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Il ritorno della tortura

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 Marocco, maggio 2009 - Un servizio de Le Journal Hebdomadaire documenta il ritorno massiccio alle pratiche di tortura in Marocco




(Poliziotto marocchino, ossin)





Le Journal Hebdomadaire, n. 394 dal 2 al 8 maggio 2009


Dopo una riduzione dei casi durante gli anni ’90, la tortura torna in forza nelle stanze dei commissariati e dei centri di detenzione. Un modus operandi che colpisce quasi tutti gli arrestati. Qualsiasi sia la natura delle accuse

Il ritorno della tortura

di Aziz Yaakoubi



Nuovo regno, nuova era. Parole ben cucinate nelle arcane del Potere e che suonano come degli slogan. L’effetto annuncio è passato, si ritorna ai vecchi metodi. “Ammanettato, gli occhi bendati, sono stato torturato per due mesi senza tregua, un periodo durante il quale sono stato sottoposto a diverse sedute di tortura, senza aver diritto di chiamare un avvocato, e nemmeno di avvisare la famiglia…”. In una lettera indirizzata all’opinioe pubblica e che suona come una testimonianza proveniente direttamente dagli anni di piombo, Abdelkader Belliraj, l’uomo che è stato presentato come un pericoloso terrorista ed il cui processo non è finito bene, racconta il suo calvario con i servizi di sicurezza marocchini. Gli ufficiali, soprattutto i responsabili del ministero della Giustizia e dell’Interno, continuano a far finta di niente, o ad affermare (nelle rare occasioni nelle quali rilasciano dichiarazioni) che si tratta si false accuse e di una versione difensiva. Tuttavia la legge permette a tutti di chiedere una perizia, sia davanti al procuratore generale che al giudice istruttore, subito dopo la presentazione ad essi da parte della polizia giudiziaria. E tuttavia l’avvocato del belga-marocchino ha fatto molte richieste in tal senso, anche nel corso di conferenze stampa. Invano. “Gli anni 1990 hanno visto ridursi di molto i casi di tortura”, ci informa Abdelilah Benabdessalam, l’esperto di queste cose all’interno dell’AMDH (Association marocaine des droits de l’homme), aggiungendo subito dopo:”almeno negli ambienti urbani”. Ma dopo il 2001 si è ritornati alle vecchie abitudini.


“Urinare sul viso”

“Mi hanno legato le mani dietro la schiena e mi hanno colpito al viso, precisamente agli occhi, ed erano 5 agenti in borghese (…) Mi hanno dato anche dei calci sugli organi genitali (…) Arrivando al celebre commissariato di Jamaa El Fna, sono stato gettato per terra, spogliato, non vedevo più niente, sentivo i miei compagni gridare…”  Khalid Miftah, uno studente di soli 22 anni, dalla sua cella nella prigione Boulmharez di Marrakech, racconta il suo passaggio nella macchina infernale del makhzen (il sistema di potere marocchino, ndt).  Ma la storia della sua compagna, Zahra Boudkour, poi diventata celebre, è ancora più terrificante: “Subito dopo il mio arresto, ho ricevuto un pugno sul naso, che lo ha fatto sanguinare, ho ricevuto anche dei colpi di manganello sulla testa, calci su tutto il corpo (…) Un poliziotto mi ha urinato in faccia, insultandomi e minacciandomi di stupro. Mi ha fatto scendere in una cantina e mi ha spogliata. (…) Io avevo le mestruazioni, ho sanguinato per due giorni, nuda…”. Un comunicato del Codesa (Collettif des défenseurs saharaouis des droits de l’homme) riferisce di alcuni casi di tortura  e maltrattamenti contro Saharaoui detenuti nelle prigioni di Inzegane e Ait Melloul. Yahya Mohamed Elhafed Iaaza (43 anni), militante della sezione dell’AMDH a Tan-Tan e del Codesa, ed il prigioniero politico saharaoui Najem Bouba (28 anni) testimoniano: “Dopo le udienze di primo e secondo grado dinanzi la Corte d’Appello di Agadir, durante le quali abbiamo scandito slogan inneggianti all’autodeterminazione del popolo saharaoui, il 7 aprile una decina di agenti della prigione di Inzegane sono entrati nella nostra cella verso le 3 del mattino. Hanno pestato tutti i detenuti ammassati in cella. In seguito siamo stati trasferiti alla prigione di  Ait Melloul, dove siamo stati tenuti in isolamento…” Secondo altri comunicati della Codesa, anche altri prigionieri avrebbero subito maltrattamenti: Bouamoud Ali, Hassan Khallad, Elmahjoub aaillal, Salam Charafi, Mahmoud Elbarkaoui, Mayara Elmoujahid, Abdelghani Bani, Lefkir Lahcen et Mohamed Salm.


Accuse confermate
Sempre nel grande sud, gli avvenimenti di Sidi Ifni pesano nella memoria collettiva. Dopo i dinieghi delle autorità ed il controverso rapporto dell’OMDH (Organisation marocaine des droits de l’homme) che ha sostenuto non essersi verificate delle gravi violazioni, adesso è giunta l’ora del bilancio. “Adesso le circostanze permettono di affrontare il tema senza tabù e dire che quanto è successo a Sidi Ifni è grave: sembra che gli agenti volessero prendersela soprattutto con le donne. Le hanno torturate, umiliate e molestate sessualmente, per non dire di più”, così Brahim Sbaalil, militante del CMDH (Centre marocain de droits de l’homme), che ha scontato sei mesi di prigione per le dichiarazioni rilasciate proprio in relazione a questi avvenimenti. Anche se non ci sono stati morti, il rapporto redatto dalla Commissione di inchiesta formata dalle ONG nazionali ha confermato tutte le accuse rivolte alle forze dell’ordine: le persone arrestate sono state pestate e maltrattate, sono stati introdotti dei manganelli nell’ano di alcune di esse, e questo sia in commissariato che per strada, davanti a tutti. Nei sotterranei dei commissariati, uomini e donne sono stati spogliati, picchiati nudi. I torturatori hanno giocato coi seni e gli organi sessuali delle donne, servendosi dei loro manganelli. Alcune donne hanno cercato di dibattersi, così provocandosi ferite al clitoride, come nel caso di Khadija Jebabdi e Meriem Outmouhine.  “Purtroppo nessuna inchiesta ufficiale è stata aperta, che io sappia – continua Sbaalil – anche se noi abbiamo depositato un centinaio di denunce a nome delle vittime per le sevizie realizzate dalle forze di polizia. Ebbene nessuna ha avuto seguito e temiamo che presto si giunga ad una chiusura definitiva del dossier”.

“Una bottiglia nell’ano”
Il dossier degli islamisti salafisti è anch’esso pieno di testimonianze gravi su episodi di tortura. Mohamed Bouniyet, professore di filosofia a Taroudant,  è stato preso nel corso delle retate seguite agli attentati di Casablanca del maggio 2003. Avendo perso la vita nelle mani dei suoi torturatori, il suo cadavere è stato gettato lungo la strada tra Marrakech ed Agadir. “L’unica spiegazione – sostiene Omar Arbib, militante dell’AMDH – è che sia morto mentre lo trasportavano verso il centro di detenzione di Temara”. Anche questa volta le autorità hanno promesso un’inchiesta.
Nel suo rapporto del 2004, Amnesty International ha raccolto diverse testimonianze di islamisti arrestati e processati sulla base delle leggi antiterrorismo, votate dal Parlamento qualche giorno dopo gli attentati. “La maggioranza degli islamisti  arrestati  tra il 2001 ed il 2004 – tuona Abdelilah Benabdeslam – sono stati torturati”. Gli ex-detenuti, o quelli ancora in prigione, hanno dichiarato di essere stati trattenuti illegalmente, torturati e costretti a firmare delle false dichiarazioni. “Quando sono stato portato nelle stanze di sicurezza della polizia giudiziaria nel quartiere Maarif di Casablanca (9 giorni), i poliziotti mi hanno legato a terra e mi hanno infilato una bottiglia nell’ano, mi hanno spezzato entrambe le braccia e ho perso tutti i denti”, testimonia Bouchaib Chalabi, arrestato il 19 maggio 2004. 
La legge marocchina consente una perizia quando gli arrestati ritengono di essere stati maltrattati dalla polizia o dai servizi segreti. “Io sono stato torturato dalla polizia in un commissariato di Laayoune, e dai servizi della DST nel centro di detenzione PCI CMI nel 2005”, racconta Houssein Lidri, militante dell’AMDH della sezione di Laayoune. “Ho presentato delle denunce, facendo anche i nomi di chi mi aveva torturato, ma non è successo niente”. La stessa storia la racconta anche l’avvocato di M’Hammed El Ghani, arrestato durante la campagna contro i trafficanti di droga nel gennaio scorso. El Ghani è stato arrestato il primo gennaio 2009 a Nador, trattenuto nel centro di detenzione di Temara per 11 giorni, mentre il verbale della polizia giudiziaria parla di un arresto avvenuto il 12 gennaio a Casablanca.  Sarebbe stato sottoposto a diverse procedure di tortura,” soprattutto con scariche elettriche in parti sensibili del corpo”, secondo quanto riferisce un membro della sua famiglia. Il giorno in cui è stato presentato al giudice istruttore a Casablanca, “M’Hammed non è riuscito a pronunciare una sola parola, piangeva come un bambino, tutte le persone presenti gli facevano paura”, ricorda l’avvocato. “Il giudice finalmente gli ha detto: Bisogna che ti riposi”. Sia l’avvocato che la famiglia hanno depositato diverse richieste di perizia medica, ma il giudice le ha respinte tutte. Un altro caso è quello di Ahmed Ait Si Rahal, un marocchine residente all’estero, che è stato arrestato dalla brigata turistica della città di Marrakech ed è morto in seguito alle ferite procurategli dai suoi aguzzini. Questa volta un’inchiesta è stata aperta, ma il commissario, condannato in prima istanza ed in appello, ha proposto ricorso in Cassazione ed “in attesa, continua a restare al suo posto”, precisa Omar Arbib.


Protocollo facoltativo?
Dei torturatori che agiscono in piena impunità e sembrano considerare la tortura come una procedura di lavoro, una routine quotidiana. E tuttavia c’è un intero arsenale di leggi e testi giuridici a protezione dei marocchini, o almeno per limitare gli eccessi dei funzionari pubblici. Dopo i raccapriccianti rapporti redatti nel 2004 dalle ONG nazionali ed internazionali, tra cui l’AMDH, Human rights watch (HRW) ed Amnesty International, il Marocco ha annunciato l’adozione della legge 43-03 che criminalizza la tortura. “Il Marocco è il primo paese dell’Africa del Nord ad avere designato la tortura come crimine specifico nel suo codice penale”, ci spiega Esther Schaufelberger, responsabile del programma MENA (Medio-Oriente e Africa del Nord) per la APT (Associazione svizzera per la prevenzione della tortura). Il testo marocchino definisce con chiarezza gli atti di tortura ed i suoi articolo sono conformi alla Convenzione contro la tortura delle Nazioni Unite, salvo qualche eccezione, secondo l’opinione del responsabile dell’APT.  “Il termine tortura designa ogni fatto che provoca dolore o sofferenza acuta fisica o psichica, commesso intenzionalmente da un funzionario pubblico al fine di intimidire o fare pressione (…) per ottenere informazioni o confessioni…”, si legge nel testo di legge promulgato nel 2006. Tuttavia l’articolo 2 della Convenzione contro la tortura prevede che “nessuna circostanza eccezionale, qualsiasi essa sia, che si tratti di stato di guerra, di instabilità politica interna o di ogni altro stato eccezionale, possa essere invocata per giustificare la tortura… Nessuna amnistia o termine di prescrizione è consentito per ciò che riguarda i crimini di tortura”. La legge marocchina non contiene queste ultime disposizioni e non c’è bisogno di chiedersene le ragioni. “In Marocco il problema non è la legge, ma la sua applicazione -  sostiene il giurista Omar Bendoro – Anche senza considerare le sue lacune, la legge 43-03 resta una pura operazione di propaganda”. Un messaggio inviato alla Comunità internazionale per  stemperare le critiche nei confronti del regime.
“Noi auspichiamo che il Marocco ratifichi il protocollo facoltativo della Convenzione contro la tortura”, aggiunge Esther Schaufelberger. La firma di questo protocollo obbligherebbe il Marocco a creare una struttura indipendente per sorvegliare il lavoro dei funzionari e redigere una lista degli atti di tortura che fossero commessi dai servizi di sicurezza. Un protocollo ONU per creare un secondo Consiglio consultivo dei diritti dell’uomo? “Per niente – replica la responsabile dell’APT – questo protocollo obbligherebbe il Marocco ad autorizzare le delegazioni internazionali a svolgere inchieste su eventuali atti di tortura”. Ma secondo tutti i nostri interlocutori, solo una chiara volontà politica potrebbe cambiare le cose.
Di fronte ad istituzioni opache, il lavoro delle ONG rischia di non essere sufficiente.  “Il problema si pone ancor di più per i detenuti comuni – precisa Abdelilah Benabdeslam - Spesso sono analfabeti, ignorano i loro diritti e la maggior parte ha paura delle rappresaglie che possono seguire al fatto di essersi rivolti alle ONG. Questo lascia campo libero ai servizi di sicurezza, ivi comprese le forze ausiliarie e gli agenti delle campagne”.
Oltre alle leggi che sono state adottate, le raccomandazioni dell’Instance équité et réconciliation, peraltro creata proprio da Mohammed VI, ha invocato una riforma costituzionale che riesca a garantire la supremazia della legge. “La si attende ancora”, conclude il vice-presidente dell’AMDH.







Le Journal Hebdomadaire 9-15 maggio 2009


Lo «sbianchimento» della tortura

di Khalid Jamaï



Fonte:
www.giustiziaperkassim.net




La rubrica 'Décryptage' pubblicata la settimana scorsa da Le Journal Hebdomadaire ha appena
ricordato che la tortura fa ancora parte della nostra vita quotidiana, nonostante le nuove disposizioni
del codice penale, nonostante le condanne di organizzazioni per i diritti umani sia a livello
nazionale e internazionale. Certamente, con il sostegno di molti testimoni, questo richiamo si è reso
necessario perché bisogna rendere la vergogna più vergognosa e lo scandalo più scandaloso. Ma mi
sembra che quando si parla di impunità, non si vada fino in fondo. Di sicuro i responsabili devono
essere condannati, tanto più che non si prendono nemmeno la briga di nascondersi. Così, Zahra
Boudkour e i suoi amici conoscono il viso dei loro aguzzini e i loro nomi. Lo stesso vale per coloro
che hanno subito tali abusi a Sidi Ifni e in altri centri come Témara. Nel processo in corso che si
occupa del caso Belliraj, un imputato, dopo aver descritto le torture subite, ha esclamato indicando
una persona in sala: «È uno dei miei torturatori». Ma ci sono anche altri responsabili, come certi
procuratori o giudici d'istruzione che hanno rifiutato di ordinare la perizia medica dei torturati, e che
hanno valutato i processi verbale della PJ [Polizia Giudiziaria] come fossero testi sacri. Un verbale
della Polizia Giudiziaria non ha forza probante se non quella di una semplice informazione, sempre
soggetta a contestazione e, come tale, per costituire prova, è necessario che sia rafforzato e
confermato da prove esterne. Un sistema giudiziario normale non dovrebbe mai basarsi sui processi
verbali della polizia per condannare qualcuno, anche se contengono delle confessioni, né sulle
ammissioni fatte davanti al GIP o al tribunale che giudica il caso. In altre parole, una confessione
non deve mai essere sufficiente per condannare qualcuno, dovendo il giudice sempre confermarla
con una prova esterna. Questi verbali della PG non hanno alcun valore vincolante e gli imputati
hanno il diritto di non firmarli e di contestarli. Non rimettendo quasi mai in discussione questi PV,
rifiutando di chiamare alla sbarra, per rispondere alle domande degli avvocati, gli agenti che hanno
condotto le indagini, questi magistrati dimostrano ancora una volta, ancora una volta, di non essere
indipendenti. Avallando i processi verbali della polizia Giudiziaria, dei quali è noto che sono spesso
estorti sotto tortura, questi giudici coprono i torturatori e, diventandone quindi complici, si
trasformano in «ripulitori» della tortura. Ma non sono i soli ad essere complici dei torturatori. Il
ministro della Giustizia, dal quale dipende la Procura, anche lui, chiude gli occhi, su queste
pratiche, accordando di fatto l'impunità ai torturatori, consentendo in tal modo la continuazione di
tali pratiche che attentano ai diritti umani. I processi che derivano da questa perversione delle leggi
non possono soddisfare le condizioni che regolano ogni giusto processo, e sono di conseguenza
iniqui. Come il governo, compreso il Primo Ministro, è anche coinvolto a causa del suo silenzio in
queste pratiche di tortura. Un silenzio che ne fa un complice, addirittura un torturatore. In realtà, la
sua responsabilità è maggiore di quella dei torturatori che praticano direttamente la tortura. La
differenza è che lui non si sporca le mani. Può intimare l'avvio di indagini al ministro della
Giustizia, il quale deve, da parte sua, esercitare le proprie competenze sulla Procura. Dopo lo
scandalo dei processi seguiti ai terribili attentati di Casablanca, il re aveva riconosciuto che si era
andati oltre. Ma né il governo né il ministro della Giustizia hanno fatto il necessario e non hanno
affrontato la revisione delle centinaia di processi che hanno avuto luogo, se non con assai rare
eccezioni.
Il 24 aprile scorso, per quarantacinque minuti, restò in piedi e rispose in modo franco e diretto alle
domande dei giornalisti che chiamava per cognome o persino per nome. Per quarantacinque minuti,
i giornalisti, loro sì seduti comodamente e che si alzavano solo per porre domande, hanno trattato
tutti gli argomenti: la crisi finanziaria, l'influenza suina, Guantanamo e la pratica della tortura. In
occasione dei suoi cento giorni al potere. Lui è Barack Obama, il presidente del paese più potente al
mondo. E mi sono messo a sognare il giorno in cui, nel mio paese, sarà lo stesso ...

 

 
 
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