si turba. O al massimo, quando un giornale riporta il fatto, vi è un’emozione fugace, passeggera, e soprattutto senza conseguenze.  Come se avessimo finito per abituarci allo Stato di non diritto, come se ogni richiesta di giustizia fosse fuori luogo, inopportuna.
Tra l’elite benpensante (tenendo conto che l’elite di spirito indipendente è in via di estinzione) i militanti dell’AMDH sono considerati degli “estremisti” – e i giornalisti che riportano le loro denunce come dei “nichlisti”. Messaggio: “Gli anni di piombo sono finiti. Se c’è ancora qualcuno che muore nei commissariati, si tratta solo di abusi isolati” Isolati? Veramente? In tal caso dovrebbe essere facile punire i responsabili, oltre che necessario per dare l’esempio…
Che cosa ne è stato dei torturatori di questi sette uomini e dei responsabili degli uffici di polizia dove hanno esalato il loro ultimo respiro? Interrogata a questo proposito dal settimanale Nichane, la DGSN si è chiusa in un muro di silenzio. Ma alcune fonti poliziesche, in forma rigorosamente anonima, ci hanno detto che il peggio che possa capitare ai responsabili è di essere trasferiti ad altra sede, “per calmare gli animi”. Uno di loro, responsabile di un centro regionale al momento del decesso di uno di questi cittadini, è oggi… sottoprefetto di polizia!
Non solo i responsabili di questi omicidi (perché è proprio di questo che si tratta) sono protetti dalle gerarchie, ma possono perfino essere promossi, vale a dire ricompensati. Quale altro messaggio è questo, se non una conferma della generale impunità e un incoraggiamento a continuare.
In questo modo, come si può ancora credere alle promesse della “nuova era”?  



 
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